Ecco qui un rapporto molto interessante (proponiamo qui una sintesi del comunicato stampa, che troverete per intero al link citato) su noi italiani, che può rappresentare un buon esercizio di autoconoscenza ed autocritica, nonché di confronto su numerose tematiche. La “complicità” degli italiani si manifesta nell’evasione fiscale, nelle truffe ai danni dello Stato, nella corruzione, ma anche nell’atteggiamento di egoistica indifferenza, il fare spallucce, che pervade la nostra società.

Molto eloquente è l’interpretazione di Maccio Capatonda in “ITALIANO MEDIO”, di cui su YouTube potete trovare numerosi video (Italiano Medio (Maccio Capatonda), come anche la canzone degli Articolo 31 “L’italiano medio”. Siamo davvero fatti così noi italiani? Ognuno faccia il proprio esame di coscienza…

“Ohoo ohoo
Ma a me non me ne frega tanto
Ohoo ohoo
Io sono un italiano e canto
E datemi Fiorello e Panariello alla tv
Sono l’italiano medio, nel blu dipinto di blu

Ohoo ohoo
Ma a me non me ne frega tanto
Ohoo ohoo
Io sono un italiano e canto
Non togliermi il pallone e non ti disturbo più
Sono l’italiano medio, nel blu dipinto di blu”

L.D.

http://www.eurispes.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2604:rapporto-italia-2012&catid=40&Itemid=135

Rapporto Italia 2012 – Comunicato Stampa

Il coraggio di rompere il “patto”

L’Italia vittima e complice di una democrazia bloccata

Con un linguaggio chiaro e diretto al limite della brutalità, l’Eurispes richiama i diversi soggetti sociali, alle proprie responsabilità. Il 24° Rapporto Italia dell’Eurispes è costretto a misurarsi, quest’anno, con la profonda crisi che attraversa il Paese e mette in discussione le certezze e i risultati raggiunti dalla società italiana nel corso degli ultimi decenni.

Il Paese – secondo il Presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – vive un generale senso di depressione che attraversa tutte le classi sociali: i poveri perché vedono allontanarsi la possibilità di migliorare la loro situazione economica; i ceti medi perché hanno paura di una progressiva proletarizzazione; i ricchi perché si sentono criminalizzati e hanno persino timore di mostrare il proprio status.

La responsabilità dell’attuale situazione, che viene attribuita impropriamente e per intero alla classe politica, appartiene invece – secondo Fara – a quella che definisce “la classe dirigente generale”, della quale fanno parte tutti coloro che esercitano ruoli e funzioni direttivi all’interno della società: imprenditori, elites culturali; manager pubblici e privati; sindacalisti; i grandi commis dello Stato; magistrati; professori; uomini dell’informazione e della ricerca. Una “classe dirigente generale” che dovrebbe produrre buoni esempi e farsi carico delle esigenze e dei bisogni della collettività.

Secondo Fara questa “classe dirigente generale” costituisce un blocco solidale e separato dal resto del Paese, articolato sul modello feudale, che non ha nessuna intenzione di rinunciare, neppure in piccola parte, ai privilegi conquistati.

Ma anche la società italiana – prosegue Fara – ha molto da farsi perdonare. Infatti, mentre la “classe dirigente generale”, con il suo spirito di conservazione e la sua autoreferenzialità, tiene in ostaggio la società, questa si è adeguata, diventandone complice in cambio della tolleranza e della comprensione dei propri istinti egoistici e familisti che deresponsabilizzano e assicurano nicchie di impunità e di esercizio di piccolo potere.

Insomma, secondo Fara – la società è vittima e complice, nello stesso tempo, della sua classe dirigente generale. Basti pensare – continua Fara – al fatto che in Italia esistono tre PIL: uno ufficiale (1.540 Mld); uno sommerso (equivalente al 35 % di quello ufficiale (540 Mld); uno criminale frutto dei proventi delle attività illegali che supera i 200 Mld. Nel Paese circola più ricchezza di quanto non raccontino le statistiche ufficiali e questo spiega anche la capacità dimostrata dal sistema nel suo complesso di reggere di fronte ad una crisi devastante e – prosegue Fara – anche la durezza con la quale siamo trattati dai nostri partners europei, Germania in testa “.

Per l’Eurispes l’evasione fiscale ed il sommerso sono certamente opera dei grandi evasori, ma anche della connivenza quotidiana di milioni di italiani che producono o alimentano essi stessi il sommerso.

