L’Italia è il paese più anti-famiglia d’Europa, nel senso che le politiche di sostegno alla famiglia e di incentivazione alle nascite sono scandalosamente scarse. I dati sulla natalità nel nostro paese sono piuttosto sconcertanti (lo erano già da prima dell’inizio di questa crisi), tuttavia quando si parla di welfare si fa sempre riferimento ai pensionati e mai alle giovani coppie che hanno figli o che vorrebbero averne ma non possono permetterselo, per problemi legati al lavoro e/o allo stipendio. Non intendiamo certo svalutare il tema, altrettanto importante, delle pensioni, ma ci chiediamo perchè nessun governo e nessun soggetto politico ponga mai l’attenzione su questo tema. E pensare che proprio in Italia, intorno al 1920, Luisa Spagnoli fondò il primo asilo nido aziendale. Mancano strutture, agevolazioni e detrazioni, senza contare il fatto che per una donna che ha un contratto di lavoro a tempo determinato fare un figlio significa perdere il posto, senza alcuna possibilità di riprenderlo una volta conclusa la maternità.

Queste le spese totali per le politiche di welfare a sostegno delle famiglie:

  • più dell’8% in Europa
  • poco più del 4% in Italia.

Ciò comporta il fatto che spesso, per noi donne, la scelta tra carriera lavorativa e vita famigliare diventa mutualmente esclusiva: la carriera senza i figli oppure i figli senza la carriera. Questo non è giusto. L’unico compromesso, inevitabile, al quale siamo costrette a ricorrere, consiste nel rimandare il più possibile avanti nel tempo la gravidanza, con tutti i rischi e l’aumento delle difficoltà che necessariamente questo spostamento comporta. La maternità è in pratica, a tutti gli effetti, un diritto che ci viene quasi intrinsecamente negato, mentre lo sbilanciato turnover tra le vecchie e le nuove generazioni è un costo che l’intero paese sarà presto destinato a pagare. Inoltre, il fatto che il primo figlio arrivi spesso intorno ai 35-40 anni, ha due ulteriori svantaggi:

– avendo il primo figlio così tardi, è difficile che in seguito una coppia cerchi di averne un secondo;

– l’età intorno ai 35-40 anni rappresenta il momento in cui viene raggiunta la massima professionalità e produttività sul lavoro, dunque se noi donne siamo costrette ad assentarci per andare incontro ad una maternità ne risentiranno negativamente sia la nostra autostima dal punto di vista professionale che la produttività del nostro datore di lavoro…

L.D.

http://www.istat.it/it/archivio/51645

Indicatori demografici

Periodo di riferimento: anno 2011
Diffuso il: 27 gennaio 2012

Sono 556 mila i bambini nati nel 2011, seimila in meno rispetto al 2010. Il numero di persone morte nell’anno è pari a 592 mila, quattromila unità in più dell’anno precedente. Ne deriva, per il quinto anno consecutivo, una dinamica naturale della popolazione di segno negativo per oltre 36 mila unità. Il tasso di natalità scende dal 9,3 per mille nel 2010 al 9,1 per mille nel 2011, mentre il tasso di mortalità rimane stabile al 9,7 per mille. L’82% delle nascite proviene da donne italiane, il restante 18% da donne straniere. Il numero medio di figli per donna (TFT) è pari a 1,42. Per il terzo anno consecutivo, non si riscontrano variazioni di rilievo della fecondità nazionale, che continua a essere concretamente sostenuta dal contributo delle donne straniere (2,07 figli contro 1,33 delle italiane). L’età media delle madri al parto è pari a 31,4 anni (era 31,3 nel 2010), con valori pari a 32,1 anni per le italiane e 28 anni per le straniere. […]

http://www.nonsolocinema.com/Perche-dobbiamo-fare-piu-figli-di_11146.html

“Perché dobbiamo fare più figli” di Piero Angela e Lorenzo Pinna

Il nostro futuro? Parliamone

di Alessandro Rosanò
Pubblicato lunedì 16 giugno 2008 – NSC anno IV n. 18

Diritto, politica, economia, scienza delle finanze, sociologia, statistica… La complessa tematica del crollo delle nascite viene affrontata nell’ultima opera del più noto divulgatore scientifico italiano, il papà di Quark, sotto qualsiasi punto di vista, non lasciando nessun campo del sapere inesplorato, pur di far comprendere come oggi questo rappresenti il problema dei problemi.

Prendiamo la foto di gruppo di un matrimonio, sui gradini della chiesa nel 1951, in alto si noterà un gruppo esiguo di persone anziane, nella parte centrale un numero medio di giovani adulti e nella parte bassa una miriade di bambini. Prendiamo ora la foto di gruppo di un matrimonio nel 2007. La situazione risulterà radicalmente invertita. Molti anziani, un numero medio di giovani adulti e pochi bambini. Questo è l’esempio da cui parte il libro per chiarire come la piramide demografica (l’indicatore della composizione della popolazione per fasce d’età) abbia subito uno spaventoso cambiamento nel corso di circa cinquant’anni in Italia: le nascite sono nettamente calate, con un numero di figli per donna che è passato da 4,5 del 1900 all’1,34 del 2008 (comprensivo dei figli degli immigrati), la speranza di vita media è aumentata, passando dai 35,4 anni del 1880 agli 80,5 del 2008, di conseguenza la popolazione si presenta notevolmente invecchiata. E’ un problema? Certo che lo è, basta pensare alla difficile situazione relativa alle pensioni: se il numero di giovani diminuisce sempre di più, chi sosterrà il peso delle pensioni da pagare a chi ha smesso di lavorare? Ma si può pensare anche alla materia delle spese sanitarie, con lo Stato che per un anziano ultra sessantacinquenne spende tre volte di più che per un cittadino al di sotto di quell’età e con gli anziani (20 % della popolazione) che pesano per il 42 % sul Fondo sanitario nazionale. E poi vi è un problema di ricerca e innovazione: se la società è fatta di anziani, dove si potranno trovare le idee necessarie al suo rinnovamento e a far fronte alle sfide del millennio? Tutto questo (e molto altro) è condensato in “Perché dobbiamo fare più figli”.

[…]

http://www.dolceattesa.rcs.it/2011/07/olanda-paese-di-mamme-lavoratrici/

Olanda, Paese di mamme lavoratrici

Le mamme olandesi sono fra le più giovani d’Europa e possono contare su agevolazioni e flessibilità sul posto di lavoro.
Pubblicato il 18 luglio 2011
Fare le mamme e lavorare; le donne di oggi sono in grado di dividersi fra un’infinità di impegni. Sanno essere brave madri, mogli in gamba, organizzatissime impiegate, ottime dirigenti ed eccellenti padrone di casa. Sfortunatamente però un recente studio Eurostat, fatto in occasione della festa della donna, ha messo in evidenza che il tasso di occupazione femminile diminuisce con l’aumentare del numero dei figli. Fatto ancor più strano se si pensa che nel caso di un uomo accade esattamente il contrario. Gli esperti non sanno spiegare il perché di questa tendenza, ma le cifre sull’occupazione parlano chiaro: uomo con un figlio, media Ue 87,4% (Italia 88%); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7). L’Eurostat, che ha reso noti i dati relativi all’occupazione femminile nell’Unione Europea, ha evidenziato una tendenza preoccupante: dopo la nascita del primo figlio, infatti, in Italia, lavora solo il 59% delle mamme (contro il 71,3% della media UE), mentre se la prole è composta da due bambini la percentuale di madri occupate scende fino al 54,1% (nel resto d’Europa 54,7%). Questa situazione è comune in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea, ad eccezione di alcuni Stati più fortunati. A ribaltare questa tendenza è, prima fra tutte l’Olanda, dove l’occupazione aumenta in modo direttamente proporzionale al numero dei figli. Nei Paesi Bassi, infatti, si ipotizza che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, dovuto al cambiamento improvviso, riesca a riassestarsi anche grazie all’aiuto dei giovani nonni, superi poi il secondo parto più facilmente e risulti, così, molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro. C’è inoltre da aggiungere che, a differenza di molti Paesi, in Olanda un buon numero di donne a 30 anni è già alle prese con il secondo figlio. L’Olanda offre alle mamme lavoratrici maggior flessibilità sia per quanto riguarda gli orari che la possibilità di lavorare da casa, condizioni che sicuramente incoraggiano le giovani donne a diventare madri. Gli asili nido, invece, sono pochi e costosi ma vi è la possibilità di scaricare una piccola parte di queste spese a livello fiscale e di ricevere dallo Stato olandese un cifra, variabile in base allo stipendio, di contributi all’anno per figlio. Non stupisce quindi che molte mamme italiane, a differenza di quelle olandesi, si fermino al primo figlio. Nei Paesi Bassi ci sono molte famiglie con più di 3 figli, situazione che in Italia è piuttosto rara da trovare. Eppure l’Italia sembra essere uno dei Paesi più all’avanguardia nel riconoscimento dei diritti di maternità alle donne. Purtroppo aggirare queste leggi è estremamente facile e per questo motivo il nostro Paese si classifica al penultimo posto fra tutti i Paesi dell’Unione Europea per l’eccessivo tasso di disoccupazione femminile e soprattutto delle mamme.
di Daniela Campomagnani

