La relazione è interessante nel suo complesso. In generale, le condizioni della sanità italiana sono tutto sommato buone, nonostante tutti gli sprechi e le truffe a carico del sistema sanitario nazionale (vedi articolo “Quanto ci costano le truffe sanitarie? Tanto, troppo…“). In particolare, vorremmo far emergere due dati:

  1. L’aumento dell’età media delle madri, con conseguenti rischi per la salute del nascituro, un fenomeno che sarà necessario contrastare attraverso politiche di sostegno alla famiglia (vedi articolo “Welfare all’italiana: siamo il paese più anti-famiglia d’Europa!“);
  2. L’utilizzo eccessivo del parto cesareo rispetto alla media europea, un fenomeno che si spiega in parte con una scarsa conoscenza da parte delle future madri, la cui responsabilità ricade necessariamente sugli stessi operatori del settore, ed in parte con l’incentivo economico riservato alla procedura di parto cesareo che fa gola, in particolare, alle cliniche private.

 L.D.

Qui potete trovare la relazione sullo stato sanitario del paese:

La Relazione sullo Stato Sanitario del Paese è un prezioso osservatorio sulla salute degli italiani, come pure sullo sviluppo e l’evoluzione delle nostre politiche sociosanitarie, da un punto di vista sia assistenziale, sia della ricerca di base e clinica. I continui progressi nel campo della biomedicina offrono cure e terapie sempre più appropriate ed efficaci, ma al tempo stesso pongono problematiche inedite che superano i confini della medicina così come tradizionalmente percepiti, per investire ambiti più propriamente culturali, antropologici, economici e sociali, soprattutto nel nostro tempo incerto segnato dalla grave crisi economica internazionale e dal pesante debito pubblico con cui l’Italia deve fare i conti. Oggi più che mai bisogna operare scelte ben ponderate, che da un lato permettano di non sprecare risorse, ma dall’altro assicurino un’adeguata presa in carico delle persone che versano in condizione di maggiore fragilità. Il nostro sistema sanitario, apprezzato a livello internazionale proprio per la sua capacità inclusiva, dovrà essere in grado di misurarsi con i mutamenti senza perdere le sue migliori caratteristiche. L’approvazione parlamentare della legge sulle cure palliative, per esempio, è stata certamente una risposta forte alla domanda di vivere con dignità, fino agli ultimi momenti, i percorsi di malattia che non giungono a guarigione; ma la sua applicazione non potrebbe essere piena se mancasse quella trama solidale di relazioni parentali e amicali intorno al malato terminale. Si tratta di reti spontanee che sicuramente possono essere promosse, sostenute, tutelate dalle varie istituzioni, locali e nazionali, e da iniziative politiche efficaci, ma che nascono solamente dalla coscienza di appartenere, tutti, alla medesima comunità umana, che condivide lo stesso destino, e che ha a cuore, come bene primario, il valore della vita sempre e in tutte le condizioni. Per questo è stato importante il lavoro delle Associazioni dei familiari di persone in stato vegetativo, che ha portato alla pubblicazione, da parte del nostro Ministero, di un libro bianco che racconta prima di tutto la condizione umana di chi vive questa esperienza, descrivendo allo stesso tempo i bisogni clinici, medici, economici e di assistenza delle famiglie che hanno una persona cara in questa situazione di disabilità estrema. Un contributo unico nel suo genere, che è stato il punto di partenza per la stesura dell’accordo tra Stato, Regioni ed Enti locali concluso nel maggio di quest’anno, con cui sono state disegnate le “linee di indirizzo per l’assistenza alle persone in stato vegetativo e di minima coscienza”, al fine di migliorare e uniformare il più possibile nel Paese le modalità di assistenza e recupero delle persone che si trovano ad attraversare il lungo cammino per uscire dal coma. Il testo dell’accordo, infatti, cita esplicitamente il contributo delle Associazioni dei familiari all’attuazione del percorso di cura indicato dal documento stesso, in collaborazione con le Istituzioni. Anche l’azione sul fronte materno-infantile si è svolta con la medesima particolare attenzione alle situazioni sociali e alle conseguenze non solo assistenziali, ma anche economiche e culturali delle politiche sanitarie intraprese. La campagna di promozione dell’allattamento materno, per esempio, proposta dal Comitato multisettoriale per l’allattamento materno in occasione della festa della mamma, si è svolta interamente sul territorio, scegliendo alcune tra le Regioni italiane che presentano particolari criticità in questo ambito. Il villaggio mobile che ha attraversato importanti città e Province meridionali è stato il punto di riferimento per operatori locali del settore sanitario dei servizi materno-infantili, ma