“Chi ha creato i duemila miliardi di debito che incombono sulla testa degli italiani? L’Europa o i governi di Roma? Consolidare i propri bilanci è anche una questione di giustizia tra generazioni: non è giusto godersi la festa e lasciare il conto da pagare ai nostri figli.”

Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo

Le strategie proposte per l’abbattimento del debito pubblico sono molte e differenti tra di loro. Cercheremo qui di tenere il punto della situazione e di aggiornare, all’occorrenza, la casistica.

  1. Piano dei 5 saggi tedeschi: prevede l’aiuto dell’Europa per il finanziamento della quota di debito che eccede il 60% in relazione al rapporto debito pubblico/Pil (vedi l’articolo “Super Mario Prof e il bianconiglio di Bruxelles“);
  2. Dismissione di attivo patrimoniale pubblico: sembra essere la soluzione migliore, ma anche la più complessa da attuare – una proposta interessante giunge da Paolo Savona e Antonio Maria Rinaldi: “il progetto elaborato dai due professori propone d´individuare una porzione non strategica e disponibile del patrimonio pubblico, da vendere sul mercato attraverso un veicolo ad hoc. Per farlo ci si potrebbe avvalere della Cassa depositi e prestiti e di Fintecna, che mediante la costituzione di una società dedicata, comprerebbero beni e diritti dallo Stato beni e diritti. Gli asset verrebbero utilizzati come garanzia patrimoniale per emettere obbligazioni a scadenza quinquennale. I capitali così acquisiti verrebbero girati allo Stato, che li impiegherebbe per abbattere il debito pubblico” [http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=30722&id_sezione=93] – vedi anche l’articolo “Dismissione di immobili pubblici: una soluzione d’urgenza per ridurre il debito pubblico“;
  3. Proposta di Santagata e Portas di una “patrimoniale volontaria”: una soluzione molto ottimistica ma ben poco realistica dal mio punto di vista, poiché si tratterebbe di un meccanismo volontario appunto, non forzoso, attraverso il quale i cittadini dovrebbero devolvere denaro allo Stato attraverso delle donazioni, anche se in realtà sarebbe un vero e proprio prestito. La somma prestata verrebbe poi restituita per intero nell’arco di dieci anni, sotto forma di detrazione fiscale. Ma senza percepire interessi, naturalmente! Cioè noi dovremmo privarci del nostro denaro per prestarlo allo Stato (come se già non gliene avessimo dato abbastanza fin’ora), senza ricevere in cambio nulla in più di quello che gli abbiamo prestato. Questo mi sembra davvero, senza esagerare, un trattamento da pesci in faccia da parte dello Stato nei confronti di noi cittadini. Il debito l’hanno fatto LORO, i POLITICI, e noi dobbiamo fargli pure il favore di prestargli i nostri soldi, con tutta la fatica che facciamo a tirare avanti grazie alla situazione di emergenza in cui sono riusciti a mettere i conti pubblici dell’Italia e al gigantesco debito pubblico che hanno caricato sulle nostre spalle… grazie tante…;
  4. Proposta di Giuseppe Vegas (presidente della Consob – Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) di un fondo pubblico di proprietà del Tesoro che emetta titoli di Stato garantiti dai «pezzi migliori dell’attivo dello Stato e perciò dotati del rating migliore», attraverso i quali abbattere appunto gli oneri sul debito pubblico e di conseguenza anche lo spread;
  5. Proposta di Andrea Monorchio (ex ragioniere generale dello Stato) e Giulio Salerno Aletta (ex vice segretario generale di Palazzo Chigi) di richidere ai cittadini un prestito, volontario oppure forzoso, pari a circa il 10% del valore degli immobili posseduti; una richiesta, anche questa, che sembra essere quasi più consona ad un regime dittatoriale che non ad una democrazia, poichè c’è naturalmente chi possiede immobili ma non denaro da prestare, e, soprattutto in un periodo critico come questo, il fatto di dover metter ulteriore denaro al servizio dello Stato sarebbe veramente assurdo e fuori luogo…;
  6. Proposta (poco originale) di una tassa patrimoniale, le cui regole sarebbero ancora da discutere e stabilire, che arriva da Mario Sarcinelli e Giuliano Amato, con l’intento di usare «un po’ della ricchezza dei più ricchi per abbassare il debito»… dipende da cosa intendono loro per “ricchi”, cioè se hanno intenzione di far pagare i veri ricchi, tra cui gli stessi politici, o se invece andranno nuovamente a speculare sulla povera gente, facendola pagare anche per quel poco che possiede e che è riuscita a guadagnarsi magari nell’arco di un’intera vita e con tanti sacrifici;
  7. All’ipotesi patrimoniale è favorevole anche il Pd: Stefano Fassina (responsabile economico del Pd) propone una “patrimoniale ordinaria”, ossia un’imposta ordinaria, strutturale (cioè permanente) e ad aliquota molto contenuta, che vada a tassare i grandi valori immobiliari (si parla dello 0,5% per i valori compresi da 1,2 ad 1,7 milioni di euro e dello 0,8% per importi oltre 1,7 milioni di euro), ma gli effetti potrebbero essere troppo limitati per parlare di un vero e proprio abbattimento del debito pubblico;
  8. Proposta di Alessandro Pilato (economista) di emettere titoli di stato a 10 e 30 anni da rimborsare a rate, come una sorta di finanziamento, attraverso la messa a punto di specifici piani di ammortamento;
  9. Proposta, denominata come “scudo anti-spread”, di Angelino Alfano, che include diverse misure tra cui la vendita di beni pubblici (attraverso un fondo privato autorizzato ad emettere obbligazioni) e la costituzione di società per le concessioni demaniali, la tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera ed operazioni di “riduzione strutturale”;
  10. Proposta  di Amato e Bassanini: è articolata in in sei punti, la trovate qui di seguito;

