Il caso del giornalista Sallusti, condannato a scontare 14 mesi di carcere per un articolo pubblicato su Il Giornale, ha fatto esplodere le polemiche sulla libertà d’opinione, di stampa e di espressione in Italia. Purtroppo è vero, in Italia la legge sulla diffamazione è unica nel civile e democratico mondo occidentale, a dimostrazione dell’arretratezza del nostro paese dal punto di vista delle libertà concesse ai cittadini, libertà che rendono la nostra democrazia limitata e deficitaria rispetto al resto dei paesi europei (ivi compresi i paesi dell’est europeo, che comunemente riteniamo meno civili e democratici di noi, come Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Lituania, Slovenia, Ungheria e Romania, ma anche paesi come Namibia, Niger e Tanzania, per fare alcuni esempi, occupano posizioni migliori rispetto alla nostra nella classifica mondiale della Libertà di Stampa 2011-2012). E’ veramente assurdo che si arrivi addirittura a condannare un giornalista al carcere, come è assurdo che, sempre in Italia, sia legale e possibile il SEQUESTRO PREVENTIVO di un sito internet o di un blog, ancor prima che vi sia una sentenza in sede giurisdizionale. Forse è ora di svegliarsi e di rendersi conto di quanto sia potente e anti-democratico l’attuale sistema politico italiano, forse è ora che i cittadini comincino a pretendere più rispetto da parte dello Stato per i propri diritti, sotto forma di leggi più moderne e democratiche rispetto a quelle attualmente in vigore…

N.B. Anche dal punto di vista della politica (vedi articolo “La “dittatocrazia” italiana“) e dell’ordinamento fiscale (vedi articolo “Gli strozzini di Equitalia“) il nostro Paese è più simile ad una dittatura che ad una democrazia: un’apparente libertà viene concessa, ma, non appena si osa sfidare qualche personaggio appartenente a quella “casta” che ormai tutti conosciamo, scatta improvvisamente l’arrogante ed autoritaria molla del “Lei non sa chi sono io“, che, assecondata naturalmente dal braccio armato della Giustizia, costringe l’indifeso e disarmato cittadino a subìre le condanne di questa perentoria censura che, purtroppo, in Italia tutt’ora sussiste. Come vogliamo chiamarlo, dunque, questo nuovo regime che ci controlla: semi-democrazia oppure neo-dittatura?

L.D.

[…] All’interno dell’Unione Europea, la classifica riflette una continuazione della già marcata distinzione tra Paesi come la Finlandia e i Paesi Bassi, che hanno sempre ottenuto una valutazione molto positiva, e Paesi come la Bulgaria (80°), la Grecia(70°) e l’Italia (61°) che non sono riusciti ad affrontare la questione delle violazioni delle libertà dei media, soprattutto a causa della mancanza di volontà politica. Vanno invece segnalati piccoli progressi da parte della Francia (dalla posizione 44 alla 38), della Spagna (39°) e della Romania (47°). La libertà dei media è una sfida che ha bisogno di essere affrontata più che mai nei Balcani, stretti tra il desiderio di entrare nell’Unione Europea e gli effetti negativi della crisi economica. […]

LINK: Classifica mondiale della libertà di stampa 2011-2012

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http://www.news-24h.it/2012/09/sallusti-in-carcere-non-sara-ne-il-primo-e-nellultimo-caso-in-italia/

Sallusti in carcere? Non sarà né il primo e né l’ultimo caso in Italia

Chi diffama è giusto che paghi, ma è pur vero che questo provvedimento viene applicato tramite una legge fascista che a tratti punisce il reato di opinione come se si trattasse di rapine, furti con scasso, violenze carnali. L’Unione europea più volte ha raccomandato l’italia di conformarsi alle disposizioni europee.

