L’Italia è il paese che possiede il patrimonio artistico e culturale più importante del mondo, sia in termini di quantità (siamo il paese con la maggior distribuzione di musei sul territorio) che di qualità.

Peccato che questo patrimonio non venga valorizzato come dovrebbe e che, di conseguenza, il suo potere remunerativo sia solo minimamente messo a frutto. Essendo un dato di fatto che la domanda di turismo culturale è in aumento in tutto il mondo, il nostro patrimonio meriterebbe una maggior stima da parte di noi italiani, perché se non lo stimiamo, non lo amiamo e non lo valorizziamo noi, che ne siamo non padroni ma fortunati eredi usufruttuari, come potrebbe mai essere conosciuto e stimato dal resto del mondo? Prenderne atto e partecipare a tale valorizzazione non è una responsabilità da attribuire solo allo Stato, ma sarebbe compito anche di noi cittadini.

L.D.

“Un paese senza ricerca e senza cultura è un paese che è destinato a diventare sottosviluppato”

Margherita Hack

Mentre l’ex ministro Giulio Tremonti ci diceva che “con la cultura non si mangia“! Bè, con la cultura si può mangiare eccome, in altri Stati, in Germania ed in Francia ad esempio, con la cultura ci fanno un bel po’ di soldini…

Ecco alcuni spunti tatti dalla puntata di “Nove in punto. La versione di Oscar” del 2 febbraio 2011 (ascoltabile in streaming dal sito di Radio24). Titolo della puntata: “Asilo culturale alla Germania”:

  • Alla maggioranza degli italiani la questione culturale NON interessa. In genere, la questione culturale interessa ad una minoranza colta, che DI NORMA si rispecchia, almeno parzialmente, nella stessa minoranza che guida uno Stato. In Italia la situazione è ANOMALA: la minoranza colta NON E’ PIU’ la stessa che guida il Paese!
  • In tutta Europa la crisi ha costretto i Governi ad effettuare dei tagli. In Germania Angela Merkel ha applicato il seguente principio: “la cinghia per tutti fuorché per la formazione e la ricerca”. In Italia abbiamo invece applicato l’esatto opposto: “la cinghia per tutti e SOPRATTUTTO per la cultura e la ricerca”. Questo dimostra una cosa molto semplice: che chi ci governa non solo è una massa di IGNORANTI sotto il profilo culturale, ma anche dal punto di vista economico (i soldi spesi in coltura sono stati infatti definiti come “improduttivi e sottratti all’erario”) !!! Queste vere BESTIE non hanno la più pallida idea dell’indotto economico che la cultura può produrre per uno Stato e non hanno nemmeno minimamente presente la grandiosità (sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo) del Patrimonio artistico-culturale italiano. Una vera VERGNOGNA!
  • Esistono due sole strade per non far deperire un Patrimonio artistico-culturale: la prima consiste nel destinare ad esso un sufficiente apporto di risorse pubbliche (ma in Italia ciò non è evidentemente stato fatto ed è alquanto improbabile che venga fatto nei prossimi anni, né da questo né da qualunque altro Governo, considerando il fatto che lo Stato non ha denaro disponibile di pronto utilizzo e che il Patrimonio italiano ha davvero dimensioni vastissime, troppo vaste per poter essere gestite in modo efficiente da un’amministrazione centrale), la seconda strada consiste nell’affidare la gestione ad imprese/società private.
  • Anche i fondi destinati all’Italia dall’Unione Europea per interventi in campo culturale, vengono nella maggior parte dei casi tristemente sperperati.
  • Le donazioni effettuate da parte di privati cittadini non godono di un regime fiscale particolarmente incentivante.
  • Il Teatro La Scala di Milano, nel 2010, ha pagato allo Stato 39 milioni di tasse e ne ha ricevuti dallo Stato soltanto 37 milioni…
  • La soluzione proposta: far gestire le istituzioni culturali ad enti privati, naturalmente for profit (per profitto). Attenzione: i beni culturali non verrebbero venduti ma resterebbero di proprietà dello Stato, verrebbe solamente data in concessione all’esterno la loro gestione.

Allego il link all’interessante programma “Passepartout” condotto da Philippe Daverio, ospite della puntata di “Nove in punto” sopra citata.