Siamo soltanto agli inizi di questa saga, di certo questo argomento occuperà molto spazio sui canali mediatici nei prossimi mesi, poichè attualmente è il problema più grande che dobbiamo risolvere…

L.D.

http://www.finanzaonline.com/notizie/news.php?id=%257B878FEE9B-DFCA-4303-B786-EC187C4383D1%257D&folsession=b6d45d0d12f1365fb3c80b428ee7ce22

Monti prepara il piano taglia debito, per ora non si toccano le quote in Eni, Enel e Finmeccanica 

Finanzaonline.com – 9.8.12

L´obiettivo principale del Governo da qui fino alla fine del 2012 è stato fissato: abbattere l´enorme debito pubblico, arrivato ormai a sfiorare i 2.000 miliardi di euro. Dopo la riforme delle pensioni e del lavoro e la spending review, l’esecutivo guidato da Mario Monti si concentrerà quindi sulla montagna del debito.

Le ricette per abbattere il debito pubblico saranno inoltre al centro dei programmi dei vari schieramenti politici, che da settembre inizieranno la lunga campagna elettorale in vista delle politiche previste nella prossima primavera. In più c’è la pressante richiesta di Bruxelles: tagliare di un ventesimo all’anno la parte del debito che eccede il 60% del Pil.

Il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha già posto le basi per l’abbattimento del debito, ovvero un piano di dismissioni di beni pubblici per 15-20 miliardi di euro l’anno, anche grazie all´intervento dei fondi creati dal Demanio e dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Sul tavolo di Monti è inoltre arrivata la proposta ideata da Giuliano Amato e Franco Bassanini, il presidente della CDP [Cassa Depositi e Prestiti, ndItaliaCheRaglia]. Il piano, ideato con l’appoggio del Centro studi Astrid, prevede un incasso di 178 miliardi di euro entro il 2017. L’idea Amato-Bassanini è articolata in sei mosse, come riportato ieri dal Corriere della Sera:

  1. cessione di immobili;
  2. capitalizzazione delle concessioni, ad esempio le lotterie;
  3. valorizzazione delle partecipate statali;
  4. imporre agli enti previdenziali degli ordini professionali di incrementare i loro investimenti in titoli di Stato a lunga scadenza;
  5. maggiore recupero dei capitali portati illegalmente in Svizzera;
  6. incentivi ad allungare le scadenze medie del debito pubblico.

Il Governo non è rimasto fermo in questi mesi, ma da settembre ci sarà sicuramente un’accelerata sul fronte del debito pubblico. Intanto è già stato avviato il passaggio dal Tesoro alla CDP delle quote di Fintecna, Sace e Simest, che dovrebbero portare circa 10 miliardi di euro nelle casse dello Stato. A breve verrà inoltre  definita la lista dei primi cento immobili dello Stato da parte dell´Agenzia del Demanio. In questa lista dovrebbero far parte molte caserme.