Per uscire dalla crisi, secondo l’Eurispes, occorre una generale presa di coscienza e la rottura di quel patto di complicità che blocca la società italiana. Ma, soprattutto, la riscoperta dei doveri e delle responsabilità di ciascuno, superando l’egoismo e la difesa corporativa degli interessi. Nello stesso tempo – per l’Eurispes – la politica deve ricostituirsi come “grande agenzia di senso e di orientamento” e attrezzarsi per ricostruire il rapporto interrotto con la società, ma anche per rispondere all’onda qualunquista dell’antipolitica che mette in discussione le stesse istituzioni democratiche a cominciare dal Parlamento. La difesa dell’istituto parlamentare, come architrave del nostro sistema democratico, dovrebbe stare a cuore di ogni cittadino, a meno che non si preferisca affidarsi “all’amministratore unico”.

Nello stesso tempo la politica deve mandare ai cittadini segnali chiari e rispondere con le necessarie riforme e tra queste quella elettorale ripristinando, ad esempio, la possibilità per gli elettori di poter scegliere i propri rappresentanti.

Sui temi del lavoro e dell’occupazione, vera emergenza nazionale, l’Eurispes sollecita le parti sociali ad un confronto serio e senza preclusioni, ricordando che la realtà non può essere piegata alle regole, ma sono queste che devono adeguarsi alle mutate condizioni economiche e sociali, e ricorda che lo Statuto dei lavoratori è stato varato nel 1970 e che in questi quarant’anni la realtà è completamente mutata.

Per l’Eurispes, la discussione intorno all’art. 18 non è determinante per la ripresa dell’economia. Il vero tema da affrontare è quello della produttività e delle ristrutturazioni. Nello stesso tempo – secondo Fara – occorre riscoprire il valore della programmazione e della progettazione. Il Paese deve finalmente darsi un progetto e mettere a frutto le proprie risorse e le proprie capacità, per riuscire a trasformare l’enorme potenza di cui dispone in energia. In questo senso l’Italia deve difendere e valorizzare i propri asset e, Fara, cita il caso dell’italian sounding, la falsificazione internazionale dei nostri prodotti agro alimentari, che frutta ai falsificatori 60 Mld di € l’anno. Così come deve essere lungimirante nel gestire la presenza di milioni di immigrati che producono ormai una quota consistente del nostro PIL; mantengono aperti i canali di collegamento e di dialogo con i loro paesi di origine; contribuiscono a colmare il nostro deficit demografico.

Infine, l’Eurispes lancia un forte segnale d’allarme sulla difficile situazione dei ceti medi e sul progressivo impoverimento delle famiglie italiane che mettono in discussione la tenuta stessa del sistema. Nello stesso tempo mette pone l’accento sul pericolo della riapertura di una nuova stagione dei conflitti ispirati, questa volta, dagli interessi particolari e corporativi ed auspica il rapido ritorno di una “buona politica che sappia assicurare al Paese il futuro che merita.

Queste alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2012. Il Rapporto, con le sue oltre 1.000 pagine, è stato costruito, come di consueto, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche e presentato alle Autorità e alla stampa, il 26 gennaio 2012, presso la Sala Conferenze della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2012 sono:

VITA/MORTE • ESSERE/AVERE • GIUSTIZIA/INGIUSTIZIA

RAGIONEVOLE/IRRAGIONEVOLE • GENITORI/FIGLI • SOSTENIBILE/INSOSTENIBILE

[…]

  • La fiducia dei cittadini nelle Istituzioni

Pessimo il giudizio nei confronti delle Istituzioni. Se nella rilevazione dello scorso anno l’Eurispes segnalava la forte sfiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni, a distanza di un anno il trend resta confermato. Per il 71,6% degli italiani la fiducia è diminuita, mentre soltanto per il 4,1% è aumentata. Per il 21,6% è invece rimasta invariata. La serie storica dal 2004 mette in evidenza come il dato del 2012 sia, in assoluto, il più alto sul fronte della sfiducia dei cittadini. […] Ad esprimere un senso di sfiducia più forte sono i giovani tra i 25 e i 34 anni (74,6%).