anche per cittadini e amministratori i quali, insieme agli esperti del Ministero, hanno proposto incontri e materiale informativo, consulenze di specialisti e collegamenti con le associazioni attive sul territorio. La campagna si è concentrata sul rapporto diretto tra gli operatori e le famiglie, genitori ai quali è stato proposto l’allattamento materno non solo in quanto ineguagliabile nutrimento per ogni bambino, ma anche come momento privilegiato per il rapporto del neonato con la sua mamma e, di conseguenza, con il papà. Il continuo miglioramento e la costante promozione del percorso nascita ha avuto come risultato il primato del nostro Paese nella lotta alla mortalità materna, che ha raggiunto il valore minore fra tutti quelli certificati e pubblicati in autorevoli riviste scientifiche internazionali, nonostante i dati mostrino un ricorso al parto cesareo in Italia eccessivo e superiore alle reali necessità, specie in alcune Regioni. Si è giudicato opportuno, quindi, un intervento mirato per limitare questi interventi solo ai casi in cui sia evidente la loro appropriatezza. L’accordo tra Stato, Regioni ed Enti locali con cui è stato approvato il documento “Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo” ha significato una serie di misure volte a migliorare l’appropriatezza dell’intero percorso nascita, con particolare attenzione alle politiche sanitarie locali e a una compiuta integrazione fra territorio e ospedale. Le dieci linee che descrivono l’accordo siglato fra autorità sanitarie centrali e regionali comprendono anche la costituzione di un organismo con il compito di monitorare e coordinare permanentemente l’attuazione delle linee di indirizzo: si è definita, in questo modo, una sorta di “osservatorio” del percorso nascita, che nel tempo sarà sempre più il riferimento delle politiche materno-infantili per quanto riguarda il coordinamento fra centro e territorio. Occuparsi di materno-infantile significa anche sorvegliare l’attuazione di norme e di comportamenti che riguardano le maternità negate. La commercializzazione nel nostro Paese della pillola abortiva nota come Ru486 ha introdotto un nuovo metodo di interruzione volontaria di gravidanza precoce, mediante procedura farmacologica. Anche in questo caso il Ministero ha emanato linee di indirizzo per garantire che le nuove tecniche si affermino nel pieno rispetto della Legge 194, garantendo una costante tutela della salute fisica e psicologica della donna. Le indicazioni ministeriali, basate su tre pareri diversi del Consiglio Superiore di Sanità, interrogato più volte a riguardo, consentono un monitoraggio scrupoloso di una procedura che, se non gestita con la necessaria attenzione, potrebbe scivolare verso forme di aborto domiciliare, sfociando in prassi che possono mettere a rischio la salute femminile. L’indicazione del ricovero ospedaliero ordinario per tutta la durata del processo abortivo, dall’assunzione del prodotto fino all’espulsione dell’embrione, è la condizione fondamentale perché questa procedura abortiva avvenga nelle migliori condizioni di sicurezza per la donna. Il dato positivo del continuo e costante calo delle interruzioni volontarie di gravidanza nel nostro Paese non deve farci abbassare la guardia, ma piuttosto incoraggiare le politiche di sostegno delle maternità difficili. Continuano ad aumentare le nascite a seguito di interventi di procreazione medicalmente assistita: cresce il numero delle coppie che ha accesso a tali tecniche, dei cicli di trattamento somministrati e dei bambini nati. Se, da un lato, questo andamento significa un buon funzionamento della Legge 40 che regolamenta questo settore, e testimonia il buon livello professionale degli operatori, al tempo stesso non può non preoccupare l’aumento di coppie sterili e infertili del nostro Paese. Importanti, dunque, le campagne informative mirate a rendere più coscienti le coppie, e specialmente le donne, sulle reali aspettative che si debbono nutrire nei confronti di queste tecniche, perché i limiti biologici alla procreazione, a cominciare da quello dell’età, non sempre sono superabili. La trasparenza e la correttezza delle informazioni, in un campo come questo, sono indispensabili per evitare dolorose illusioni e per operare scelte il più possibile consapevoli. Il recepimento di direttive europee a garanzia della qualità, sicurezza e tracciabilità di cellule e tessuti a uso clinico, applicate per la prima volta al settore della procreazione medicalmente assistita, ha significato la formulazione di requisiti che consentono ai centri PMA di adeguarsi agli alti standard di qualità richiesti dalla Comunità Europea. Il graduale inserimento di queste indicazioni all’interno delle Linee guida della Legge 40 costituirà un’ulteriore garanzia per la salute dei cittadini.