Un altro capitolo dell´operazione riguarda le 6.800 società controllate da Comuni, Province e Regioni. Il grosso riguarderà le circa 4.800 aziende possedute dai Comuni. Come già ribadito dal premier Monti, dal piano di dismissioni staranno invece fuori le quote possedute dallo Stato nei colossi pubblici quotati a Piazza Affari: Eni, Enel e Finmeccanica. Anche perché in questo momento vorrebbe dire svendere i gioielli pubblici.

Fonte: Finanza.com

http://www.blitzquotidiano.it/economia/bassanini-amato-piano-debito-pubblico-1319387/

Bassanini e Amato propongono il piano ammazza debito: -178 miliardi in 5 anni

[…] Il piano, pubblicato anche dal Corriere della Sera, è un mix di interventi che otterrebbe un calo di 2,5 punti percentuali ogni dodici mesi del debito, e prevede la vendita di immobli; la valorizzazione delle concessioni; la cessione di partecipazioni quotate (come Enel, Eni, Finmeccanica) e non quotate (a partire da Poste italiane); l’imposizione agli enti previdenziali dei professionisti di aumentare la quota di investimenti in titoli di Stato; la tassazione (una tantum del 25% e a regime del 20%) dei capitali illegalmente tenuti in Svizzera, previo accordo con Berna; incentivi e disincentivi fiscali volti all’allungamento delle scadenze e alla riduzione del costo medio del debito pubblico. Bocciata invece, spiega Bassanini, “l’idea cui qualcuno all’inizio era favorevole di una patrimoniale straordinaria” perché ”avrebbe un effetto depressivo”. Ma “ci siamo preoccupati anche di evitare di proporre operazioni a forte rischio di riclassificazione da parte di Eurostat, cosi’ come abbiamo scartato l’idea del fondo garantito da asset tripla A che e’ alla base della proposta di Vegas” perche’ ”segmenta il debito pubblico”.

8 agosto 2012

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http://fermareildeclino.it/articolo/come-e-perche-abbassare-il-debito-pubblico

Come e perchè abbassare il debito pubblico

Pubblicato: Ven, 17/08/2012  da: Alessandro De Nicola

Da Il Gazzettino, 17/08/2012

[…] sarebbe forse troppo gravoso per il lettore addentrarci nei meandri tecnici di ogni singolo disegno legislativo, meglio limitarsi a fornire una breve guida per giudicare le conseguenze e le credibilità di ogni singola proposta.

1) Un po’ di cifre. Il Prodotto Interno Lordo italiano è poco più di 1.600 miliardi di euro, il debito pubblico sui 1.960. Ecco perchè il debito è il 122% del PIL. Su questo debito paghiamo ogni anno circa 90 miliardi di interessi, destinati ad aumentare se il maledetto spread rimane alto, perchè lo Stato per far comprare BOT e BTP deve concedere interessi più alti ai creditori. La spesa pubblica è circa la metà del PIL (800 miliardi) e le entrate poco meno (760) ed infatti oggi abbiamo un deficit di bilancio che dovrebbe però quasi annullarsi nel 2013.

2) Perchè è importante abbattere il debito pubblico? Per due motivi. Il primo è che risparmiamo soldi per interessi. Se il totale diminuisse di 100 miliardi, economizzeremo circa 4,5 miliardi, vale a dire lo 0,28% del PIL e questo contribuirebbe a ridurre anche, seppur di poco, il deficit annuale. Il secondo è che i creditori si accontenterebbero di interessi più bassi. Se chi ci presta il denaro vede che la montagna del nostro debito viene rosicchiata, avrà più fiducia nella capacità di restituzione di quanto ci ha prestato e quindi invece di chiederci il 6% per il BTP decennale, magari si accontenterà del 4 o addirittura del 3%. Una diminuzione di 1 punto percentuale di interessi equivale a quasi 20 miliardi all’anno nel lungo periodo: questo sì un bel risparmio.