[…] Nuovo Governo, ma il trend non si inverte. Il passaggio dal Governo politico di Berlusconi al Governo tecnico di Monti non sembra aver contribuito ad aumentare la fiducia in questa Istituzione. Nonostante un certo favore dell’opinione pubblica nei confronti del Governo tecnico, i primi provvedimenti in materia economica, come la riforma delle pensioni e l’aumento delle tasse, hanno di certo avuto ripercussioni forti sul senso di sfiducia dei cittadini. Solo il 21,1% si dichiara fiducioso, il 76,4% mostra di avere poca o nessuna fiducia e il 2,5% non sa esprimere un giudizio o non risponde. Il 21,1% che si esprime positivamente supera di 6 punti percentuali il dato al 14,6% segnato nel 2011 dal precedente governo. In estrema sintesi, l’“effetto Monti” vale al momento solo il 6% in più nella fiducia degli italiani, mentre si riduce dall’84,2% del 2011 al 76,4% del 2012 la percentuale di quanti assumono un atteggiamento pessimista.

Il Parlamento occupa il gradino più basso nella classifica di considerazione degli italiani. Solo il 9,5% vi ripone molta o abbastanza fiducia. Confrontando i dati con quelli relativi agli anni precedenti, si passa dal 26,9% del 2010 al 15% del 2011, sino all’attuale 9,5%, che rappresenta in assoluto il punto più basso dal 2004 (36,5%) ad oggi.

Magistratura: tra problemi strutturali del sistema-giustizia e tensioni interne. Il livello di fiducia nella Magistratura tocca quest’anno il 36,8%, ben 17 punti percentuali in meno rispetto alla precedente rilevazione (53,9%). Si tratta del dato più basso registrato dopo il 38,6% del 2006. Considerando la serie storica, il 2012 segna una rottura rispetto al trend nel complesso positivo, anche se altalenante, dal 2004 (52,4%) al 2011 (53,9%). I fattori che hanno influito su questo orientamento possono essere molteplici: il mal funzionamento della giustizia italiana, i processi infiniti, l’inadeguatezza delle leggi, l’imparzialità dei magistrati, sono problemi ampiamente dibattuti e oggetto di numerose e sempre più accese critiche. Accanto ai nodi storici e mai risolti, nel corso del 2011 se ne sono sviluppati, poi, di nuovi e, per certi versi, più complessi. […]

Governo Monti: scetticismo sul versante economico, maggiore fiducia nell’aumento di credibilità nel contesto internazionale. Lo scetticismo sembra prevalere, rispetto alla fiducia nella capacità dell’attuale Governo di rilanciare la nostra economia, mentre un cauto ottimismo si manifesta nella capacità di tenere alta l’immagine dell’Italia nel contesto internazionale (48,2%). Il 40,6% ha fiducia (molta 8,6%, abbastanza 32%) nella possibilità di risanare i conti; il 30,8% punta sulla capacità del Governo di garantire unità e coesione al Paese e il 29,5% è fiducioso in un nuovo impulso all’economia. Solamente il 17% crede che il Governo riuscirà a far crescere l’occupazione. Emblematico è il 67,2% delle risposte che indica mancanza o poca fiducia nel Governo nel dare nuovo impulso all’economia.

L’opinione più diffusa tra i cittadini è che il Governo tecnico termini alla fine della legislatura (35,9%), segue il 26,6% di quanti pensano che l’esecutivo dovrebbe durare sino a quando non avrà raggiunto gli obiettivi per cui è stato formato; il 5,4% auspica la durata più lunga possibile, mentre il 21,2% vuole lo scioglimento quanto prima per consentire le elezioni e il 10,9% non sa o preferisce non fornire alcuna risposta. […]

