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Aggiornamento del 5 ottobre 2014:

http://stradeonline.it/scienza-e-razionalita/759-chi-e-che-dice-no-fenomenologia-dell-anti-ogm

[…] Chi è la persona-tipo che si oppone agli Ogm? Perchè lo fa? Ci sono quelli più convinti, con una intensità che va dal blando all’estremismo, e quelli che non se ne sono mai occupati, ma sono precauzionalmente diffidenti. Ma tutti hanno posizioni basate sullo stesso pugno di preconcetti, i primi li hanno rafforzati ed elevati a “ragioni”, i secondi li danno semplicemente per scontati. Quali sono questi preconcetti?

1. L’idea di Natura.

Spesso l’opposizione all’ingegneria genetica nasce da una forma inconscia di idealizzazione della Natura: buona, bella, giusta, florida. La Natura è il Dio degli atei. C’è dalla notte dei tempi e ha le sue regole e il suo dispiegarsi, infinitamente migliore del cammino zoppicante e perverso del più presuntuoso dei suoi figli: l’Uomo. L’Uomo, soprattuto quello che coltiva la tecno-scienza, è il figlio ingrato che vuole uccidere la madre cibandosi della sua carcassa in un delirio di onnipotenza derivato da quel barlume di conoscenza che ha acquisito nei secoli e che ora lo acceca, dandogli l’illusione di poter fare più e meglio di 4 miliardi di anni di evoluzione di un ecosistema armonico che chiamiamo riduttivamente “Terra”: un unico essere vivente di cui noi siamo una piccola parte, come i miliardi di batteri che abitano il nostro corpo e che sviluppano una vita in simbiosi con le nostre cellule e in definitiva col nostro io. Con questa immagine che alberga nel nostro inconscio è dura non vedere l’uomo come il tarlo dell’universo: il presuntuoso sapientino che pretende di saperne sempre di più e di cambiare ciò che va avanti da un tempo infinito e che per giunta lo ha creato. Ma questa è un’immagine realistica di ciò che chiamiamo Natura?

2. L’equilibrio armonico mutazione-selezione.

Scusate la retorica della domanda precedente, ma, essendo passato anch’io dallo scossone che provoca la messa in dubbio di una tale spontanea visione del mondo, credo che il risveglio dal sonno dogmatico vada ingentilito dal tatto intellettuale, altrimenti la risposta ad una secchiata di gelida acqua razionalista potrebbe essere – come infatti ogni giorno è – un sonoro “vaffanculo” alla maggioranza (della comunità scientifica). 

[…] la Natura è in equilibrio. Che tipo di equilibrio? Se per equilibrio si intende un freddo bilanciamento tra la produzione di mutazioni casuali e il vaglio della selezione per pressione ambientale si può essere d’accordo, ma non bisogna dimenticare la parte “sommersa” di questo processo. La parte che non si vede: i milioni di miliardi di individui spazzati via dalla Natura sotto la falce della selezione, con un’unica spietata giustificazione: non sono “adatti”, ovvero compatibili con quelle condizioni ambientali che sono anch’esse frutto del caso. Ecco un altro concetto che si deve nascondere sotto al tappeto per mantenere quel idea idilliaca di Natura: il caso.

L’Uomo è fondamentalmente allergico al caso, non lo può sopportare. Spaventa più di un urlo di Wanna Marchi in una giornata no.  Per questo s’è inventato di tutto: miti, caverne, angeli, dei, talismani, oroscopi, disegni intelligenti. Paradossalmente la Scienza, che si proponeva di arginare il caso, ne ha dovuto confermare invece la centralità, sia nella storia di tutto l’Universo, sia nella nostra “piccola” storia biologica e personale. Ha sostituito false spiegazioni a una potente, sobria, constatazione: il caso è la vera essenza del mondo, non possiamo eliminarlo, al più possiamo arginarlo definendo alcune ragionevoli necessità. […] Molto meglio costruire un nuovo simulacro all’apparenza compatibile con la Scienza: un’idea di equilibrio basata sulla convinzione che sia solo per nostra ignoranza che le mutazioni genetiche alla base dell’evoluzione naturale sono casuali, ma che in realtà la Natura svolge un corso preciso che va rispettato e non perturbato.