3) Come si fa a decurtare il debito? Essenzialmente in 3 modi: con un bilancio in pareggio o addirittura in attivo, con un’imposta straordinaria tipo la patrimoniale o vendendo i beni dello Stato e ripagando i creditori. Il bilancio in attivo è un po’ una chimera, è circa 140 anni che lo Stato italiano non riesce a riaggiungerlo. Anche il pareggio va bene però. Se il PIL aumentasse di 3 punti nel 2013 (diciamo 2,5% di inflazione e 0,5% sperabilmente di crescita) arriverebbe a 1.650 miliardi di euro mentre se il debito, grazie al pareggio rimanesse uguale a 1.960, esso non rappresenterebbe più il 122% bensì il 119% del PIL. Meglio che niente.

4) L’imposta straordinaria, come la patrimoniale o la tassa sui soldi in Svizzera non dichiarati, ha il torto di aumentare la pressione fiscale già oggi a livelli insopportabili. Se si recupera evasione, si deve abbassare il carico tributario agli altri contribuenti onesti.

5) La vendita di beni mobili (azioni di società) o immobili dello Stato e degli altri enti pubblici deve essere vera, senza trucchetti tipo il passaggio alla Cassa Depositi e Prestiti (ente pubblico), emissione di obbligazioni garantite da immobili (che farebbero salire gli interessi dei BOT) o poteri speciali per il governo in caso di vendita di aziende pubbliche. Gli investitori non sono stupidi e a quel punto comprerebbero o i soliti noti che fanno accordi sottobanco con la politica o nessuno. In più, come si è visto prima, vendere beni pubblici non consente di diminuire le tasse come sembra pretendere la proposta di Alfano e Brunetta. Ricordiamo, 100 miliardi raggranellati in 3 anni (con sforzi titanici) significano uno 0,09% di minori uscite per lo Stato. Per ridurre, come è auspicabile, il peso fiscale, bisogna andare di cesoia sulla spesa pubblica, cosa che i partiti politici oggi non vogliono dire nemmeno sotto tortura.

Fermare il declino del nostro paese non sarà impresa facile: fare scendere il debito pubblico è un presupposto necessario, purchè ci si muova in modo corretto, lasciando perdere populismi, ricette facili e magari evitando di spennare i cittadini.

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Aggiornamento del 21 marzo 2013:

http://isegretidellacasta.blogspot.it/2013/03/dalla-germania-la-propostapatrimoniale.html?m=1

20 MARZO 2013

Dalla Germania la proposta: “Patrimoniale del 15% sui conti correnti italiani”

[…] Il capo economista dell’istituto di Berlino, Jorg Kramer, sulle pagine del quotidiano finanziario Handelsblatt spiega: “I patrimoni finanziari degli italiani corrispondono al 173% del Pil. Sono molto superiori ai patrimoni dei tedeschi che corrispondono al 124 per cento. Per questo sarebbe utile applicare in Italia una patrimoniale. Una tassa del 15% sui patrimoni basterebbe ad abbassare il debito pubblico italiano sotto la soglia critica del 100% del Pil”. Facile, secondo i tedeschi: per risolvere i problemi dell’euro dobbiamo essere ridotti in miseria con un prelievo forzoso del 15 per cento. […]

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Aggiornamento del 14 ottobre 2013:

Ecco un’altra strategia possibile (e fortemente auspicabile) per la riduzione del debito pubblico:

http://www.linkiesta.it/privatizzare-subito

Privatizzazioni. Ne servono tante, benedette e subito

9 September 2013 – Carlo Stagnaro

[…] In ordine di importanza, le ragioni per cui bisogna privatizzare sono: 1) le privatizzazioni portano concorrenza; 2) le privatizzazioni portano trasparenza; 3) le privatizzazioni portano giustizia sociale; 4) le privatizzazioni riducono il debito pubblico. Per tutte queste motivazioni, sia prese singolarmente sia prese nel loro complesso, una politica di privatizzazioni è oggi un passaggio ineludibile nel difficile percorso di risanamento del paese.

