MOLISE 2002

http://www.ilponteonline.it/index.php/editoriali/item/1578-terremoto-gli-affari-della-chiesa

Terremoto. Gli affari della Chiesa

4 SETTEMBRE 2012 SCRITTO DA  PASQUALE DI BELLO

Anche la Chiesa, e precisamente quella molisana, e ancor più precisamente quella della provincia di Campobasso, è finita nell’inchiesta che ha portato la Procura della Repubblica del capoluogo a chiedere il rinvio a giudizio di Michele Iorio per la ricostruzione post-sisma. […] Se nel 1948, alle prime elezioni politiche della neonata Repubblica italiana, uno degli slogan più popolari fu quello che diceva: “Nel segreto dell’urna Dio ti vede. Stalin no!”, oggi, al tempo di Iorio se ne potrebbe coniare un altro: Nel segreto dell’urna Dio ti vede ma Iorio ti vede di più. Perché anche questo è successo, che le zimarre locali siano divenute protagoniste di una campagna elettorale strisciante a favore del governatore, beneficiarie come sono state di circa 9milioni di euro che, se venisse accolta la tesi del pubblico ministero, sarebbero finiti nelle mani di chi il terremoto lo ha visto sì, ma solo in televisione. Sono diciannove le parrocchie in provincia di Campobasso che si sono assicurate un contributo che, a quanto scrive la Procura, non doveva essere loro assegnato. […]

Alla parrocchia di Santa Maria Assunta di Guardialfiera va il primato dei finanziamenti con oltre 2milioni e 300mila euro, un record che si aggiunge a quello della stessa municipalità che se n’è aggiudicati 14milioni e rotti per la ricostruzione e che la dice lunga sul processo di omologazione al magna magna generalizzato che non ha salvato proprio nessuno o quasi. […] Insomma, qui c’è qualcuno che mentre si fa la croce con la destra, con la sinistra conta i dollaroni: nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo e dell’Euro.

Adesso, tuttavia, anche dalle sacrestie qualche voce potrebbe levarsi e qualche campana suonare a distesa mentre altre campane suonano a morto, precisamente quelle della civiltà politica, della buona amministrazione e della moralità che paiono essere defunte per sempre in Molise. Ad esempio, tra le voci che vorremmo ascoltare, ci piacerebbe sentire quella di monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo della diocesi di Campobasso-Bojano (le cui parrocchie risultano beneficiarie di molti milioni di euro). […]

Un eventuale processo a Michele Iorio per l’allargamento dell’area colpita dal sisma comporterà, necessariamente, la presenza di una lista gigantesca di testimoni dell’accusa. C’è da credere che verranno convocati molti parroci che dovranno spiegare a che titolo, e sulla base di quali danni, hanno ricevuto quattrini in posti dove si sono accorti sì del terremoto ma solo perché, oltre alla televisione, ne ha parlato anche la radio. Certo, non tutta la Chiesa del Molise sta dentro a questo pasticcio – grazie a Dio, verrebbe da dire – ma è indubbio che parte di essa ci sta. […]

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ABRUZZO 2009

http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_07/Aquila-tre-anni-dopo_8e7afcdc-681d-11e1-864f-609f02e90fa8.shtml

Finita l’emergenza, l’Abruzzo colpito dal terremoto è stato dimenticato

L’Aquila tre anni dopo: tutto uguale

In centro restano le macerie. E 383 cittadini vivono in albergo

«Soldi spesi finora? Chi lo sa…». Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa l’Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009. Nel rimpallo di responsabilità ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s’è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero. Quartieri storici restaurati: zero. Palazzetti antichi restaurati: zero. Chiese restaurate: zero. Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa l’Aquila. Dalla coscienza stessa dell’Italia.
È ancora tutto lì, fermo. Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici. Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l’una sull’altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un’opera di messa in sicurezza, sembrano l’opera cervellotica di un artista d’avanguardia.

Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto. Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa. Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli. […] Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l’esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo? Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!

Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro. Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000. Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina. Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro. Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà marzo», confida Barca) messi all’opera da Monti. [vedi l’articolo “Berlusconi spendaccione: ecco quanto ci sono costate le sue manie di protagonismo“].

Intanto il cuore antico dell’Aquila agonizza. E con L’Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009. Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità stessa dello Stato di dimostrarsi all’altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione. Chiusa la fase dell’emergenza, l’Abruzzo è piombato nel dimenticatoio. Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto. «Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto. Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.