Il welfare italiano visto con occhi scandinavi

Aassve Arnstein*
Le famiglie sembrano fare fatica a tirare avanti: la percezione generalizzata è che i prezzi stiano aumentando mentre i redditi reali e gli stipendi non riescono a tenere il passo. Questi temi sono stati trattati spesso dai media, in tempi recenti: la preoccupazione principale che emerge è che una porzione crescente di quella che viene tradizionalmente considerata come classe media stia incontrando maggiori difficoltà ad arrivare alla fine del mese con il proprio salario. In questo contesto, un programma televisivo, Buongiorno Europa (su Rai Tre), ha confrontato la situazione italiana con quella di altri paesi, tra cui la Norvegia. La questione centrale era se altrove in Europa la situazione fosse simile a quella italiana.
Il sostegno alle famiglie con figli

[…]

Da norvegese appena trasferito in Italia, trovo interessante osservare i differenti aspetti delle due società e le diverse priorità che esprimono. Una grande differenza riguarda le politiche per la famiglia. Una percezione comune all’estero è quella della centralità della famiglia nella società italiana, costruita in gran parte attorno a forti legami familiari. Ci si aspetterebbe dunque di trovare molta attenzione verso le famiglie negli interventi dello stato sociale. Invece così non è: una veloce comparazione con i paesi scandinavi porta alla conclusione che la famiglia italiana non gode di grande salute.

Ad esempio, le più recenti statistiche sulla povertà non sono una lettura felice per i giovani genitori. La semplice conclusione che si può trarre dalle Statistiche in Breve pubblicate dall’Istat (2007) è che più bambini si hanno, più poveri si diventa – e in alcune regioni i tassi di povertà delle famiglie con bambini sono drammatici. Molto si può discutere sulla validità delle statistiche di povertà, ma l’aspetto interessante di una comparazione con i paesi scandinavi è che lì la relazione è opposta: più bambini si hanno (a meno di non averne veramente molti, ben più di tre) più basso è il tasso di povertà. Questi tassi si basano su una misura relativa della povertà e quindi riflettono non la maggiore ricchezza dei paesi scandinavi rispetto all’Italia, ma solo la diversa distribuzione delle risorse disponibili. In altre parole, nei paesi scandinavi la famiglia è una priorità più forte che non in Italia. Se qualcosa si può dire, allora, è che i politici italiani trascurano la famiglia.

Tavola 1: Proporzione di famiglie povere secondo il numero di figli
Italia (2005)
Norvegia (2004)
Coppia con 1 figlio
8.8
2.4
Coppia con 2 figli
13.6
2.2
Coppia con 3 o piu figli*
24.5
2.5
Fonte: Statistiche in Breve, ISTAT (http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20071004_01/testointegrale20071004.pdf); Bambini poveri in Norvegia: chi sono e dove vivono? Rapporto FAFO 445 (2004,) http://www.fafo.no/pub/rapp/445/index.htm

Il Welfare non è solo pensioni

Le differenze permangono se si guarda alla distribuzione della spesa sociale. In termini di livello, l’Italia, con il 27%, non è molto lontana dalla media degli altri paesi europei. Ma come scandinavo sono sorpreso dal fatto che in Italia il – molto usato – termine “welfare” sembra riferirsi solo alle pensioni. Nei paesi social-democratici, invece, il “welfare” è un sistema che si riferisce ad un pacchetto di interventi statali per i cittadini di tutte le età e tutte le tipologie familiari, dove gli anziani sono solo un gruppo fra gli altri. A parte l’uso del termine “welfare”, un breve sguardo alle statistiche mostra che oltre il 60% del budget di sicurezza sociale italiano è speso in pensioni (dati EUROSTAT); mentre la media dell’Europa a 15 è intorno al 45%. Al contrario, la spesa per aiuti per gli alloggi e per le famiglie con figli in Italia è in media la metà di quella europea.

Tavola 2: Spese sociali come proporzione del PIL (2003)
Italia
Danimarca
Norvegia
Svezia
Finlandia
Spesa pubblica netta
23,6
23,5
22,7
28,6
20,2
Fonte: Society at a glance – OECD social indicators (2006)
L’attenzione alle famiglie con bambini piccoli è facile da scorgere in un paese come la Norvegia. Per esempio, la maternità dura circa 54 settimane, durante le quali alla madre viene corrisposto l’80% del precedente salario. In altre parole, è senz’altro conveniente lavorare prima di avere un bambino. La madre ha il diritto di allungare la maternità di un altro anno, ma senza retribuzione. E comunque, entro questi due anni, ha il diritto di rientrare al lavoro. La chiave è la flessibilità. La maternità può essere combinata con una parte di lavoro pagato fino a che il figlio non compie tre anni. Il congedo di maternità (pagato) è di 4 settimane prima della nascita e di 6 settimane dopo, quello del padre è di 6 settimane e non può essere sostituito da quello della madre: se non lo si sfrutta, lo si perde. A parte questa restrizione, madri e padri possono scegliere quando prendere il loro congedo, ma non possono prenderlo insieme. E recentemente è in discussione il congedo di paternità obbligatorio. La generosità del supporto finanziario legato alla maternità è un altro punto chiave. La madre riceve un assegno una-tantum di 4.345 euro alla nascita di ogni figlio. In seguito, ovviamente, i benefici legati ai figli vengono elargiti con maggior parsimonia.
Ci sono pochi dubbi che avere figli sia un’impresa costosa. Per una giovane coppia, i figli rappresentano una larga fetta delle spese familiari. Le politiche familiari scandinave, a differenza di quelle italiane, si concentrano proprio su questa tipologia familiare e ne riducono nettamente i tassi di povertà.
La domanda che sorge spontanea è se le differenze in termini di fecondità siano da mettere in relazione con le differenze di politiche. Come è ben noto, la fecondità italiana è molto bassa, intorno agli 1,3 figli per donna, in netto contrasto con la media norvegese, ad esempio, che supera gli 1,8 figli per donna, un valore simile a quello degli altri i paesi scandinavi.
In Italia, in risposta ai preoccupanti bassi livelli di fecondità, si susseguono appelli della Chiesa ad avere più figli. Ma, dal punto di vista scientifico, prima bisogna capire perchè i giovani italiani fanno pochi figli. E perchè dovrebbero averne di più, se questo li rende più poveri? Ovviamente tale domanda andrebbe rivolta – e dovrebbe essere risolta – in sede politica.

arnstein.aassve@unibocconi.it
* Università Bocconi

http://www.tg0.it/doc.php?foglio=2&doc=578

Famiglie alla parigina

Sussidi e prestazioni, permessi retribuiti, sgravi fiscali e agevolazioni. Mentre in Italia si privatizza, la Francia continua a mostrarci la strada…

Tre famiglie, tre storie parallele. Diverse per nazionalità, situazione coniugale, professioni, numero di figli, luogo di residenza. Eppure hanno molte cose in comune: proprio per il fatto che vivono in Francia, che i loro bambini sono nati qui e che tutte e tre le mamme non hanno mai smesso di lavorare, sono tre esempi emblematici del successo della politica familiare efficientissima dello Stato francese.

Uno Stato che mobilita energie e risorse per incoraggiare in tutti i modi la natalità, aiutare le coppie che fanno figli, premiare le famiglie numerose, per consentire ai genitori di continuare a lavorare anche quando ci sono tanti bambini da allevare. A prescindere dal colore politico del Governo, e senza badare alle sirene liberiste e ai costi, la Francia resta fedele al suo modello sociale, a una concezione diffusa dell’intervento pubblico. Questo perché i suoi dirigenti sono convinti, come ha dichiarato l’attuale primo ministro di Centrodestra Jean-Pierre Raffarin, che la famiglia sia «il luogo privilegiato della società umanistica».

La “France” è davvero “douce”

Douce France è il titolo di una celeberrima canzone di Charles Trenet. E la Francia è davvero dolce con i suoi figli. Il precedente Governo di sinistra, guidato da Lionel Jospin tra il 1997 e il 2002, si era già distinto per il notevole sostegno alle famiglie che aveva messo in pratica. Ma Raffarin ha voluto fare di più: ha nominato un ministro della Famiglia (Christian Jacob, che Famiglia Cristiana ha intervistato recentemente, vedi FC n. 8 del 23.02.03) e messo in preventivo una spesa di oltre un miliardo di euro nei prossimi quattro anni per varare una serie di misure destinate a migliorare ulteriormente una condizione sociale che non ha equivalenti in Europa. A tal punto che il cardinale Ruini ha citato recentemente la Francia come modello di uno Stato che applica una politica familiare tanto generosa quanto coraggiosa.

