Dalla puntata del 28 agosto di focus economia di Simone Spezia.
Intervista al professor Marzio Galeotti, docente di economia dell’energia e dell’ambiente all’Università Statale di Milano:
I minatori stanno chiedendo di realizzare un impianto integrato che preveda l’uso del carbone estratto per produrre energia tramite una centrale termoelettrica.
Il carbone produce tantissimo CO2 in atmosfera, quindi occorrerebbe acquistare certificati verdi per poterlo usare come fonte energetica. Propongono quindi di catturare la CO2 emessa e immagazzinarla sottoterra in adeguati anfratti presenti. Questa tecnologia è innovativa e finora testata solo in piccoli impianti di simulazione.
Il carbone è già usato in Italia, ma se ne usa per il 15%, il 40% è a gas e il 37% è rinnovabile. A causa della crisi abbiamo per ora più capacità produttiva che richiesta di energia, quindi un nuovo impianto a che servirebbe?
Il costo di questa tecnologia non è conveniente: l’uso del carbone non basta a compensare i costi dell’impegno tecnologico necessario per immagazzinarlo anzichè rigettarlo in ambiente. I finanziamenti europei si propongono proprio di finanziare tra 9 e 12 impianti di questo tipo. Proprio perchè dimostrativi si spera che i costi scenderanno quando la tecnologia sarà matura e usata su larga scala. La commissione europea ha scelto  un impianto italiano per i primi finanziamenti necessari: quello di porto tolle dell’ENEL, che insieme all’ENI ha un progetto pilota a Brindisi proprio di cattura e stoccaggio della CO2. Ospitare più di un impianto nel nostro paese è molto difficile…

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Aggiornamento del 14 settembre 2012:

http://fermareildeclino.it/articolo/basta-gettare-miliardi-in-quel-buco-nero-delle-miniere-del-sulcis

Basta gettare miliardi in quel buco nero delle miniere del Sulcis

Pubblicato: Lun, 10/09/2012 – 07:45  •  da: Alessandro De Nicola

Da la Repubblica 10 settembre 2012

[…] Ripercorriamo l’amara storia delle miniere di carbone del Sulcis: l’estrazione iniziò nell’800 ma conobbe un grande impulso a partire dal 1935-1936, quando l’Italia fascista, alle prese con le sanzioni internazionali dovute all’invasione dell’Etiopia, decise di diventare autarchica e cominciò a scavare carbone (e già possiamo immaginare quanto, anche anteguerra, questa scelta fosse antieconomica). Nel dopoguerra, dopo una prima chiusura della miniera, il governo ne affidò la riapertura all’Eni investendo nel 1985 direttamente o indirettamente 712 miliardi di lire (circa 900 milioni di euro del 2012!), ma dopo 8 anni, nel 1993, non essendo successo niente, l’Eni abbandonò l’impresa. Lo stato prima (con 420 miliardi dell’epoca) e la regione Sardegna poi, intervennero, costringendo l’Enel a comprare elettricità da Carbonsulcis ad un prezzo pari al 222% di quello di mercato, costo riversato in bolletta. Tuttavia, la miniera, che produce un carbone ad alto contenuto di zolfo e quindi meno pregiato, ha un impatto ambientale negativo per l’ecosistema e le sue perdite esorbitanti continuano inesorabili: solo nell’ultimo anno 30 milioni, quasi un’inezia rispetto ai 600 milioni che la Regione ha investito dal 1996 (anno in cui è diventata proprietaria dell’impianto) ad oggi (e che attualizzati al 2012 sfiorano gli 800 milioni).

Ora che si è giunti al redde rationem, la speranza sembra risiedere nella costruzione di un impianto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica, che potrebbe godere dei finanziamenti dell’Unione Europea per circa 300 milioni. Peccato però che i 300 milioni, se concessi, verrebbero sottratti al sito di Porto Tolle vicino Rovigo e così alle proteste dei 500 dipendenti di Carbonsulcis si verrebbero a sostituire quelle dei lavoratori veneti. Inoltre, le stime sul finanziamento pubblico necessario a costruire l’opera prevedono 1,6 miliardi da suddividere in 8 anni, quindi 200 milioni l’anno, senza alcuna garanzia che la miniera diventi profittevole. Una spesa di 400.000 euro l’anno per dipendente! Ma, anche ammesso che ci fossero i soldi disponibili per procedere a questa follia dissipatoria, c’è chi pensa che il progetto in sé non vada bene. Il professor Sapelli avrebbe in mente una riqualificazione culturale, trasformando la miniera in un sito di archeologia industriale da far visitare a famigliole con bambini. Altri vorrebbero, basandosi sulle ipotesi contenute nel piano energetico regionale, provare la metanizzazione o il progetto del gasdotto Galsi o la bonifica delle aree minerarie e la valorizzazione del turismo e della nautica. Di fronte ad un caos di questo genere, la cui unica certezza sono i miliardi del contribuente gettati al vento negli anni passati e quelli altrettanto certi che lo saranno in futuro, cosa dovrebbe fare chi ha responsabilità di governo? Prima di tutto convincersi che lo Stato aiuta e riqualifica chi perde il posto di lavoro, non le aziende decotte. In secondo luogo che ha ragione Napolitano. Qualunque scelta si compia dovrà portare a “soluzioni sostenibili dal punto di vista della finanza pubblica e della competitività internazionale, in un mondo radicalmente cambiato rispetto a decenni orsono”.