Cos’è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità di «fare bene, fare in fretta»? Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L’addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni».
[…] Veleni. Che sgocciolano su tanti episodi. Come quei 3 milioni di euro stanziati dall’ex ministro Mara Carfagna per un centro antiviolenza, che invece sarebbero stati dirottati un po’ per i lavori della Curia e un po’ per la struttura della consigliera di parità della Regione. O ancora i due milioni messi a disposizione dall’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni per un centro giovani, milioni che secondo il sindaco sarebbero chissà come evaporati. Per non dire delle chiacchiere intorno a una struttura nuova di zecca tirata su mentre tanti edifici d’arte sono ancora in macerie: il San Donato Golf Hotel a Santi di Preturo, pochi chilometri dal capoluogo. Sessanta ettari di parco in una valletta verde, quattro stelle, conference center, centro benessere… Inaugurato a ottobre con la benedizione di Gianni Letta, ha scritto abruzzo24ore.tv , «è meglio noto come l’hotel di Cicchetti». Vale a dire Antonio Cicchetti, ex direttore amministrativo della Cattolica di Milano, uomo con aderenze vaticane, stimatissimo da Chiodi e Letta nonché vicecommissario alla ricostruzione. Ma il resort è qualcosa di più d’un albergo di famiglia. Nella società che lo gestisce, la Rio Forcella spa, troviamo parenti, medici di grido, uomini d’affari. E molti costruttori: il presidente dell’Associazione imprese edili romane Eugenio Batelli, Erasmo Cinque, la famiglia barese Degennaro… Ma anche la Cicolani calcestruzzi, fra i fornitori di materiali per il post terremoto e una serie di imprenditori locali. Come il consuocero di Cicchetti, Walter Frezza, e suo fratello Armido, i cui nomi sono nell’elenco delle ditte impegnate nel progetto C.a.s.e. e nei puntellamenti al centro dell’Aquila: per un totale di 23 milioni. Appalti, va detto, aggiudicati prima della nomina di Cicchetti. Però… Né sembra più elegante la presenza, tra i soci del resort, dell’ex vicepresidente della Corte d’appello aquilana Gianlorenzo Piccioli, nominato un anno fa da Chiodi consulente (60 mila euro) del commissariato.

L’intoppo più grosso però, come dicevamo, è il groviglio di norme, leggi e regolamenti. Gianfranco Ruggeri, titolare di uno studio di ingegneria, li ha contati: 70 ordinanze della Presidenza del Consiglio, 41 disposizioni della Protezione civile, 96 decreti del commissario. Più 606 (seicentosei!) atti emanati dal Comune dell’Aquila. Senza contare una copiosa produzione di circolari interne. Massa tale che a volte una regola pare in plateale contraddizione con l’altra. Un delirio.

Non bastasse, c’è la «filiera». Una specie di cordata para-pubblica che gestisce le istruttorie. I progetti si presentano a Fintecna, società del Tesoro. Poi vanno a Reluis: la Rete laboratori universitari di ingegneria sismica, coordinata dalla Federico II di Napoli. Quindi al Cineas, consorzio di cui fanno parte 46 soggetti, dal Politecnico di Milano a compagnie assicurative quali Generali e Zurich, che si occupa dell’analisi economica delle pratiche. A quel punto il percorso per avere il contributo erogato dal Comune è completo. Teoricamente, però. Nella sostanza non capita quasi mai al primo colpo. E la pratica rimbalza dentro la filiera come una pallina da flipper. […]