EDITORIALE pubblicato da Carmine Zamprotta – 27 settembre 2012

[…] il caso di Alessandro Sallusti, di cui tanto si parla e si sparla, ci conferma che viviamo un periodo di censura strisciante, di caste che si proteggono con norme ad hoc per non essere attaccate. Un giornalista incarcerato fa sempre sensazione, ma è anche la conferma che il bavaglio è sempre a portata di mano. […] Sallusti non è e non sarà né il primo, né l’ultimo giornalista incarcerato, poiché la società del progresso e del benessere ha le sue regole, i suoi obiettivi, e guai a disturbare chi opera nell’ombra. […] Sono lontani i tempi delle grandi inchieste, dei presidenti e politici costretti alle dimissioni, della denuncia di guerre di potere per la conquista dei pozzi petroliferi, della denuncia del potere finanziario e delle banche. Anche la camorra, la mafia , la ndrangheta ha i suoi portavoce, pronti a screditare inchieste e magistrati, poliziotti e investigatori. […] questo pezzo può concludersi solo con un’altra frase di Giovannino Guareschi : Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione“. [NdItaliaCheRaglia: si, ma questo può accadere soltanto nelle dittature…]

http://www.corriere.it/cronache/12_settembre_26/sallusti-ricostruzione_b26408ac-080c-11e2-9bec-802f4a925381.shtml

LA RICOSTRUZIONE E GLI ARTICOLI INCRIMINATI

Sallusti, la storia che ha portato alla condanna

La vicenda della gravidanza interrotta di una tredicenne presentata come un aborto coattivo deciso dal giudice

26 settembre 2012

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/sallusti_condannato_farina_berlusconi/notizie/221921.shtml

Sallusti, Renato Farina confessa: ho scritto io l’articolo incriminato

27 Settembre 2012

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http://www.ilgiornale.it/news/interni/giurisprudenza-nel-resto-mondo-italia-caso-s-839508.html

La giurisprudenza nel resto del mondo: Italia caso a sé

Giacomo Susca – 21/09/2012

Ue, la Corte di Strasburgo: no ai cronisti in carcere

Anche l’Unione europea si è espressa chiaramente sul tema del carcere per i giornalisti. Da ultima, nell’aprile 2009 (ricorso 2444/07, Kydonis), la Corte europea di Strasburgo ha sentenziato: «Il carcere, ancora previsto in casi di diffamazione a mezzo stampa negli ordinamenti dei Paesi membri, ha un effetto deterrente sulla libertà del giornalista di informare», con conseguenze altrettanto negativo per la collettività che ha il diritto ricevere informazioni e opinioni. Una circostanza che avviene pure quando il carcere è convertito in ammende pecuniarie e la pena è sospesa. Le pene detentive per chi esercita la professione di giornalista non sono nemmeno compatibili con la libertà di espressione sancita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia, dice la Corte europea, il carcere potrebbe essere previsto solo per chi incita alla violenza o all’odio.

Gran Bretagna, materia depenalizzata presto anche sul web

Dal 2009 nel Regno Unito la diffamazione a mezzo stampa non è più un reato. La svolta rispetto al passato è avvenuta per mezzo del «Coroners and justice act», un’ampia riforma che introduce la depenalizzazione di tutti i reati che riguardano la sfera dell’opinione e della diffamazione (in particolare, « defamation, sedition and seditious libel, defamatory libel, obscene libel »). L’Inghilterra e Galles dunque si sono messi sulla strada della difesa totale della libertà d’espressione, con l’intenzione di estendere le stesse tutele anche al panorama dei media digitali.

Usa, in 33 Stati su cinquanta la diffamazione non è reato

Culla indiscussa del liberalismo, negli Usa la legge sulla diffamazione trae fondamento dal Common Low inglese e s’inserisce nel Primo emendamento alla Costituzione, in una linea di continuità che ha radici due secoli addietro. Per essere diffamante, il contenuto deve essere falso; per essere diffamante, il contenuto falso deve essere «motivato da intenzioni malevoli» ( motivated by malice ). E in 33 Stati su 50 il reato non è nemmeno perseguito. Insomma lo strumento della querela per diffamazione non deve mai deve trasformarsi in un bavaglio.

