All’estero, i politici, quando combinano qualcosa di grosso, almeno si dimettono e chiedono scusa. In Italia invece no…

 

Vedi gli articoli “Privilegi di famiglia: il caso dei Bossi” e “Alto tradimento: le truffe e le corruzioni della Lega Nord

http://www.ilgiornale.it/news/interni/lega-bossi-non-molla-capo-sono-ancora-io.html

Lega, Bossi non molla: “Il capo sono ancora io”

Lucio Di Marzo – Mar, 10/07/2012
“Sono ancora il capo”. In un’intervista al Fatto Quotidiano Umberto Bossi, presidente della Lega, ribadisce il suo ruolo interno al partito. “Io sono qui da sempre – commenta il senatùr, rivendicando la sua posizione e aggiunge – abbiamo cambiato la storia, mi ascoltano, mi ascoltano“.
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Storie di dimissioni dal mondo

28 Febbraio 2012

Nel mondo il ricorso alle dimissioni non rappresenta un “Carneade”

a cura di Francesco di Rosa

Anzi, il disimpegno è considerato la via maestra per rifarsi una verginità, difendendo il proprio nome e l’onore delle istituzioni a seconda della carica ricoperta. Il range dei comportamenti sconvenienti che conducono alle dimissioni (più o meno volontarie) dei personaggi pubblici è piuttosto vasto, rispetto ai nostri standard. I media nei mesi scorsi ne hanno riportati parecchi, suscitando più o meno scalpore e divertimento tra la gente comune. Sta di fatto che lo scalpore divertito con la quale siamo soliti commentare tali notizie non proviene certo dalla nostra superiorità, bensì dalle nostre ormai ataviche e cristallizzate cattive abitudini. Abitudini talmente radicate che persino l’opinione pubblica vi si mostra assuefatta e rassegnata. Altrove, invece la spinta verso il disimpegno per chi sbaglia proviene proprio dall’opinione pubblica che in caso di comportamenti sconvenienti – determinati dal senso comune e dal buon gusto – pretende l’uscita di scena con tanto di scuse, innescando in tal modo un circolo virtuoso, che culmina nella morale pubblica.

Ripercorriamo insieme qualche caso.

Circa un anno fa, il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodore zu Guttenberg, si dimise per l’accusa – notare l’accusa non la condanna – di aver copiato la tesi per il dottorato. Dichiarazioni, quelle di Guttenberg assai contrite: “E’ il passo più doloroso della mia vita“, affermò il 39enne ex astro nascente della Csu pubblicamente. E ancora: “Non ce la faccio più, ho raggiunto i limiti della sopportazione“, si sfogò il barone Guttenberg a sottolineare la campagna che ne chiedeva incessantemente le dimissioni.

Circa un anno dopo – sempre in Germania – è stata la volta del presidente della Repubblica Wulff, che si è si è dimesso per un’accusa di interesse privato in ufficio. Un finanziamento a tasso agevolato da un imprenditore amico e qualche notte di vacanza pagata da altri gli sono costati la poltrona. A parte le dichiarazioni di facciata legate alla propria onorabilità e innocenza che tenterà di difendere nelle sedi giudiziarie, ecco il capolavoro, la dichiarazione che ogni rappresentante politico dovrebbe fare e che incarna più che mai il senso dello stato e della responsabilità istituzionale: “Un presidente ha bisogno della fiducia non solamente di una parte, ma di tutti i cittadini. Gli sviluppi delle ultime settimane hanno fatto vedere che la fiducia nei miei confronti è gravemente compromessa, per questo ho deciso di dimettermi per risolvere quanto prima la situazione“. Che la forma sia sostanziale in democrazia lo testimonia la solerzia con cui si è mobilitata la macchina istituzionale tedesca capitanata da Angela Merkel che per risolvere la grana ha annullato la propria visita in Italia.

