Dalla puntata di focus economia del 7 agosto di Debora Rosciani

il Wall Street Journal mette in guardia gli investitori sulla crisi europea, citando un suo blog che identifica nel 12 settembre la nuova crisi per l’euro. Pur essendo un importante pilone del capitalismo americano, mediaticamente si vede che spesso tifa contro l’area euro. La data dell’apocalisse è stata decisa per due avvenimenti: le elezioni olandesi e l’approvazione tedesca del fondo salva stati. E’ l’ipocrita ricerca di una certezza (pure negativa) in un ambiente totalmente incerto (vedi il caos che gli investitori hanno creato dal discorso di Draghi..). Il mercato è troppo complesso per essere semplificato e linearizzato, ma al contrario sembra essere entrato nella vita di tutti i giorni un mondo spaventosamente complesso che in molti cercano di spiegare semplicisticamente…

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FABIO SABATINI – Istruzioni per salvare l’economia dagli economisti

Ieri Time Magazine ha pubblicato un interessante articolo sulla crisi della scienza economica firmato da Robert Johnson, direttore dell’Institute for New Economic Thinkingdi New York. Johnson accusa l’ortodossia neoclassica – la corrente di pensiero che domina il dibattito economico contemporaneo – di coltivare un sostanziale distacco della ricerca scientifica dalla realtà empirica, che avrebbe portato infine la maggior parte degli economisti a non accorgersi della crisi imminente.

Le critiche di Johnson non sono certo nuove e chiunque non aderisca ciecamente al paradigma neoclassico tende a condividerle. Anzitutto, il ricorso eccessivo alla matematica per rappresentare e prevedere (”modellizzare”, in una parola) il comportamento delle persone.  Una delle conseguenze più nefaste di tale “deviazione” è la tendenza a sovrastimare il potere esplicativo della teoria economica. Molti economisti attribuiscono ai risultati dei propri studi un valore scientifico inappropriato, come se l’economia fosse una scienza esatta e falsificabile. I risultati, in termini di conduzione della politica economica – il canale attraverso cui il dibattito scientifico in economia influenza le vite di tutti noi – possono essere disastrosi.

Per avere un’idea della considerazione che gli economisti più ortodossi hanno del valore del proprio lavoro, basti pensare alla convinzione di poter spiegare, tramite modelli matematici, comportamenti umani come l’innamoramento, l’adulterio e l’abuso di droghe. Un po’ come la psicostoria introdotta nella letteratura fantascientifica da Isaac Asimov con la sua celeberrima Trilogia della Fondazione. Nei romanzi di Asimov, un’organizzazione segreta è in grado di prevedere (e manipolare, all’occorrenza) il futuro grazie alla conoscenza di modelli matematici che descrivono fedelmente il comportamento umano. Naturalmente è solo fantascienza. Eppure, nella realtà terrena, la disciplina economica tende a premiare gli atteggiamenti “psicostorici” dei ricercatori. Uno dei pionieri dell’uso di modelli matematici per l’analisi delle interazioni sociali, Gary Becker, è stato insignito del Premio in Scienze Economiche della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel nel 1992 (non chiamatelo Premio Nobel per l’Economia ché la semplificazione fa arrabbiare molto gli scienziati naturali, con buone ragioni). Becker ha ribadito più volte che i suoi modelli possono essere applicati con successo allo studio di qualsiasi comportamento umano, nella ferma convinzione che i risultati di tali elaborazioni abbiano valore scientifico. In una battuta, se il modello prevede che in seguito a determinati incentivi una tal persona si innamorerà di voi, allora (se sarete capaci di riprodurre fedelmente le condizioni previste dal modello) l’amore è praticamente inevitabile. Tuttora, gli studi economici che incorporano un modello matematico per spiegare il comportamento umano hanno una probabilità significativamente più elevata di essere accettati per la pubblicazione nei cosiddetti “top journals”, cioè le riviste scientifiche su cui è necessario apparire per fare carriera nelle università più quotate. Uno dei problemi è che l’interazione tra le persone e il contesto – relazionale, sociale, politico, storico e istituzionale, per cominciare – in cui vivono sono troppo complesse per essere descritte esaurientemente da un numero limitato di equazioni. Perciò è necessario ricorrere a delle ipotesi di semplificazione, che a volte sono evidentemente irrealistiche. Per esempio, i modelli usati per analizzare i mercati finanziari sono spesso basati sull’assunzione che le aspettative siano stabili. Ma la storia delle crisi finanziarie degli ultimi 200 anni mostra che si tratta di un’ipotesi per lo più infondata.

Nel suo articolo Johnson propone un breve elenco di istruzioni per “salvare l’economia”, intesa come scienza economica. Anche qui niente di nuovo, per carità: si tratta di semplici ricette di buon senso che da anni gli economisti non ortodossi propongono alla disciplina. Ma mai come in questo caso repetita iuvant, e quindi eccone una sintesi, con qualche aggiunta da parte mia.

1) Gli economisti devono resistere alla tentazione di sopravvalutare ciò che fanno o, per usare le parole di John Dewey, di “cercare la certezza” (per inciso, il libro “The Quest for Certainty” del filosofo americano si può scaricare gratuitamente qui). L’economia non è esattamente una scienza “dura” e “falsificabile”. Diversamente da quanto vale per la fisica, a volte non è possibile stabilire se una teoria economica è vera o è falsa. Si può solo valutarne il grado di generalizzabilità e/o la coerenza con la realtà empirica.
2) I risultati degli studi economici non possono essere considerati “neutri” dal punto di vista politico, come invece i risultati di un esperimento di fisica. L’economista non sempre è un osservatore neutrale della realtà. Anzi, a volte è necessario e anche giusto che prenda una posizione rispetto a determinati fenomeni economici, sociali e politici. Le ipotesi su cui si basano gli studi economici, e l’interpretazione dei loro risultati, non possono che risentire di tale orientamento ideologico.
3) Gli economisti devono ammettere che i modelli matematici di matrice neoclassica (e non solo) hanno un potere esplicativo limitato. I modelli sono utili, certo, ma devono essere integrati con l’osservazione empirica e con un’analisi adeguata del contesto storico, sociale e istituzionale in cui si verificano i fenomeni oggetto di studio.
4) E’ necessario irrobustire gli incentivi alla “correttezza” nella ricerca. Un buon segnale in tal senso è stato dato in questi giorni dall’American Economic Association (AEA). Rispondendo alla sollecitazione di un gruppo di economisti eterodossi, la AEA ha annunciato una nuova, più severa, disciplina dei potenziali conflitti di interesse per gli autori che intendono pubblicare sulle riviste curate dall’Associazione (tra cui la prestigiosissima American Economic Review). Si tratta di un tema più importante di quanto si possa pensare, vista la pratica molto diffusa tra gli economisti di svolgere attività di consulenza per istituzioni private a scopo di lucro.
5) L’economia è una disciplina “sociale”, e come tale deve seguire con maggiore attenzione e rispetto il dibattito scientifico nelle altre discipline sociali. L’interazione  con antropologi, politologi, psicologi, sociologi e storici (in ordine rigorosamente alfabetico) dovrebbe essere incentivata dalla professione.

Fabio Sabatini
(20 gennaio 2012)

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