Svizzera, nessuna sanzione se c’è buona fede

Alle porte del nostro Paese la regolamentazione della fattispecie diffamatoria è molto diversa da quella italica. Qui «chiunque, comunicando con un terzo, incolpa o rendesospetta una persona di condotta disonorevole o di altri fatti che possano nuocere alla reputazione (…) è punito, a querela di parte, con una pena pecuniaria sino a 180 aliquote giornaliere ». Mai il carcere. Il giornalista inoltre non incorre in alcuna sanzione se prova di aver detto o divulgato cose vere oppure prova di avere avuto seri motivi di con­siderarle vere in buona fede.

Francia, il processo è penale come da noi, ma sfocia soltanto in un’ammenda

In Francia la diffamazione a mezzo stampa conserva profili penalistici, eppure la pena è praticamente sempre un’ammenda, il cui importo varia a seconda della qualifica della vittima offesa. Di recente l’ex presidente Sarkozy aveva annunciato una riforma per la depenalizzazione del reato, eppure il maggiore sindacato di giornalisti francese (Snj) s’era dichiarato contrario: «La procedura penale, infatti, è più vantaggiosa rispetto al procedimento civile. C’è una giurisprudenza, che inquadra il giudizio nell’ambito del rispetto delle libertà pubbliche fondamentali».

Svezia, la libertà d’espressione è legge costituzionale

La Scandinavia da anni vanta il primato tra i Paesi in cui si gode il massimo della libertà di stampa e di espressione, come ha certificato anche l’ultimo rapporto Freedom House e Reporter senza frontiere, che ha collocato Norvegia, Svezia e Finlandia sul podio ideale dell’informazione senza bavaglio. In Svezia, per comprenderci, la legge sulla libertà di stampa e di espressione è considerata fondamentale al pari di quelle sull’ordinamento costituzionale e l’ordine di successione dinastica. La diffamazione è punita con una sanzione solo pecuniaria.

Croazia, Serbia e Macedonia, basta punire le opinioni

Già nel 2006 la Croazia, che ambisce a far parte a pieno titolo dell’Unione europea, ha escluso il carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Così il Paese affacciato sull’Adriatico ha seguito del resto l’esempio di Serbia e Macedonia. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) ha negoziato con il governo una modifica in senso liberale della legge dopo che diversi cronisti locali avevano subito l’arresto.

Germania, multe anche pesanti però mai in prigione

In Germania, come in Francia, la diffamazione a mezzo stampa – e il correlato omesso controllo nel caso del direttore della testata – è considerata un reato penale piuttosto che un illecito civile. Nella giurisprudenza tedesca il giornalista che al termine dei gradi di giudizio venga ritenuto colpevole è assoggettato a una pena alternativa (sanzione pecuniaria) che può essere anche particolarmente ingente, ma mai condannato a scontare giorni, mesi o anni di carcere. Nella prassi, quindi, la diffamazione a mezzo stampa è ritenuto un reato di minor gravità.

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http://www.difesadellinformazione.com/leggi_e_provvedimenti/4/legge-n-47-del-1948-legge-sulla-stampa-/

Legge n. 47 del 1948 (legge sulla stampa)

[…] Art. 13 (Pene per la diffamazione)

Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000.

http://www.ilsoftware.it/articoli.asp?tag=La-diffamazione-non-giustifica-il-sequestro-di-un-sito_8453

La diffamazione non giustifica il sequestro di un sito

di Michele Nasi (12/03/2012)

Nelle scorse settimane fu grande il polverone sollevatosi in seguito al sequestro di Vajont.info, un sito web che offriva informazioni sul disastro che interessò, il 9 ottobre 1963, l’omonima diga e le cittadine del fondovalle veneto. In seguito alla pubblicazione di una frase, ritenuta diffamatoria, nei confronti degli On. Paniz e Scilipoti, fu ordinato il blocco dell’accesso al sito web mediante l’intervento su tutti i server DNS dei provider Internet italiani. In altre parole, tutte le richieste di risoluzione del nome a dominio Vajont.info furono automaticamente realizzate verso l’IP di loopback 127.0.0.1 (ved., a tal proposito, anche questo articolo).