On. Eugenia Roccella
Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute

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[…] Continua l’invecchiamento delle madri: il 5,7% dei nati ha una madre con almeno 40 anni, mentre prosegue la diminuzione dei nati da madri di età inferiore a 25 anni. […] L’età media della madre è di 32,4 anni per le italiane, mentre scende a 28,9 anni per le cittadine straniere. L’età media al primo figlio è per le donne italiane quasi in tutte le Regioni superiore a 31 anni con variazioni sensibili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 27 anni. […] Secondo i dati del CeDAP, il 37,8% dei parti avviene con taglio cesareo (38,4% è il dato delle SDO), con notevoli differenze regionali che, comunque, evidenziano che in Italia vi è un ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. Rispetto al luogo del parto, si registra un’elevata propensione all’utilizzo del taglio cesareo nelle case di cura accreditate, in cui si registra tale procedura in circa il 60,5% dei parti, contro il 34,8% negli ospedali pubblici. Il parto cesareo è più frequente nelle donne con cittadinanza italiana rispetto alle donne straniere: nel 28,4% dei parti di madri straniere si ricorre al taglio cesareo, mentre si registra una percentuale del 39,8% nei parti di madri italiane. […] In questa prospettiva, è indispensabile una strategia molteplice di intervento, in grado di coniugare misure di programmazione sanitaria finalizzate all’incentivazione delle buone pratiche e al contenimento degli eccessi, con iniziative educazionali e formative finalizzate al miglioramento dell’appropriatezza nelle scelte assistenziali e quindi volte a modificare l’atteggiamento degli operatori sanitari e delle donne rispetto all’utilizzo del taglio cesareo. […]

La normativa italiana definisce l’aborto spontaneo come l’interruzione involontaria della gravidanza che si verifica entro 180 giorni di gestazione, cioè 25 settimane e 5 giorni. I dati sono raccolti dall’Istat tramite il modello Istat D11. Nel 2007, il numero di aborti spontanei presenta un incremento importante rispetto all’anno precedente: il numero di casi passa da 74.117 del 2006 a 77.129 del 2007 (+4,1%); di conseguenza, il rapporto di abortività cresce da 131,4 aborti spontanei per 1.000 nati vivi a 135,7 per 1.000 nati vivi. […] Tale andamento può essere in parte spiegato dalle differenze territoriali nell’età media al matrimonio e al parto e di conseguenza all’aborto spontaneo. Come evidenziato in numerosi studi, l’età avanzata della donna è un fattore associato a un rischio di aborto spontaneo più elevato. I rapporti di aborti spontanei specifici per età aumentano al crescere dell’età della donna, a esclusione delle giovanissime (età < 20 anni), che hanno valori superiori a quelli delle donne della fascia 20-29 anni. In particolare, un rischio significativamente più elevato di abortire spontaneamente si nota a partire dalla classe 35-39 anni, quando il valore dell’indicatore supera del 64% quello riferito alla classe d’età precedente e si quadruplica nelle donne sopra i 39 anni. […]

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http://oggiscienza.wordpress.com/2012/09/21/alsud-piu-tagli-cesarei/