Negli ultimi anni c’è stato in Francia un “baby boom”: con un tasso di fecondità di 1,9 bambini per ogni donna in età di procreare, questo Paese ha la più forte natalità del Vecchio Continente, inferiore (di poco) solo a quella dell’Ir-landa e combinata con la più alta percentuale di donne e madri lavoratrici.

[…]

Tre coppie con fisionomie diverse, ma con itinerari molto simili, nel senso che grazie al sostegno dello Stato francese, ai sussidi, alle prestazioni, agli sgravi fiscali e alle agevolazioni d’ogni genere, hanno potuto mettere al mondo tre o quattro figli senza doversi troppo preoccupare di trovare i mezzi per allevarli e senza dover operare una scelta difficile tra vita familiare e impegno professionale.«La Francia è generosa con i suoi figli, anche con quelli nati da genitori stranieri, come nel nostro caso», dice Francesca Pierantozzi con entusiasmo.

«Non si contano più gli aiuti per le famiglie numerose, a livello statale ma anche comunale. Ce ne sono così tanti che non sempre si è informati di tutte le possibilità offerte. Per esempio, ho scoperto solo recentemente che il Comune di Parigi concede a tutte le mamme che vogliono continuare a lavorare un sussidio mensile affinché possano far custodire i bambini fino a tre anni da una balia, o assistente familiare come si dice qui. Il sussidio varia da 200 a 400 euro al mese in funzione del reddito».

Come si calcola imposta

Con le nuove disposizioni varate in aprile (e che entreranno in vigore il 1° gennaio 2004), lo Stato verserà un contributo di 800 euro una tantum a ciascuna donna in dolce attesa. La prestazione sarà versata uno o due mesi prima del parto. Per ogni bambino da zero a tre anni la famiglia riceverà un aiuto mensile di base di 160 euro, che potrà crescere fino a un massimo di 500 euro per i redditi più bassi.

Già dal primo figlio, il padre o la madre che vorranno fare una “pausa professionale” non retribuita avranno diritto a un sussidio mensile di 340 euro per tutto il tempo in cui saranno assenti dal lavoro. Saranno poi creati, nei prossimi anni, 20 o 30.000 posti supplementari negli asili nido, e concesse detrazioni fiscali alle imprese che organizzeranno asili nido interni per i loro dipendenti.

Queste prestazioni, garantite al 90 per cento dei nuclei familiari (sono escluse le famiglie nella fascia dei redditi più alti), si aggiungono al già ricco elenco delle prestazioni (assegni familiari inversamente proporzionali al reddito per ogni figlio fino a 11 anni), dei sussidi per l’alloggio (allocation logement) e delle agevolazioni fiscali. Per calcolare l’imposta sul reddito, l’imponibile della famiglia viene diviso in parti: una per ciascuno dei coniugi (sposati e conviventi godono dei medesimi diritti), mezza parte per ciascuno dei due primi figli, una parte intera per il terzo, mezza parte ognuno per il quarto e il quinto, e via discorrendo.

Gli sgravi sono validi per tutti i figli minorenni, e fino a 25 anni, a condizione che continuino a studiare e abitino sotto il tetto familiare. Così, il reddito imponibile di una coppia con tre figli (due parti, più due mezze, più una) viene diviso per 4; e quello di una coppia con quattro figli per 4,5. Inoltre, si possono dedurre dall’imposta 150 o 200 euro per ogni figlio che studia; e se si vuole continuare ad aiutare i figli maggiorenni non più a carico, il fisco concede la possibilità di dedurre dall’imponibile, senza bisogno di giustificazioni, fino a 3.000 euro per ciascun rampollo. Ci sono poi le prestazioni elargite dai Comuni (variano da un Comune all’altro), gli sgravi sulle imposte locali, i libri scolastici gratuiti e, per le famiglie da tre figli in su, sconti del 50 per cento su treni, aerei, trasporti urbani. Senza dimenticare il sussidio (160 euro) che lo Stato versa in settembre, al momento del ritorno a scuola. Insomma: francesi, fate figli. Il Governo vi premierà.

Paolo Romani

(Famiglia Cristiana, n. 23/2003)

 

http://www.lavoratorio.it/documento.php?id=94&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=momsatwork

Mamme al lavoro: al via un progetto pilota

Moms@Works con il sostegno di Gi GroupIn Italia la maternità continua a essere uno dei fattori più critici per le donne che lavorano. Il tasso di abbandono della vita professionale dopo la nascita di un figlio è, infatti, tra i più alti in Europa (27,1%) – riguarda quasi una donna su tre – con una conseguente perdita, anche economica, per il sistema Paese. Per rispondere alle specifiche esigenze di lavoro delle madri, l’8 marzo 2010 ha preso il via il progetto pilota Momsatwork, coordinato da Cecilia Spanu e Anna Zavaritt. Il progetto è sostenuto da Gi Group, primo gruppo italiano nei servizi per il mondo del lavoro, ed ha un duplice obiettivo. Da un lato aiutare donne qualificate e motivate a rientrare, o a trovare il proprio spazio, nel mondo del lavoro e dall’altro aiutare le aziende a capire e a cogliere i vantaggi, anche economici, del lavoro flessibile. Fornendo ad entrambi servizi di recruitment e consulenza specializzati.“Nel nostro Paese solo una donna su quattro ha un part-time e spesso anche poco qualificato – afferma Cecilia Spanu responsabile del progetto – Questo perché gli strumenti di flessibilità e conciliazione nel mondo del lavoro sono ancora poco conosciuti e utilizzati dalle aziende, che li percepiscono come un costo anziché un’opportunità. In realtà diversi studi internazionali dimostrano che le politiche di flessibilità lavorativa hanno un alto rendimento sugli investimenti (Roi) e riducono sensibilmente turnover e assenze dei dipendenti, migliorando quindi le performance aziendali”.Ispirato ai servizi di origine americana e anglosassone che già da tempo intermediano domanda e offerta di lavoro (ad es Momcorps, Employmoms, Jobs4mothers, Workingmums etc), il progetto Momsatwork si è concentrato nella prima fase nella creazione di una banca dati di profili di professioniste qualificate, di cui oltre la metà in possesso di una laurea, un’esperienza professionale media di circa dieci anni e per la maggior parte provenienti dall’area amministrativa, dal marketing e dal product management; attualmente è in via di costruzione il database di aziende disponibili alla sperimentazione.Le mamme che lavorano sono le naturali rappresentanti della buona flessibilità, motivate a lavorare per obiettivi e ottimizzare tempi e produttività con elasticità contrattuale e retributiva. É stato naturale e consono alla nostra mission avviare questo progetto unico in Italia – è il commento di Stefano Colli-Lanzi, Amministratore Delegato di Gi Group […] Le mamme che desiderano entrare a far parte del progetto e le aziende interessate a questo nuovo servizio di intermediazione professionale possono trovare tutti i riferimenti e le modalità di contatto con Gi Group sul sito internet: www.momsatwork.it http://www.lombardia.cisl.it/doc/documentazione/specialimono/2009/quale_politica_per_la_famiglia.pdf

Quale politica per la famiglia?

Luigi Campiglio, ordinario di politica economica nell’Università Cattolica di Milano […]
 
3. I vincoli economici e politici di una politica per la famiglia. L’importanza del ruolo del potere politico risulta evidente quando si consideri un confronto della spesa sociale destinata alla famiglia e ai bambini fra i Paesi dell’Unione Europea: l’Italia è tra quelli che impegna meno risorse pubbliche. La spesa pubblica per la famiglia si distribuisce su un ampio spettro di interventi: occasionali come al momento della nascita, periodici come gli assegni al nucleo familiare, in denaro come il sostegno al reddito o in natura come la fornitura di servizi per la cura in asilo nido o per l’abitazione; infine le prestazioni possono prevedere una verifica delle condizioni di bisogno: in Francia e Germania prevale l’integrazione monetaria al reddito, mentre in Danimarca la spesa si concentra sulla spesa in natura per la cura dei bambini. Se consideriamo solo la spesa in senso stretto per la famiglia e i bambini, possiamo rilevare come la differenza fra Italia, Germania, Francia sia di circa 2 punti di Pil e quindi una politica economica che volesse allineare la spesa pubblica italiana a quella di questi due Paesi comporterebbe una riallocazione stabile di spesa per circa 28 miliardi di euro: si tratta di un obiettivo di grande spessore economico, oltre che sociale, che può essere realizzato solo con gradualità, nel corso di una legislatura. In linea di principio vi è spazio per un aumento netto della quota di spesa pubblica per la famiglia, perché la spesa sociale complessiva in Italia è inferiore di 4 punti rispetto a Germania e Francia, ma in realtà la situazione della finanza pubblica italiana rende rischioso percorrere questa via. In concreto una politica economica per la famiglia può contare solo su un limitato aumento della spesa pubblica e in gran parte richiede invece una riallocazione della spesa esistente: sul piano politico ciò implica dare maggiore voce a interessi e ragioni di famiglie e figli, e quindi limitare o ridimensionare l’ammontare di risorse indirizzate ad altre categorie di interessi. Si tratta perciò di un obiettivo non semplice da conseguire. Una via indiretta per realizzarlo può partire dall’osservazione di un risultato di particolare significato economico e politico: i Paesi nei quali è maggiore la percentuale di incarichi ministeriali occupati da donne sono anche quelli nei quali è maggiore la spesa per famiglia e bambini (in rapporto al Pil). Una plausibile interpretazione di questo risultato è che le donne abbiano una maggiore capacità di interpretare i bisogni delle famiglie e quindi di prendere decisioni risolute in loro favore quando si trovino a gestire una posizione di potere.
 