Programma televisivo Presa Diretta – puntata “Oro buttato

Il patrimonio storico artistico italiano è il più importante del mondo. Da Nord al Sud non c’è angolo d’Italia senza un vero e proprio tesoro. Come lo trattiamo? Sappiamo conservarlo, valorizzarlo e promuoverlo? I nostri siti archeologici, i musei e i monumenti sono una vera e propria risorsa economica. Lo stato sfrutta adeguatamente il nostro patrimonio anche per creare posti di lavoro? Per rispondere a queste domande Domenico Iannacone ha girato in lungo e in largo la penisola tra siti noti e dimenticati e ha fatto delle scoperte sconcertanti. Non ci sono soldi per interventi essenziali, ma si spendono milioni di euro in progetti che non verranno mai realizzati. A Caserta non ci sono soldi per tagliare l’erba del parco più bello d’Italia. Nella Baia di Napoli un museo archeologico, costato una fortuna, viene aperto solo 9 giorni l’anno. Vincenzo Guerrizio è andato a vedere come i nostri vicini francesi trattano il loro patrimonio e ci fa il ritratto di Montpellier, città di provincia che, valorizzando i suoi piccoli tesori, ha generato turismo e posti di lavoro. In Italia invece si sprecano anche le risorse umane: archeologi, storici dell’arte e restauratori che hanno studiato con passione per anni si ritrovano quasi sempre sottoutilizzati, per decenni, con pochi soldi, in lavori precari. Un duro racconto di un’Italia che sta perdendo progressivamente quel che ha di più prezioso.

In Molise, in provincia di Campobasso, c’è un’intera città romana fondata 2300 anni fa, con tanto di strade, case, foro, anfiteatro e basilica. Si chiama Sepino e non la visita nessuno. Del resto non c’è neanche un cartello che indica ai turisti gli scavi, manca il parcheggio e il cartello “museo archeologico” l’ha scritto sul cartone con il pennarello il custode. Qui si e’ scavato solo un terzo della città poi si è smesso per mancanza di fondi: per Sepino, infatti non ci sono neanche i soldi per tagliare l’erba che sta coprendo le antiche strade romane.

La Reggia di Caserta è la nostra Versailles: 122 ettari di giardino all’italiana e 25 ettari di giardino all’inglese, 1200 stanze e migliaia di opere d’arte tra tele, sculture e affreschi. Ebbene qui non hanno più neanche i soldi per pagare la bolletta della luce.

Per mantenere la città di Pompei, invece, ci vorrebbero 275 milioni di euro all’anno. La Soprintendenza riceve solo 20 milioni di euro e con questi soldi deve anche occuparsi degli scavi di Ercolano. Risultato: Pompei sta morendo: ogni giorno, ogni mese ed ogni anno un pezzo della città archeologica piu’ importante del mondo se ne va per sempre.

Non va meglio per la Soprintendenza più ricca d’Italia, quella di Roma: l’Istituto centrale per il restauro, la scuola di restauro più importante del mondo, è “temporaneamente sospeso”… da tre anni! Da 88 studenti si è passati a 22. E il prossimo anno anche i 22 rimasti prenderanno la specializzazione e la scuola rischia di chiudere. Nei laboratori di restauro della Soprintendenza di Roma, invece, dove dovrebbero finire tutte le migliaia di reperti che vengono scavati ogni anno a Roma e provincia, sono rimasti a lavorare solo 8 restauratori e quest’anno il ministero , a fronte di una esigua richiesta di 100.000 euro fatta dal dirigente, dottoressa Bandini, ha inviato zero euro.

In compenso nel 2004 è nata Arcus, una spa a capitale pubblico che è stata concepita come una braccio operativo del ministero dei Beni culturali e che è stata finanziata dallo Stato con 60 milioni di euro all’anno. Ha 10 dipendenti e 7 consiglieri di amministrazione, presidente compreso, tutti nominati dalla politica. Tanto per non sprecare i soldi pubblici, hanno preso i loro uffici nel centro di Roma a via Barberini: un appartamento su due piani che costa solo di affitto 15mila euro al mese, 174mila euro all’anno, quasi quanto riceve ogni anno la soprintendenza del Molise.

A tutto questo bisogna aggiungere i tagli lineari del 20 per cento a tutti i ministeri, chiesti da Tremonti con la scorsa finanziaria, gli stessi che hanno messo in ginocchio la polizia e le altre forze dell’ordine, come abbiamo documentato nella scorsa puntata di Presadiretta.

