Dalla puntata di Focus Economia del 7 agosto di Debora Rosciani

Alberto Rioli, vicedirettore del Sole 24 Ore, commenta un’inchiesta de Il Giornale che fa un viaggio nell’Italia dei distretti, peculiarità del nostro paese. Una rete spontanea tra le piccole imprese genera un soggetto molto importante e di peso. In 30 anni 1/3 delle imprese ha subito la concorrenza internazionale (regolare o meno) ma molte nuove sono arrivate grazie alle nuove tecnologie. Nello scenario di presentazione dei distretti al mondo, la stragrande maggioranza hanno saputo mantenere la competizione grazie a innovazione e qualità: possiamo battere il nostro concorrente asiatico che punta tutto sul prezzo solo se il prodotto è unico, possibilmente personalizzato e di qualità. L’iniezione dell’innovazione è stata vitale per questo valore aggiunto.

Una politica industriale dovrebbe:
– incentivare la ricerca scientifica attraverso la collaborazione con le Università, poichè questi centri hanno bisogno dell’apporto costante di tanta innovazione;
– aiutare l’esportazione, visto che è principalmente nei paesi emergenti che c’è richiesta di prodotto, essendo appunto per definizione “paesi in via di sviluppo”.

Le politiche di diplomazia commerciale devono aiutare i nostri distretti.

I distretti sono esclusivamente italiani. Fa eccezione la Germania, dove nei distretti arriva il primo ministro e si porta dietro tutta la filiera produttiva, impiantando anche nuove aziende addirittura localizzate nei paesi emergenti. Da noi non è così strutturata se non legata a grandi aziende e molto spot.

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www.clubdistretti.it

DISTRETTI INDUSTRIALI ITALIANI

La Federazione dei Distretti Italiani è la Federazione dei Distretti Industriali e Produttivi presenti in Italia, nata nel 1994 a Biella senza scopo di lucro, con due partner principali che ne hanno da sempre supportato l’attività: Confindustria e Unioncamere.

Oggi la Federazione accoglie circa 50 distretti industriali e produttivi fra i più rappresentativi del sistema economico che contano più di 75.000 imprese, 489.000 addetti e realizzano 67 miliardi di euro di fatturato. La Federazione dei Distretti Italiani da voce all’intero spettro di soggetti che caratterizzano il microcosmo distrettuale: dai distretti industriali in senso stretto a quelli produttivi e del trasferimento tecnologico.

I principali settori del Made in Italy fanno parte della Federazione: tessile, laniero, cartario, metalmeccanico, informatico-tecnologico, agro-industriale, calzaturiero, conciario, del mobile, dell’arredamento, dei casalinghi, della ceramica, del packaging, dell’energia, dell’abbigliamento e degli accessori-moda.

Lo scopo principale della Federazione è sempre stato, ed è tuttora, quello di far dialogare tra loro reti di imprese e filiere produttive, riconosciute in distretti con le diverse modalità previste dalle norme regionali. A questo si aggiungono, con sempre crescente rilevanza, gli obiettivi di promuovere le relazioni con i centri decisori della politica industriale, sia a livello nazionale che comunitario; avviare relazioni internazionali con altri distretti, organizzazioni economiche e culturali; favorire studi e ricerche in campo economico, finanziario e tecnologico; sviluppare collegamenti fra gli operatori istituzionali, economici, culturali e scientifici anche come opera di sensibilizzazione diffusa sulle necessarie politiche per lo sviluppo dei sistemi locali e delle reti.

Altro obbiettivo è promuovere l’immagine del “saper fare” e comunicare la realtà dell’economia italiana basata sui distretti industriali, implementando progetti multidistrettuali e multiregionali esistenti e progettandone di nuovi, diventando interprete delle esigenze e degli stimoli presenti nei singoli sistemi territoriali.

[…]

La struttura è, e deve restare, flessibile e snella, considerando che proprio i distretti ci insegnano che, per meglio operare, vincere le sfide del futuro e restare competitivi è fondamentale utilizzare al meglio le reti.

Proprio per garantire un sempre maggiore impegno in progetti ed iniziative che possano migliorare e supportare i nostri distretti e poter quindi concentrare la forza delle loro eccellenze in progettualità precise e comuni, si è resa necessaria la trasformazione dell’Associazione nell’attuale Federazione Nazionale che coordina e soprattutto diffonde la voce dei nostri soci in modo più strutturato.

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www.osservatoriodistretti.org

I distretti rappresentano una peculiarità organizzativa del sistema industriale italiano che il mondo ci invidia, un sistema che esiste da molto prima delle definizioni normative.

L’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani è la banca dati dei distretti presenti nel nostro territorio, reti in continua mutazione che si sviluppano e si modellano con l’evolversi della situazione economica.

E’ uno strumento conoscitivo di indagine, capace di evolversi tempestivamente, promosso dalla Federazione dei Distretti Italiani a livello nazionale e che raccoglie, intorno ad un unico tavolo di lavoro, partner autorevoli che hanno attivato un progetto comune con lo scopo di creare un’esclusiva fonte di informazioni su questa realtà del nostro territorio, così preziosa e in continua evoluzione.