Sarebbe ingenuo pensare che, da sole, le privatizzazioni bastino a rendere servizi miglioriprezzi più bassi e chissà quali altri benefici. Sarebbe ancora più ingenuo sostenere che tali effetti possano sortire nell’immediato. Ma le privatizzazioni sono condizione necessaria, ancorché non sufficiente, a perseguire questi obiettivi. E’ politicamente sciagurato stare seduti su una tale montagna di quattrini, e rifiutarsi di raccoglierla e metterla a frutto. […]

Il punto meno importante – ma politicamente determinante – rispetto alle privatizzazioni è che vendere beni dello Stato serve ad abbattere il debito pubblico, che come ricorda il contatore dell’IBL è in continua e terrorizzante ascesa. Il debito pubblico è un problema sia perché solleva dubbi sulla tenuta dei conti pubblici del nostro paese, sia perché qualunque osservatore razionale capisce che un elevato debito oggi corrisponde a elevata tassazione domani, in presenza di tassi di crescita contenuti (a chi fa spallucce bisogna ricordare che, se oggi siamo costretti a spendere circa il 5% del Pil in interessi e a mantenere un corrispondente avanzo primario, è proprio perché ieri abbiamo ignorato questo tipo di problema).

Privatizzare serve anche a fare cassa: se il gettito delle privatizzazioni viene impiegato per abbattere il debito in misura corrispondente, otteniamo il duplice risultato di aumentare l’affidabilità del nostro paese (perché è meno indebitato) e di ridurre la spesa pubblica (attraverso una minore spesa pubblica per interessi pari a circa 5 centesimi per ogni euro di minore debito pubblico). […]

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Aggiornamento del 30 giugno 2014:

http://www.corriere.it/politica/14_giugno_30/con-flessibilita-ue-dieci-miliardi-l-anno-si-potra-investire-piu-e02c6020-0014-11e4-9185-2e4a12f9e1bf.shtml

«Con la flessibilità Ue dieci miliardi l’anno. Si potrà investire di più»

di Lorenzo Salvia – 30 giugno 2014

[…] il nostro debito pubblico, invece di scendere, sta continuando a salire. Omai siamo al 135% del Pil.
«Scenderà ma bisogna percorrere una strada nuova. Che non è improvvisata o avventurosa come qualcuno dice. Se ne parla da tempo ma finora nessuno ha avuto coraggio di fare il primo passo». 

Sta pensando alla ristrutturazione del debito pubblico, come in Argentina o in Grecia? 
«Quelle sono riflessioni che farà il presidente del Consiglio. Ma l’Italia non cerca scorciatoie e nemmeno salvataggi. Qui se ne viene fuori solo con un orizzonte europeo più ambizioso». 

Quale sarebbe la proposta allora?
«Quella di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, gli euro union bond, cioè la mutualizzazione del debito. Si crea un fondo federale europeo al quale ogni Stato conferisce un pezzo del proprio patrimonio immobiliare e non. Sono garanzie reali che possono essere utilizzate in parte per investimenti strutturali in parte per alleggerire il debito pubblico. A quel punto non faticheresti più a trovare 3 miliardi di euro l’anno dalle privatizzazioni ma taglieresti il debito del 25-30%».

Sta dicendo che le privatizzazioni e le dismissioni immobiliari, sempre considerate l’arma numero uno per abbattere il debito pubblico, non bastano? 
«Quel percorso va avanti comunque, uno Stato più leggero resta il nostro obiettivo. Ma con un debito pubblico sopra i 2 mila miliardi di euro c’è bisogno di una soluzione radicale. Oltre che di un ritorno alla crescita, che renderebbe tutto più facile». […]

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Aggiornamento del 14 dicembre 2014:

http://www.rischiocalcolato.it/2014/04/la-fantasiosa-riduzione-del-debito-pubblico-secondo-il-governo.html

LA FANTASIOSA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO, SECONDO IL GOVERNO

Di Paolo Cardenà – 28 aprile 2014

Partiamo da questo semplice grafico, che ci racconta il recente passato dell’Italia e ci consente esprimere anche qualche giudizio sul prossimo futuro.

Il grafico  rappresenta  la dinamica  del PIL nominale (scala sinistra) e del debito pubblico dal 2000 in avanti; mentre la scala destra (linea verde) esprime l’andamento del rapporto debito/Pil nel periodo considerato.

Come si osserva, dal 2000 fino al 2007/2008, le traiettorie del debito pubblico e del Pil sono del tutto analoghe, con una lieve diminuzione del rapporto tra debito e Pil (linea verde) durante gli anni di maggiore espansione economica.

