Anche il marchio “Valentino” è stato venduto.

Visto che il mercato del lusso è anticiclico e tira sempre, dovremmo stare attenti a tenerci i nostri marchi in questo settore dove non esiste la crisi. A richiedere questi marchi sono sia i paesi in forte sviluppo (Brasile, Cina, India, Russia) che la penisola araba e il vicino oriente.
Bulgari, Edison, Parmalat, Brisoni, Ferretti, Ducati… Vero che l’Italia si basa sulla PMI, ma ci servono le punte di diamante per trainarle nel mondo. Queste fanno da apripista e da immagine nel mondo.
Ma perché vengono comprate da stranieri? Perchè i nostri imprenditori non riescono ad investire in questi marchi? Sembra che questi marchi non riescano a trovare nell’Italia il giusto ambiente che in un primo momento ha permesso loro di nascere e crescere ma che poi non riesce permettere loro di esplodere… Un po’ come la formazione dei nostri giovani, la cui istruzione è stata pagata dal nostro stato ma che poi sono costretti ad emigrare per permettere ad altri stati di goderne le capacità.
Cosa cambia in una società che diventa di proprietà estera?
La produzione resta italiana, ma c’è il rischio del caso Ferrè e di tanti altri marchi comprati dagli stranieri unicamente per prenderne il nome e fare produzione direttamente dall’estero.
Altra domanda è se i centri di ricerca resteranno in italia o verranno portati all’esterno…
Un grande problema sta nel fatto che nei capitali italiani non c’è rapporto tra economia fatturiera e finanza/mondo bancario.  Mancano gli investimenti di questi ultimi nelle aziende strategiche. Rivendere può fare profitto nell’immediato, ma non da un futuro. E’ un capitalismo gracile (ricordiamo ad esempio la cordata Parmalat organizzata dal Banco San Paolo che non riuscì a trovare nessuno per finanziarla oppure dello spolpamento di Telecom)
Significativa la riflessione su quanti investimenti arrivino dai paesi ricchi di petrolio, che probabilmente stanno investendo per quando il mondo non avrà o non potrà più aver bisogno del petrolio…

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Aggiornamento del 27 novembre 2013:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/litalia-preda-delle-compagnie-straniere-acquisizioni-2011-totale-miliardi/185740/

Italia terra di conquista: 108 acquisizioni nel 2011, per un totale di 18 miliardi

Nell’anno appena concluso [2011] le aziende italiane in crisi per debiti o liquidità sono state oggetto prediletto dell’interesse dei grandi gruppi esteri. A cominciare da quelli francesi e cinesi, sostenuti – soprattutto i secondi – dal grande capitale di Stato. Il controvalore delle operazioni è cresciuto dell’80% rispetto al 2010 e vale oggi quasi la metà della finanziaria del governo. E il 2012 non si annuncia migliore

di Alfredo Faieta | 22 gennaio 2012

http://economia.nanopress.it/made-in-italy-addio-tutte-le-aziende-italiane-vendute-allestero/P79055/

Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero

Altro colpo al Made in Italy: Telecom, il principale gruppo italiano di telecomunicazioni, passa in mani spagnole dopo l’accordo tra Telefonica e le banche italiane azioniste, che le consente di salire al 66% di Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia. Non è solo questione di percentuali azionarie, perché la Telco nomina anche la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione Telecom. Di fatto, quindi, è l’ennesimo marchio italiano che prende la via dell’estero. Il Made in Italy è sempre stata la consolazione dell’economia italiana anche in periodo di crisi. Un favola che ci hanno sempre raccontato (e continuano a raccontare) per dimostrare che il sistema italiano funziona ancora alla grande. Ma a chi appartiene davvero il Made in Italy?

