Da Focus Economia di martedì 24 luglio, di S. Spezia.

L’analisi OCSE determina che si stanno impoverendo gli operai, mentre si stanno arricchendo le classi più abbienti…
I sindacati sono stati fortemente protettivi verso chi aveva già un lavoro, verso chi era alla fine del percorso lavorativo… ma chi pensa alle nuove leve che non riescono ad entrare?
Il dato dà 11% di poveri relativi e di 3,5mil di poveri assoluti.
Al sud viene attribuito un 23% di povertà relativa , con sicilia al 27% e calabria al 26% (forse a causa del nero)?
in aumento la povertà tra gli operai.

Intervista a  Stefano Zamagni (economista italiano):

La Povertà assoluta è definita per chi non riesce a sopravvivere (a recuperare 1000 kcal/giorno)

La Povertà relativa è definita per chi ha meno di metà del reddito medio
L’osservazione può spostarsi a diversi paesi che dimostrano che in 20 anni la disuguaglianza è in crescita. Una diseguaglianza che mette a rischio la democrazia (chi è povero tende a non votare) e la pace sociale, oltre a un valore tanto declamato nelle varie costituzioni come l’uguaglianza.
Se valutiamo il 27% al sud non importa valutare che sia in nero o meno: se il metro usato è lo stesso basta osservare il trend… ed il trend è in crescita.
Con il mondo d’oggi basato sulle tecnologie, serve alta o bassa specializzazione. Le figure intermedie sono meno ricercate: come una clessidra. Un esempio è il sud dove il costo della vita è più basso, ma più bassi sono anche i servizi e sono numerosi i casi di trasferimenti dei pazienti verso gli ospedali specializzati del nord.
Un errore fatto è stato far pagare una così grave tassazione ai cittadini. Una soluzione prevista è quella delle imprese sociali (previste di recente dalle normative) che sono senza fini di lucro ma che stranamente non vengono fatte partire.

Vedi anche l’articolo “Quanto si sta diffondendo la povertà durante questa crisi?

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Aggiornamento del 20 settembre 2012:

http://www.confindustria.rc.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1831:confindustria-pil-pro-capite-a-minimi-97-4200-l-anno&catid=262:news&Itemid=85

CONFINDUSTRIA: PIL PRO – CAPITE A MINIMI ’97, – 4.200 L’ ANNO

14 Settembre 2012

Il pil per abitante e’ ai minimi dal 1997 in valore assoluto. Cioe’, mettendo in fila gli anni della crescita bassa e nulla con quelli del brusco arretramento, siamo fermi da 16 anni. Nello stesso periodo, nella media degli altri paesi dell’ Eurozona, e certo non ci confrontiamo con l’ area economica piu’ dinamica del mondo, il Pil per abitante e’ aumentato di quasi il 19%. E’ come se gli italiani avessero rinunciato a oltre 4.200 euro all’ anno a testa”. A fare i calcoli sull’ impoverimento del Paese e’ il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, nel corso della presentazione del Rapporto del Centro studi. (ANSA)

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Aggiornamento dell’11 ottobre 2012:

http://it.notizie.yahoo.com/sono-50mila-senzatetto-italia-lo-0-2-della-111042744.html

Sono 50mila i senzatetto in Italia: lo 0,2% della popolazione

LaPresse – 9 ott 2012

Roma, 9 ott. (LaPresse) – Sono circa 50mila i senzatetto in Italia. E’ quanto stima l’Istat, sulla base di un rapporto presentato oggi a Roma. L’indagine è stata condotta nei mesi di novembre-dicembre 2011, nei quali 47.648 persone risultano aver utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna in 158 comuni italiani. La stima è di tipo campionario ed è soggetta all’errore che si commette osservando solo una parte e non l’intera popolazione: di conseguenza, l’intervallo di confidenza all’interno del quale il numero stimato di persone senza dimora può variare, con una probabilità del 95%, è compreso tra 43.425 e 51.872 persone.