Al sud più tagli cesarei

Pubblicato da Roberto Cantoni su 21 settembre 2012

SALUTE – Aumentano i tagli cesarei al Sud Italia. Uno studio dell’Università politecnica delle Marche, di Ancona, dimostra che, nonostante le raccomandazioni dell’Istituto mondiale di sanità di mantenere i cesarei tra il 5 e il 15% delle nascite, la loro frequenza continua a salire anche in paesi dotati di sufficienti servizi medici. In Italia, in particolare, i cesarei hanno raggiunto una percentuale elevatissima, il 38%: si tratta del dato più alto in Europa. Un gruppo di ricercatori dell’ateneo marchigiano ha valutato su scala nazionale i parametri socioeconomici e clinici di chi viene sottoposto a cesareo per scelta o per obbligo, e ha cercato di capire se tali parametri differissero tra donne con una preferenza a priori, rispettivamente, per il parto naturale e il cesareo. […]

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/la-sanita-e-gli-sprechi-del-parto-cesareo/177687/

La Sanità e gli sprechi del parto cesareo

di Francesca Moccia | 15 dicembre 2011

[…] emerge che quasi il 40% dei parti avviene con taglio cesareo, con notevoli differenze tra le Regioni, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica che dovrebbe essere il 15-20%. Se poi vediamo cosa accade nelle case di cura private accreditate, la percentuale di cesarei sale addirittura al 60%.

Che cosa significa tutto ciò? Diciamo che le ragioni sono diverse, alcune fisiologiche (le donne italiane partoriscono tardi), altre patologiche (un cesareo è più remunerativo per un ospedale rispetto a un parto fisiologico, è più facilmente programmabile e viene percepito come migliore strumento di medicina difensiva). Se poi aggiungiamo che spesso sono le donne stesse che lo chiedono perché temono il dolore e non possono usufruire dell’analgesia epidurale, e perché pochi spiegano loro che un cesareo è un vero e proprio intervento chirurgico e come tale ha di per sé dei rischi, il quadro è chiaro. E questo è anche un esempio dello spreco di risorse economiche che avviene nella nostra sanità, e la Relazione del ministro lo spiega bene, portando altri dati interessanti sui ricoveri inutili. […]

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/inappropriato-parto-cesareo-ministero-manda-ispezioni-tutta-italia/190630/

“Uso inappropriato del parto cesareo”: il ministero manda ispezioni in tutta Italia

I carabinieri del Nas, su indicazione del ministro della Salute Balduzzi, effettueranno controlli nelle strutture sanitarie pubbliche e private. In Campania la percentuale di parti non naturali supera il 60%. Sospetto sugli istituti accreditati e privati: un taglio viene pagato con una cifra nettamente superiore rispetto a quella corrisposta per un parto naturale

di Adele Lapertosa | 11 febbraio 2012
[…] il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha deciso di inviare i carabinieri dei Nas a fare controlli a campione nelle strutture sanitarie pubbliche e private. Obiettivo: accertare un eventuale utilizzo “non appropriato” del cesareo in corsia. Che il parto chirurgico continui a praticarsi in modo inappropriato lo si sa da tempo e lo confermano gli ultimi dati della commissione d’inchiesta sugli Errori sanitari di Leoluca Orlando e del ministero della Salute. Nel 2010 la percentuale di cesarei ha mostrato solo una lieve diminuzione: l’incidenza è stata del 38,2% contro il 38,4% nel 2009 e il 38,3% del 2008. I valori massimi di cesarei sono stati registrati in Campania (61,6%) e Sicilia (52,8%), e cifre superiori al 40% si rilevano in tutte le regioni del centro-sud, ad eccezione della Sardegna. ‘Migliori’ i valori di alcune regioni del Nord, che si collocano notevolmente al di sotto della media nazionale, come Friuli-Venezia Giulia (24%), Toscana (26%), Trentino Alto Adige (25%). E proprio il divario tra le Regioni é, secondo Balduzzi, un aspetto “assolutamente intollerabile. Si passa – rileva – dal 23% del Friuli al 62% della Campania. E senza che un maggiore ricorso al cesareo porti a un miglioramento degli esiti clinici”. Differenze che si riscontrano anche tra strutture pubbliche e private: la maggior frequenza di tagli cesarei si ha infatti nei centri nascita privati (61% nelle case di cura private accreditate e 75% in quelle non accreditate) rispetto a quelli pubblici (35%). Varie le cause alla base di questo grande ‘amore’ degli ospedali italiani per il cesareo, che tra l’altro presenta un rischio di complicanze maggiore del 10% rispetto al parto naturale. La prima è di carattere economico: un taglio cesareo viene pagato alle singole realtà ospedaliere come operazione chirurgica, cioè con una cifra nettamente superiore rispetto a quella corrisposta per un parto naturale. Inoltre, quasi la metà dei punti nascita effettua meno di 500 parti all’anno, il che implica una minore sicurezza e una maggiore propensione al cesareo da parte dei medici per evitare possibili contenziosi poi. Altro dato è che solo il 16% delle strutture ospedaliere offre gratuitamente il servizio di analgesia epidurale alle pazienti, le quali spesso chiedono il cesareo proprio per paura del dolore del parto. Eppure, proprio a fine gennaio l’Istituto superiore di sanità ha pubblicato le nuove linee guida sul parto chirurgico, in cui si spiega chiaramente che sono solo tre le situazioni in cui bisogna ricorrervi: quando il feto è in posizione podalica (situazione che si registra nell’8% dei casi come media nazionale, ma con punte che arriverebbero al 21% in Campania e 10% in Sicilia), quando la placenta copre il passaggio del feto nel canale del parto e se la madre è diabetica e il feto pesa più di 4,5 chili.