Si ricorderà che quegli anni sono stati caratterizzati da un ciclo economico straordinariamente positivo per l’Italia e per il resto del mondo, benché  viziato da numerosi  fattori che hanno costituito (almeno in parte) la causa della crisi scoppiata nel 2008 con il fallimento di Leheman Brothers, con le conseguenze che ne sono derivate.

Basti pensare che, alla fine del 2006, il tasso di disoccupazione era arrivato al 6.1%  contro il 13% attuale. 

Nonostante un ciclo economico di estremo favore,  il rapporto debito/Pil non è mai diminuito sotto la soglia del 103,3% dai massimi di quel periodo a 109%. Una riduzione inferiore al 6%, insomma.

Ad oggi la situazione è imparagonabile rispetto ad allora, sotto tutti i punti di vista. 

La più grave crisi economica che si è abbattuta sull’Italia in tempo di pace, ha generato qualche milioni di inoccupati (o sottoccupati) in più rispetto ad allora. Le condizioni del sistema creditizio italiano, con oltre 160 miliardi di euro di sofferenze sulle spalle, sono assai più fragili rispetto ad allora, solo per usare un eufemismo. Di conseguenza, anche l’erogazione del credito da parte delle banche ha subito una notevole contrazione; così come tutta l’attività economica desumibile dalla contrazione del PIL (linea blu del grafico). Una parte significativa del sistema produttivo è andata perduta, mentre le statistiche più aggiornate ci informano che quasi 10 milioni di individui ballano sulla soglia della povertà. Il debito, dalla fine del 2008 è esploso ed è aumentato di 400 miliardi di euro (linea rossa), che assorbe risorse aggiuntive destinate al pagamento di interessi.  Risorse, quindi, sottratte allo sviluppo economico, che impongono avanzi primari sempre più robusti per rendere sostenibile la spesa sugli interessi.
Si potrebbe andare avanti per ore nell’analizzare dati economici che testimoniano la grave crisi in cui è precipitata l’italia, ma non cambierebbe affatto la sostanza.

Ciononostante, il Governo, nella stesura del DEf appare assai ottimista circa l’inversione di tendenza della dinamica del debito pubblico nei prossimi anni, stante anche la fallacia delle previsioni di crescita contenute nello stesso DEF, già superiori rispetto alle previsioni elaborate da altre istituzioni internazionali, peraltro anch’esse assai ottimistiche.

Il grafico di seguito riportato, estratto dal DEF 2014 elaborato dal Governo, sintetizza la traiettoria del debito pubblico nei prossimi anni, secondo le previsioni governative.

Si osserva che il debito pubblico, dopo un ulteriore incremento al 134.9% nel 2014, inverte repentinamente la tendenza, fino ad arrivare, nel 2018, al 120,5% (116% al netto dei sostegni ai vari fondi di salvataggio europei), ossia 15 punti percentuali in meno rispetto ai massimi del 2014, in soli 4 anni.
Di fatto, si tratta di una diminuzione più che doppia rispetto alla diminuzione massima (6%) verificatasi durante tutto  il periodo precedente (2000/2008) in condizioni economiche del tutto imparagonabili rispetto alle attuali e a quelle future.

A parer di chi scrive, la riduzione del debito prevista dal governo è del tutto fantasiosa e non esiste una sola possibilità su un milione che il l’Italia riesca a ridurre il debito pubblico nella misura e nei tempi previsti nel DEF. 

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Aggiornamento del 26 aprile 2016:

http://it.ibtimes.com/italia-il-pil-resta-al-palo-e-il-debito-cresce-ecco-perche-stiamo-perdendo-unoccasione-1442337#

Italia: il PIL resta al palo e il debito cresce. Ecco perché stiamo perdendo un’occasione

di Marta Panicucci – 11.03.2016

[…] sarebbe utile capire perché l’Italia non riesce a tagliare il debito pubblico. Il Paese sta perdendo un’occasione d’oro che potrebbe persistere ancora per poco e tornare chissà quando. L’avvio della politica monetaria ultraespansiva della BCE ha portato i tassi di interesse sotto zero, ciò significa che in questo periodo il nostro debito pubblico ci costa poco, molto meno degli anni passati. Sarebbe questo quindi il momento per spingere il piede sull’acceleratore e ridurre il debito pubblico italiano. Ma come?