DISTRETTI PER REGIONE:

http://www.osservatoriodistretti.org/distretti-regione

DISTRETTI PER SETTORE:

http://www.osservatoriodistretti.org/distretti-settore

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Aggiornamento del 23 settembre 2014:

Film “La Zuppa del Demonio” di Davide Ferrario

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/02/mostra-del-cinema-di-venezia-la-zuppa-del-demonio-e-servita-il-nuovo-film-di-davide-ferrario/1105176/

Mostra del Cinema di Venezia: ‘La Zuppa del Demonio’ è servita. Il nuovo film di Davide Ferrario

di Francesco Di Brigida – 2 settembre 2014

Presentato nella sezione Fuori Concorso della Mostra del Cinema di Venezia, il documentario del regista indipendente imbriglia in 80 minuti la storia industriale italiana con materiali d’archivio provenienti dagli anni ’30 fino alla metà degli anni ’70. Una fetta di storia caratterizzata da cambiamenti epocali raccontata con le voci di autori e registi legati al secolo scorso

La ricerca di Davide Ferrario attinge dall’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa situato a Ivrea. Struttura piemontese del Centro Sperimentale di Cinematografia nata per la conservazione e il restauro di oltre 60.000 bobine video, dal 1910 in poi raccolte in dozzine tra aziende, enti pubblici e produzioni come Olivetti, Fiat, Italgas, Birra Peroni, ENEA e Filmaster. La cosa bella è che il regista, come se il suo lavoro fosse un documento da inviare su un satellite spaziale verso mondi sconosciuti allo scopo di raccontare un po’ di noi, lascia che le immagini siano conoscenza e veicolo sobrio nonché scevro da inclinazioni ambientaliste o antiambientaliste, politicizzate o meno, aperto invece alla libera riflessione dello spettatore.

Nasce così questo documentario presentato in anteprima alla 71ͣ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e nelle sale dall’11 settembre. «Quello che più ci interessava non era svolgere un discorso storico, politico o sociologico, ma provare a restituire il senso di energia, talvolta irresponsabile, eppure meravigliosamente spencolata verso il futuro, che è proprio ciò di cui sentiamo la mancanza oggi». Ha spiegato Ferrario intorno alla scelta della sua modalità narrativa. «Non per macerarsi in una mal riposta nostalgia, ma per capire come siamo arrivati dove stiamo ora».

[…] per l’Italia arriva adesso un’opera che forse passerà in secondo piano perché spoglia di attori per i flash, ma dalla valenza estetica di gran pregio. E nel suo genere, il doc appunto, originale e istruttiva nel senso più piacevole del termine. Il regista combina immagini di ruspe a spazzare via olivi per la costruzione dell’Ilva di Taranto verso montaggi veloci in stile videoclip, riprendendo corali ingressi di tute blu in sala produzione (che oggi sembrano quasi buffe coreografie) per un pastiche, con i suoi macchinari invasivi e spropositati sulla natura, a volte à la Metropolis; altre somiglia invece a introvabili filmati Rai; e altre ancora fa sgranare gli occhi per l’ingenuità, caparbietà e determinazione, non solo dei nomi passati alla storia, ma degli occhi stanchi ma fiduciosi di migliaia di anonimi che hanno trasformato il Paese.

Tutto è accompagnato da testi, in voce off, di Ermanno Olmi, Pier Paolo Pasolini, Dino Risi, Primo Levi, Majakowskij, Gadda e Blasetti. Lo stesso titolo, La Zuppa del Demonio, non è altro che la metafora coniata da Dino Buzzati narrando la creazione negli altiforni del nuovo metallo che avrebbe cambiato l’Italia: il Dio Acciaio.

Tutto gira intorno a uno sviluppo senza limiti, al progresso, quello che per Marinetti «ha sempre ragione anche quando ha torto». È da qui che si parte per un’apocalisse al contrario determinata a migliorare il futuro: dighe, casermoni abitatoio, macchinari giganteschi, fabbricati sconfinati, donne nei Caroselli, ma anche trivelle petrolifere a profanare le campagne, sguardi callosi di operai tra inaugurazioni del Duce e bicchieri di vino nel dopolavoro. Brividi e tenerezza che tornano a galla dai racconti dei nostri padri. E il ritrovato stupore conico della prima centrale nucleare europea: quella di Latina.

Nella Zuppa di Ferrario i vecchi formati si snodano tra colore e bianco e nero rincorrendosi in una breve ma ricca antologia filmica e concreta. Piena di memoria. Testimonianza, monito, fierezza, rimpianto e soddisfazione insieme sono solo alcune delle sensazioni che il regista suscita attraverso il suo montaggio con una signorilità visiva e critica fuori dal comune. Sono sempre momenti felici, quelli che fanno schizzar via la banalità di un’idea, o della prevedibilità nello svilupparla, quelli in cui un documentario diventa strumento conoscitivo, d’intrattenimento e riflessione insieme, mantenendo alte la qualità estetica e la capacità di rapire il pubblico anche con storie di un passato impolverato, ma imprescindibile.

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