Sembra proprio che siano i giovani, le donne e gli imprenditori (soprattutto artigiani e PMI) coloro che stanno maggiormente subendo la crisi. Vediamo il perchè…

Traggo questi spunti dalla puntata “Rapporto sull’Italia” di “Nove in punto. La versione di Oscar” del 24 maggio 2011. 

Presentato dall’Istat il consueto rapporto annuale, fotografia dell’Italia per quello che è con cifre, dati e tendenze. L’economia, le condizioni del mercato del lavoro e delle famiglie fino a proiettare lo sguardo sui prossimi anni.

In allegato trovate il documento RAPPORTO ANNUALE SULLO STATO DEL PAESE 2010, citato nella puntata.

Riassumo qui di seguito alcuni argomenti trattati:

  • Le vittime numero uno della crisi sono i giovani e le donne;
  • I DISOCCUPATI sono coloro che non hanno un lavoro ma lo cercano attivamente;
  • Gli SCORAGGIATI sono invece coloro che, appunto perché scoraggiati dalla crisi, non cercano attivamente lavoro. Il dato è preoccupante, poiché secondo le stime, sono 2.100.000 i giovani che non studiano e non lavorano, trovandosi così in una condizione di vera e propria EMARGINAZIONE SOCIALE;
  • Due sono le conseguenze: rischiamo da una parte di perdere l’investimento in istruzione fatto e dall’altra parte di avere una generazione di giovani piuttosto depressa;
  • In Italia l’INDICATORE DI RISCHIO DI POVERTA’ E DI ESCLUSIONE SOCIALE è più alto rispetto al resto d’Europa: 24.7% (circa 15 milioni di persone);
  • In Italia il TASSO DI RISPARMIO è molto diminuito negli ultimi anni, mentre nel resto d’Europa è cresciuto (come risposta razionale ad un momento di crisi e di difficoltà). Anche questo è un segnale preoccupante: le famiglie, per poter andare avanti, si stanno indebitando oppure devono far conto sul patrimonio accumulato in precedenza, il quale di conseguenza va sempre più riducendosi;
  • Sono 800.000 le donne discriminate, ovvero espulse dal lavoro per aver avuto un figlio;
  • L’Italia spende il 4,7% del PIL (8,3% media europea) per le attività socio-assistenziali che danno sostegno alle famiglie (sono attualmente proprio le donne che si prendono quasi interamente carico della cura di anziani e bambini);
  • L’Italia spende l1,9% del PIL (5,2% media europea) per la tutela della disoccupazione, ma con un errore di fondo: attualmente la spesa va nelle cassintegrazioni, che tutelano il lavoratore in quanto ha perso un posto di lavoro (a tempo indeterminato), non sostengono il lavoratore privo di reddito nell’attesa di un nuovo posto di lavoro;
  • La tutela degli anziani sta contribuendo ad impoverire le famiglie italiane: 2.000 euro al mese devono essere spesi per mantenere una persona anziana in casa di riposo e dai 1.000 ai 2.000 euro al mese, a seconda delle condizioni dell’anziano, devono essere spesi per avere una badante. La pensione di anzianità media attualmente si aggira intorno ai 500 euro al mese;
  • Anche la cura dei figli sta contribuendo ad impoverire le famiglie italiane: il numero di asili nido pubblici è insufficiente, così si è costretti a ricorrere ad asili nido privati, con una retta mensile che può variare dai 300 agli 800 euro mensili, oppure le donne sono costrette a rimanere a casa dal lavoro;
  • Aggiungo inoltre che noi donne dobbiamo cercare inizialmente di restare sul mercato del lavoro il più possibile, per farci strada e trovare possibilmente un lavoro stabile e degnamente retribuito, poiché fare carriera è un processo che richiede molti anni. Tuttavia, la soglia dei 35 anni è critica per la gravidanza, poichè aumentano i rischi per la salute del nascituro, e noi donne siamo in questo modo costrette a ritirarci dal mercato del lavoro proprio nel momento in cui dovrebbe aver inizio la nostra piena maturità professionale (fra i 30 ed i 35 anni). Questo è un altro motivo per cui in Italia stiamo vivendo un pesante crollo della natalità;
  • Negli ultimi anni abbiamo assistito in Italia ad una tendenza al calo di iscrizioni all’Università, mentre anche chi si laurea deve spesso accontentarsi di essere “sottoutilizzato” nel mercato del lavoro: significa che le aziende italiane non stanno investendo in INNOVAZIONE. Al contrario, è aumentata la richiesta di personale NON qualificato;
  • Chi ha un diploma tecnico-professionale non possiede le competenze richieste dalle aziende, le quali devono perdere delle ore-lavoro nella ri-formazione di un capitale umano che dovrebbe, secondo le loro aspettative, essere già sufficientemente formato: questo è indice della totale estraneità tra il mondo della scuola e quello del lavoro.

