Riportiamo questa indagine sulla percezione della crisi nelle giovani generazioni di italiani in età scolastica. I dati che mi lasciano un po’ perplessa sono i seguenti:

  • solo la metà dei genitori cerca di coinvolgere i figli, di responsabilizzarli sui problemi che la crisi economica pone alla famiglia;
  • i genitori cercano di proteggere i figli: anche nel caso in cui la crisi economica pone problemi gravi alla famiglia, una quota non trascurabile di genitori (il 21,3%) cerca di non coinvolgere i figli;
  • solo il 30% dei ragazzi la cui famiglia ha problemi gravi ha avuto un grosso cambiamento nel suo stile di vita (solo il 6% dei ragazzi intervistati ha dichiarato che la paghetta che ricevono dai genitori gli è stata ridotta parecchio o tolta; anche nel caso di problemi gravi, ai giovani non viene quasi mai negata la propria liquidità; per quanto riguarda le attività ricreative, come la discoteca, lo sport e il mangiare fuori, solo una percentuale molto piccola dei giovani intervistati ha rinunciato ad esse);
  • i giovani delle famiglie più colpite reagiscono con rabbia, paura, senso di impotenza, mentre quelli provenienti da famiglie poco o nulla colpite sono indifferenti e non esitano a dichiarare che i destini generali del paese non li riguardano.

Innanzitutto, mentre da una parte può essere giusto non scaricare eccessivamente sui figli il peso dell crisi, dall’altra ritengo sbagliato il fatto di proteggerli e di agire come se la crisi per loro non dovesse esistere, o comunque come se esulasse dai loro interessi. Penso che questo sia un grave errore dal punto di vista educativo: i giovani tra i 15 ed i 20 anni, come quelli che sono stati intervistati nello studio qui citato, hanno ormai raggiunto un’età nella quale non possono più essere considerati come dei bambini. Perciò, in qualità appunto di persone dotate di ragione e coscienza, nonchè molto prossime all’età adulta, dovrebbero essere sensibilizzati e responsabilizzati, sia sui problemi della famiglia che sui problemi del paese, indipendentemente dal grado di impatto della crisi sulle condizioni economiche della famiglia (mentre in molti casi, come dimostra lo studio, chi non è stato colpito dalla crisi mostra un atteggiamento di totale indifferenza).

Il livello di educazione ed istruzione passa anche attraverso il contatto diretto con la realtà. Penso che non solo i genitori e le famiglie dovrebbero assumersi l’impegno di coinvolgere e di far interessare i figli alla realtà che ci/li circonda, ma penso che anche, anzi soprattutto, la scuola stessa dovrebbe fare lo stesso. Proprio nelle scuole bisognerebbe iniziare a trattare tematiche di attualità, argomenti di politica, economia, sociologia e quant’altro. Gli insegnanti dovrebbero educare i giovani studenti ad interessarsi alla realtà che li circonda, in modo tale che, una volta usciti da scuola, essi siano perfettamente a conoscenza delle condizioni del paese nel quale, nella maggior parte dei casi, dovranno vivere per tutto il resto della loro vita, in modo tale, una volta conclusi gli studi, essi abbiano già tutti gli strumenti intellettuali necessari per informarsi e tenersi aggiornati sugli eventi esterni in completa autonomia.

La politica e l’economia non devono essere percepite come delle entità astratte e lontane dalla realtà: esse costituiscono e sono parte integrante della realtà, da cui deriva, come diretta conseguenza, il fatto che la loro conoscenza dovrebbe rappresentare una parte solida e fondamentale delle nozioni di qualunque cittadino. Per questi motivi, mi piacerebbe che nelle scuole medie superiori venisse introdotta una materia, non di studio ma di dibattito, che potrebbe chiamarsi appunto “Attualità”, nella quale trattare argomenti di politica interna ed estera, economia e sociologia, attraverso la quale formare i ragazzi nella presa di coscienza della realtà.

Altrimenti il rischio qual è? Quello di illudere i ragazzi di trovarsi in una sorta di paese dei balocchi, fatto solo di divertimenti e totale assenza di problemi. Ma la realtà non è così: come noi adulti sappiamo bene, la realtà è piena, anzi stracolma, di problemi. Sono convinta che sarebbe davvero molto utile, per tutti quanti, se i giovani uscissero da scuola già pronti, sia culturalmente che psicologicamente, ad affrontare questa mole ingente di problemi. Trovo inconcebile il fatto che, come invece ora accade, essi concludano i loro studi superiori sapendo poco o nulla del mondo che li circonda. La realtà, con tutto il peso dei suoi problemi, inevitabilmente gli potrebbe crollare addosso, in modo più o meno violento, ed i più deboli potrebbero crollare in breve tempo sotto tutto il suo peso.