Le persone senza dimora stimate dalla rilevazione corrispondono a circa lo 0,2% della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati dall’indagine. “Va tuttavia precisato – sottolineano i ricercatori – che questo collettivo include individui non iscritti in anagrafe o residenti in comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare. L’incidenza sul totale dei residenti risulta più elevata nel Nord-ovest, dove le persone senza dimora corrispondono a circa lo 0,35% della popolazione residente, seguono il Nord-est con lo 0,27%, il Centro con lo 0,20%, le Isole (0,21%) e il Sud (0,10%)”. […]

In media, le persone senza dimora riferiscono di esserlo da circa 2,5 anni. Quasi i due terzi (il 63,9%), prima di diventare senza dimora, vivevano nella propria casa, mentre gli altri si suddividono pressoché equamente tra chi è passato per l’ospitalità di amici e/o parenti (15,8%) e chi ha vissuto in istituti, strutture di detenzione o case di cura (13,2%). Il 7,5% dichiara di non aver mai avuto una casa. […]

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Aggiornamento del 18 dicembre 2012:

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=172800

Stiamo peggio di un anno fa, al Nord più matrimoni in Comune che in chiesa

Roma, 18-12-2012

Così non va. Gli italiani sono sempre più insoddisfatti della propria situazione economica: quasi sei su dieci si dichiarano scontenti del proprio budget familiare. Secondo l’annuario statistico 2012 dell’Istat, la percentuale di persone di 14 anni e più che si dichiara molto o abbastanza soddisfatta della propria situazione economica è scesa al 42,8%. Appena un anno fa era il 48,5%.

Rimane stabile la percentuale dei molto soddisfatti (2,6% nel 2011 e 2,5% nel 2012), mentre diminuisce la percentuale di persone che si dichiara abbastanza soddisfatta (dal 45,9% nel 2011 al 40,3% nel 2012). Aumentano i poco soddisfatti (dal 36,1% al 38,9%) e soprattutto i per niente soddisfatti (dal 13,4% al 16,8%), per i quali si registra la quota piu’ alta dal 1993. […]

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Aggiornamento del 18 gennaio 2013:

L’Italia è l’unico paese in Europa, ad eccezione della Grecia, a non avere nessuno strumento di contrasto alla povertà assoluta!

Diversi partiti, nel corso della campagna elettorale 2013, hanno proposto di istituire un reddito minimo garantito (RMG) per i disoccupati. Una misura giusta, ma bisogna prima capire  con quali modalità i politici pensano di applicarla. Questo RMG non può e non deve sostituirsi allo stipendio, non deve disincentivare le persone dal trovarsi un lavoro. Deve essere sufficiente per poter sopravvivere ma non troppo alto da sostituire comodamente uno stipendio. A questo proposito, un reddito garantito di 1000 euro al mese, come proposto da Grillo, oltre ad essere oltremodo gravoso per i conti pubblici (costo stimato: 170 miliardi), promuoverebbe di sicuro la disoccupazione piuttosto che l’occupazione!!! Attenzione quindi alle facili promesse e alla demagogia da campagna elettorale!!! Il piccolo partito di “Fare per fermare il declino” sembra essere stato il solo capace di proporre una soluzione potenzialmente attuabile, ovvero la sostituzione della cassa integrazione, che tutela solo lavoratori con contratti a tempo indeterminato, con un sussidio di disoccupazione che possa tutelare anche chi ha contratti di lavoro a tempo determinato (costo stimato: 5 miliardi).

http://www.lospaziodellapolitica.com/2013/02/reddito-minimo-tra-palco-e-realta/

Reddito minimo: tra palco e realtà

DI FEDERICO PANCALDI – 13 FEBBRAIO 2013

Beppe Grillo ne promette uno da € 1,000 al mese per disoccupati e studenti, rubando lo spazio a Vendola, Bersani e persino a Monti che lo propugnano già da tempo. L’istituzione di un reddito minimo garantito (o reddito di cittadinanza) è diventata la moneta corrente della campagna elettorale del 2013 come simbolo della riscossa sociale di fronte alla crisi. […]

Le ragioni che sostengono il reddito minimo sono forti e difficilmente discutibili. […] l’Italia è l’unico Paese Europeo oltre alla Grecia a non avere uno schema nazionale di assistenza al reddito per individui e famiglie sotto la soglia di povertà, assegnato solo sulla base del possesso della cittadinanza italiana. Ovvero, appunto, un reddito minimo garantito e di cittadinanza.

[…] Perché, nonostante i tentativi, non si è mai istituito un reddito minimo in Italia? Di cosa si dovrebbero rendere conto gli attori sul palcoscenico per calarsi nella realtà? Di quattro problemi principali, si può sostenere: due “strutturali” e due “politici”.

La prima ovvia obiezione è legata ai costi. Nel 2004, in un momento di relativa salute occupazionale, la spesa per una forma base di reddito minimo veniva stimata tra i 3 e i 5.4 miliardi di euro, per coprire circa 1 milione di famiglie. Circa la stessa somma (5 miliardi) è stata impiegata nel 2011 per la Cassa Integrazione, inclusa quella in deroga, a favore di 1.5 milioni di persone (dati UIL). Certo, un’imposta patrimoniale potrebbe generare entrate sufficienti, per quanto questa venga evocata per tappare ogni falla del bilancio nazionale.