Oggi i beni culturali producono in Italia un giro di affari che vale 40 miliardi di euro e il 2.6 per cento del PIL. In Inghilterra, un patrimonio storico e artistico immensamente inferiore al nostro, ne tirano su 73 di miliardi euro, il 3.8 per cento del PIL. Ecco: la puntata di stasera l’abbiamo voluta chiamare “Oro buttato”.

Nella puntata i si è parlato anche del museo Aragonese a Pozzuoli, miglior museo del 2008. Chiuso perchè non ci sono addetti. Museo costruito grazie ai fondi europei: un investimento di 321 milioni di euro. Anche questo oro buttato. Della piscina mirabilis sempre a Pozzuoli, la più grande cisterna romana, di 2000 anni fa. A disposizione della signora Giovanna, un’anziana signora che fatica scendere le scale.

Del progetto costato 2,5 milioni di euro (tramite la solita Arcus) per la ristrutturazione della Pinacoteca alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli a Roma. Un finanziamento ad una struttura dello stato vaticano. Peccato che la Pinacoteca non ci sia ancora. E si è confrontato ciò con la cittadina francese di Montpellier: un sito archeologico, un museo di pittura. E attorno un intera cittadina costriuta attorno al turismo, all’accoglienza, alla cultura. La regione, lo stato e il comune, tutti investono sul turismo culturale. Non ci sono problemi di budget, nè tagli alle assunzioni. Nemmeno in tempi di crisi. Da noi, invece, l’oro buttato.

“Quale è il futuro culturale di un paese? Nessuno .. se non fai ricerche e investimento nella storia” spiegava Renato Sebastiani, della sorpintendenza di Roma. Il suo problema è trovare dove depositare tutto l’oro (i resti del mercato romano), trovati al quartier Testaccio a Roma.

Articolo Il Louvre? Rende più di tutti i nostri musei” pubblicato su “Il Giornale” il 7/08/2010

[…] Per avere un’idea della sottoutilizzazione economica del patrimonio culturale italiano, si pensi che la somma di 17.584.283, 91 euro incassata dal merchandising dei beni nel 2001 rappresenta circa il 15% del medesimo settore del solo Metropolitan museum di New York, il 60% di quanto la francese Réunion des Museés Nationaux (RMN) ha incassato dalla vendita del solo Cd-rom del Louvre, l’80% di quanto fatturano in Gran Bretagna la Tate Gallery, la Victoria & Albert Museum e la Royal Academy Enterprises, il 90% degli introiti annui della sola società commerciale che gestisce le attività di licensing e retailing del Museo Van Gogh! Anche la più elevata somma di 20.191.393,96 euro ricavata dal merchandising prodotto nel 2004 da tutti gli istituti e luoghi della cultura statali italiani è ampiamente inferiore al volume d’affari delle istituzioni culturali straniere: secondo le mie ultime ricerche, essa corrisponde al fatturato prodotto dal solo Museo del Louvre di Parigi, mentre è inferiore a quello della Tate Gallery e National Gallery inglesi (per complessivi 22 milioni di euro) e pari solo al 30% dei ricavi ottenuti dal Metropolitan museum di New York (68 milioni di euro)”. […] “Perché, mi chiedo, i direttori museali non vengono valutati anche per la capacità di far fruttare il patrimonio culturale in consegna?

Programma televisivo Report – puntata “Mali culturali

Da noi c’è il Colosseo, la Villa Reale di Monza, Pompei e poi la Valle dei Templi e tanto, tanto altro. L’Italia è nota per la ricchezza dei suoi beni culturali, eppure nel resto d’Europa con un patrimonio di gran lunga inferiore al nostro riescono a dar lavoro a 3 milioni e 600 mila persone, il 2,6% del Pil, mentre in Italia ci fermiamo all’1,1%. Com’è possibile che da noi il bene culturale diventa un male? Intanto perché non abbiamo ancora ben capito cosa farne. Dici “beni culturali” e il ragioniere dello Stato pensa a venderli, mentre il professore pensa a conservarli. Potremmo anche decidere di buttare via tutto, ma oggi ci siamo accorti che l’eredità del passato ha un suo valore, ma non sappiamo se serve al turismo culturale, all’identità nazionale o a vendere più panini con salame. Invece all’estero, con l’operazione Mission Val de Loire, i francesi stanno curando alla perfezione il loro paesaggio culturale: ci hanno messo un marchio e ora sono passati all’incasso. Gli Americani pure sono bravissimi a gestire la singola organizzazione e lo vedremo al Paul Getty Museum di Los Angeles. In Italia invece facciamo funzionare bene i maccheroni venduti in pieno centro storico.