La partecipazione e la questione irrisolta della legge elettorale. Nell’indagine annuale, l’Eurispes ha cercato di riflettere sulla partecipazione elettorale della popolazione. Se, infatti, nel 2003, l’82,7% dei cittadini dichiarava di recarsi ai seggi sempre, nel 2008 solo il 77,1% dichiara di fare altrettanto, una percentuale lievemente aumentata nel 2011 (79,1%) e ancora di più quest’anno, tornato ai livelli del 2004 (84,1%). Rispetto al passato, inoltre, diminuisce la percentuale degli astensionisti convinti, di chi ammette cioè di non votare mai (2,5% nel 2004, l’1,2% nel 2012), diminuisce inoltre rispetto all’anno scorso la quota di chi sostiene di farlo solo qualche volta (dal 15% all’11,7%). Il 9,4% dichiara già con certezza che non andrà a votare alle prossime elezioni e il 18,3% si dichiara indeciso a riguardo. Il 72,1% afferma di avere intenzione di farlo. Per quanto riguarda il sistema delle preferenze, l’orientamento generale dell’opinione pubblica è quello della reintroduzione dell’espressione diretta di voto al proprio candidato. Nel 2010, infatti, l’83,1% del campione si dichiara favorevole a questa possibilità, e nel 2011, pur calando lievemente, la percentuale delle risposte affermative si assesta sull’80%. Nel 2012 la percentuale scende ancora al, pur sempre alto, 78,2%. A calare, rispetto all’anno scorso, sono coloro che si sono dichiarati contrari a questa eventualità, passati dal al 7,3% al 5,6%, mentre aumenta la quota di persone che non ha una posizione chiara in merito (dal 12,7% al 16,2%) e che, forse, sfiduciata dal clima politico attuale, non crede possa bastare introdurre le preferenze per risanare la situazione.

  • La condizione economica delle famiglie

Economia: un anno da dimenticare per l’Italia. La situazione economica del Paese secondo il 67% degli italiani è nettamente peggiorata negli ultimi dodici mesi; si tratta del dato più “nero” registrato dalle rilevazioni dell’Eurispes dal 2004, e in forte aumento (+15,2%) rispetto a quanto emerso lo scorso anno. […]

La speranza non è nel miglioramento, ma almeno nella stabilità. I cittadini italiani non nascondono le preoccupazioni per il prossimo anno: solo il 6,1% pensa che la situazione economica migliorerà, a fronte di un 56,6% che pronostica un peggioramento, mentre il 26,9% si attende una condizione di stabilità. Desta impressione il ricordare che solo cinque anni fa oltre un terzo del campione prevedeva un miglioramento nella condizione economica per l’anno successivo.

La condizione economica delle famiglie. Dalla situazione economica del Paese alla propria condizione materiale il passo è breve: inevitabilmente la condizione economica del Paese viene considerata una premessa logica della salubrità o insalubrità delle proprie finanze. I tre quarti del campione (74,8%) hanno infatti testimoniato un peggioramento della propria situazione economica durante gli ultimi dodici mesi, in un’equa ripartizione tra “forte” e “lieve” peggioramento. Rispetto alle classi d’età sono i più anziani ad indicare un deterioramento della propria condizione economica oltre la media, nel corso dell’ultimo anno: 81,5% rispetto al 74,8%.

Italiani alle prese con la contrazione del reddito. Oltre un quarto del campione (26,2%) ha chiesto negli ultimi tre anni un prestito bancario che è stato attivato per soddisfare esigenze di base: ai primi posti si collocano il mutuo per l’acquisto della casa (41,9%) e il pagamento di debiti accumulati (33,1%). Quest’ultima indicazione, unita alla quella relativa del debito contratto per saldare prestiti con altre banche o finanziarie (20,9%), testimonia il rischio della moltiplicazione del debito familiare secondo modalità usurarie: si apre un mutuo per pagare un debito pregresso, entrando in un circolo mefitico potenzialmente letale. Inoltre, nel 13,6% dei casi il prestito è stato chiesto per sostenere i costi di matrimoni, cresime o battesimi, mentre nell’9,8% è servito a coprire le spese mediche e solo nel 2,8% è stato utilizzato per poter andare in vacanza. Quando si parla di prestiti bancari è bene precisare che spesso non si tratta di cifre astronomiche: oltre il 35% di chi ha ammesso di aver chiesto un prestito negli ultimi tre anni non ha superato l’importo di 10mila euro, mentre solo il 18% ha sforato i 100mila euro.

Quasi la metà delle famiglie italiane (48,5%) è costretta a usare i risparmi per arrivare a fine mese, e comunque incontra qualche difficoltà a superare la fatidica “quarta settimana” (45,7%), mentre il 27,3% dichiara di non arrivare a fine mese. Oltre il 70% riferisce di non riuscire a risparmiare, contro il 15,7% di quanti riescono a mettere da parte del denaro; un quarto (24,9%), inoltre, ha difficoltà a pagare la rata del mutuo e quasi un quinto (18,6%) ha lo stesso problema con il canone di affitto.