Il risultato di tanti impicci è paradossale: in una città da ricostruire i costruttori mettono gli operai in cassa integrazione e licenziano i dipendenti. E quello che doveva essere il motore della ripresa è fermo. L’opposto esatto di quanto accadde in Friuli, esempio accanitamente ignorato a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Il Friuli si risollevò per tappe: prima in piedi le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Qui le fabbriche non hanno visto un euro, il miliardo promesso per rilanciare le attività è rimasto in cassa e l’economia è allo stremo. Si è preferita la strada della Protezione civile, del commissario, degli effetti speciali assicurati dalle C.a.s.e. spuntate come funghi dopo il sisma. Quelle con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante nel frigorifero». Peccato che adesso, dopo le fanfare e i tagli dei nastri, stiano saltando fuori anche le magagne. Alcune ditte che le hanno costruite sono fallite e non si sa chi deve risolvere certi guai. Come a Colle Brincioni, dove dopo le nevicate di febbraio si è dovuta puntellare una scala. […]
A tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione». Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate. Qualcuno di loro magari pregusta un appetitoso minicondono per le casette che hanno potuto costruire nel giardino dell’abitazione crollata. Nelle aree del terremoto ce ne sono la bellezza di quattromila. Ma è una magra consolazione. Anzi, rischiano alla lunga di essere, con l’attesa sanatoria, una ferita in più nella immagine della città antica da ricostruire.
Per le «autonome sistemazioni» lo Stato continua a pagare 100 mila euro al giorno. Una quarantina di milioni l’anno, a cui bisogna aggiungere la spesa per i 383 abruzzesi ancora in alberghi o «strutture temporanee» come la caserma delle Fiamme Gialle di Coppito, dove sono in 147. Il tutto va a sommarsi al totale, come dicevamo ignoto, sborsato finora. Una cifra nella quale ci sono i costi delle famose C.a.s.e. (808 milioni), dei Map, i Moduli abitativi provvisori che ospitano fra L’Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone (231 milioni), dei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio (81 milioni) e dei Mep, Moduli ecclesiastici provvisori (736 mila euro). Ma anche dei puntellamenti dei centri storici: solo per L’Aquila 152 milioni. Più i soldi per la prima emergenza (608 milioni) e i contributi già erogati per la ricostruzione delle case private: un miliardo e 109 milioni. Nonché i compensi della «filiera»: altri 40 milioni l’anno. E le opere pubbliche, le tasse non pagate, i costi delle strutture commissariali e dei consulenti… Il conto è salatissimo, ed è destinato a crescere esponenzialmente. Basta dire che per le sole abitazioni periferiche si dovrebbero spendere 1.524 milioni. E almeno il doppio per quelle del centro. Poi le chiese, le fabbriche, i ponti, le strade…
Ma L’Aquila vale il prezzo. Qualunque prezzo. È inaccettabile che si vada avanti così, navigando a vista, mentre uno dei centri storici più belli d’Italia si sbriciola, popolato soltanto di rari operai ai quali fanno compagnia ancora più rari cani randagi. Case disabitate, chiese vuote, negozi chiusi. Non si può accettare che il terremoto diventi solo il pretesto per far circolare del denaro, foraggiando una burocrazia inefficiente e strapagata, stormi di consulenti famelici, campioni del mondo di varianti in corso d’opera e revisioni prezzi, con l’unico obiettivo di impedire che la giostra infernale si fermi.
Un secolo e mezzo fa, scrivono Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nello studio “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni“, la nuova Italia savoiarda commise un errore storico ignorando la tragedia del sisma catastrofico avvenuto nel 1857 in Basilicata ai tempi in cui era sotto i Borboni: «La sfida delle ricostruzioni fu forse una delle prime perse dal nuovo regno». Se lo ricordi, Mario Monti: la rinascita dell’Aquila è una sfida anche per lui.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – 7 marzo 2012

http://www.6aprile.it/featured/2012/02/27/litalia-degli-sprechi-in-abruzzo-tanti-contributi-inutili-dopo-il-terremoto.html

L’ITALIA DEGLI SPRECHI: IN ABRUZZO TANTI CONTRIBUTI INUTILI DOPO IL TERREMOTO

Inserito da Patrizio Trapasso  –   27 febbraio 2012

L’Aquila, 27 febbraio 2012 – In Abruzzo la ricotruzione dopo il sisma del 2009 ha richiamato anche l’attenzione della Corte dei Conti per una (al momento) imprecisata quantità di fondi persi in un intreccio di lungaggini e sprechi. Un “pregiudizio erariale” viene segnalato per i “gravi ritardi accumulati nella realizzazione dei moduli abitativi provvisori”.

E’ quanto si legge oggi sul quotidiano La Repubblica, che evidenzia come dalle relazioni dei magistrati contabili emerga un Paese che non sa come spendere le sue risorse. Una “gestione improvvisata” che va anche “oltre la malafede”: così si perdono i soldi dei contribuenti.

I controlli della Guardia di Finanza tra maggio e dicembre 2011 hanno fatto recuperare ai Comuni dell’Aquilano 230mila euro di finanziamenti concessi per il “mantenimento del reddito” delle imprese colpite dal sisma: erano stati assegnati con procedure non regolari.

E alla Corte è arrivata anche la denuncia su 500 coppie di abitanti del capoluogo che avrebbero riscosso, nel tempo, un doppio contributo di “autonoma sistemazione” fingendo di essere separate o divorziate. La Finanza ha individuato anche una trentina di casi di terremotati della Valle Peligna cui sono stati accreditati contributi non richiesti: li hanno dovuti restituire.