Altrimenti, senza altre controindicazioni, affermano le linee guida, il parto naturale è preferibile per il benessere della donna e del bambino. […]

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PER CONSULTARE LE LINEE GUIDA DEL MINISTERO DELLA SALUTE:

http://www.salute.gov.it/saluteDonna/paginaInternaMenuSaluteDonna.jsp?id=1803&menu=nascita

Parto cesareo

In Italia il ricorso al taglio cesareo è in continuo aumento: si è passati dall’11% del 1980 al 38% del 2008, ben al di sopra dei valori rilevati negli altri paesi europei. Si registra, inoltre, una spiccata variabilità su base interregionale, con percentuali tendenzialmente più basse nell’Italia settentrionale e più alte nel Sud, probabile indizio di comportamenti clinico-assistenziali non appropriati.

Inoltre, non sono disponibili prove a sostegno di un’associazione tra il maggiore ricorso alla pratica chirurgica e una riduzione del rischio materno-fetale, né tanto meno di miglioramenti significativi degli esiti perinatali. Al contrario, i dati disponibili riportano una più alta mortalità perinatale nelle regioni meridionali del paese, dove la percentuale di tagli cesarei è più elevata.

Sulla base di queste considerazioni, il Sistema nazionale per le linee guida dell’Istituto superiore di sanità (SNLG-ISS) ha elaborato una linea guida sul taglio cesareo, con l’obiettivo di migliorare la comunicazione tra le donne e gli operatori sanitari e favorire scelte consapevoli e condivise sul parto.
I principali temi trattati riguardano le informazioni da offrire alle gestanti sulle modalità di parto, i contenuti e i tempi di acquisizione del consenso informato, e l’eventuale richiesta materna di taglio cesareo in assenza di motivazioni cliniche.

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Aggiornamento del 26 gennaio 2015:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/24/fecondazione-eterologa-in-itali-mancano-donazioni-ovociti-boom-richieste-allestero/1363083/

Fecondazione, mancano le donazioni di ovociti. Boom di richieste all’estero

La gran parte dei centri di fecondazione assistita sta stringendo contratti di collaborazione scientifica con varie banche di gameti europee, in particolare di Spagna, Grecia e Danimarca. Donare è un percorso molto impegnativo: “Finché non sarà previsto un rimborso o un premio di solidarietà per la donatrice – piega Elisabetta Coccia, presidente di Cecos Italia – così come avviene all’estero, non riusciremo mai ad avere donatrici”

 […] Il punto, precisa Coccia, “è che la donazione di ovociti da parte di donne che fanno la fecondazione omologa, ovvero l’egg-sharing, non è sufficiente e pone anche dei problemi per l’età elevata delle donatrici italiane”, mentre nei centri esteri è tra i 20 e 35 anni. E più è giovane la donna, migliore sarà la qualità dei suoi ovociti e le probabilità di successo di una fecondazione. […]

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