4. II sistema fiscale: equità orizzontale e quoziente familiare[…] un aumento delle imposte dirette o indirette si ripercuote inevitabilmente sulla quantità di beni e servizi consumabili dai componenti che non lavorano, come i bambini, che quindi rientrano fra coloro che effettivamente pagano le imposte. Di conseguenza un criterio di equità impositiva è quello di considerare il numero di componenti fra i quali si deve ripartire un dato reddito familiare, e quindi il reddito pro capite (eventualmente corretto per possibili economie di scala), come la base imponibile di riferimento: data la progressività dell’imposta le famiglie più numerose pagheranno così un’imposta, inferiore sulla base di qualunque criterio di equità, soprattutto ai livelli più bassi di reddito. L’unita di riferimento della base imponibile è quindi la famiglia, anziché l’individuo: la giustificazione di ciò non riguarda scelte di valore, quanto piuttosto una corretta rappresentazione del processo di scelta individuale che, dai consumi all’offerta di lavoro, non riguarda il singolo ma la famiglia. Questo meccanismo viene attualmente applicato in Francia e va sotto il nome di “quoziente familiare” perché l’aliquota d’imposta viene calcolata sul reddito del nucleo familiare, diviso per un valore (numero delle parti) che viene determinato assegnando un peso pari a 1 per ogni coniuge e 0,5 per ogni figlio, con alcune eccezioni nel caso di handicap o numerosità familiare elevata. Il quoziente familiare è stato introdotto in Francia con una legge del 31 dicembre 1945, votata all’unanimità […]. Il sistema del quoziente familiare ha dimostrato, in concreto, di rappresentare un meccanismo di equità fiscale non solo efficace, ma anche semplice e comprensibile da parte del contribuente, il che rappresenta un valore fondamentale di democrazia, prima ancora che di efficienza. L’applicazione del quoziente familiare nel caso italiano comporta un costo stimabile, in media, intorno ai 14 miliardi di euro, il che corrisponde a un ulteriore punto di Pil: di conseguenza la precedente stima aumenta a 3 punti del Pil e a una riallocazione di risorse pari a circa 42 miliardi di euro. A maggior ragione, quindi, una politica per la famiglia non può che rappresentare una priorità di governo, da realizzare nel corso di una legislatura. Il quoziente familiare rappresenta solo una delle possibili soluzioni rispetto all’obiettivo dell’equità orizzontale, e quindi è difficile distinguere fra i due aspetti: l’equità orizzontale riguarda anche altre dimensioni, ad esempio i redditi soggetti alle medesime aliquote, ma in aree geografiche con differenti livelli di prezzo (e potere di acquisto) oppure il cosiddetto drenaggio fiscale. Ma è corretto concludere che l’obiettivo dell’equità orizzontale si sovrappone in gran parte a quello di una politica fiscale equa a livello familiare; di conseguenza, la cifra di 14 miliardi di euro rappresenta in realtà una stima del costo della disuguaglianza fiscale che le famiglie subiscono e che il potere politico attualmente accetta.5. Bambini e catena generazionale[…] La stima dell’Unicef consente un utile e illuminante confronto con altri Paesi: la Danimarca è il Paese in cui la povertà infantile è più bassa, con una percentuale del 2,4%, seguita da Finlandia, Norvegia e Svezia: l’Italia è fra i Paesi con la percentuale più elevata di povertà infantile, essendo gli Stati Uniti (21,9%) e il Messico (27,7%) i Paesi con l’incidenza più elevata. […] Dal rapporto Unicef emerge altresì come a una maggior spesa pubblica in favore della famiglia e delle prestazioni sociali si associno minori tassi di povertà infantile. Le conseguenze a lungo termine della povertà infantile devono ancora essere indagate (ad esempio, sul piano della competitività), ma non è probabilmente casuale che la Danimarca, con il minor tasso di povertà infantile, sia anche il primo Paese nella graduatoria per quanto riguarda l’apprendimento della matematica da parte dei giovani, mentre il Messico, con il più elevato tasso di povertà infantile, sia invece all’ultimo posto della graduatoria per il 2003. L’Italia è al quart’ultimo posto della graduatoria, all’incirca in linea con la situazione della povertà infantile, seguita da Grecia, Turchia e Messico. Ma la peculiare anomalia dell’Italia, ad esempio nel confronto con il Giappone, è rappresentata dal fatto di sprecare su una scala tanto elevata la sua risorsa di giovani, pur così preziosa e sempre più scarsa. Questa colpevole trascuratezza viola in modo chiaro l’obiettivo dell’uguaglianza delle opportunità, affermato all’art. 3 della Costituzione italiana: si tratta di un obiettivo che ha radici lontane, almeno a partire da Thomas Paine, che nel 1797 proponeva una “dote” di quindici sterline all’età di 21 anni, mentre negli anni più recenti sono state formulate proposte analoghe negli Stati Uniti e in particolare in Gran Bretagna, dove da alcuni anni, e per la prima volta, l’idea di una “dote” è diventata una decisione politica con la proposta del cosiddetto baby-bond. L’idea è quella di una “dote” pubblica sotto forma di un voucher intestato ai nuovi nati che consente un versamento iniziale in un apposito fondo di 250 stelline come base per tutti e di 500 sterline per le famiglie a più basso reddito; un ulteriore versamento, da definire, è previsto all’età di 7 anni. Il fondo può essere utilizzato solo a partire dai 18 anni, è integrabile da ulteriori versamenti dei genitori e i rendimenti sono esenti da imposte: nelle intenzioni del governo dovrebbe essere utilizzato in gran parte per finanziare gli studi o per l’anticipo sull’acquisto di una casa.6. Un nuovo welfare per il XXI secoloLa proposta si muove nella direzione giusta, a patto che venga finanziata con la spesa pubblica e non sia un puro prestito, ma ha un limite di fondo rappresentato dal fatto che ad ogni nuovo nato dovrebbe essere assegnata una “dote” molto più significativa, in parte utilizzabile fin dal momento della nascita. Il punto centrale è che all’età di 18 anni, i “giochi” della vita sono in gran parte già compiuti e l’obiettivo di un’effettiva uguaglianza delle opportunità rischia di diventare solo una vuota affermazione di principio se non viene perseguito fin dal momento della nascita. La proposta del baby-bond costituisce comunque il segnale di un’attenzione nuova per i giovani, in parte da ricollegare alla caduta della natalità, e che, secondo alcuni studiosi, rappresenta anche l’esempio di un nuovo welfare per il XXI secolo, basato appunto sui bambini.7. La famiglia e il fenomeno dei “grandi anziani”

Accanto ai bambini non è possibile ignorare il fenomeno crescente dei grandi anziani (oltre gli 80 anni) che in pochi decenni supereranno come numero i bambini, a cui si associano bisogni nuovi di assistenza, già visibili e presenti con la crescente presenza delle cosiddette “badanti”. Una politica per la famiglia, che pure è ancora da realizzare, è in realtà già superata dai fatti, che spingono verso una politica per la catena generazionale, cioè per quella piccola comunità di nipoti, figli e nonni (7-8 persone) che nei fatti condividono affetti e risorse. È tempo di distinguere fra una sussidiarietà volontaria, da favorire, e una sussidiarietà involontaria, da evitare, e che obbliga questa piccola comunità a scelte non degne di un Paese civile, quale quella fra l’assistenza al genitore anziano lungodegente e il costo per l’educazione dei figli. Nell’ambito dell’attuale fiscalità i costi associati alla sussidiarietà involontaria andrebbero almeno trasformati in deduzioni, mentre l’intero sistema fiscale dovrebbe essere rimodellato avendo come riferimento, sia pure in linea di principio, i bisogni e le risorse della catena generazionale.