L.D.

Indagine “Minori, mass media e crisi economica – Indagine sulla percezione che i giovani hanno della crisi e sull’influenza di questo fenomeno nei loro consumi e stili di vita” – 2009

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Libro “I figli non crescono più” di Paolo Crepet

Molti adolescenti di oggi non si sentono spinti a camminare da soli. A rischiare. Provare emozioni, ribellioni, responsabilità. In questo libro, rivolto ai giovani ma anche ai loro genitori e insegnanti, Paolo Crepet affronta una delle più forti ipoteche sul futuro della società. E cerca di suggerire i possibili rimedi, che coinvolgono prima di tutto l’educazione e la scuola.

Ecco un breve brano tratto dal libro, come prova tangibile delle lacune educative che si stanno verificando nel nostro Paese e del fatto che le nostre giovani generazioni non stanno venendo adeguatamente responsabilizzate, nè dai genitori e nè dalla scuola:

“Le ragioni del declino sociale ed economico del Paese non sono dunque nascoste soltanto nella globalizzazione o nell’improbabile concorrenza di Paesi dell’estremo Oriente, una ragione profonda, quasi indicibile, ha invece a che fare con ciò che abbiamo voluto e saputo trasformare e con ciò che abbiamo voluto mantenere. Una radice che s’insinua e ramifica fin dentro le nostre case, nei salotti, nelle camere dei nostri figli.
Cerco d’immedesimarmi nel dramma di quell’artigiano imprenditore: il capannone è stato capace di tirarlo su – con enorme fatica, ingegno e coraggio – e forse anche di ingrandirlo, ma ha fallito nella cosa più difficile: l’educazione dei propri figli. Lo guardo, mi chiedo se quell’uomo rappresenti un’eccezione o una regola deviata di una comunità mal cresciuta.
Temo il peggio. Mi torna alla mente la lettera di una signora toscana alla rubrica che tengo da tempo in un settimanale di grande diffusione. Vado a rileggerla. Fa impressione: il contenuto è straordinariamente coerente con il racconto dell’imprenditore vicentino. [Ho un figlio di ventotto anni, mi piacerebbe lasciare ciò che ho costruito a lui, ma se lo faccio quel capannone tra sei mesi non c’è più. E sa perché? Quel ragazzo non sa far niente, ha preso un diploma senza impegnarsi, è iscritto all’università e fa si e no un paio d’esami all’anno, vive in casa con noi, ha una fidanzata che come lui pensa solo a divertirsi, non hanno nessuna intenzione di sposarsi figuriamoci di mettere su famiglia]. Vite analoghe, stesse preoccupazioni, stessa fragilità. Ne trascrivo un brano:

“… mio figlio di ventitre anni ha smesso di frequentare l’università (ha dato sette esami) già alla fine dello scorso anno accademico. Da allora non si occupa più di niente, e all’invito: “cercati un lavoro” scappa via coprendosi le orecchie per non sentire; se insisto comincia a esser violento e diventa capace di rompere una porta a pugni. Non si vuole prendere la responsabilità di una persona adulta qual è… Io e mio marito abbiamo provato in tutti i modi a fargli capire che il lavoro è alla base del suo avvenire, ma lui sfugge o rinvia, e alla fine tutto rimane come prima: dorme fino a tardi, ascolta musica, fuma, vede tv e dvd. E basta. E’ così ormai da otto mesi e non vedo vie d’uscita…”.

… Naturalmente le responsabilità non vanno cercate solo nella generazione dei genitori: un fenomeno così articolato rimanda a una rete che comprende le omissioni dei figli, la disfunzionalità della scuola, la miopia delle istituzioni che governano e amministrano la nostra comunità…

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Aggiornamento del 15 gennaio 2013:

Libro “Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli” di Antonio Polito

