Dalla puntata del 5 settembre di Focus Economia di S. Barisoni

Intervista al professor Gian Maria Gros-Pietro:
Scrive sul modo con cui governo e parti sociali si sedevano al tavolo per raggiungere un accordo comune. Finora il governo apriva la borsa per far andar daccordo le parti, ma ora che non ci sono soldi, perchè sedersi al tavolo? I conti pubblici devono continuare a scendere e non si può dare al governo il ruolo di prelievo di tasse dai cittadini per una ridistribuzione del capitale, ma il primo compito è scrivere regole, assicurare servizi e garantire che il sistema economico funzioni bene. Redistribuire è una eccezione che è diventata regola. La spesa pubblica supera la metà del reddito nazionale: questo significa che la metà della nostra nazione dipende dallo Stato stesso come percipiente di stipendio o fornitura. Il 50% del PIL… il che significa che per prendere denaro la maggior  parte degli italiani si rivolge allo Stato. Anzichè lavorare si deve convincere lo Stato a darci soldi. Anche negli altri paesi si ha una dipendenza dalla spesa pubblica, ma qui si esagera. In questi incontri le parti sociali dovranno chiedere di comune accordo al governo che una parte del valore prodotto vada lasciata al produttore, detassando soprattutto il fattore lavoro.

I lavoratori e le imprese dovranno fare in modo di essere maggiormente efficienti come produzione, così da accaparrarsi maggiormente il denaro sia italiano che da clienti esteri, mentre il governo dovrà migliorare i servizi, in quanto le tasse devono corrispondere a servizi equivalenti. L’incisione delle tasse in Germania è minore che in Italia, ma vengono forniti migliori e maggiori servizi. Il governo deve portare non euro, ma una serie di provvedimenti atti a migliorare i servizi soprattutto nel rapporto servizio reso – tasse.

Nel passato si è aumentato il debito per interessi elettorali, come evitare questo dopo il governo tecnico? Quest’ultimo non ha l’obbiettivo della rielezioni. Se più della metà dei cittadini ha interesse nella spesa dello Stato, come pretendere che coloro tornino ad un sistema lavorativo virtuoso? Va sfruttata la presenza del governo tecnico per raddrizzare il sistema con scelte anche impopolari. La detassazione del lavoro deve essere fatta. I lavoratori devono percepire più capitale da spendere. Noi abbiamo la tassa che le imprese pagano sul lavoro italiano: l’IRAP. Una tassa folle in quanto per non pagarla basta acquistare all’estero ed importare… E’ qui che si cancellano posti di lavoro.
Perchè questo meccanismo non è virtuoso almeno negli enti locali, più diretti e di gestione più trasparente? E’ per via della finanza pubblica locale. Finora si poteva farsi belli erogando servizi e assumendo persone senza l’obbligo di aumentare le imposte. Se invece c’è un legame tasse-servizi, allora l’efficienza è più probabile.

Per approfondire:

“IL NODO DELLA SPESA PUBBLICA” di Antonio Giancane (pdf)

[…] Facile promettere la riforma fiscale, ma questa riforma ha un ostacolo formidabile: l’eccesso di spesa pubblica. In Italia, la spesa corrente al netto degli interessi supera il 44,5% del prodotto interno lordo. Le spese complessive delle amministrazioni pubbliche superano quest’anno gli 807 miliardi di euro e nei prossimi 3 anni aumenteranno di altri 34 miliardi arrivando nel 2013 a toccare gli 841 miliardi. È vero che anche negli altri paesi europei la spesa pubblica è elevata, ma da noi è molto inefficiente. Tanto vale quindi recuperare efficienza su una pubblica amministrazione da ridurre (il modello di Stato leggero), e destinare i risparmi alla riduzione del debito pubblico e delle imposte. […]

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Aggiornamento del 30 ottobre 2012:

I costi dello Stato stanno letteralmente soffocando l’economia reale del nostro Paese… se non si alleggeriranno al più presto questi costi, riducendo così il carico fiscale, l’economia italiana morirà…

http://www.lastampa.it/2012/09/14/cultura/opinioni/editoriali/che-cosa-blocca-il-paese-jJ9lpZ68LBeQGYFa3P5JrN/pagina.html

Che cosa blocca il Paese

14/09/2012 – LUCA RICOLFI
[…] L’espressione stessa «produttività del lavoro» è profondamente fuorviante. Suggerisce che il prodotto dipenda essenzialmente dall’impegno dei lavoratori, e che la scarsa produttività sia dovuta a impegno insufficiente, scarsa meritocrazia, cattivi incentivi. Non è così. La produttività è bassa e stagnante innanzitutto perché il sistema Italia ha dei costi smisurati, che nessun governo è stato in grado fin qui di rimuovere.