Ormai le notizie di cessioni ai colossi stranieri si susseguono a ritmo tanto vorticoso che si fatica a tenere botta. Ultimo caso recente quello dei cioccolatini Pernigotti, ceduti dai Fratelli Averna ai turchi Toksoz. Si tratta di una azienda privata, con sede a Istanbul, che realizza un fatturato annuo pari di circa 450 milioni. La notizia è dolorosa perché Pernigotti, oltre ad essere un’eccellenza mondiale nel settore dolciario, è anche un’azienda storica con oltre 150 anni di attività. Ma non è tutto. Pochi mesi fa la holding francese Lvmh ha rilevato l’80% della griffe del cachemire Loro Piana, fiore all’occhiello tra i marchi italiani. Il problema sono proprio loro, le holding straniere che si appropriano del grande artigianato nostrano lasciando solo le briciole al prodotto interno lordo dello stivale.

[…] Tanti mancati introiti per il sistema Italia, ma la domanda che bisogna porsi è anche un’altra, dolorsa ma necessaria per non cadere nei pregiudizi: queste aziende potevano sopravvivere nel mercato globale senza far parte di un gruppo del genere? Artigianato e tradizione spesso non vanno molto d’accordo con i ritmi e le pretese di un mercato in cui le spese di produzione si alzano e i profitti calano.

Vendere è forse di vitale importanza per gli imprenditori, ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la dissoluzione del Made in Italy e, anzi, vessa sempre più le aziende con una pressione fiscale a livelli record (per non dire ridicoli). In giro per il mondo ci vantiamo tanto della nostra moda, dei nostri cibi e della nostra creatività, ma ormai (come nel caso della fuga dei cervelli) tutto questo è al servizio di proprietà straniere. Il fenomeno, come detto, non si riferisce soltanto al settore della moda e del lusso perché la fuga del Made in Italy dall’Italia riguarda tutti i comparti economici, dall’abbigliamento all’alimentare passando per i gioielli. Non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere.

La strategia di questi gruppi è semplice: attendere il momento di difficoltà economica per appropriarsi di aziende con valore aggiunto notevole visto che, pur non più italiano al cento per cento, il prodotto italiano vende sempre e comunque, soprattutto all’estero. […] Certo, casi di successo di aziende italiane che si espandono all’estero non mancano, ma l’impressione è che per ogni azienda italiana che riesce a crescere almeno tre finiscono acquisite da holding straniere. […]

Lvmh è proprieraria anche di altri brand importanti come Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato sono invece sotto il controllo di Kering, ex Ppr, antagonista storico di Lvmh che fa capo alla famiglia di François Henri Pinault, leader della distribuzione di marchi come Fnac e Puma che controlla anche Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi. Se il Made in Italy nella moda crolla miseramente, va anche peggio al cibo italiano all’estero, un business fallito senza mezzi termini perché questa eccellenza assoluta italiana si divide tra imitazioni che screditano il settore e acquisizioni che dell’Italia lasciano solo il tricolore (e spesso neanche quello). Tra i principali acquirenti Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria dell’Algida, del’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che già controlla Carapelli e Sasso), delle confetture Santa Rosa e del riso Flora.

Continuando con la disamina (e senza citare i marchi di grande distribuzione come Auchan e Carrefour), la francese Lactalis ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé è proprietaria di Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; i sudafricani di SABMiller hanno acquisito la Peroni; l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, ha comprato Gancia; i pelati AR sono finiti addirittura nelle mani di una controllata dalla giapponese Mitsubishi. Considerato tutto questo, siamo ancora sicuri di comprare lo stile italiano quando portiamo a casa uno di questi prodotti? Ma soprattutto, il Made in Italy non è così condannato a morte certa?

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Aggiornamento del 25 febbraio 2015:

Il povero ingegner Ansaldo si starà rivoltando nella tomba…

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2015-02-25/quell-azienda-voluta-cavour-063514.shtml?uuid=ABV4mJ0C

Quell’azienda voluta da Cavour

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Aggiornamento del 24 marzo 2015:

http://www.corriere.it/economia/cards/pirelli-diventa-cinese-tutte-acquisizioni-asiatiche-societa-italiane/pirelli-chemchina_principale.shtml

Pirelli diventa cinese, tutte le acquisizioni asiatiche di società italiane

Ma l’azienda italiana, quinto operatore mondiale nel settore degli pneumatici in termini di fatturato, è solo l’ultimo gioiello del Belpaese a finire nel mirino delle tigri asiatiche

di Maria Strada – 20 marzo 2015

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