Le strade maestre per tagliare il debito pubblico sono due e l’Italia non riesce a seguirne nemmeno una. Si può cercare di risanare i conti pubblici tagliando il deficit pubblico oppure accrescendo l’avanzo primario (la differenza positiva tra entrate e spese dello Stato), risultati ottenibili, per esempio, con il taglio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse o la lotta all’evasione fiscale. Scartando l’aumento della tassazione per ovvi motivi, restano in campo due meccanismi mitologici invocati di continuo della politica e mai raggiunti: la spending review e la lotta all’evasione fiscale. Per entrambe serve grande rigore e forte volontà politica: ecco perché nessun governo è mai riuscito a metterli in pratica.

Non potendo tagliare il nominatore (il debito), non resta che tentare alzare il denominatore, ovvero il PIL. E anche qui ci troviamo in un vicolo cieco. Tra il 2014 e l’inizio del 2015 l’Europa ha goduto di condizioni favorevoli per la ripresa: l’economia mondiale stava correndo, la BCE stava tagliando i tassi di interesse e preannunciando il QE, le materie prime costavano meno. Molti Paesi hanno preso al volo questo treno e ora, infatti, nonostante la situazione mondiale sia volta al peggio, mettono a segno dati di crescita interessanti. L’Italia no.

Intenti a introdurre una mancetta di 80 euro e ad abolire l’articolo 18, spazzando via quel che restava delle tutele contrattuali per i lavoratori, non ci siamo accorti che il treno delle ripresa stava sfrecciando accanto a noi. […] Il PIL del 2015, rivelato non senza polemiche di recente dall’ISTAT, si è fermato a +0,6%, briciole che niente possono fare di fronte ad un debito pubblico che sfora i 2.200 miliardi.

E la situazione non è destinata a migliorare. Mentre il governo promette riduzione del debito e crescita, l’agenzia internazionale di rating Fitch taglia le previsioni per il PIL italiano da 1,3% a 1% per il 2016 e da 1,5% a 1,3% nel 2017 e anche le stime europee, previste a 1,7% nel 2016, sono riviste al ribasso a 1,5%. Intanto il debito pubblico continua a salire. […]

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Aggiornamento dell’1 aprile 2016:

Libro “Il macigno. Perché il debito pubblico ci schiaccia e come si fa a liberarsene” di Carlo Cottarelli

Quanto è grande davvero il debito pubblico italiano? E perché è così nocivo? E, soprattutto, come si può ridurlo senza troppa austerità? Dopo La lista della spesa, Carlo Cottarelli torna a spiegare una questione complicata, ma fondamentale per tutti i cittadini.

Sono decenni che gli italiani lo sanno: il debito pubblico è un problema – nel caso italiano, un problema spaventosamente grande, tanto grande che tutti ne parlano ma pochi lo affrontano davvero. Con La liste della spesa, Carlo Cottarelli ha compiuto un’operazione di trasparenza sui conti pubblici italiani che ha avuto un successo clamoroso, numerose ristampe, grande eco sui mezzi di informazione. E ora torna in libreria con lo scopo di ripetere l’operazione-verità e fare luce sulla questione del debito pubblico: come si forma? Perché è così difficile tagliarlo? Come mai è così importante per l’economia delle nazioni? Ci si può convivere e come? Da molti anni dirigente del Fondo monetario internazionale, Cottarelli ha avuto esperienza diretta di molte crisi generate dal debito pubblico, tra cui quella italiana che portò alla caduta dell’ultimo governo Berlusconi e quella greca degli scorsi mesi. Unendo alla conoscenza teorica una grande esperienza sul campo, Cottarelli esplora le possibili soluzioni del problema – da quella più combattiva (non ti pago!) a quella più ortodossa (l’austerità), fino al cauto ottimismo di una possibile via di buon senso, fatta di credibilità, crescita e attenzione al lungo periodo. Con lo stile rapido ed efficace che i lettori ormai conoscono, Cottarelli racconta esempi e casi in tutto il mondo (dagli USA al Giappone, dalla Grecia all’Argentina), guidandoci alla scoperta di alcuni concetti fondamentali dell’economia che sono diventati di interesse ormai universale.

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