Peccato che anche questo simulacro debba cadere: le mutazioni genetiche sono intrinsecamente casuali, sono errori di copiatura dovuti a fattori che non hanno come scopo le caratteristiche che la mutazione svilupperà nell’organismo. E’ solo col senno di poi che assumono un senso, perché la selezione fa passare solo quelle mutazioni che non sono letali e che permettono un certo successo riproduttivo. Un senso estraneo a qualsiasi idea di giusto o sbagliato: come può essere giusto un processo che in base a pure contingenze, prive di ogni disegno o finalità, spazza via la maggior parte degli esseri viventi che si affacciano al mondo? […] E’ una favola quella della natura madre benigna che ci offre i suoi frutti: prima che l’uomo iniziasse a modificare la natura attraverso la selezione mirata e la coltivazione di piante mutanti, la natura offriva ben poco da mangiare e procurarsi quel poco era una faticata. L’Uomo si è sostituito alla Natura selezionando quelle mutazioni che facevano comodo a lui, ma che la pressione ambientale avrebbe spazzato via: se lasciate il vostro orto alla Natura la pressione ambientale lo spazza via, nel giro di una stagione tutte le piante saranno morte e soppiantate da erbacce selvatiche. Perché? Perché ciò che è buono per noi non è buono per la natura, per la sopravvivenza autonoma delle piante, che devono difendersi con semi piccoli, facilmente disperdibili, coriacei e con quel tanto di veleno da impedire ai predatori di farne piazza pulita. Ma sono più di 15.000 anni che modifichiamo la Natura e sono quasi 100 anni che solo il 2-3% della popolazione deve lavorare nei campi. Quindi quasi tutti ormai abbiamo l’immagine della Natura propinata dal Mulino Bianco e dalla propaganda Bio-Veg-Newage.  
 
3. Il valore chic dei prodotti “locali”.

Basterebbe smontare i due pregiudizi precedenti per capire che una mutazione circoscritta con uno scopo ben preciso, come quella che avviene tramite ingegneria genetica, è più desiderabile di una mutazione casuale, che comunque avviene in natura. Ma anche quando, sotto sotto, questo viene accettato, chi avversa gli Ogm si sente in dovere di tenerlo nascosto – o peggio ancora smentirlo sapendo di mentire – in nome di un altro pregiudizio dato per scontato: il valore dei prodotti locali. L’idea è questa: la gente è disposta a pagare sempre di più i prodotti identificati come “tradizionali”, “locali” e “unici”, quindi tutto ciò che può rompere questo incanto va scacciato come il malocchio, soprattutto in Italia dove il “Made in Italy” è l’unica cosa che tira ancora. Sentitela in viva voce dall’ex-ministro dello sviluppo economico, Corrado Passera, che ha detto chiaro e tondo che gli Ogm “vanno contro un tema di interesse commerciale, di posizionamento dell’agricoltura italiana nel mondo”.

Qui si fanno ancora i conti senza l’oste, perché tutte le varietà coltivate, da 15.000 anni a questa parte, hanno un ciclo vitale medio-corto, dettato dalla sensibilità ad agenti patogeni (virus, batteri e funghi) per cui le mele e le pere di oggi, come tutto il resto, non sono quelle di 50 anni fa e non saranno quelle del futuro. A meno che non si intervenga con la modifica genetica, l’unica in grado di salvare una varietà dalle virosi. Sarebbe stato il caso del Pomodoro San Marzano, decimato dal virus CMV e che sarebbe stato salvato dalla modifica genetica da alcuni ricercatori italiani, se gli Ogm in Italia non fossero un tabù. Ma siccome sono vietati, il San Marzano non si coltiva più e si spaccia per tale un ibrido F1 spesso acquistato negli Stati Uniti. Per carità è un ibrido fatto molto bene: si è inserito il gene per la resistenza al virus incrociando varietà diverse con quella originale San Marzano, procedendo a lunghi re-incroci con la varietà originale per cercare di “pulire” il più possibile il dna e farlo essere il più simile possibile a quello del San Marzano con la sola aggiunta del gene per la resistenza. Ma per quanto si faccia con queste tecniche non si potrà mai raggiungere la precisione dell’ingegneria genetica, che invece potrebbe restituirci esattamente la varietà di pianta che vogliamo salvare (e vendere a caro prezzo sul mercato) con la sola e unica modifica del gene per la resistenza alla virosi. Chiudendo le porte all’ingegneria genetica in nome di una idea sbagliata di come funziona la natura otterremo il contrario di ciò che si vuole: invece che preservare il nostro prezioso Made in Italy lo consegneremo alla selezione naturale. Ciò, prima o poi, toccherà a tutte le varietà che abbiamo a cuore .