8. Superare un malinteso concetto di solidarietà

La frammentarietà dell’azione politica vero la famiglia è forse conseguenza di un malinteso concetto di solidarietà, come libertà di “arrangiarsi” di famiglie sempre più in difficoltà, invece che come espressione della libertà positiva di esprimere e realizzare un progetto di vita. Sul piano economico la famiglia non è una semplice somma di individui, ma un soggetto a cui le società moderne riconoscono un ruolo essenziale per garantire la sopravvivenza e il futuro, attraverso la successione di una continuità di patti generazionali. Il mercato promuove l’efficienza attraverso la concorrenza fra imprese, mentre per la famiglia la solidarietà è l’impulso che promuove simultaneamente efficienza ed equità: il mercato efficiente distribuisce in base al merito, mentre la famiglia efficiente distribuisce in base al bisogno. Una politica pubblica per la famiglia, che riconosca il suo ruolo fondamentale nel promuovere uno sviluppo equilibrato, va distinta dalla politica di riequilibrio contro la povertà, perché diversi sono gli obiettivi e gli strumenti: le due politiche possono parzialmente convergere solo nel caso di assegni di minorenni che vivono in famiglie in condizioni di povertà.

9. Superare una politica fiscale agganciata a modelli di famiglia superati

La politica fiscale italiana è ancora agganciata al modello del secolo scorso di una famiglia con figli e un solo percettore di reddito, normalmente uomo, mentre la realtà oggi è quella di una famiglia con meno figli di quelli desiderati e la presenza, per scelta o necessità, e quando possibile, di due percettori di reddito: in passato il reddito familiare coincideva con quello dell’uomo, mentre oggi, a causa del fatto che le famiglie differiscono per numero di figli e percettori di reddito, diventa indispensabile prendere come esplicito riferimento il reddito familiare e tenerne conto ai fini dell’imposizione fiscale. In materia fiscale la semplicità è una virtù di democrazia: un modo semplice e intuitivo per basare l’imposta sulla dimensione familiare è quello di dividere il reddito familiare per il numero dei componenti, tenendo conto delle economie di scala della famiglia, ma anche dei maggiori bisogni di alcuni componenti. Si tratta di un elementare criterio di giustizia sociale, che affianca all’equità verticale, realizzata con la progressività dell’imposta, l’equità orizzontale, e cioè l’eliminazione dell’ingiustizia del fare parti uguali fra disuguali. Il meccanismo del quoziente familiare, che persegue l’equità orizzontale, è stato introdotto in Francia da molti anni e ha dimostrato di essere una “buona pratica” che funziona, apprezzata da tutti i cittadini francesi, e che proprio quest’anno celebra i suoi successi sul piano della costante crescita della natalità: in Italia vi fu un analogo tentativo all’inizio degli anni Novanta e la mancata approvazione dal Parlamento è da annoverare fra le molte occasioni perdute per il Paese.

[…] 11. Superare la mancata combinazione di qualità e quantità

Come detto, l’analisi delle politiche familiari europee e i confronti internazionali, evidenziano l’importanza combinata della quantità e qualità della spesa: in Francia, ad esempio, esiste una politica “comprensiva” per la famiglia, che non si limita al quoziente e agli assegni, ma copre e tutela i momenti più importanti della vita economica della famiglia e della madre, come il lavoro e il reddito, l’asilo nido, la baby sitter, l’affitto, le spese fisse per un nuovo figlio, il sostegno alle madri sole e molto altro ancora. Chiedere tutto ciò per l’Italia non è domandare troppo, ma solo elencare l’indispensabile per sbloccare una società sempre più lenta e affannata, valorizzare per davvero il capitale umano, ridare slancio a un Paese che negli anni Cinquanta ha costruito sulla famiglia e sulle piccole imprese il suo miracolo economico. Ma in questa fase, tenendo conto della situazione del dibattito politico, le questioni aperte sono tre: la prima è un passo concreto verso una maggiore equità orizzontale, la seconda è quella di aprire un capitolo nuovo per casa e famiglia, in particolare l’affitto, e la terza è la questione degli asili nido, del loro numero, del costo per le famiglie e dell’organizzazione degli orari. […]

 

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LA COMPLESSA CONCILIAZIONE TRA LAVORO E FAMIGLIA NELLE PICCOLE IMPRESE*

Welfaredi Alessandro Rosina, 12 marzo 2010Come varie ricerche hanno ripetutamente dimostrato, da noi, più che altrove, la nascita di un bambino riduce fortemente, soprattutto per la componente femminile della coppia, la possibilità di fornire un proprio contributo attivo anche oltre le mura domestiche. Come varie ricerche hanno ripetutamente dimostrato, da noi, più che altrove, la nascita di un bambino riduce fortemente, soprattutto per la componente femminile della coppia, la possibilità di fornire un proprio contributo attivo anche oltre le mura domestiche. Le ricadute negative sono molteplici e su vari livelli. Sul piano individuale, per la frustrazione nel non poter raggiungere quegli obiettivi che a parità di qualifiche e competenze le donne di altri paesi e gli uomini del proprio paese riescono più facilmente ad ottenere. Sul piano familiare, perché le coppie monoreddito con figli sono quelle a maggior rischio di povertà. Sul piano sociale, perché il potenziamento dell’occupazione femminile è una delle principali risposte all’invecchiamento della popolazione. L’utilizzo efficiente del capitale umano femminile è cruciale per la crescita economica e la sostenibilità dello stato sociale, anche a compensazione del progressivo deterioramento del rapporto tra anziani inattivi e forza lavoro.In questa direzione, le donne imprenditrici sono una delle realtà più interessanti e dinamiche. Lo spaccato che esce da varie analisi fornisce, fortunatamente, un ritratto molto vivace: negli ultimi decenni è cresciuto notevolmente il numero di donne che, soprattutto nel terziario, hanno fondato in prima persona un’azienda creando lavoro per sé e per altre persone. Molti rilevanti ostacoli continuano, però, a comprimere la valorizzazione dell’intraprendenza femminile oltre le mura domestiche. Come indica una recente ricerca della Confartigianato (1), uno dei limiti principali “al lavoro autonomo e imprenditoriale delle donne in Italia risulta senza ombra di dubbio la questione della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di cura per la famiglia: l’82% del campione di imprenditrici intervistate ha infatti indicato la conciliazione come il problema principale (…)”. Al secondo posto, a grande distanza, “viene indicata la cultura dominante tendenzialmente maschilista” (38%). Sempre dalla stessa ricerca emerge da un lato una forte consapevolezza e stima di se: il 95% ritiene che le donne siano una fonte costante di innovazione economica, l’85% ritiene che se si risolvesse la questione della conciliazione, lavorerebbero più donne e circolerebbe più ricchezza per tutti. D’altro lato emerge in modo netto la carenza nel paese di servizi adeguati per poter rendere più compatibile il ruolo di madre con quello di imprenditrice: il 91% pensa che il primo modo per facilitare la conciliazione sia quello di aumentare gli asili nido. Servizi per l’infanzia quindi, con adeguata qualità e con orari particolarmente flessibili, visto anche che il tempo dedicato da una donna imprenditrice al lavoro è del 25% maggiore rispetto alle dipendenti. Altri punti dolenti sono il fatto che per una donna a capo di una piccola azienda, assentarsi dal lavoro per dedicarsi ai figli o delegare un sostituto in periodo di maternità è quasi impossibile.Assieme alla promozione dell’intraprendenza femminile è cruciale, quindi, potenziare il sistema di strutture e misure che consentono di rendere compatibile imprenditoria e impegni familiari. Oltre al miglioramento dell’offerta di servizi per infanzia e per la non autosufficienza, va ripensato, in generale, il trattamento sotto il profilo della tutela della maternità. Questo riguarda sia aspetti specifici, quali la necessità di un sistema di agevolazioni “a regime” che consenta alla titolare di una piccola o media impresa di farsi sostituire, sia un adeguamento con i principi di tutela previsti per le lavoratrici dipendenti, come l’astensione obbligatoria dal lavoro prima e dopo il parto (potendo indicare, però, in modo flessibile il periodo), con relativa indennità di maternità. E’ evidente che la realizzazione pratica delle possibilità di conciliazione è più complessa per le lavoratrici autonome. In assenza però di adeguati strumenti in tale direzione rischia di rimanere più difficile per un’imprenditrice diventare madre e per una madre diventare o rimanere imprenditrice. Il superamento di molte resistenze verso un’azione politica sensibile e lungimirante su questi temi richiede anche un cambiamento culturale, che a sua volta però può essere favorito da un aumento della presenza femminile nel mercato del lavoro, nella classe dirigente e in particolare in quella politica. Potremo dire di essere sulla buona strada quando al Ministero delle Pari opportunità ci sarà un uomo e a quello dell’Economia ci sarà una donna.1 Ufficio Studi Confartigianato, Imprenditrici tra crisi e ripresa. I divari con l’Europa e la rappresentatività, 6° Osservatorio Confartigianato Donne Impresa sull’Imprenditoria Femminile Artigiana in Italia, Roma, Ottobre 2009.
 