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Aggiornamento del 20 novembre 2013:

http://www.leoniblog.it/2013/11/19/carbosulcis-la-miniera-senza-fondo-della-politica-industriale/

CARBOSULCIS, LA MINIERA SENZA FONDO DELLA POLITICA INDUSTRIALE

Di Luciano Capone – 19 novembre 2013

[…] Quanto la Carbosulcis sia costata agli italiani è stato raccontato e documentato da Alessandro Penati in un articolo del 1996 per il Corriere: “Nel 1985 lo Stato decide di dare 512 miliardi di lire all’Eni per riattivare il bacino carbonifero; l’Eni a sua volta investe 200 miliardi nelle miniere. Si arriva però al luglio 1993 e non un solo chilo di carbone è stato estratto”. Si va verso la privatizzazione, ma non ci sono acquirenti perché il carbone del Sulcis è pieno di zolfo, quindi costoso ed improduttivo. Il governo evita di nuovo la chiusura nel ’94 e stanzia 420 miliardi a fondo perduto, “ma non bastano per garantire la redditività degli investimenti ai privati. Il decreto, pertanto, obbliga l’Enel a comprare per otto anni l’elettricità del Sulcis a 160 lire per kwh, quando il costo medio di produzione dell’Ente è di 72 lire”. La differenza la pagano gli italiani in bolletta. Nel 1995 Carbosulcis viene messa in vendita, ma l’asta va deserta. La prospettiva di una chiusura delle miniere porta nuovi scioperi e lotte sindacali, occupazioni e manifestazioni che convincono la regione Sardegna a prendere in carico la società per guidare la “transizione” verso la privatizzazione. Transizione che negli anni di gestione regionale è costata altri 600 milioni di euro (circa 1.160 miliardi di vecchie lire) di sussidi e che ha causato l’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per aiuti di stato illegittimi. In trent’anni i contribuenti hanno speso dai 2 ai 4miliardi di lire per ogni minatore, la miniera ha bruciato più soldi che carbone (anche qui un po’ di conti).

L’ultima geniale idea del governo per guidare la “transizione verso la privatizzazione” è quella contenuta nella bozza del decreto “Fare 2” (di cui abbiamo parlato qui) che prevede un contributo di 63 milioni l’anno per venti anni (1 miliardo e 260 milioni totali) ovviamente pagati tramite ulteriori prelievi in bolletta. Un intervento che per salvare il lavoro di circa 500 operai che guadagnano 20-30mila euro l’anno ne costerebbe circa 126mila a testa, altri 2 milioni e mezzo di euro per dipendente nei venti anni complessivi. Il piano di “politica industriale” sembra tramontato, anche per “colpa” della procedura di infrazione europea. L’unico vero progetto industriale in campo è quello che doveva essere attuato trent’anni fa, la chiusura, anche perché ora sono previsti sussidi pure per la fine dell’attività (si fa per dire) produttiva: Bruxelles ha pronti circa 250 milioni di euro per la bonifica e l’accompagnamento alla chiusura delle miniere improduttive entro il 2018.

Ora va di moda elogiare il ruolo dello “Stato imprenditore” soprattutto nei campi dell’innovazione tecnologica e della ricerca, enunciando una serie di casi particolari di successo dimenticando di confrontarli con la stragrande maggioranza di fallimenti pubblici. Che è come presentare un video con i 5 o 6 casi in cui Luca Giurato abbia azzeccato un congiuntivo per dimostrare che sia un ottimo insegnante di italiano. La verità è che la storia della Carbosulcis è la norma più che l’eccezione della logica che ha guidato gli investimenti pubblici e le “politiche industriali” specialmente in Italia. Eppure nel nostro paese nessuno si oppone agli “investimenti pubblici”, né i politici, né gli elettori, né il mondo dell’informazione, tutti ritengono la locuzione sinonimo di “sviluppo”. In realtà nella spesa per investimenti non ci sono meno sprechi che nella spesa corrente visto che, come ha evidenziato Yoram Gutgled nel libro “Più uguali, più ricchi”, tra il 2000 e il 2010 l’Italia ha speso mediamente 20 miliardi l’anno più della Germania con risultati sconfortanti: “Da noi un chilometro di autostrada o ferrovia costa due volte e mezzo più che in Germania e Francia”. […]

Libro “Più uguali più ricchi” di Yoram Gutgeld 

Non abbiamo bisogno di manovre o aggiustamenti, quello che ci serve è un cambio di orizzonte mentale, un nuovo paradigma economico, sociale e politico che rompa con gli schemi del passato: analizzando le numerose occasioni perse dal nostro bipolarismo imperfetto negli ultimi vent’anni, Yoram Gutgeld dimostra in questa sua appassionata analisi che il declino del nostro Paese non è un processo irreversibile e che possiamo ancora tornare competitivi. Ma per ripartire dobbiamo subito accantonare una serie di luoghi comuni e alibi che non solo hanno impoverito il nostro dibattito politico, ma hanno oscurato i veri problemi che attanagliano il Paese. Dagli sprechi della pubblica amministrazione alle inefficienze della sanità, dalle occasioni mancate nel settore turistico alle buste paga dei lavoratori che devono assolutamente ricominciare a crescere, l’autore osserva le singole realtà italiane avanzando ogni volta proposte concrete, e spesso a costo zero, che permettano di superare le criticità. “Più uguali, più ricchi” racconta un Paese in cui la prima battaglia da vincere è proprio quella contro le iniquità che non sono solo all’origine dell’ingiustizia sociale, ma rappresentano anche un freno allo sviluppo economico. Portare l’equità al centro del dibattito politico non significa creare un Paese di uguali, ma uno in cui le imprese riescono a operare al meglio e le persone vengono premiate secondo le proprie capacità.

 

 

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