Dalla puntata di “Focus economia” del 31 agosto di Simone Spezia.
Un quadro generale sul lavoro: più occupazione per gli ultracinquantenni e meno occupazione nella fascia 35-49 anni. Il dato europeo sulla disoccupazione (più alto di quello italiano) è all’11,3%. In Italia il tasso è al 10,7%, il più alto dal 2004. Il tasso di occupazione è al 57,1% mentre il tasso di disoccupazione giovanile al 35,3% in aumento (il ritmo di crescita annua della disoccupazione giovanile è il triplo di quello globale). Nel mezzogiorno il 48% delle donne tra i 15 ed i 24 anni è senza lavoro. 2,4 milioni sono i lavoratori con un contratto a termine, il massimo dal 1993.

Carlo dell’Aringa, docente dell’Univeristà Cattolica di Milano:

La sofferenza è molto marcata per i giovani, cui fa da contraltare un incremento dei lavoratori più anziani… La causa è anche nell’innalzamento dell’età pensionabile principalmente dovuta alle riforme del lavoro precedenti quella Fornero (che non ha ancora avuto decreti attuativi e quindi non può ancora aver sortito effetti). Più riforme sono in atto da diversi anni ed anche il precedente governo aveva alzato con finestre l’età pensionabile. Questo ha tenuto nel mercato del lavoro diversi lavoratori anziani. L’occupazione è rimasta stabile: ci sono 700’000 disoccupati in più a parità dello stesso numero di occupati. Va detto che molti sono rimasti occupati ma a part-time (400’000 part time in più) e diversi in cassa integrazione. Oltre a questa diminuzione dei pensionati, c’è anche l’occupazione femminile in crescita (al contrario di quella maschile). Sono entrate nel mondo del lavoro donne che prima erano inattive, ma la cui figura è richiesta dal nuovo mercato. Questo soprattutto nei servizi, contrariamente a quanto succede nelle industrie e nelle costruzioni, dove ci sono 200’000 posto di lavori per uomini in meno. L’incremento della precarietà dipende anche dalle incertezze dovute alla nuova riforma del lavoro, che ancora non ha mostrato decreti attuativi, per cui le aziende sono ancora in attesa di assumere.
In generale però il problema è che c’è stata una diminuzione della necessità produttiva. Meglio comunque un part-time che una disoccupazione: l’operaio deve rimanere nel mondo del lavoro in quanto poi il rientro risulterebbe molto più difficoltoso, come un’azienda che quando chiude non riapre più. Lo sforzo delle politiche del lavoro deve essere rivolto a favorire l’attaccamento al lavoro anche per breve periodo: il degrado della capacità lavorativa quando si è disoccupati non va sottovalutato. L’aumento delle donne nel campo del lavoro è determinato anche dal disagio familiare in cui il mondo del lavoro sta portando le famiglie: può essere causato dalla perdita di lavoro (totale o parziale) da parte del marito: un lavoratore aggiuntivo. La suddivisione della massa lavorativa in più lavori part time per ora va ancora bene, ma genera un disagio collettivo, soprattutto per i giovani. Aumentare l’età pensionabile è un buon indice sul lungo periodo: più lavoratori danno più ricchezza. Una benedizione. Però solo se l’economia tira! Se i governi fanno politiche restrittive e l’economia arranca, questi stimoli del mondo del lavoro possono essere controproducenti. La riforma pensionistica deve accompagnarsi ad una economia dinamica. Se nel prossimo lustro non usciremo dalla crisi tornando a crescere, per effetto demografico avremo sempre più anziani che terranno il lavoro e sempre meno giovani che riusciranno ad entrare. Il rischio per i giovani è raggiungere una disoccupazione come quella spagnola. L’economia ristagna da tempo e l’effetto è quello che vediamo.
Prevedibile era finora l’aumento della disoccupazione, mentre sorprendente è il mantenimento dell’occupazione che finora ha tenuto, anche se c’è da aspettarsi un calo nel prossimo periodo: la cassa integrazione a breve finirà e si finirà in mobilità. Diminuirà quindi anche l’occupazione, a meno che ci sia un ribilanciamento delle ore lavorative in più lavori part-time.

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