Per informazioni più approfondite ed aggiornamenti sulle ricostruzioni dopo il terremoto a L’Aquila:

http://www.abruzzo24ore.tv/ms/Terremoto-Abruzzo/s3.htm

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http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/26/Italia_che_non_imparato_nulla_co_8_120326048.shtml

L’ Italia che non ha imparato nulla da un secolo e mezzo di terremoti

Colpite le stesse zone: stessi errori su prevenzione e ricostruzione

«Hiiii! Volete portare jella?» Così rispondono gli abusivi ad Aldo De Chiara, se il magistrato che combatte gli obbrobri edilizi di Ischia ricorda loro il terremoto catastrofico del 1883. Ma è l’ Italia tutta che non vuole sapere, non vuole ricordare, non vuole affrontare il tema. Pur avendo avuto in media, dall’ Unità ad oggi, almeno 1333 morti l’ anno sotto le macerie dei disastri sismici. Sei volte i morti dell’ Aquila. Lo documenta il libro di due studiosi, Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, «Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni», un volumone di 551 pagine edito da Bonomia University. Racconta che dal 1861 ad oggi nel nostro Paese, tra i più martoriati, ci sono stati 34 terremoti molto forti più 86 minori.

[…] di errori è costellata tutta la storia degli interventi di soccorso, delle ricostruzioni, delle regole antisismiche via via dettate per evitare nuove tragedie ma mai fatte applicare. Al sud, come al Nord. […] Neppure il terremoto che nel 1915 avrebbe annientato Avezzano (dove morì il 95% dei diecimila abitanti e restò su un solo edificio: uno) e quelli del 1920 in Garfagnana, del 1928 in Carnia, del 1930 nel Vulture, del 1962 in Irpinia, del 1968 nel Belice, del 1976 in Friuli, del 1980 ancora in Irpinia, del 1990 in Val di Noto, del 2002 nel Molise e del 2009 in Abruzzo, più decine di scossoni minori, sono riusciti però a conficcare nella testa degli italiani ciò che è chiarissimo ai giapponesi. E cioè che è sciocco invocare la buona sorte e toccare «’ o curniciello ‘ e corallo»: occorre costruire le case in un certo modo, educare a scuola gli alunni, fare esercitazioni pubbliche, stare sempre in guardia. […] Eppure sono stati almeno 200mila i morti, dall’ Unità a oggi. E che sono stati 1.560, tra cui dieci capoluoghi, i comuni bastonati più o meno duramente: uno su cinque. Anzi, diciamolo a dispetto della scaramanzia autolesionista: i terremoti tipo quelli di Messina o Avezzano, un paio al secolo, sono perfino «in ritardo» sulla media. Quanto indurrebbe un paese serio a dedicare il massimo sforzo al rispetto delle regole e alla prevenzione. Il bilancio di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise è invece amaro: «Colpisce la perseverante miopia nella programmazione del territorio». Tanto più che «le aree colpite dai disastri sismici sono quasi sempre le stesse». Insomma, i terremoti «ci sono stati e ci saranno sempre». E fingere di ignorarlo non è solo irrazionale: è inutile. E suicida.

Stella Gian Antonio – 26 marzo 2012 – Corriere della Sera

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http://daily.wired.it/news/scienza/2011/04/06/italia-terremoto-aquila-rischio.html

Le città italiane a rischio terremoto

Le foto della gallery [che sono molto belle, le potete vedere collegandovi direttamente alla pagina dell’articolo originale – NdItaliaCheRaglia] sono state scattate alla fine dello scorso anno [2010 –  NdItaliaCheRaglia] nei luoghi colpiti dal terremoto de L’Aquila il 6 aprile 2009

06 aprile 2011 – di Fabio Deotto

[…] la prima cosa che si nota andando a confrontare le mappe relative alla pericolosità sismica (ovvero alla capacità della terra di generare terremoti di particolare intensità) realizzate dall’ Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) con quelle relative al rischio sismico (il rapporto tra pericolosità e vulnerabilità di infrastrutture e inurbamenti) fornite dalla Protezione Civile, è che non esiste una regione italiana (fatta eccezione forse per la Sardegna) al riparo da un rischio sismico. Le caratteristiche geologiche del nostro paese, la sua posizione, la distribuzione dei centri abitati fanno sì che la penisola sia particolarmente esposta a eventi di tipo sismico che, seppur di minore magnitudo, in alcuni casi producono danni e problemi proporzionalmente più ingenti dei fenomeni sismici giapponesi e californiani.