Pur confermando la condanna del titolare del sito Vajont.info al versamento di 900 euro di sanzione e di 10.000 euro per la diffamazione nei confronti dell’On. Paniz, l’avvocato Fulvio Sarzana di S. Ippolito spiega la decisione presa dal Tribunale di Belluno che ha deciso per l’immediato dissequestro del sito web. Secondo quanto emerso, infatti, il blocco degli accessi per gli utenti italiani adottato attraverso il sequestro degli IP e l’alterazione dei record DNS a carico dei provider, “in caso di presunta diffamazione, deve ritenersi eccessivo rispetto al bene giuridico da tutelare“, osserva Sarzana che cita la conclusione dei giudici: il sequestro di un sito web deve cadere solo su una o più frasi offensive e solo nel caso in cui le frasi non siano state nel frattempo cancellate“. Il legale osserva che l’amministratore del sito web sulla tragedia del Vajont aveva già provveduto alla rimozione delle frasi definite “ironiche” comunicando il suo intervento, a mezzo fax, agli agenti della polizia postale.

Sarzana si sofferma su due principi fissati dal Tribunale bellunese: il GIP avrebbe dovuto disporre il sequestro solo della presunta frase diffamatoria e non dell’intero sito perché diversamente argomentando si porrebbero delle gravi questioni relative alla tutela della libertà del pensiero, di libertà di espressione e di stampa in quanto valori costituzionali protetti dall’art 21 della Costituzione. E continua: “il provvedimento di inibizione DNS e IP oggetto dell’ordine di esecuzione firmato dal pubblico ministero è eccessivo rispetto al fine da tutelare, ovvero l’onorabilità di qualsiasi individuo“.

Assoprovider, che aveva presentato ricorso alla decisione di sequestro, si è detta soddisfatta osservando che “un corretto rapporto di collaborazione degli addetti ai lavori con gli organismi preposti per legge a decidere su sequestri di siti web, permette di arrivare a provvedimenti che non danneggino soggetti che nulla hanno a che fare con i fatti oggetto delle indagini“. La situazione ingeneratasi fu infatti stigmatizzata da Assoprovider, associazione dei provider indipendenti. Da più parti, infatti, si fece notare come il blocco effettuatto a livello del singolo indirizzo IP bloccò di fatto decine di altri siti web (secondo le stime di Sarzana oltre 200) che nulla avevano a che fare con alcun tipo di reato. L’evento si verificò semplicemente perché l’indirizzo IP usato da Vajont.info era condiviso da molti altri siti web gestiti da soggetti completamente diversi.

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PETIZIONE:

http://www.petitiononline.com/proliber/petition.html

PER LA DEPENALIZZAZIONE DEL REATO D’OPINIONE E DEL SEQUESTRO PREVENTIVO DI SITI INTERNET PERSONALI E BLOG

Petizione per l’abolizione del sequestro preventivo di qualsiasi blog o sito internet personale e la depenalizzazione del reato d’opinione per riconoscere il mezzo Internet ed il mezzo blog quali manifestazioni del pluralismo dell’informazione e della libertà di parola. Oggi non ha più senso bloccare siti Internet personali e blog a causa di una possibile diffamazione. La libertà di parola è sacrosanta e sancita dall’articolo 21 della Costituzione Italiana che recita:”Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” Nel caso un qualsiasi cittadino si senta diffamato da un testo (da un’immagine o qualsivoglia forma di pensiero) pubblicato in un sito Internet od un blog e decida di procedere con una querela, il sequestro preventivo non deve attuarsi finchè le indagini o un tribunale non appurino la colpevolezza dell’autore del pensiero stesso. Invitiamo pertanto chi si sente leso a procedere con una risposta. La potenza di Internet è proprio questa: dare voce a chiunque voglia. Un sequestro preventivo adottato su Internet, come dimostrano moltissimi casi, è inutile e non può far altro che dare ancora più spazio e più voce a ciò che era stato oscurato o sequestrato.Un sito Internet personale o un blog sono vere e proprie manifestazioni di libertà di pensiero e il loro oscuramento preventivo o blocco preventivo sono manifestazioni della limitazione di tale libertà.
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Terremoto, sito web sequestrato. Quando l’informazione è “terrorismo”