Tutto il resto, che sia la valorizzazione delle Ville Venete o il coinvolgimento dei privati nel museo Madre di Napoli, è ancora lontano dal fare.

Programma televisivo Annozero – puntata “Macerie

L’Italia possiede il maggior patrimonio culturale al mondo ma è il fanalino di coda per investimenti pubblici nella cultura. “La gente non mangia cultura” ha dichiarato il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, giustificando i tagli al settore, ma le esigenze degli alluvionati in Veneto si possono contrapporre a quelle della tutela di Pompei? Nell’attuale situazione economica dobbiamo rassegnarci e considerare impossibili interventi a favore del cinema italiano o per la ricostruzione del centro storico de L’Aquila?

“Per il più grande museo del mondo una possibile agenda” di Andrea Granelli, tratto dalla rivista Newton (inserto speciale “Conservare e Promuovere”)

 […] Il vero primato del nostro Paese non è di possedere la quota maggioritaria del patrimonio culturale mondiale, ma consiste nel fatto che qui da noi il museo è ovunque, presente in ogni angolo più remoto del territorio; un vero museo “diffuso”, che esce dai suoi confini, occupa le piazze e le strade, si distribuisce ed è presente in ogni piega del territorio. Per questi motivi possiamo considerarci il più grande laboratorio a cielo aperto legato alla cultura, dove progettare, sperimentare e adattare tecnologie, materiali, metodologie, format narrativi e meccanismi produttivi che ci consentono di conservare, tutelare e valorizzare questo patrimonio dell’umanità.  […] Innanzitutto si devono combattere degli stereotipi che vedono una assoluta antinomia fra cultura e crescita economica. Non si tratta di vendere le spiagge, esportare le opere d’arte o aprire luoghi pregiati al vandalismo distratto del turismo di massa; si tratta di costruire un motore economico attorno al patrimonio culturale che lo rispetti ma soprattutto che lo valorizzi, fortificando ed esportando le competenze (tecnologiche, progettuali, gestionali, narrative) che ci hanno permesso di conservarlo e renderlo fruibile fino ai giorni nostri. Vanno quindi contrastate le letture tradizionali – come per esempio quella tipica dei cosiddetti economisti della cultura – che tendono a valutare come economicamente rilevante solo l’indotto turistico-museale.

Documento ISTAT “Italia patrimonio culturale dell’umanità” a cura di F.Arosio e P.Cecchini

ISTAT Patrimonio culturale italiano (pdf)

Italia “patria dell’arte”, capitale mondiale della cultura” e “museo diffuso” sono espressioni talmente inflazionate da rischiare di divenire luoghi comuni, cioè rappresentazioni stereotipate, acriticamente accettate, per le quali risulta difficile risalire alle ragioni che le hanno generate e che le giustificano. In effetti, trovare un riscontro oggettivo, possibilmente quantitativo, a tali definizioni è estremamente difficile. Inoltre, quando ci si riferisce al patrimonio culturale di un Paese nel suo complesso, è arduo non solo individuare i parametri di misurazione sulla base dei quali effettuare comparazioni internazionali, ma addirittura definire l’oggetto stesso di osservazione e di analisi. Certamente la vastità, l’importanza e la capillarità del patrimonio storico e artistico del nostro Paese sono percepibili “a occhio nudo”, ma non esiste a tutt’oggi un elenco esaustivo ufficiale dei beni culturali, né è stato mai realizzato un lavoro sistematico di ricognizione, inventariazione e di catalogazione, nonostante la nostra Costituzione sia una delle poche al mondo a prevedere tra i “principi fondamentali” e tra i compiti della Repubblica (art. 9) la tutela del “patrimonio storico e artistico della Nazione” ed una importante sentenza della Corte Costituzionale (151/1986) sancisca “la primarietà del valore estetico-culturale […] capace di influire profondamente sull’ordine economico e sociale”. A fronte di tale lacuna conoscitiva, una fonte di informazione autorevole in merito è rappresentata dalla lista del patrimonio mondiale elaborata dall’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione la Scienza e la Cultura), dalla quale risulta che l’Italia è il Paese che detiene il maggiore patrimonio culturale del mondo. […] In tale contesto, l’Italia, sul cui territorio nazionale risiedono 35 siti, presenta un valore addirittura quattro volte e mezzo superiore alla media europea e sette volte maggiore di quella mondiale. […]Ovviamente nell’effettuare una comparazione a livello internazionale è necessario tenere presente l’estrema variabilità delle superfici dei Paesi considerati. […] In tal modo, la densità media dei siti culturali in Europa è quantificabile in circa un sito ogni 20.000 kmq. L’Italia presenta, invece, una densità di 1,16 siti ogni 10.000 Kmq, valore più che doppio rispetto alla media europea.