 
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L’ITALIA SALVATA DAI NONNI (FINCHÉ REGGE LA SALUTE)*

Famigliadi Alessandro Rosina, Marco Albertini, 22 gennaio 2010(*) Articolo pubblicato anche su www.neodemos.itIl welfare dei nonniBenevento, Italia. In un meridione in piena denatalità il 10 gennaio 2010 avviene un parto eccezionale: nascono sei gemelli. Felice e frastornato il padre, dopo aver ringraziato i medici, lancia un appello: “Adesso chiediamo aiuto ai nonni: questi sono i primi nipoti, e sono sei!”.
Benedetti nonni! Se non ci fossero loro le famiglie italiane come farebbero? Certo le disposizioni della legge 53/2000 (congedi di maternità e genitoriali) possono aiutare nei primi mesi (sempre che si abbia la fortuna di essere lavoratori dipendenti e di avere un reddito sufficientemente alto da potersi permettere la sua decurtazione al 30% prevista per il congedo genitoriale). Ma poi lo Stato e i comuni cosa fanno per aiutare le famiglie nella cura dei figli appena nati? Poco o nulla. La copertura degli asili nido pubblici si attesta attorno al 12%, e nel Sud del paese non si arriva nemmeno al 5%. Problema che non si pone se si ha l’accortezza di vivere vicino ai nonni e la fortuna di averli in salute, in modo da poter avere un piccolo “asilo privato fai-da-te”. Dall’analisi dei dati dell’indagine Istat Famiglie e Soggetti Sociali risulta che solo il 16% dei giovani italiani usciti di casa abita a più di 50 km dai genitori, e il 62% di essi vive nello stesso comune. I dati dell’indagine SHARE, poi, ci dicono che “solo” il 44% dei nonni in Italia fornisce aiuto di cura ai propri figli (una percentuale più bassa che in altri paesi Europei), ma quando lo fa è reclutato in maniera “quasi full time”: la media è di più di 1400 ore di aiuto per anno (solo i nonni Greci ci sorpassano). E’ così che funziona il sistema di welfare italiano. E, secondo il governo, così funzionerà anche nel 2020. Infatti il recente documento congiunto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e del Ministero per le Pari opportunità intitolato “Italia 2020. Piano per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro” recita a pagina 15: “Sempre più numerose sono le famiglie nelle quali gli anziani, coabitanti o meno, offrono il loro aiuto nelle azioni di accompagnamento e di assistenza dei minori, assicurando così alla donna la possibilità di partecipare al mercato del lavoro, oppure mettono a disposizione la loro pensione nella vita familiare. E nello stesso tempo trovano nelle famiglie la risposta ai loro bisogni e alle loro paure. È questo il patto intergenerazionale che vogliamo promuovere” (1).
Allora meglio non cercare un lavoro troppo lontano, perché altrimenti chi ci aiuta in caso di necessità? La pensione agli attuali nonni non la toglie nessuno, il lavoro è invece sempre più precario e sempre meno tutelato. Avanti così? Secondo i dati forniti recentemente dal governatore della Banca d’Italia sono 1,6 milioni i lavoratori in Italia senza garanzie. Quindi meglio tenersi buoni i nonni, nel sistema italiano. Oppure rinunciare ad avere figli. E se si hanno figli e non si hanno a disposizione i nonni, a rimetterci è soprattutto l’occupazione della madre. Non a caso in Italia solo il 47,2% delle donne sono occupate (nell’Unione Europea solo Ungheria e Malta fanno peggio di noi. Siamo anche uno dei paesi europei con il più alto tasso di povertà tra i minori: secondo le key figures del Luxembourg Income Study circa il 30% dei minori in Italia vivono in povertà, in Francia la percentuale è sotto il 16%, in Germania il 14% e persino Spagna (24%), Polonia (25%) e Romania (17%) fanno meglio di noi. E ancor più, poi, il sistema mostra le sue lacune e la sua precaria sostenibilità in prospettiva, quando si considera anche la crescente necessità di accudimento degli anziani non autosufficienti. Anche su questo fronte la carenza di servizi pubblici si trasforma in un maggior carico sulle famiglie e soprattutto sulle donne, asse portante degli aiuti informali.Oltre il “familismo”Perché il modello italiano rischia di avvitarsi su se stesso? Colpa della cultura familista che predilige il ruolo della solidarietà intergenerazionale o dell’incapacità politica di costruire un moderno sistema di welfare pubblico? Secondo Alesina ed Ichino (2) il problema è soprattutto culturale: agli italiani piace così. Hanno scelto loro un modello di sviluppo basato sull’economia informale e su un welfare “fai da te”. Legami familiari forti e grande sfiducia nei confronti del pubblico e dello Stato in generale hanno radici antropologiche profonde nell’area mediterranea. Ne deriva, secondo i due economisti, che gli italiani non vogliono più asili nido e che più che potenziare i servizi per l’infanzia sarebbe necessario incentivare il lavoro femminile (ad esempio attraverso una tassazione differenziata che renda più conveniente ai datori di lavoro assumere una donna anziché un uomo).
Al contrario, a nostro avviso, proprio l’investimento sui servizi pubblici, sia in termini di quantità che di qualità, potrebbe produrre i maggiori benefici. E’ proprio su questo aspetto che l’Italia è più carente. Del resto, il nostro paese soffre non solo di bassa occupazione femminile, ma, come ben noto, anche di bassa fecondità. E’ quindi soprattutto sulla possibilità di conciliare tali due ambiti di impegno e di realizzazione che bisogna prioritariamente puntare. Certo, le misure di conciliazione devono essere di ampio spettro e favorire l’impegno dentro e fuori le mura domestiche di entrambi i membri della coppia (si pensi al potenziamento del part-time, all’introduzione di un congedo di paternità obbligatorio, ecc.). L’asilo nido è però uno degli strumenti indispensabili per una coppia di lavoratori che non voglia rinunciare ad avere figli non avendo nonni a disposizione. Non solo, la qualità stessa del servizio diventa anche il mezzo attraverso il quale attivare un nuovo rapporto di fiducia tra le famiglie e lo stato, superando alcune resistenze di fondo che non costituiscono un destino immutabile (3). Chi, poi, ha i nonni a disposizione potrà continuare a preferirli, ma almeno non sarà costretto a condizionare le proprie scelte di vita alla loro prossimità abitativa e alla loro salute. Senza un welfare pubblico adeguato, efficiente e di qualità, le alternative non ci sono e gli aspetti più deteriori del familismo sono destinati a perpetuarsi.1. M. Albertini (2009) “Italia 2020: la ricetta del governo è il familismo”, www.lavoce.info.
2. A. Alesina, A. Ichino (2009), L’Italia fatta in casa, Mondadori.
3. A. Rosina A., P.P. Viazzo (2008), “False convergenze e persistenze dinamiche”, in Rosina A., P.P. Viazzo (a cura di), Oltre le mura domestiche. Famiglia e legami intergenerazionali dall’Unità d’Italia ad oggi, Forum, Udine. Si veda anche il cap. 4 in D. Del Boca, A. Rosina (2009), Famiglie sole, il Mulino.http://www.infomessina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9628:2504i-nonni-indispensabili-ammortizzatori-sociali&catid=40:news&Itemid=2

I nonni risultano essere indispensabili ammortizzatori sociali

 25 Aprile 2010Oggi i nonni non sono solo una riserva e un patrimonio culturale da preservare, ma sono una risorsa economica indispensabile per far quadrare il bilancio familiare e statale. L’aiuto dei nonni determina infatti un risparmio alle famiglie tra i 495,6 milioni e 1,3 miliardi di euro l’anno. Praticamente, tra e 41 i 110 milioni di euro al mese. Tutto ciò a fronte di  un impegno lavorativo erogato a favore dei propri nipoti, compreso tra i 103 e 194 milioni di ore, ogni 4 settimane.  Il dato è stato rilevato da una recente ricerca “Il capitale sociale degli anziani”, presentata a Roma dalla Spi-Cgil, in collaborazione con l’Ires (l’Istituto di ricerche economiche e sociali), che ha calcolato in 18,3 miliardi di euro l’anno (circa l’1,2% di Pil) il “valore” delle attività non retribuite degli over 55enni italiani. I calcoli sono stati eseguiti tenendo presente sia la quantità di tempo espressa in ore  di tutte quelle attività svolte dagli anziani per aiuti informali e volontari, sia i costi orari per prestazioni equivalenti. L’attività di cura delle persone , specie di bambini e adulti non autosufficienti, impegna a titolo gratuito un esercito di  4,7 milioni di over 55 (su circa 13 milioni di italiani impegnati in aiuti informali) in grado di garantire, ogni mese, circa 150 milioni di ore d’aiuto, per un ritorno economico, al netto dell’aiuto rivolto ai nipoti, di 4,2 miliardi di euro l’anno. L’impegno dei circa 6 milioni di nonni (su 6,9 milioni totali) è invece stimato tra i 566 milioni e il miliardo di euro al mese. Mentre nel volontariato di interesse collettivo gli anziani, all’interno di attività legate al campo socio-sanitario e assistenziale, svolgono impegni di lavoro pari ad oltre 41 milioni di ore l’anno. In virtù quindi della valenza insostituibile che gli over 55 possiedono, risulta doveroso da parte del Governo adottare misure concrete a sostegno degli anziani, che svolgono sempre più, specie in questo contesto di crisi, un fondamentale azione di ammortizzatore sociale per tante famiglie.
Marcella Fontana
 