Costi degli input del processo produttivo, innanzitutto. […] la produttività non è altro che il valore aggiunto per occupato, quindi il fatto di pagare l’energia uno sproposito abbassa la produttività del lavoro, e questo a parità di impegno dei lavoratori. Lo stesso discorso potrebbe essere ripetuto per decine di altre voci di costo delle imprese italiane (assicurazioni, burocrazia, prestiti bancari, etc.), che fanno lievitare i costi e quindi abbattono la produttività. […]

La produttività dipende anche dai macchinari e dalle tecnologie con cui i lavoratori operano. Cento operai con macchine moderne producono più pezzi che cento operai con macchine obsolete. Cento impiegati con una contabilità ben informatizzata sbrigano più pratiche di cento impiegati che usano ancora la carta, o che lavorano con un software di bassa qualità. Ma le tecnologie dipendono dagli investimenti, e gli investimenti li fanno gli imprenditori, non gli operai e gli impiegati di cui pretendiamo di misurare la produttività. Ha dunque ragione il ministro Fornero che invita gli imprenditori a fare la loro parte investendo di più?

Direi proprio di no, anche gli imprenditori hanno molte ragioni per essere irritati. Non tanto per l’insufficienza di sgravi e incentivi agli investimenti in ricerca e sviluppo, bensì per la elementare ragione che per investire ci vogliono due condizioni: una domanda che tira e un regime fiscale che lasci ai produttori una quota ragionevole del loro profitto. Invece la domanda va malissimo in quasi tutti i settori, e la tassazione del profitto commerciale in Italia (68.6%) è fra le più alte del mondo, ed è addirittura la più alta fra quelle dei 34 Paesi appartenenti all’Ocse, l’organizzazione che riunisce le economie avanzate. […]

http://www.lastampa.it/2012/10/29/economia/l-handicap-dell-impresa-italia-YyANHjgzpqFIEyybfxjgcO/pagina.html

L’handicap dell’impresa-Italia

Se operassero all’estero, le aziende italiane avrebbero una redditività di tre volte superiore. Sistema di tassazione, costo del lavoro e prezzi degli input i fattori penalizzanti per il nostro sistema.

29/10/2012 – LUCA RICOLFI

[…] un superindice – l’indice H – che sintetizza in un singolo numero quanto è difficile fare impresa nel nostro paese. H come handicap, perché quel che il superindice misura è precisamente l’entità dello svantaggio o handicap che una nostra impresa sopporta per il fatto di operare in Italia anziché in un altro paese europeo […] Ma veniamo subito al dunque: H vale 312. Ma come si deve leggere questo numero?

[…] supponendo un utile netto pari a “100” ottenuto in Italia, l’indice “H” inteso come valore medio varrebbe nel resto d’Europa “312”. Vale a dire che la stessa impresa all’estero guadagnerebbe circa il triplo. […]

L’aspetto assolutamente interessante che emerge dall’indagine riguarda il costo del lavoro che è chiaramente scagionato come principale responsabile delle relativamente cattive performance del “Bel Paese”. A questo proposito, quindi, sarebbe utile cercare di capire il perché se ne parla tanto, posto che, se da una parte viene riconosciuto un problema riguardante il “cuneo fiscale” (delta fra il costo del lavoro e la retribuzione netta), dall’altra é anche detto chiaramente che le retribuzioni sono comunque oggettivamente più basse di quanto potrebbero essere in riferimento al resto dell’Europa. […]

Dai dettagli dello studio (apparso in otto puntate sul quotidiano) emergono invece i veri fattori che zavorrano le imprese italiane. L’analisi ne pone in evidenza alcuni che sono i “soliti noti”: alto costo dell’energia e pessima qualità delle infrastrutture, inefficienza del sistema del credito sia sul lato dell’erogazione sia riguardo ai tempi d’incasso (e che tra l’altro vede primeggiare proprio la pubblica amministrazione fra i debitori meno virtuosi!), l’alto livello di tassazione che grava sulle imprese, le inefficienze burocratiche e i relativi extra-costi, il cuneo fiscale delle retribuzioni. 

Se ne trae quindi un quadro a tinte fosche, ma che, a ben vedere, può anche essere visto come un’opportunità e indurre a un cauto ottimismo, perché traccia una possibile scaletta di interventi che potrebbero essere posti in essere dimostrando dove e come sia possibile ottenere significativi aumenti di produttività a seguito di scelte percorribili. […]

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Aggiornamento del 13 settembre 2014:

https://www.leoniblog.it/2014/09/12/spesa-pubblica-renzi-deve-decidersi-nella-sanita-partiti-e-forniture-non-sono-neanche-stati-sfiorati/

SPESA PUBBLICA: RENZI DEVE DECIDERSI. NELLA SANITÀ PARTITI E FORNITURE NON SONO NEANCHE STATI SFIORATI

12 settembre 2014 – di Oscar Giannino

[…] Partiamo dalla realtà. La spesa pubblica continua a salire. Ha rallentato la sua ascesa, ma sale. Tutti quelli che dicono che scende lo fanno escludendo gli interessi sul debito, o magari anche la spesa previdenziale e quella per prestazioni dovute: peccato che il contribuente debba pagare tutto, non è che lo Stato ci faccia lo sconto su questa o quella posta di spesa. Dai 605 miliardi del 2001 è salita a 797 nel 2011, e in questo 2014 chiuderà intorno a quota 820 o, speriamo, poco più. Ma nello stesso DEF presentato dal governo Renzi ad aprile scorso, la spesa era prevista crescere fino a oltre 850 miliardi al 2018.