Questi sono dati VERI pubblicati dall’ISTAT, non frasi a caso buttate lì da qualche indegno politico. Politici che, tranne forse alcune rare eccezioni, non sanno nemmeno cosa siano la matematica e la statistica, considerando la varietà e l’infondatezza dei dati che spesso portano a favore delle loro tesi. Quella descritta nel rapporto ISTAT, di cui qui sotto troverete il relativo link, non è altro, purtroppo, che la realtà INCONTESTABILE dei fatti.

Rapporto ISTAT 2010 (pdf)

Riporto una frase del direttore della Stampa Mario Calabresi: “Si gonfia il numero dei giovani che non trovano lavoro e passano le loro giornate tra il divano della casa dei genitori, il computer e l’aperitivo in piazza”, disoccupati di lusso “che hanno una laurea, un master e parlano almeno due lingue”. Manca però una risposta della politica: “Chi ci governa dovrebbe alzarsi ogni mattina proponendo una soluzione, cercando di far ripartire il mercato del lavoro, cercando di creare nuove opportunità e investendo nella scuola e nella formazione. Sono cose così banali che non andrebbero neppure dette: sarebbe come se qualcuno cominciasse a ricordare che la terra con i semi appena piantati va bagnata ogni giorno perché da lì nasceranno i fiori e le piante, che se le lasciamo seccare non avremo nessun raccolto futuro”.

N.B.: in Italia circa il 36% dei giovani tra i 20 ed i 30 anni NON STUDIA NE’ LAVORA. Riflettete su questa tragica situazione: se da giovani, quando si ha più voglia di lavorare e di mettersi in gioco, quando la forza morale e la creatività raggiungono i loro massimi livelli, si è costretti a rimanere fermi… la vita di queste persone, se non si farà presto qualcosa, sarà segnata per sempre: questi anni passati nell’inattività, fisica e mentale, non si possono più recuperare…

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/istat-disoccupazione-giovanile-febbraio/201740/

2 aprile 2012

Istat, disoccupazione giovanile al 31,9% a febbraio. Un ragazzo su tre non trova lavoro

Cresce la disoccupazione in Italia, e colpisce soprattutto le donne e i giovani. Il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni a febbraio è salito al 31,9%, in aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a gennaio e di 4,1 punti su base annua. Lo rileva l’Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie, aggiungendo che è il tasso più alto da gennaio 2004. Guardando al quarto trimestre del 2011, la disoccupazione nella fascia tra i 15 e 24 anni sale alla soglia del 32,6%. Si tratta del dato peggiore dal 1992, cioè dall’inizio delle serie storiche dell’Istat. In termini generali, per il mercato del lavoro non è certamente un buon periodo: il tasso di disoccupazione generale a febbraio è al 9,3%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su gennaio e di 1,2 punti su base annua. […]

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-19/mappa-disagio-imprenditorialeil-lavoro-174229.shtml?uuid=AbRHgkQG

Sul Sole 24 Ore la mappa del disagio imprenditoriale. Il lavoro per i giovani? Di notte e nei weekend

Il lavoro per i giovani? Di notte e nei weekend. Un’elaborazione del centro studi Datagiovani ha messo sotto la lente le statistiche dei dipendenti in Italia e in Europa al lavoro di sabato, di domenica, di sera o di notte. Il nostro Paese è quarto nel ranking Ue per la quota di «under 25» impiegati il sesto giorno della settimana: circa 400mila nel 2011, pari al 40% del totale dei dipendenti tra i 15 e i 24 anni e oltre sette punti in più rispetto alla media europea. […] Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/SQ2zx

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/nessuno-paga-imprenditori-suicidi/182123/

Crisi economica, aumenta il numero dei suicidi tra imprenditori e disoccupati

Secondo la ricerca Eures in Italia ci sono stati 2986 casi, con un incremento che ha riguardato soprattutto la popolazione maschile (+5,6% rispetto all’anno precedente). Record in Veneto con 50 casi in tre anni […]