 
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UNO SVILUPPO ZOPPO SE SI DIMENTICA LA FAMIGLIA*

Famigliadi Alessandro Rosina, Gianpiero Dalla Zuanna, 27 febbraio 2008[…] L’importanza della politicaFondamentale per ridurre tale rischio è il ruolo della politica. In tutta Europa, infatti, dove maggiore è la presenza di servizi per l’infanzia, tendono ad essere più elevate sia la fecondità che l’occupazione femminile. In Italia, la disponibilità di posti negli asili nido supera di poco il 10%, contro il 33% fissato dall’Agenda di Lisbona entro il 2010. Nei 20 mesi del Governo Prodi alcune misure importanti sono state messe in campo. La principale è stata il “piano straordinario asili nido” che ha previsto risorse consistenti per il triennio 2007-2009 (774 milioni di euro, comprensivi anche del cofinanziamento da parte delle Regioni e delle Provincie autonome) al fine di realizzare oltre 50 mila nuovi posti. Si tratta di misure importanti, che andrebbero però ulteriormente alimentate visto il ritardo italiano. Particolarmente problematica è la situazione in molte regioni del meridione, dove la copertura di asili nidi non arriva al 5% a fronte spesso di lunghe liste di attesa. Non a caso il Sud risulta attualmente non solo una delle aree dell’Europa occidentale con più bassa occupazione femminile (poco superiore al 30%) ma anche con più bassa fecondità (1,30 figli per donna secondo le ultime stime Istat). Parallelamente ai servizi per l’infanzia, soprattutto per il Mezzogiorno sono stati anche introdotti incentivi all’assunzione tramite agevolazioni fiscali per le imprese. Favorire l’entrata e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro senza disincentivare la formazione di una famiglia con figli è uno dei nodi più importanti dello sviluppo economico e sociale del paese.
L’occupazione femminile è frenata anche dalla necessità di accudire gli anziani non autosufficienti. Gli attuali livelli di tutela ed assistenza pubblica sono bassi e fortemente disomogenei sul territorio italiano. A questo proposito con la Finanziaria 2007 è stato istituito il “Fondo nazionale per le non autosufficienze” con una dotazione iniziale di 100 milioni di euro per il 2007 e 200 milioni per ciascun anno del biennio 2008-09. Si tratta di un primo passo per offrire livelli essenziali di prestazioni assistenziali su tutto il territorio nazionale, con misure però senza dubbio insufficienti, come riconosciuto dallo stesso Ministro Bindi. Va aggiunto che il Ministero delle Politiche per la Famiglia ha anche avviato una riflessione sulla possibilità di sostenere forme di welfare comunitario (associazioni di auto-aiuto fra famiglie, altre forme cooperative, micro-nidi domestici…) oltre che per rendere meno “selvaggio” il fenomeno – tutto italiano – della “badanti” straniere. Un rischio è che gli interessi delle donne e dei bambini siano visti come competitivi rispetto a quelli di altri soggetti, ad esempio dei proprietari di casa, dei lavoratori dipendenti, eccetera. È quanto è avvenuto con l’ultima legge finanziaria, quando si è preferito intervenire sull’ICI piuttosto che incentivare gli assegni familiari. Dimenticare la famiglia è un grosso errore, che l’Italia rischia di pagare sempre più caro. Su tutti questi temi, chiunque sia a ricoprire responsabilità di governo dopo le prossime elezioni, il lavoro scientifico svolto in occasione della Conferenza Nazionale sulla Famiglia non deve essere dimenticato (www.conferenzanazionalesullafamiglia.it). Non è possibile ogni volta partire dall’anno zero per le politiche familiari, riconosciute come sempre più cruciali per lo sviluppo del paese.
 
 
http://www.osservatorionazionalefamiglie.it/component/option,com_frontpage/Itemid,1/

Osservatorio Nazionale sulla famiglia

Nello svolgimento delle proprie funzioni, definite per regolamento, l’Osservatorio nazionale sulla famiglia:
•    assicura lo sviluppo delle funzioni di analisi e studio della condizione e delle problematiche familiari, anche attraverso la realizzazione di un rapporto biennale sulla condizione familiare in Italia finalizzato ad aggiornare le conoscenze sulle principali dinamiche demografiche, sociologiche, economiche e di politica familiare;
•    promuove iniziative ed incontri seminariali per favorire la conoscenza dei risultati delle ricerche e indagini e la diffusione delle buone pratiche attraverso lo scambio di esperienze;
•    coordina le proprie attività di ricerca e documentazione con quelle dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza per quanto concerne il Piano di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva.
 
 
http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/Single?id_press=228&year=2010
04 maggio 2010

Festa della mamma: Save the Children, l’Italia al 17esimo posto per benessere materno-infantile ma 1 milione di madri con figlio piccolo vive in povertà

[…] L’Italia si posiziona nella zona alta ma non altissima di questa graduatoria. Perché tutto va relativamente bene al momento della nascita ma poi iniziano i problemi. A leggere i numeri sulla povertà nel nostro paese, si scopre che l’impoverimento è più frequente fra le donne, tanto più se madri con almeno 1 figlio piccolo: il 15,4% delle coppie con 1 bambino sotto i 18 anni, vive in povertà. Il che significa, per esempio, che il 16,3% delle mamme in coppia con figlio piccolo paga in ritardo almeno una delle bollette di casa mentre il 10,3% non riesce a sostenere regolarmente le spese scolastiche dei figli. E maternità significa anche – dicono i numeri – inferiori tassi di occupazione femminile, con una differenza nel tasso di disoccupazione che sfiora i 22 punti percentuali in più rispetto a donne senza figli. A documentare e spiegare tutto questo, con molti dati e confronti fra paesi, due report: l’11esimo Rapporto su Lo Stato delle Madri nel Mondo di Save the Children e il nuovo Rapporto Fondazione Cittalia – ANCI Ricerche per Save the Children su Le condizioni di povertà tra le madri in Italia. […][…] In Italia oltre 1 milione di donne in povertà con figli piccoli“Il nostro paese presenta numeri in generale buoni, tanto che si posiziona al 17esimo posto dell’Indice delle Madri, e molto buoni rispetto ad alcuni singoli parametri, come per l’appunto il rischio di mortalità materna, il tasso di mortalità infantile (4 su 1000 nati vivi), o i tassi di iscrizione alla scuola secondaria (100%)”, prosegue Francesco Aureli. “Se però spostiamo lo sguardo sulle condizioni sociali delle donne e dei bambini, scopriamo che un numero non insignificante di questi non vive per niente bene e che è in ripresa la povertà fra le madri, soprattutto con bambini”. Secondo il nuovo Rapporto Fondazione Cittalia – ANCI Ricerche per Save the Children su Le condizioni di povertà tra le madri in Italia, sono 4.2 milioni le donne povere nel nostro paese. 1.678.000 sono madri. Circa 1 milione di esse ha almeno un figlio minorenne: l’86,3% vive in coppia, il 7,5% è sola, il 6,2% in famiglie allargate. Prendendo in esame il totale delle famiglie in povertà – che è pari all’11,3% delle famiglie italiane – l’incidenza della povertà in un nucleo costituito da una donna in coppia con un figlio piccolo è superiore alla media di 4 punti percentuali, attestandosi al 15,4%. Percentuale che sale al 16,5% in presenza di 2 figli, di cui almeno uno minorenne, e al 26,1% se i figli sono almeno 3, di cui almeno uno minore. Segno che la maternità può diventare causa di povertà per molte donne oltre a incidere anche sui livelli occupazionali femminili, che diminuiscono sensibilmente. Già di per sé inferiore al dato medio europeo, documenta il rapporto Fondazione Cittalia – ANCI Ricerche per Save the Children – il divario occupazionale cresce all’aumentare del numero dei figli: il tasso di occupazione femminile è pari al 65% in assenza di figli ma decresce al 60,6% e al 54,8% nel caso, rispettivamente, di uno e due figli, per crollare al 42,6% quando i figli sono almeno 3. E le difficoltà economiche per molte donne emergono drammaticamente considerando le tante voci del bilancio e del menage familiare: fra le mamme in coppia con un bambino piccolo, per esempio, il 18,6% non ha i soldi sufficienti per fare fronte a tutte le spese del mese; il 16,3% ha pagato in ritardo almeno una bolletta; il 10,3% non è stato in grado di sostenere con regolarità le spese scolastiche dei figli; il 5% non ha potuto acquistare sempre generi alimentari. E nel caso di madre sola con almeno un figlio minore la situazione è ancora più grave, con gli indicatori di deprivazione che salgono ulteriormente: il 44% arriva a fine mese “con molta difficoltà”, quasi il 31% è in arretrato con le bollette, il 25% non h avuto soldi per spese mediche, il 21% per le spese scolastiche. […].
 