Varchiamo l’Atlantico e trasferiamoci negli Usa. Due parole su Chris Lee, poco noto deputato repubblicano newyorchese, cui dedichiamo qualche riga di più se non altro per la peculiarità della sua vicenda. Quarantasei anni, sposato con un figlio, aveva appena iniziato il suo secondo mandato al Congresso americano. Sul sito di gossip Gawker è apparsa la notizia che Lee avrebbe intrattenuto una corrispondenza via e-mail con una trentenne incontrata nel forum “women seeking men” del sito Craiglist. Dopo una manciata di ore sono arrivate puntuali le dimissioni. Avrebbe perso ogni credibilità se fosse rimasto al proprio posto e minato l’onorabilità dei suoi colleghi e del partito. Impossibile per lui fare altrimenti. Tra l’altro il deputato avrebbe usato il suo vero nome, sostenendo però di essere un lobbista divorziato taroccando anche l’età. Tratte le dovute conclusioni, Lee, sua sponte, ha dichiarato: “Mi dispiace per il danno che le mie azioni hanno causato alla mia famiglia, al mio staff e ai miei elettori. Mi scuso profondamente e sinceramente con tutti loro. Ho fatto gravi errori e prometto di impegnarmi il più possibile per ottenere il loro perdono“. Ma torniamo nel Vecchio Continente dove comunque il decoro non manca.

Affair Toblerone. Le popolazioni scandinave brillano per inflessibilità e rigore nei confronti delle piccole sbandate dei propri politici. Una delle personalità più colpite è stata la leader dei socialdemocratici svedesi, Mona Sahlin. Nel 1995 scoppiò il meglio noto come “Toblerone affair”, chiamato così dalla occhiuta e implacabile stampa svedese perché due confezioni del celebre cioccolato svizzero apparivano nella lista di acquisti fatti impropriamente dall’allora vicepremier svedese con la carta di credito riservata alle spese di servizio. Oltre ai dolciumi, la Sahlin aveva comprato pannolini, sigarette e altri prodotti. Il totale delle spese irregolari ammontava a più di 50mila corone (circa 6mila euro). La Sahlin protestò la sua innocenza, assicurando che spesso era stata indotta in errore perché la tessera di servizio e la sua personale erano esteticamente quasi identiche. Ma quando si seppe che la Sahlin nel 1992 aveva assunto una tata in nero e nel 1993 non aveva pagato il canone tv, la Sahlin fu costretta a dimettersi sia da vicepremier e che da deputata. Si difese e pur avendo avuto la meglio facendo cadere le imputazioni su di lei a livello politico non si riprese più. La reputazione, ormai, se l’era giocata.

Senz’altro più celebre il caso della Home secretary (ministro dell’Interno) inglese, la laburista Jaqui Smith, accusata nel 2009 di aver fatto alcune irregolarità. Ma la cosa che più stuzzicò i giornali inglesi e di cui si parlò inisistentemente come solo in Inghilterra sanno fare, fu l’acquisto con denaro pubblico di quattro film su un canale pay-per-view, due dei quali porno. Inutile dire che la laburista si sia dimessa e alla tornata elettorale successiva, ricandidandosi non venne rieletta.

Nel 2004 il laburista David Blunkett, che è non vedente dalla nascita e ha un’effervescente vita sentimentale, fatta di amanti e figli dalla paternità contesa, dovette dimettersi da Home secretary davanti all’accusa di aver cercato di dare una spintarella alle pratiche del permesso di soggiorno della babysitter filippina assunta dalla sua ex amante.

Ma il nord Europa non ha il monopolio delle dimissioni. Un po’ a sorpresa, in Spagna, all’inizio del 2009, lasciò il suo incarico il ministro della Giustizia, il socialista Mariano Fernández Bermejo, perseguitato da El Mundo per aver partecipato a una battuta di caccia in compagnia del supergiudice Baltasar Garzón, che proprio in quel periodo stava istruendo un processo per presunti casi di corruzione che coinvolgevano alcuni esponenti del Partito popolare, avversari politici di Bermejo. Inoltre, lo stesso cacciava in Andalusia senza licenza. Out.

Chiudiamo con delle dimissioni con epilogo tragico (la connessione tuttavia è nolto incerta). Nello stesso anno infatti è toccato al ministro delle Finanze giapponese Nakagawa farsi da parte. Una settimana prima, durante una conferenza stampa in occasione del G8 di Roma, il politico nipponico era apparso assente. Visibilmente alticcio, Nakagawa si era rivolto con voce impastata ai giornalisti. Lui negò la sbornia facendo riferimento a un paio di sorsi di vino a pranzo e imputando la sua scarsa forma al jet-lag. Ma non ci furono santi e il ministro si dimise.

Che dire…Onore a tutti loro.

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