Articolo “Vacanze in Italia? No grazie! La perdita di competitività dell’Italia nel settore turistico” – fonte www.bookingblog.com, 1 settembre 2009

Appena tornato da un viaggio in Nord America, non ho potuto fare a meno di notare l’enorme divario che divide l’Italia dall’estero, relativamente alla qualità dei servizi e al trattamento del cliente. Un divario che per l’Italia si traduce in una preoccupante perdita di competitività e che, a mio parere, porterà inevitabilmente ad un calo consistente del turismo in un futuro non troppo lontano, almeno che non prendiamo subito dei provvedimenti cambiando il nostro modo di lavorare. […] Personalmente credo che gli Italiani non abbiano ancora compreso come il guadagno non arrivi da solo, ma passi inevitabilmente dal cliente e dal suo livello di soddisfazione. Il cliente non è un “uccello da spennare”, ma la più preziosa fonte di guadagno e di pubblicità: ricordatevi che un cliente contento e soddisfatto, vi consiglierà off-line ed on-line agli altri utenti e molto probabilmente tornerà a soggiornare da voi. Crediamo forse che la bellezza dei nostri paesaggi, dei nostri monumenti e dei musei basteranno a salvare il nostro turismo? Non è così: la gente, dal momento che paga, si aspetta un servizio e un trattamento di qualità e se non lo troverà, cesserà di venire in vacanza in Italia, e smetterà di promuovere il nostro Paese tra parenti ed amici. A parità di spesa, in molte parti del mondo, è possibile fare soggiorni più lunghi e godere di un servizio migliore, ecco perché i turisti, sia Italiani che stranieri, preferiscono altre destinazioni per le proprie vacanze, come la Spagna, l’America, l’Oriente. Pensate che in USA, nel 2008 e quindi nel pieno della crisi economica, secondo un sondaggio condotto dalla RightNow® Technologies, il 58 % degli intervistati era disposto a pagare di più per le proprie vacanze se avesse avuto la sicurezza di una più alta qualità del servizio. Credo proprio che la qualità del servizio, la pulizia, la cortesia, stiano diventando la vera chiave di volta del turismo. Per questo se noi Italiani non cambiamo al più presto atteggiamento nei confronti dei viaggiatori, il nostro turismo ne rimarrà fortemente danneggiato e difficilmente riusciremo a scrollarci di dosso una cattiva fama che si sta già facendo strada a livello internazionale.

Libro “La redditività del patrimonio culturale. Efficienza aziendale e promozione culturale” di Antonio Leo Tarasco

Il volume affronta il tema della efficienza nella gestione del patrimonio culturale e della sua conseguente utilizzazione economica quale strumento utile sia per la tutela e valorizzazione dei beni che per gli effetti positivi sul più ampio contesto economico. Attraverso l’analisi delle norme costituzionali e dell’ordinamento di settore dei beni culturali, l’autore dimostra come, fatto salvo il limite della conservazione, ne sia perfettamente legittimo un impiego economicamente produttivo, inteso sia come produzione di un profitto che come utilizzazione efficiente dei fattori produttivi impiegati nella loro gestione (risorse umane e finanziarie, beni). In particolare, sono analizzati criticamente i profili giuridici delle forme di gestione delle attività di valorizzazione dei beni culturali (innovati dai decreti legislativi un. 156 e 157 del 2006), esaminando specificamente gli istituti del project-financing, della fruizione individuale e dei servizi aggiuntivi. In allegato, attraverso l’analisi del Conto generale del patrimonio dello Stato del quinquennio 2001-2005, il testo ricostruisce la valutazione contabile dei beni culturali italiani, giungendo a dimostrare come una inadeguata stima ne impedisca in radice un impiego efficiente e pregiudichi la possibilità di realizzare efficaci politiche di tutela e valorizzazione.