di maurizio carena – 10 aprile 2009
[…] L’Italia è l’unico Paese occidentale a sottoporre il web ad una legislazione “antiterrorismo”. In Italia c’e’ tutta una tradizione di sequestri informatici, dal mega sequestro dei BBS a metà anni 90 sino al recente oscuramento di The pirate Bay dell’anno scorso, passando per le reiterate censure ad Indymedia e per le condanne per “stampa clendestina” on-line (caso Carlo Ruta). Questi provvedimenti polizieschi contro la libertà di espressione on-line si inseriscono in un quadro più ampio. Quello in cui quarto e quinto potere hanno sempre dovuto subire censura o autocensura, oppure perquisizioni, sequestri, processi e condanne. I casi di giornalisti “cartacei” condannati sono numerosi. Praticamente tutti coloro che hanno osato indagare o non inchinarsi ai poteri forti.Ricorderò solo quelli di Eugenio Scalfari (che aveva scritto sul tentato golpe del generale DeLorenzo); Indro Montanelli, (condannato per diffamazione nel 1989 in seguito ad una querela del gerarca democristiano DeMita); Marco Travaglio (querelato da Previti per un articolo apparso sull’Espresso dell’ottobre 2002, in cui si evidenziavano i legami tra Forza Italia e la mafia). E, si noti bene: giornalisti “condannati” NON smentiti. Giornalisti condannati per aver detto la verità, dove “verità ” sta per “informazione sgradita al potere”. La tv, rispetto ai giornali, è sempre stata più controllata e piegata a logiche di potere. Il “manuale Cencelli” prima e il duopolio poi (oggi addirittura monopolio!) hanno garantito un ferreo controllo della casta politica sul medium piu’ amato dagli italiani, diventato oggi il supremo organo di propaganda del regime. Pochi i casi di giornalisti “devianti”.Tra questi pochi ricordiamo la condanna alla trasmissione AnnoZero inflitta da un giudice di pace di Roma nel marzo 2008, dove il conduttore Santoro si e’ reso colpevole di aver trasmesso l’inchiesta della BBC “Sex crimes and the Vatican”: una colpa assai grave. L’autocensura di Mediaset richiederebbe un articolo a parte; ricordiamo solo lo stop del dicembre 2005 alla messa in onda del “film di Nassiriya“, un filmato girato da un militare italiano nell’agosto del 2004 e trasmesso da Rainews24. Questa e’ la tradizione italiana circa la liberta’ di espressione.
oggi:
  • Leggi antiterrorismo “Pisanu”.
  • “Reati a mezzo stampa”.
  • Ordine dei giornalisti di matrice fascista.
  • “Registrazione” presso l’autorita’.

ieri:

  • Indice dei libri proibiti.
  • Inquisizione.
  • “Autorizzazione” concessa dall’autorita’ (Statuto albertino).

Ieri la censura si chiamava censura. Oggi la censura non si chiama più censura: si chiama filtraggio. Non abbiamo più la censura, nel senso che il sistema ci ha tolto la parola per chiamarla, per pensarla. Ed è piu’ difficile combattere una cosa che non c’è. […]

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Libro “Lo scimmione intelligente. Dio, natura e libertà” di Edoardo Boncinelli e  Giulio Giorello 