Com’è naturale, una ricorrenza tragica come quella di oggi ci fa avvicinare la lente di ingrandimento sulle città italiane, e ci spinge a chiederci quante di esse rischierebbero di fare la stessa fine de l’Aquila, se uno dei quasi duemila terremoti registrati ogni anno (la maggior parte inferiori ai 3,5 gradi) sul territorio italiano raggiungesse una simile potenza distruttiva. Ne abbiamo parlato con Gianluca Valensise, dirigente di ricerca presso l’Ingv.

Le città italiane a rischio
Osservando la mappa di pericolosità relativa alle regioni italiane provvista dal sito dell’Ingv, ci si rende facilmente conto di come le zone in cui è più probabile che si verifichino terremoti di elevata potenza non siano disposte casualmente sullo Stivale, ma tendano a concentrarsi in una lunga fascia che attraversa l’Italia per il lungo, dall’ Abruzzo allo stretto di Messina, ricalcando l’andamento della catena appenninica (che, infatti, giace stretta tra la placca africana e quella eurasiatica). Non è un caso se anche nelle mappe tracciate dalla Protezione Civile, che valutano il rischio sismico basandosi sulla media di edifici crollati negli ultimi 100 anni e sulla densità di strutture abitative appartenenti alla classe di vulnerabilità più alta, le zone calde si concentrano sulla dorsale appenninica, e proprio laddove sorgono alcuni tra i centri abitati più popolosi del centro-sud.

Città come Terni, Isernia, Campobasso, Benevento, hanno tutte avuto multiple distruzioni in passato e sono tutt’ora, stando a Valensise, tra gli agglomerati urbani più a rischio. A queste si aggiungono città come Potenza e altri centri calabresi come Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, fino ad arrivare in Sicilia alle città di Catania e Siracusa. Un rischio minore, ma comunque tutt’altro che trascurabile, interessa le città dell’ Umbria, della Toscana settentrionale e del Friuli-Venezia Giulia. Anche la Pianura Padana, pur riscontrando livelli bassi di pericolosità, è a rischio sismico a causa della sua alta densità abitativa. Ma per capire cosa potrebbe succedere nelle località citate, nel caso di un terremoto come quello de l’Aquila, è necessario guardare le cose da una prospettiva differente.

La vulnerabilità dei centri storici
Più che per le città, sarei preoccupato per i grandi centri storici molto fragili”, spiega Valensise: “ Il vero problema sono i centri storici. Dove si concentrano edifici antichi e sicuramente costruiti in un periodo antecedente alle norme sismiche vigenti. Parlo di centri come Catanzaro, Potenza e Reggio Calabria”. Norme che, almeno sulla carta, erano vigenti anche nel caso de l’Aquila, ma che in alcuni casi non sono state osservate, per colpa o dolo, con le tragiche conseguenze che abbiamo visto. Nel valutare il rischio sismico, non va tenuto conto solamente della vulnerabilità degli edifici cittadini (che come anticipavamo prima, spesso risulta drammaticamente alta nelle zone più geologicamente attive), ma anche il grado di esposizione sismica. Questo significa considerare quante persone abitano in ogni edificio, la percorribilità delle vie di fuga, l’ora in cui il terremoto avviene (durante la notte gli uffici si svuotano e le abitazioni rurali si riempiono) etc. In quest’ottica, i centri storici abitati hanno un livello di esposizione più alto, con una vulnerabilità che spesso va di pari passo anche se, come fa giustamente notare Valensise:“ Alcuni edifici storici sono sopravvissuti indenni a secoli di terremoti e hanno perciò superato una sorta di selezione naturale”. […]

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Sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) è disponibile un opuscolo, semplice ma efficace, proprio perché indirizzato ad un pubblico di non specialisti, redatto per contribuire alla conoscenza del terremoto, delle sue cause e dei suoi effetti:

Conoscere il terremoto” (pdf)

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Video YouTube:

Ricostruire in sicurezza dopo il terremoto

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Aggiornamento del 4 novembre 2013:

http://www.lettera43.it/cronaca/l-ue-a-l-aquila-ricostruzione-tra-irregolarita-e-sprechi_43675112680.htm