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=185522&sez=NORDEST

Imprenditori suicidi per debiti, gli artigiani reagiscono: “Vittime di omicidi legalizzati”

di Claudio Bertoncin

VENEZIA – «Sono vittime di omicidi legalizzati». […] la Confartigianato di San Donà lancia l’affondo. Con una lettera dura, decisa, vergata di proprio pugno quasi con rabbia dal presidente dell’associazione di categoria, Ildebrando Lava, e indirizzata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al premier Mario Monti, al governatore del Veneto Luca Zaia, al presidente della Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto. […] Tre i punti che, secondo il presidente della Confartigianato di San Donà di Piave, sono necessari per «iniziare seriamente a gettare le basi, per fare in modo che le imprese e le famiglie vedano l’orizzonte oltre la crisi». «Emanare una legge che garantisca pagamenti in tempi certi e che tuteli l’impresa artigiana. Agire sul sistema bancario. Introduzione immediata di norme urbanistiche che consentano un forte rilancio del comparto edile per gli edifici a consumo energetico zero».

[…] «E quando un imprenditore – conclude Lava – arriva a prendere una decisione come quella perché non riesce a riscuotere quanto dovuto e non c’è nessuna normativa che lo aiuta, allora quei gesti non si possono più chiamare suicidi». «Non possiamo lasciarli soli» è l’eco lanciato da Confcommercio. Massimo Zanon, presidente di Confcommercio Veneto, chiede che agli imprenditori in difficoltà venga garantita una speciale linea di credito, almeno per i casi in cui i debiti sono solidamente garantiti dai crediti, con la Regione e i consorzi fidi delle associazioni a far da garanti con le banche. La richiesta, in pratica, di una sorta di “catena di solidarietà” che il presidente Zanon ha inviato al presidente della Regione Luca Zaia, chiedendo che venga istituito un tavolo tra gli istituti bancari e le associazioni di categoria, con un numero verde al quale gli imprenditori in difficoltà possano rivolgersi. Un invito che il governatore Zaia ha accolto ed esteso. «A questo proposito – sottolinea – non va dimenticato il fondo di rotazione, da me fortemente voluto, che mette a disposizione denaro liquido a tasso agevolato proprio per far fronte agli impegni delle imprese. […] un fondo di solidarietà per mancanza di credito gestito in stretta collaborazione con i Consorzi Fidi viene richiesto anche dalla Cgia di Mestre. «Uno strumento – rileva il segretario degli artigiani, Giuseppe Bortolussi – che possa essere utilizzato da chi, dopo aver subito un rifiuto dalla banca, non sa più a chi rivolgersi. […]

13 Marzo 2012

Vedi anche l’articolo “La crisi continua a mordere, ma troppo spesso il disagio si trasforma in suicidio…

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Aggiornamento del 3 luglio 2014:

http://www.articolo36.it/articolo/staffetta-generazionale-non-prende-il-largo

Staffetta generazionale, solo 5 casi in un anno: il patto per l’occupazione tra anziani e giovani è un flop

Di Marianna Lepore – 02 luglio 2014

Ricordate la staffetta generazionale? Sembrava dover essere il piatto forte, in materia di occupazione giovanile, del governo Letta e dell’allora ministro Giovannini. Finita poi in un cassetto, venne comunque ripresa da Italia Lavoro attraverso un intervento finanziato con circa 40 milioni di euro su risorse del vecchio fondo per l’occupazione del ministero del Lavoro. Con quali esiti? Molto scarsi, anzi: quasi nulli. Per ora infatti è stata usata solo tre volte in due aziende dell’Emilia Romagna e due volte in due aziende della Lombardia. Cinque sole volte nelle uniche tre regioni in cui è riuscita a partire: Lombardia, Emilia Romagna e da meno di un mese anche la Campania. Eppure questa formula, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto incentivare il ricambio generazionale e aprire opportunità di impiego per i giovani. Invece i numeri pesano come macigni, visto che queste cinque volte sono diluite in un arco di tempo molto esteso, 15 mesi – considerando che il primo bando venne pubblicato in Lombardia nel marzo 2013.  In sottofondo si sente inoltre il ticchettio di un timer: i finanziamenti dovrebbero infatti essere utilizzati entro il 31 dicembre 2014. Eppure questa formula è stata costruita appositamente per essere vantaggiosa per tutti: lavoratori anziani, giovani e aziende. 
Ma in cosa consiste? […] In pratica il meccanismo è semplice: l’azienda assume il giovane e trasforma il contratto dell’anziano in un part time. A quel punto Italia Lavoro interviene sul differenziale retributivo che il lavoratore andato in pensione andrebbe a perdere. […] «Dal 2008 a oggi» spiega Irano «il tasso di occupazione degli ultra cinquantenni è aumentato del 10,5%. […] Nel frattempo il tasso di occupazione dei giovani dal 2008 a oggi è diminuito del 10% lasciando lo spazio proprio per quella stessa percentuale di anziani che invece hanno continuato a lavorare. Così ci troviamo di fronte a una partecipazione delle nuove generazioni che è scesa di dieci punti percentuali rispetto al 24,5 del 2008. Stessi numeri che invece sono stati acquistati dagli anziani». Il ragionamento che fa il responsabile di Italia Lavoro è che la distribuzione degli incentivi a pioggia non porta necessariamente a buoni risultati perché prima di pensarli bisognerebbe capire se danneggiano una generazione. Perciò andrebbero pianificati in un’ottica intergenerazionale, anche perché non far partecipare i giovani ai processi produttivi ha una grave conseguenza: non riuscire a creare le condizioni di mantenimento di una popolazione che ha un’aspettativa di vita sempre più alta. «Stiamo tenendo in panchina una generazione che è nelle migliori condizioni di performance lavorativa, produttiva e di creatività e che l’Italia si permette invece il lusso di non utilizzare». […]