Che animale è un Homo sapiens? Cosa lo distingue dagli altri? La libertà? Oppure questa è un’illusione? Sono domande che ci poniamo da secoli: su libero arbitrio e predestinazione si è consumata la frattura tra Cattolicesimo e Riforma; di uomo-macchina e determinismo ha discusso la filosofia tra il Seicento e l’Ottocento, poi è arrivato Darwin con la sua “pericolosa idea” dell’evoluzione; nel Novecento tutto è sembrato dipendere dai geni; i progressi delle neuroscienze hanno spostato l’indagine all’interno del cervello. Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello fanno il punto sullo stato attuale della ricerca e analizzano i limiti teologici, fisici, etici e biologici che condizionano l’individuo. Il risultato è una nuova concezione di libertà: non più un dono dato per scontato, ma un processo strettamente legato alle nostre azioni. L’uomo costruisce la sua libertà giorno dopo giorno e poco importa se agisce contro Dio e la natura o se accetta le loro regole, perché, alla fine, non siamo altro che il prodotto delle nostre scelte.
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Libro “Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso” di Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’Eril, Giulio E. Vigevani

Se tutti i giornalisti si limitassero a pubblicare le notizie “ufficiali”, provenienti dalle fonti istituzionali o dai diretti interessati, l’informazione sarebbe non solo più povera, ma soprattutto più “prona”. Sarebbe però indenne da ogni rischio. Succede tuttavia che, per garantire informazione di interesse pubblico, ogni giornalista debba trasformarsi in un bravo segugio, che le notizie se le va a cercare. Inizia qui un acrobatico districo nel mondo delle regole, tra il diritto di informazione, la libertà d’espressione, il diritto alla privacy, la diffamazione. Innumerevoli casi di cronaca ci dicono continuamente della tensione tra ciò che può e non può essere detto o scritto, tra ciò che è informazione e ciò che è insinuazione, tra ciò che è giornalismo e ciò che è puro gossip. Le norme in materia sono complesse e di difficile interpretazione: di fatto è praticamente impossibile oggi far bene questo mestiere senza finire sotto processo.
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Aggiornamento del 28 novembre 2012:

Ddl diffamazione: bocciata “salva-Sallusti”; ira del Pdl,  “vince fronte carcere”

27 NOV 2012

(AGI) – Milano, 27 set. – Il Senato boccia, con 123 voti contrari, il “cuore” della legge sulla diffamazione (definita salva-Sallusti), cioè l’articolo 1 del provvedimento che prevede il carcere fino a un anno per i giornalisti ma non per il direttore della testata, proprio nel giorno in cui, contro la volontà del condannato, la Procura di Milano chiede i domiciliari, e non il carcere, per Alessandro Sallusti. […] Il ddl “è morto così”, dice il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiario; soddisfatta il capogruppo Pd in commissione giustizia, Silvia Della Monica (“Muore una legge inutilmente liberticida e gravemente incostituzionale”). […]. Non appare soddisfatto il diretto interessato: “Io evito il carcere, ma non posso non pensare ai tanti che sono dentro in attesa di un giudizio, e non vorrei essere passato davanti a qualcuno”. Sallusti, 55 anni, era stato condannato in via definitiva a un anno e 2 mesi di reclusione il 17 giugno 2011 dalla Corte d’appello di Milano per diffamazione a mezzo stampa, per un articolo scritto da Renato Farina alias Dreyfus, pubblicato nel febbraio 2007 su Libero, di cui all’epoca era direttore. Il 26 settembre 2012 la Corte suprema di Cassazione ha confermato in via definitiva la sentenza.

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Aggiornamento del 25 dicembre 2014:

http://www.repubblica.it/politica/2014/12/19/news/milella_su_diffamazione-103290831/

Diffamazione, Renzi non può firmare una legge che fa male alla stampa

Le nuove norme saranno approvate dopo le feste. E hanno un solo obiettivo: dare una stangata ai giornalisti. Perchè la politica vuole celebrare il funerale delle notizie?

di LIANA MILELLA – 19 dicembre 2014

Uno spettro si aggira per Montecitorio, la nuova legge sulla diffamazione. Pronto a colpire giornali e siti web, negando agli uni e agli altri la libertà di fare cronaca e dare giudizi e interpretazioni. Pronto a imporre una rettifica capestro. Pronto a battere cassa duramente. Sull’altare del carcere che scompare  –  per una diffamazione grave non si andrà più in galera  –  la categoria dei giornalisti sta per essere messa in riga in un clima di indifferenza generale che preoccupa. Passate le feste, la politica imporrà una cattiva legge, già votata al Senato, che si pone un solo obiettivo: stangare la stampa per imbavagliarla, regolare un conto antico, costringere di fatto i direttori a non pubblicare notizie che “costerebbero” troppo. Addirittura fino a 50mila euro, una cifra insostenibile in tempi di grave crisi come quella che la stampa sta attraversando.