4. Il senso di giustizia, cavallo di battaglia politico-sociale.

Se i pregiudizi visti fin qui sono saldamente radicati nell’opinione pubblica, l’ultima roccaforte, l’ultima sorgente di ogni repulsione alle biotecnologie è ancora più incrollabile essendo annidata nientemeno che nell’animo di ogni essere umano che si sente libero: il senso di giustizia. E qui entrano in gioco i santoni, i predicatori, gli eroi, la mistica e la politica. Nulla ha più fascino di una anziana indiana che dice di predicare la pace e di difendere i più deboli rispettando Madre Natura. Chi può non simpatizzare con un sessantottino che ha lottato per i diritti civili? Ma il problema non si ferma a Vandana Shiva e Mario Capanna. Il problema è che tutti noi abbiamo bisogno di una battaglia da combattere per sentirci, almeno moralmente, migliori. E allora gli Ogm vanno avversati perché sono in mano alle multinazionali cattive. Però non si dice che la Monsanto fattura meno della Coop, la quale invece basa buona parte della sua pubblicità e delle sue strategie di marketing su falsità scientifiche riguardo gli Ogm e il cibo biologico. E chi si strappa le vesti per difendere la Natura dall’ingordigia del Capitalismo sa che l’Italia, nel 1998, era fra le prime nazioni al mondo per la ricerca biotecnologica e che avremmo potuto produrre Ogm creati da università pubbliche, se non fosse stato per una legislazione insensata che pone i costi di certificazione delle nuove varietà alla sola portata delle grandi multinazionali? Salvare una varietà tradizionale italiana come il riso Carnaroli, il Melo della Val d’Aosta o il Pomodoro San Marzano costerebbe meno di 50.000 euro, ma i costi di approvazione in sede europea – dovuti a regolamenti ritenuti ripetitivi ed eccessivi dalla comunità scientifica – possono arrivare a decine di milioni di euro. Se si vuole davvero combattere l’egemonia di pochi attori privati bisogna restituire libertà alla ricerca pubblica, finanziare le università invece che le “fondazioni” per i diritti di una natura che esiste solo sui cartelloni delle pubblicità. Se volete una battaglia etica da combattere combattete questa: contro l’ipocrisia, contro la falsità, contro l’oscurantismo di chi vuole solo raccogliere facili consensi politici facendo leva su questi pregiudizi che sembrano tanto “naturali”.

Come ricordava il vecchio Galileo, le innovazioni tecniche e scientifiche sono avversate, perché possono liberare le menti e sovvertire gli Stati.

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/92263/rubriche/il-fondatore-di-greenpeace-accusa-gli-ecologisti-di-crimini-contro-lumanit.htm

Il fondatore di Greenpeace accusa gli ecologisti di “crimini contro l’umanità”

di Giulio Meotti – 27 Febbraio 2014 

Opponendosi all’introduzione in Africa del riso ogm, Greenpeace e gli altri ecologisti si sono macchiati di “crimini contro l’umanità”. Ad affermarlo è stato Patrick Moore, icona verde e fondatore di Greenpeace […]. “Ci sono 250 milioni di bambini che vivono ai tropici e che mancano di vitamina A”, ha detto Moore. “Il golden rice può dare loro questa vitamina”. Diventato oggi un critico dichiarato del gruppo che un tempo ha lanciato assieme ad altri cinque paladini dell’ambiente, Moore sottolinea “realisticamente i notevoli benefici potenziali” che le coltivazioni geneticamente modificate possono apportare “all’ambiente, alla salute e all’alimentazione umana”.

Moore considera la guerra agli organismi transgenici “il caso più eclatante di ecologismo fuorviato” che la storia ricordi. […] Il golden rice, una coltura geneticamente modificata che può contribuire a prevenire la cecità in mezzo milione di bambini l’anno, viene respinto da questi anti-umanità, che danno la precedenza alle proprie paure infondate invece che alla povertà nel mondo. L’Unicef stima che ogni anno due milioni di bambini muoiono per la mancanza di vitamina A. […]