Risparmio, addio. La quota di quanti ritengono di poter “certamente” risparmiare, nei prossimi dodici mesi, è inferiore al 5%, mentre quelli che pensano “probabilmente” di riuscire a mettere da parte una porzione di reddito arrivano al 13,1%. Per il 38,2% è probabile che non ci sarà possibilità di risparmio e le indicazioni di assoluta certezza dell’impossibilità di non poter risparmiare nei prossimi mesi raggiungono il 34,8%.

I consumi delle famiglie. Oltre i tre quarti degli italiani (73,6%) hanno avvertito (“molto” 28% e “abbastanza” 45,6%) una perdita del proprio potere di acquisto, nel corso del 2011. In una fase di contrazione dei consumi, in seguito alla crisi economica, gli italiani tendono a tagliare le spese superflue e i piccoli/grandi lussi della quotidianità: rispetto alla rilevazione dello scorso anno aumenta il numero di quanti tagliano le spese per i regali (dal 77,8% del 2011 all’82,7% del 2012, +4,9%) e per viaggi o vacanze (dal 70% al 72,2%). L’acquisto dei prodotti in saldo (75,4%; nel 2011 74,5%) e di abbigliamento in punti vendita più economici (73,4; nel 2011 71,3%) sono altre strategie anti-crisi largamente diffuse. Una tendenza al risparmio sembra coinvolgere anche i prodotti alimentari, anche se, rispetto allo scorso anno, si registra una lieve inversione di rotta per gli acquisti nei discount (da 55,6% al 52,1% di quest’anno) e per il cambio di marca di un prodotto alimentare se più conveniente (dal 67,8% al 65,9%). Infine, le spese per il tempo libero hanno subìto una riduzione nel 67,2% dei casi e quelle per i pasti fuori casa nel 68% dei casi. Non manca chi ha preferito rivolgersi al mercato dell’usato per i propri acquisti (21,5%) e sono in molti (32,9%) a cercare sconti e promozioni online.

Quasi tre quarti degli intervistati (73,1%) limita le uscite fuori casa; il 56,7% sostituisce la pizzeria con le cene casalinghe in compagnia degli amici e una percentuale pressoché identica rimpiazza il biglietto del cinema con il dvd (oppure guarda il film in streaming su Internet). La crisi economica fa guadagnare tempo allo stare in famiglia, come ha dichiarato il 67,9% degli intervistati (che diventano il 75,6% nelle Isole e il 76,2% nel Centro Italia). Quando si rivolgono alle bancarelle, i consumatori prediligono l’acquisto di prodotti per la casa, di abbigliamento e – in misura minore – di calzature e di prodotti alimentari, tralasciando completamente i cosmetici, considerati forse a rischio di contraffazione. Il canale di vendita privilegiato dai consumatori è la grande distribuzione organizzata (56,1%), seguita a distanza da discount (16,6%), negozi di vicinato (15,3%) e dai mercati diretti di vendita degli agricoltori (10,7%).

Il valore del made in Italy. Acquistando prodotti alimentari oltre due terzi dei consumatori (77,6%) privilegiano il made in Italy. Sono due terzi del totale (76,8%) quanti affermano di controllare l’etichettatura e la provenienza degli alimenti che acquistano. Quasi la metà (46,4%) compra spesso prodotti Dop, Igp, Doc. Meno di un terzo (30,7%) sceglie invece, al momento dell’acquisto, i prodotti alimentari più economici, indipendentemente dalla loro provenienza. […]

Si ricorre alle rate soprattutto per l’acquisto dei beni durevoli. L’acquisto tramite rateizzazione, che ha interessato nell’ultimo anno oltre un quarto degli intervistati (25,8%), viene effettuato soprattutto per beni considerati “durevoli”: elettrodomestici (49,2%), automobile (46,4%), pc e telefonini (25,6%), arredamento per la casa (28,9%), moto e scooter (14,4%); la necessità di accedere alla rateizzazione anche per far fronte a cure mediche costituisce, di contro, un aspetto inquietante e da tenere in conto nel momento in cui si procede all’ulteriore alleggerimento della sanità pubblica.

Lo specchio della crisi: i “Compro-Oro”, la vendita di oggetti online e il rischio usura. Il combinato tra la restrizione dell’accesso al prestito bancario e la fiducia ai minimi storici verso gli istituti bancari hanno introdotto forme di prestito “informale” e hanno fatto proliferare nelle nostre città esercizi commerciali come i “Compro-Oro”, ai quali si è rivolto, nell’ultimo anno, l’8,5% degli intervistati (Isole: 9,9%; Sud: 9,8%; Nord-Ovest: 8,5%; Nord-Est: 8,2% e Centro: 7,1%). In parallelo, la vendita di oggetti/beni attraverso canali di compravendita on line come eBay è stata utilizzata dal 12,4% degli intervistati.