L’Ue: a L’Aquila ricostruzione tra irregolarità e sprechi

Una città spettrale dallo scheletro a forma di impalcature. Così si presenta L’Aquila quasi cinque anni dopo il sisma che ha provocato 308 morti, 1.500 feriti e oltre 10 miliardi di euro di danni. La ricostruzione, ancora in alto mare, è lenta e soprattutto costosa: un dossier della commissione di controllo del bilancio di Bruxelles ha infatti evidenziato come le nuove case siano troppo care, i fondi comunitari spesi male, i materiali scadenti e le norme violate. Senza contare gli immancabili sospetti sugli appalti. […]

Il materiale delle costruzioni è «generalmente scarso», gli impianti elettrici «difettosi» e l’intonaco «infiammabile». Alcuni edifici sono stati evacuati per ordine della magistratura perché «pericolosi e insalubri». Quello di Cansatessa è stato «interamente evacuato (54 famiglie) e la persona responsabile per l’appalto pubblico è stata arrestata e altre 10 persone sono sotto inchiesta». Un capitolo intero è poi dedicato alla criminalità organizzata e alle infiltrazioni mafiose nei lavori della ricostruzione. «Un numero di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio» e «il Dipartimento della Protezione civile ha aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50%». Un latitante «è stato scoperto nei cantieri della Edimo, che è una delle 15 imprese appaltatrici» mentre «una parte dei fondi per i progetti Case e Map sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata, ma le competenti autorità italiane non hanno ancora reso pubblici questi dati». […]

04 Novembre 2013

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Aggiornamento del 5 aprile 2014:

http://www.abruzzoweb.it/contenuti/laquila-lettera-aperta–di-una-ragazza-spero-e-sogno-che-tutto-cambi-/537689-4/

L’AQUILA: LETTERA APERTA DI UNA RAGAZZA, ”SPERO E SOGNO CHE TUTTO CAMBI”

L’AQUILA – “C’è una cosa che vorrei, cioè che tutti i 70 mila abitanti non dimentichino che, quella notte, nessuno ha dato peso al colore di un partito politico. Vorrei non dimentichino che eravamo tutti abbracciati e l’unico colore che ci univa era quello della speranza e dell’amore per la nostra città”.

È uno dei passaggi della lettera scritta da Giada Panetti, che si firma semplicemente “una ragazza aquilana”.

Riflessioni a tratti speranzose, a tratti amare, sulla condizione in cui si trova oggi la città, chiamata a reagire anche a quest’ultimo terremoto, quello che ha sconvolto l’amministrazione cittadina. Un interessante punto di vista di una giovane ragazza che ha deciso di continuare a sognare che tutto cambi. In fretta.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA

“Venite a vivere a L’Aquila e noterete che non ci sono solo persone attaccate alla poltrona, non ci sono solo persone che gestiscono mazzette per i loro interessi, non ci sono solo persone che giocano con le dimissioni di una carica politica. A L’Aquila c’è il dolore di un peso incolmabile che è diventato parte di te e inevitabilmente morirà con te. A L’Aquila c’è gente che si sveglia la mattina e guardando fuori dalla finestra osserva macerie a cui darà sempre un nome e cognome. A L’Aquila alle 3e32 non tutti ridevano. A L’Aquila ci sono ragazzi che con difficoltà cercano di trovare il brio dell’adolescenza. A L’Aquila c’è anche gente onesta, umiliata purtroppo da persone che hanno dimenticato il significato della stessa da ormai troppo tempo.”

Elaborai questo pensiero qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook ed oggi sono qui a scrivere di una condizione che spero e sogno, cambi il prima possibile. Per quanto la sensazione funerea possa annusarsi nell’aria, nei vicoli bui, negli occhi di una madre che stringe un peluche, nelle case dove hai le chiavi e non la porta e nelle mani di un padre che accarezza una bambola, non considero L’Aquila una città morta.

Sento nella mia città una grande forza, una tale forza che con gli anni ha permesso ai cittadini di fantasticare di creare, scrivere, inventare nuove regole per continuare a vivere. Dal 6 aprile 2009, alle ore 3e32, chi più chi meno, siamo morti un po’ tutti, insieme a un città che piange ancora oggi ma che ci dà indirettamente la possibilità di guardare al futuro con occhi diversi. C’è una cosa che vorrei, cioè che tutti i 70 mila abitanti non dimentichino che, quella notte, nessuno ha dato peso al colore di un partito politico. Vorrei non dimentichino che eravamo tutti abbracciati e l’unico colore che ci univa era quello della speranza e dell’amore per la nostra città.

Oggi invece, vedo altri colori, colori politici che generano macerie che non fanno altro che accumularsi a quelle che ancora oggi sporcano la nostra città.”

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