Dalla crisi del governo Berlusconi a oggi, escludendo le leggi di stabilità, i DEF e gli interventi ordinari di disposizione di nuove entrate e uscite, si contano ben 14 provvedimenti di reindirizzo strategico delle verifiche, controlli e proposte di riordino della spesa pubblica. A parole, i governi precedenti all’attuale, quelli di Berlusconi, Monti e Letta, non ci hanno fatto mancare una nutrita batteria di strumenti volti a creare le premesse per tenere sotto controllo la sete di spesa pubblica. Sono nati i nuclei ministeriali di valutazione della spesa, il coordinamento interministeriale sui suoi andamenti, un rapporto annuale che dal 2012 andava presentato entro novembre ogni anno.

Ma tutto ciò ha prodotto poco, rispetto alla scelta che ha avuto più eco pubblica: affidare a dei tecnici l’incarico di studiare la spesa pubblica nelle sue mille pieghe, e avanzare proposte per ridurla, ottimizzarla, identificare sprechi di massa per concentrare invece risorse su poste più essenziali allo sviluppo e alla coesione sociale. I commissari alla spending review: Giarda prima, Bondi poi, infine Carlo Cottarelli, scelto dal governo Letta e subìto – ormai si può dire, visto che tornerà a Washington tra poco – dal governo Renzi. I commissari nascevano dalla ripulsa della politica verso il sistema-Tremonti: quello dei tagli lineari che, per funzionare nell’immediato, non facevano distinzioni tra priorità ed effetti economico-sociali, e soprattutto avevano bisogno di un ministro dell’Economia capace di farsi odiare da tutti i colleghi, senza per questo poter essere sostituito dal premier. Di fronte all’insurrezione giustificata di tanti, si disse: sia un tecnico estraneo agli interessi elettorali, coadiuvato da esperti interni ed esterni alla PA, a indicare alla politica come intervenire.

Ma è stato identico, l’esito delle analisi e proposte avanzate da Giarda, Bondi e Cottarelli. I governi cambiavano, ma i rapporti dei commissari restavano nei cassetti. Con una politica sempre più infastidita. Perché le tante proposte dei commissari, appena rese pubbliche, intanto suscitavano nuove ondate di proteste. E per questo mai divenivano provvedimenti. Mentre la spesa saliva.

Renzi sin dall’inizio non si è nascosto dietro un dito. Appena Cottarelli ha presentato le sue slides gli ha levato la palla, ha chiarito che si tornava al primato della politica. E’ il governo che sceglie e decide, punto. Benissimo. Poi però – dopo i poco più di 2 miliardi di tagli operati appena nato il governo – ha scelto prima di aspettare 6 mesi rinviando ogni ogni scelta alla legge di stabilità, che da settembre è slittatata ad ottobre. Poi, la settimana scorsa, ha annunciato che avrebbe chiesto a ciascun ministro proposte per tagliare ognuno del 3% il proprio bilancio. Tutto per portare a casa circa 6 miliardi, visto che i bilanci ministeriali, fuori dalle spese per funzioni come trasferimenti alle Autonomie, previdenza sanità eccetera, cubano meno di 180 degli oltre 800 miliardi di pesa pubblica.

Con il che, eccoci tornati alla casella d’inizio, come in un gioco dell’oca. I tagli lineari di Tremonti sono stati bocciati perché ciechi delle conseguenze, e di fatto dettati dalla Ragioneria Generale dello Stato e dai direttori generali dei ministeri, cioè dai tecnici della burocrazia pubblica e non dai politici. Ma, dopo aver fatto tappezzeria dei commissari alla spending review, ecco che in nome del primato della politica si torna esattamente ai tecnici ministeriali. Come tre anni fa. Nel frattempo, le 35 mila stazioni appaltanti e di procacciamento di forniture pubbliche restano 35 mila, le partecipate locali non si toccano perché l’Anci ha messo il veto. E la spesa pubblica continua a salire. […]

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Aggiornamento del 5 aprile 2016:

http://www.businesspeople.it/Business/Economia/Eurostat-Italia-prima-in-Europa-solo-per-spesa-pubblica_91917

Eurostat, Italia prima in Europa solo per spesa pubblica

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