Ma se vogliamo guardare in faccia la realtà italiana è un secondo problema strutturale che dovrebbe preoccupare maggiormente: in un Paese in cui il tasso di occupazione – le persone che hanno un lavoro – non ha mai superato il 60%, il costo fiscale di una misura imponente come il reddito minimo graverebbe su qualcosa di più della metà dei cittadini, gli stessi che rischiano la disoccupazione, i bassi e bassissimi salari, e pagano le pensioni, tra l’altro. Dove il reddito minimo funziona, in Danimarca o Germania per dire, i tassi di occupazione non scendono sotto il 70%. Non è solo una questione finanziaria ma anche, forse soprattutto, di legittimità sociale affermare che l’istituzione di un reddito minimo implicherebbe uno sforzo virulento per aumentare l’attività lavorativa soprattutto di giovani e donne. Sarebbe un reddito minimo sì garantito, ma necessariamente finalizzato all’inserimento lavorativo.

La costruzione di un reddito minimo efficace e socialmente sostenibile comporta sfide cruciali a livello politico. Da una parte, al sindacato verrebbe richiesto di abbandonare altri tipi di assistenza che hanno tradizionalmente sopperito all’assenza di una rete universale di protezione al reddito: in primis, la Cassa Integrazione Straordinaria. E’ proprio la scarsa disponibilità del sindacato a immaginare un diverso sistema di ammortizzatori sociali, in cui perderebbe parti corpose del proprio potere di controllo, a spiegare l’opposizione di Bonanni alla proposta di Fornero, nonché la decennale cautela di CGIL, CISL e UIL sul reddito minimo.

Poiché poi ne assumerebbe l’intero sforzo amministrativo e fiscale, l’organizzazione di un reddito minimo colpisce al cuore le classiche debolezze dello Stato italiano. […] il reddito minimo funzionerebbe solo in uno Stato che risolvesse una volta per tutte la fragilità dei rapporti Roma-regioni, nonché la sua articolazione a istituzionale a livello territoriale (province sì, province no?). Soprattutto, funzionerebbe in uno Stato capace di disinnescare i conflitti tra Nord e Sud del Paese: se la povertà oggi incide sul 5.4% delle famiglie del Centro Nord e sul 23.3% nel Mezzogiorno, non è difficile immaginare in azione gli attizzatori della ’rivolta fiscale del Nord’ contro il reddito minimo assistenzialista.

Per essere chiari, nessuna di queste difficoltà – per quanto seria – può giustificare ulteriore inazione nella lotta contro la povertà in Italia. L’introduzione di un reddito minimo universalistico è un’assoluta priorità per la tenuta sociale di questo Paese, a maggior ragione di fronte all’ecatombe occupazionale di questi anni. Ma spacciare facili ricette da un palco in campagna elettorale è diverso dal mettersi a fare i conti con la realtà: prima ai cittadini – e ai politici stessi – verranno spiegati i termini della questione, meglio sarà per il destino del reddito minimo.

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Aggiornamento del 28 gennaio 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-21/allarme-ue-12percento-occupati-italia-non-arriva-fine-mese-lo-stipendio–143612.shtml

Ue, allarme Italia: dal 2008 maggior declino. È il paese peggiore per chi perde il lavoro

21 gennaio 2014

L’Italia è il Paese che ha conosciuto dal 2008 il declino più elevato della situazione sociale di chi lavora: oltre il 12% degli occupati non riesce a vivere del suo stipendio. Solo Romania e Grecia fanno peggio (oltre il 14%) ma la loro situazione era grave già nel 2008 […]. Un grido di allarme lanciato dal commissario Ue al lavoro Lazlo Andor, che, presentando il rapporto 2013 su occupazione e sviluppi sociali dove l’Italia spicca per alta disoccupazione e povertà di chi lavora, ha detto: «In Italia non cresce solo la disoccupazione ma anche la povertà». […]

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Aggiornamento del 16 maggio 2016:

http://www.la7.it/la-gabbia/video/italia-paese-ue-con-pi%C3%B9-poveri-7-milioni-21-04-2016-181644

Italia paese UE con più poveri: 7 milioni

[VIDEO]

20/04/2016

L’Italia è il Paese europeo con piú poveri. Secondo i dati Eurostat del 2015 ci sono oltre 6 milioni di persone che non possono affrontare una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni due giorni, mantenere una casa. E molte persone finiscono per vivere in strada e di carità (Roberta Ferrari, Nello Trocchia, Nico Giannotti)

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