Molto preoccupante il dato relativo a quanti, non potendo accedere a prestiti bancari, si sono rivolti a privati (non parenti e né amici) per chiedere soldi in prestito: il 6,3%. Occorre inoltre considerare, che una domanda così diretta su un fenomeno sommerso come l’usura, raccoglie fisiologicamente sempre meno indicazioni di quelle reali.

  • Il possesso dei beni materiali, il consumismo

[…] Le abitudini allo svago tra rinuncia e fruizione. La crisi ha pesato parecchio sulle tasche e ha inevitabilmente inciso sulle abitudini di consumo. Il “lusso” a cui gli italiani non rinunciano volentieri è la frequentazione di locali e ristoranti: ad indicare di avere pranzato o cenato fuori qualche volta e spesso nel corso 2011 è rispettivamente il 41,7% e il 9,4% del campione. Tutte le altre risposte fanno invece registrare un comportamento contrario: che si tratti di acquistare oggetti di antiquariato, di frequentare centri benessere, di fare acquisti in gioielleria o di comprare biglietti per concerti e rappresentazioni teatrali, nell’anno appena trascorso sono almeno i tre quinti del campione a dichiarare di non avere destinato mai, o di averlo fatto raramente, parte della propria spesa per seguire le abitudini sopra citate. […]

  • Italia, un amore difficile

Un Paese a corto di speranza. Quando si chiede agli italiani di guardare all’odierna situazione del Paese, e di esprimere in merito un sentimento prevalente, ben il 63,2% si dice “spesso” (45,5%) o “sempre” (17,7%) sfiduciato. Altrettanto diffusa è poi una sensazione di impotenza, da intendersi anche come incapacità o impossibilità di incidere attivamente per migliorare l’attuale condizione, condivisa (spesso 33,8% e sempre 23,9%) dal 57,7%. Circa un terzo dichiara, inoltre, di non sentirsi “mai” né ottimista (35,1%) né sereno (32,8%) guardando al presente dell’Italia. L’immagine di un Paese a corto di speranza e di ottimismo appare rafforzata, guardando soprattutto alle fasce di età in cui tali sentimenti risultano prevalenti: sono infatti i giovani tra i 25 e i 34 anni, ovvero le classi “biologicamente” più proiettate verso il futuro, a dichiararsi, in oltre il 75% dei casi, “spesso” o addirittura “sempre” sfiduciate.

Con le mani legate? Le ragioni che sono alla base di uno stato d’animo collettivo così marcatamente segnato da sentimenti di sfiducia e di impotenza, sono ovviamente molteplici e di non facile individuazione. Il peggioramento del quadro economico ed occupazionale, una congiuntura internazionale decisamente poco favorevole e i rischi emersi negli ultimi mesi relativi proprio al “caso italiano” in Europa, sono tutti elementi che possono aver contribuito a diffondere una sensazione di insicurezza e di debolezza nell’opinione pubblica, anche a prescindere dalla condizione personale. La domanda “Come cittadino italiano oggi sente limitata la sua libertà di iniziativa?” è stata utile per comprendere almeno una delle ragioni che possono essere ritenute alla base del clima attuale. Ben il 40,6% dei cittadini ha affermato di sentirsi “abbastanza” limitato e il 18,9% addirittura “molto”: quasi due italiani su tre (59,5%) sperimenterebbero dunque questa spiacevole sensazione di impedimento. Di contro, solo il 13,1% non ha assolutamente questa sensazione e il 25,4% la sperimenta in misura decisamente lieve. Non stupisce che siano ancora una volta i giovani, e in particolare i giovanissimi (18-24 anni), a sentirsi limitati nella libertà di iniziativa, complessivamente nel 69,6% dei casi (molto 20,5% e abbastanza 49,2%), cui va a sommarsi il 64,4% dei 25-34enni (molto 22% e abbastanza 49,1%).