I giovani italiani non sono da record? Falso, un primato ce l’hanno: quasi venti su cento non fanno assolutamente nulla, e nemmeno ci provano, dato che ufficialmente non lavorano, non studiano, non stanno apprendendo un mestiere. Colpa loro? In parte sì. Ma soprattutto colpa dei padri, o meglio dei teneri papà. Alle elementari facevano i compiti al posto dei figli, una volta cresciuti cercano loro un impiego tramite amici e parenti. Per loro difendono a spada tratta il valore legale della laurea, che rende equivalenti i titoli di studio sudati in atenei severi e prestigiosi a quelli ottenuti a poco prezzo, in Italia o all’estero. E persino l’inevitabile dipartita del genitore serve da deterrente al lavoro, dato che tra i molti motivi per cui i rampolli italiani ammuffiscono sul divano del salotto c’è anche “l’eredità attesa”: più puoi contare su quello che ti lascerà la famiglia, meno ti darai da fare. Con questa mentalità stanno crescendo i desiderati, coccolati, viziati cuccioli dei baby-boomers, convinti a suon di giustificazioni e “diritti” che il successo e il benessere non si conquistano, ma sono dovuti. Purtroppo non è così. In questo lucido attacco agli errori educativi di un’intera generazione, la sua, Antonio Polito suona la sveglia per tutti i cosiddetti “papàorsetto”. Descrive la difficoltà di crescere i propri figli in un Paese dove la società è divisa in caste, la scuola pubblica è allo sbando, e tanto i media quanto la politica non abbondano di modelli positivi. Analizza il fallimento del modello “permissivista” e indica l’unica via d’uscita: un nuovo senso della responsabilità, del dovere, della conquista e della rinuncia. Prima che il grande abbraccio protettivo tra le generazioni soffochi l’Italia.

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Aggiornamento del 14 dicembre 2013:

I giovani di oggi sono troppo lamentosi e viziati: Aldo Cazzullo ha scritto questo libro per farci comprendere quanto siamo fortunati rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto, quante possibilità abbiamo in più rispetto a loro. Purtroppo, però, tutta questa fortuna ci ha resi molto più deboli dal punto di vista morale e molto più incapaci ed imbranati dal punto di vista pratico…

Libro “Basta piangere! Storie di un’Italia che non si lamentava” di Aldo Cazzullo

“Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso. L’Italia in cui siamo cresciuti era più povera, più inquinata, più violenta, più maschilista di quella di oggi. C’erano nubi tossiche come a Seveso, il terrorismo, i sequestri. Era un Paese più semplice, senza tv a colori, computer, videogiochi. Però il futuro non era un problema; era un’opportunità.” Aldo Cazzullo racconta ai ragazzi di oggi la storia della sua generazione e quella dei padri e dei nonni, “che non hanno trovato tutto facile; anzi, hanno superato prove che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Hanno combattuto guerre, abbattuto dittature, ricostruito macerie. Hanno fatto di ogni piccola gioia un’assoluta felicità anche per conto dei commilitoni caduti nelle trincee di ghiaccio o nel deserto. Mia bisnonna sposò un uomo che non aveva mai visto: non era la persona giusta con cui lamentarmi per le prime pene d’amore. Mio nonno fece la Grande Guerra e vide i suoi amici morire di tifo: non potevo lamentarmi con lui per il morbillo. L’altro nonno da bambino faceva a piedi 15 chilometri per andare al lavoro perché non aveva i soldi per la corriera: come lamentarmi se non mi compravano il motorino?”. I nati negli anni Sessanta non hanno vissuto la guerra e la fame; ma sapevano che c’erano state. Hanno assorbito l’energia di un Paese che andava verso il più anziché verso il meno. Hanno letto il libro Cuore, i romanzi di Salgari, Pinocchio, i classici. Non hanno avuto le opportunità dell’era digitale…

http://archiviostorico.corriere.it/2013/ottobre/20/Lettera_figli_del_piagnisteo_vostra_co_0_20131020_2aa69472-394b-11e3-ae68-6b1213e1c760.shtml

Lettera ai figli del piagnisteo: la vostra Italia è meglio della nostra

Noi vivevamo in un Paese più povero, che però non si lamentava

[…] L’Italia di allora era molto più modesta e povera dell’Italia di oggi. Ma era un Paese che non si lamentava. Per questo mi piacerebbe raccontarlo ai nostri ragazzi, che si lamentano molto, a volte con ragione e a volte no. Lo so che i nostri giovani hanno di che piangere. L’Italia tratta in modo scandaloso i suoi figli. Ne fa pochi. Li fa studiare male. Li grava di debiti. Non gli offre un lavoro. Soprattutto, non li prepara alle difficoltà che incontreranno. Viziamo troppo i nostri ragazzi. Tentiamo di accontentarli in ogni capriccio, di anticipare le loro richieste, di prevenire i loro desideri. Li sfamiamo al di là di quanto desiderino. E quando si affacciano sul mondo sono già sazi. (Spesso, anche grassi). Provate a fare un giro davanti a un liceo romano o milanese: non c’è una bicicletta. Hanno tutti lo scooter, o il papà che li porta in macchina. E la colpa, se si deprimono davanti ai primi ostacoli, non è loro; è nostra. […]

Cazzullo Aldo – 20 ottobre 2013

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