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Aggiornamento del 10 novembre 2014:

http://www.legacoop.coop/parita-occupazione-femminile-in-europa-peggio-dellitalia-solo-malta-e-grecia/

PARITÀ – Occupazione femminile, in Europa peggio dell’Italia solo Malta e Grecia

Roma, 4 novembre 2014 – Peggio di noi solo Malta e la Grecia. L’Italia è terz’ultima in Europa per tassi di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni. Un record davvero poco invidiabile. Oltretutto non l’unico, in ambito negativo, sul tema delle pari opportunità. […]

Analizzando i dati troviamo, a sorpresa, un risultato positivo: per quota di part time l’Italia è undicesima, con 16 Paesi che fanno peggio di noi. Purtroppo, però, non si tratta di una vera libertà di scelta: la percentuale di part time ‘imposto’ e non scelto dalla lavoratrice raggiunge il 63%, ovvero più del doppio rispetto alla media europea. Un quarto delle donne che hanno avuto un figlio nel 2010, due anni più tardi non lavoravano più. La causa? Per il 67% le difficoltà di conciliare vita e lavoro.

A provocarle contribuisce una rigidità dei ruoli di genere ancora elevata: i maschi italiani sono in Europa quelli che essendo occupati  meno contribuiscono al lavoro familiare, con 1 ora e 9 minuti a fronte delle 3 ore e 45 delle donne occupate. Più di loro lavorano solo in Slovenia e in Polonia. I congedi parentali introdotti dalla legge? Sono ancora ben poco utilizzati dagli uomini (11%).

Il guaio è che questa asimmetria non viene riconosciuta neanche dai diretti e dalle dirette interessate: la maggior parte di uomini e donne dichiara che la ripartizione è equa. Il 50% delle donne, inoltre, ritiene che in tempo di crisi sul posto di lavoro è meglio dar la precedenza agli uomini. In gergo si dice che siamo un Paese con un “modello breadwinner modernizzato”, ovvero: la donna lavora un po’ meno e si assume il carico familiare in gran parte, l’uomo lavora ma aiuta un po’.

Il ricorso alla baby sitter, complice la crisi, è dimezzato tra il 2005 e il 2012, passando dal 9,2 al 4,5%, ed è aumentato il ricorso al nido privato (dal 13,9% al 21,2%), a causa soprattutto della carenza di nidi pubblici: i servizi comunali raggiungono il 27,3% dei bambini 0-2 anni in Emilia-Romagna ma appena il 2,1% in Calabria. Risultato: le donne lavorano meno, ma ma nascono anche sempre meno figli. Nel 2010 ne sono venuti al mondo 6.863 in meno dell’anno prima, nel 2011 oltre 15mila in meno e l’anno successivo 12.399 in meno.

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Aggiornamento del 31 luglio 2015:

Disoccupazione giovanile: i dati ci dicono, come potete vedere nello storico, che siamo passati dal 31,9% di aprile 2012 al 44,2% di luglio 2015…

http://www.huffingtonpost.it/2015/07/31/disoccupazione-italia_n_7909640.html

Disoccupazione in crescita a giugno, il numero di giovani senza lavoro mai così alto dal 1977. Ma sulle spiagge…

[…] Il tasso di disoccupazione giovanile sale invece al 44,2% aumentando del 5,2% su base mensile e a giugno e tocca il livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensile e trimestrali, raggiunto nel primo trimestre 1977: i giovani senza lavoro sono ora 682mila. […]

 

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