Libro “Tecniche ed esperienze italiane e straniere dell’accoglienza turistica” di Bruno Gandino e Daniele Manzone.

Lo scopo del libro è quello di spiegare agli operatori ed a tutto l’indotto del settore turistico italiano l’importanza di gestire in modo professionale le dinamiche della strategia e della promozione, cercando di far capire davvero che cosa vuol dire marketing, parola che, secondo gli autori, incute una certa diffidenza fra chi lavora nel turismo. Gli autori, infatti, ritengono che per vincere la sfida competitiva internazionale anche un paese come l’Italia, con un patrimonio ricchissimo, non possa prescindere da una ricerca d’innovazione ed una strategia efficace di promozione turistica. Infatti il mercato si è fatto sempre più competitivo ed i clienti non si possono più aspettare, si devono individuare, contattare, coinvolgere, conquistare e mantenere. Questo richiede come detto un atteggiamento d’ascolto, d’indagine del mercato, di programmazione e di strategia. Il turismo però è un prodotto particolare e complesso dove l’elemento umano, quello dell’accoglienza, è cruciale, non si tratta quindi solo di vendere ma anche di sviluppare una filosofia della gestione del mercato e del rapporto con la clientela. Un aspetto interessante di questa pubblicazione è che i due autori, secondo noi giustamente, tengono a sottolineare come sia importante non solo la teoria, per la quale esistono molte pubblicazioni, ma anche delle case history di successo per imparare e confrontarsi. Dunque il libro è un manuale operativo sull’accoglienza turistica come elemento di sviluppo, con una grandissima quantità di esperienze italiane ed estere che esemplificano di volta in volta i concetti teorici proposti. Per quanto riguarda i temi trattati nel libro è davvero difficile riassumerli tutti, si passa dall’importanza strategica del marketing (con i concetti base della disciplina), sul benchmaking, sulle indagini sul mercato, sulla formazione, sulla promozione, sulla specializzazione competitiva e molto altro ancora. In conclusione il libro è uno strumento prezioso di lavoro per gli operatori del turismo ma anche per tutti coloro che si vogliono avvicinare al marketing turistico grazie alla notevole ricchezza di casi di studio, una documentazione internazionale di grande pregio ed utilità. Con in più un taglio pratico ed una spiegazione sintetica e chiara dei concetti teorici fondamentali, una cosa che non guasta mai in un libro a carattere operativo.

Libro “Crisi economica e competitività. La cultura al centro o ai margini dello sviluppo?” a cura di R. Grossi

Crisi dei consumi e della produzione, indebitamento finanziario, crollo dell’occupazione. Ma anche competitività locale, creatività, progetti di rinnovamento e di sviluppo. La crisi economica, dilagata negli ultimi mesi su scala internazionale, ha rotto gli steccati, mettendo in risalto la debolezza del nostro sistema produttivo. E soprattutto che è indispensabile un progetto strategico di ampio respiro. Nonostante tutto, la cultura e il turismo d’arte reggono alla crisi, sostenuti da una domanda in costante crescita da diversi anni. Le ricchezze artistiche e ambientali, la bellezza delle nostre città, l’industria creativa possono davvero essere tra gli elementi trainanti non solo dell’immagine del Bel Paese, ma anche dell’economia diffusa. Occorre, dunque, reagire alla crisi anche avviando un profondo ripensamento sui punti di forza di settori dall’indiscutibile valenza sociale e identitaria, oltre che economica. In questa direzione servono riforme profonde e scelte coraggiose di investimento pubblico, che invertano la recente tendenza al disimpegno. La produzione culturale, dal design al cinema, dalla musica ai musei, insieme alla formazione e alla ricerca, sono una grande ricchezza e un potenziale di crescita straordinario. Il Sesto Rapporto Annuale Federculture mette in evidenza, con riflessioni, dati e indicatori, il contributo della cultura, proprio in un momento di crisi economica, per il rilancio dell’occupazione e per lo sviluppo del nostro Paese.

Vedi anche l’articolo “Italia meraviglia del mondo: non per niente ci chiamano BelPaese

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