Dieci domande. La prima domanda da porsi è questa: la futura legge è necessaria? La seconda: per evitare il carcere, che non è la prassi ma un’assoluta rarità, i giornalisti possono pagare un prezzo così alto? La terza: perché non si può fare una legge semplice, di un solo articolo con su scritto “è abolito il carcere” e fermarsi qui? La quarta: perché si impone una multa da 10 a 50mila euro? La quinta: perché le rettifiche devono essere prese per oro colato e pubblicate senza commento? La sesta: non sono pochi due giorni di tempo per pubblicare la rettifica? La settima: possono essere trattati allo stesso modo i quotidiani, i libri, i siti web, i semplici blog? L’ottava: perché, in una legge sulla diffamazione, viene inserito il diritto all’oblio e s’impone ai siti di cancellare in tutta fretta le notizie presuntamente diffamatorie? La nona: perché il principio della querela temeraria, la richiesta di una cifra spropositata rispetto a quanto si è scritto o detto, non viene inserito correttamente? La decima: com’è possibile che una maggioranza politica in cui il Pd è l’azionista più forte, che esprime addirittura un premier potente come Renzi, consenta di mettere il bavaglio ai giornalisti?

La fine del web libero. Di queste dieci domande l’ultima è sicuramente quella su cui è un dovere riflettere. Perché non è accettabile che chi dovrebbe avere più a cuore degli altri un giornalismo libero e scevro da paure e da auto censure, lavori invece per il disegno opposto. Perché è inutile girarci intorno: se questa legge sarà approvata, così come la possiamo leggere adesso negli stampati della Camera, ci sarà un solo e immediato risultato. Una stampa sul chi vive, editori che imporranno ai propri direttori di essere molto più attenti di prima a pubblicare notizie scomode e che potrebbero produrre diffamazioni da migliaia di euro, visto che a rispondere, e poi a pagare, non sarà il singolo autore dell’articolo, ma anche il direttore che lo ha autorizzato. Un direttore responsabile di tutto, anche di poche righe non firmate. Sarà la fine del web libero. Perché l’obbligo della rettifica continua e immediata ne stroncherà la stessa natura di informazione in continuo movimento. La battaglia per resistere alle richieste di cancellare definitivamente le notizie sarà talmente distruttiva da corrodere la forza stessa di chi fa informazione online. Sull’altare del carcere che non c’è più celebreremo il funerale delle notizie. Ma ne vale davvero la pena? Renzi e il Pd hanno il dovere di chiederselo.

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Aggiornamento del 12 febbraio 2015:

http://www.lamezialive.it/rsf-litalia-al-73-posto-per-liberta-di-stampa-nel-rapporto-e-citata-la-ndrangheta/

Rsf: l’Italia al 73° posto per libertà di stampa. Nel rapporto è citata la ‘ndrangheta

Tra le cause: le frequenti minacce ai giornalisti da mondo criminale e politico
Solo lo scorso anno ci si rallegrava perché secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontières – l’organizzazione che monitora lo stato della libertà di informazione a livello globale – in Italia la libertà di stampa, rispetto all’anno precedente, aveva guadagnato ben 9 punti piazzandosi al 49°posto su 180 paesi nella classifica mondiale.
Oggi lo stesso rapporto di Rsf certifica che non abbiamo più alcun motivo per esultare perché la musica è cambiata: l’Italia rispetto all’anno precedente perde ben 24 posizioni e va a collocarsi al 73esimo posto. Sopra di noi la Moldavia, un punto sotto il Nicaragua. […]

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