Impegno e sacrifici. Vale la pena? Pronti a definirsi ristretti nei confini di un Paese che li lascia insoddisfatti rispetto alla possibilità di esprimere la loro libera iniziativa, gli italiani non sembrano tuttavia molto propensi a spendersi in prima persona per la sorti collettive: la maggioranza del campione (59,6%) si è infatti detto “poco” (42,9%) o “per niente” (16,7%) stimolata ad impegnarsi per la ripresa del Paese; a fronte di un 38,3% che si è invece definito “abbastanza” (30%) o “molto” (8,3%) spronato in tal senso. Il quadro cambia, almeno parzialmente, quando si chiede se valga la pena fare sacrifici per superare l’attuale momento di difficoltà dell’Italia: oltre la metà (53,1%) si esprime in questo caso in senso positivo, giudicando “abbastanza” (41,3%) o “molto” (11,8%) utili i sacrifici richiesti per far fronte allo scenario di crisi attraversato dal Paese. Occorre comunque segnalare che gli scettici arrivano a circa il 45% (il 32% è poco d’accordo con l’idea che sia utile fare sacrifici e il 13,1% non lo è per niente).

Eppure vivere in Italia è ancora considerata una fortuna. A mutare radicalmente il quadro sin qui tracciato sono soprattutto le risposte fornite alla domanda: “Per lei vivere in Italia è una fortuna o una sfortuna?”: nel bilancio degli aspetti positivi e negativi, evidentemente ritenuti importanti per la propria vita, il 72,4% non ha dubbi: vivere in Italia è una fortuna. Non la pensa invece così il 26% di quanti indicano il vivere in Italia come una sfortuna. […]

Ancora cervelli in fuga? All’estero andrebbero soprattutto i giovani per avere maggiori opportunità di lavoro. Il 59,8% dei più giovani (18-34 anni) si dichiara disponibile a lasciare il Paese, così pure 57,1% tra i 25-34enni. Il dato scende al di sotto del 50% tra i 35-44enni (45,2%) per poi calare in maniera più decisa tra i 45-64enni (35%) e ancor tra gli over65 (20,5%). Tra l’altro, sulle motivazioni alla base di un ipotetico trasferimento all’estero, non ci sono dubbi: a prevalere nettamente sono le maggiori opportunità lavorative (22,9%), seguite a molta distanza dalle opportunità più genericamente intese (14,1%) e dal minore costo della vita (11,8%). La ricerca di maggiore sicurezza spingerebbe invece il 6% dei cittadini a trasferirsi all’estero, insieme alla curiosità (5,8%), al clima politico migliore (5,7%) e ad una maggiore libertà di espressione (4,6%). Clima culturale vivace e contatto con la natura sono ciò che invece si aspetterebbe dalla vita in un altro paese rispettivamente il 3,4% e il 2,6% di quanti lascerebbero il nostro.

Insomma, quasi il 60% dei giovani tra 18 e 24 anni, seguiti a poca distanza dai 25-34enni, si dice disposta, oggi, ad intraprendere un progetto di vita all’estero, configurando così un bacino di potenziali emigranti, la cui “fuga” segnerebbe di fatto la perdita delle risorse umane più dinamiche e intraprendenti del Paese, rischiando di far sfumare anche l’ambìto obiettivo della ripresa italiana.

  • I temi etici

[…]

  • Il benessere nella terza età

[…] Quando il welfare lo fanno gli anziani. Il compito di cui gli over64 si fanno carico con maggior frequenza per aiutare i figli è tenere i nipoti (68,5): il 10,3% lo fa sempre, il 33,2% spesso, il 25% qualche volta, un contenuto 21,2% mai (una buona parte dei quali, presumibilmente, non vive nella stessa città dei figli, ed è quindi impossibilitata a farlo).

Il secondo tipo di sostegno ai figli è rappresentato dagli aiuti economici (71,3%), che il 9,6% del campione dà addirittura sempre, il 29,8% spesso, il 31,9% qualche volta, il 25,5%, invece, mai.

Sono poi molti gli ultrasessantaquattrenni abituati a preparare da mangiare per i propri figli (11,7% sempre, 18,1%, 35,1% qualche volta) ed a portare i nipoti a scuola (4,9% sempre, 22,4% spesso, 24% qualche volta). Il 19,6% fa anche la spesa per i propri figli spesso o sempre e il 31,4% qualche volta, mentre sono meno numerosi quelli che fanno pulizie di casa per loro (il 71,3% non lo fa mai, il 10,1% spesso o sempre, il 14,9% qualche volta). […]

  • Italiani salutisti?

[…]

 

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