 
http://www.osservatoriolocalefamiglia.it/dblog/articolo.asp?articolo=54

Assegni alle madri: così la Germania cerca la svolta

del 09/06/2008
di Enzo Savignano – E’ Famiglia – suppl. Avvenire del 6 giugno 2008

Oltre al sussidio ‘storico’ di 150 euro mensili che accompagna ogni bambino fino alla fine dei suoi studi, è stato introdotto l’«Elterngeld» un congedo retribuito da un minimo di 300 a un massimo di 1.800 euro fino a 14 mesi per chi riduce l’orario di lavoro o resta a casa Per le famiglie lo Stato spende quasi 190 miliardi di euro all’anno, il 10% del Pil. «I risultati ottenuti stanno dimostrando il successo della nuova Familienpolitik, la più efficace dalla nascita della nuova Repubblica Federale tedesca». Il ministro della Famiglia, Ursula von der Leyen, con orgoglio ha presentato poche settimane fa i risultati di due anni di lavoro nel corso dei quali «lo Stato tedesco ha investito come mai nella sua storia nelle politiche familiari», ha sottolineato il professore dell’Istituto di Economia di Colonia, Michael Huenter. Secondo l’Istituto per l’Economia mondiale di Kieler, in Germania circa il 10 per cento dell’intero Pil viene investito nella Familienpolitik. Nel 2005 lo Stato, tra servizi e sussidi, ha messo a disposizione di tutte le famiglie tedesche 184 miliardi di euro, saliti a 189 nel 2006. Per il 2007 ancora non sono stati forniti dati ufficiali poiché è stato l’anno dell’introduzione dell’Elterngeld (il congedo retribuito per i genitori), la cui incidenza sulle casse dello Stato sarà chiara e trascrivibile in cifre solo alla fine del 2008, inizio del 2009. Il nuovo congedo parentale, infatti, viene corrisposto ad ogni bambino nato dopo il 1 gennaio 2007. Per dodici mesi viene erogato il 67% dello stipendio netto percepito fino a quel momento dal genitore in congedo, fino ad un massimo di 1800 euro. […]  «Abbiamo creato un sistema flessibile in grado di adeguarsi alle esigenze di ogni nucleo familiare – ha aggiunto la von der Leyen – e non abbiamo intenzione di fermarci al solo Elterngeld ». Sul tavolo del ministro cristiano-democratico, ex medico di 48 anni e madre di sette figli, da mesi ci sono diverse idee e progetti, molti dei quali saranno attuati nei prossimi anni. Entro il 2010 saranno creati 230.000 posti gratuiti negli asili nido per i bambini sotto i tre anni; un numero che dovrebbe salire fino a 750.000 entro il 2013. Un’operazione che costerà allo Stato circa 12 miliardi di euro. L’investimento, come previsto dalla costituzione tedesca, sarà diviso equamente tra il Governo Federale (Bund), i Laender (Regioni) e i Comuni. L’altro grande progetto del ministro della Famiglia è l’aumento del Kindergeld a partire dal terzo figlio e un supplemento dell’assegno familiare per le famiglie nelle quali i padri si impegnano a restare più a lungo a casa per accudire i figli. La proposta sta tuttavia incontrando delle opposizioni all’interno della Grande Coalizione. Il Kindergeld è il sussidio storico della politica familiare tedesca, attraverso il quale lo Stato con circa 150 euro mensili accompagna ogni bambino fino alla fine dei suoi studi scolastici od universitari. Dal 2007 ovviamente il Kindergeld subentra al termine dell’Elterngeld. […] l’obiettivo finale della von der Leyen era convincere le famiglie tedesche a fare più figli e nell’ultimo anno il tasso di natalità è passato dall’1,33 del 2006 all’1,45 del 2007. In Germania non si registrava un tasso così elevato dal 1990, anno dell’unificazione.

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_16/querze-asili-nido_64d9e9ba-1acc-11df-af4a-00144f02aabe.shtml

Il ritardo dell’Italia negli asili nido

Nel 2000 a Lisbona fissato l’obiettivo europeo del 33% Ma oggi solo 23 bambini su 100 trovano posto

Prima la buona notizia. Emilia Romagna, Toscana e Umbria hanno le carte in regola per raggiungere l’obiettivo di Lisbona sui nidi: 33 posti ogni 100 bambini entro il 2010. La cattiva notizia è che il resto del Paese non ce la farà. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto degli Innocenti (incaricato del monitoraggio sui nidi) l’Italia è ferma a quota 23 per cento. Una percentuale ottenuta contando davvero tutto. Anche gli spazi gioco e i posti offerti alle materne a bambini che non hanno ancora tre anni. […]

Rita Querzé – 16 febbraio 2010

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Aggiornamento dell’1 luglio 2013:

http://www.cittadinanzattiva.it/comunicati/consumatori/asili-nido/4211-cittadinanzattiva-indagine-2012-sugli-asili-nido-comunali.html

CITTADINANZATTIVA: INDAGINE 2012 SUGLI ASILI NIDO COMUNALI

12 novembre 2012

[…] Il commento di Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva: “Dall’indagine effettuata è evidente che ancora oggi manca nel nostro Paese un sistema di servizi per l’infanzia equamente diffuso ed accessibile su tutto il  territorio e adeguate agevolazioni fiscali a sostegno dei nuclei familiari con bambini piccoli. Le misure a favore di tali servizi rappresentano un investimento intergenerazionale che produce effetti nel lungo periodo e quindi di scarso “appeal” per una classe politica poco lungimirante e concentrata sul consenso immediato. D’altro canto la riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali e la rigidità del patto di stabilità non aiutano a far ripartire gli investimenti in tal senso anzi contribuiscono a tagliare sempre di più le risorse destinate alla spesa sociale. Di questo passo difficilmente riusciremo a colmare il gap nei confronti dell’Europa e centrare la copertura del servizio del 33% già prevista per il 2010“. […]

Italia vs Europa
Facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni) in media in Italia la copertura del servizio è del 6,5% (percentuale che sale all’13,3% se consideriamo solo i capoluoghi di provincia) con un massimo del 15,2% in Emilia Romagna ed un minimo dell’1% scarso in Calabria e Campania.
Questo dato conferma non solo quanto l’Italia sia lontana dall’obiettivo comunitario che fissa al 33% la copertura del servizio, ma anche dal resto dei Paesi europei: Danimarca, Svezia e Islanda si contraddistinguono per il più alto tasso di diffusione dei servizi per la prima infanzia (con una copertura del 50% dei bambini di età inferiore ai tre anni), seguiti da Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Slovenia, Belgio, Regno Unito e Portogallo (con valori tra il 50% e il 25%). Percentuali comprese tra 25 e 10% si registrano, oltre che nel nostro Paese, in Lituania, Spagna, Irlanda, Austria, Ungheria e Germania.

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Aggiornamento del 21 ottobre 2014:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/21/caro-renzi-da-neo-mamma-miei-80-euro-te-li-puoi-tenere/1163210/

Bonus bebè: caro Renzi, i miei 80 euro te li puoi tenere

di Manuela Campitelli | 21 ottobre 2014

Caro Premier Renzi,

sono una giovane mamma, oltre a questo gestisco un blog che si chiama www.genitoriprecari.it, e per quanto mi riguarda i miei 80 euro te li puoi tenere. Apprezzo lo sforzo, ma le riforme sociali sono ben altre e non si misurano sulla base di spiccioli, regali in busta paga (sempre che una neo mamma una busta paga ce l’abbia), bonus bebè, graduatorie della povertà. Le riforme sociali si misurano sulla base di politiche pianificate, continuative e a lungo termine, che il governo dovrebbe mettere in campo per garantire ai genitori precari il diritto all’esistenza. Perché vedi, Renzi, siamo animali in estinzione.

Chiariamoci quindi sul punto di domanda, se la domanda è ‘vi fanno comodo 80 euro per tre anni?’ la risposta non può che essere sì. Ma se la domanda diventa ‘sono queste le riforme sociali che ti aspetti?’ la risposta è no.

E’ la stessa differenza che c’è tra la forma e la sostanza. La forma sono i regali in busta paga, la sostanza sono le politiche di welfare e sostengo alla genitorialità. La forma sono gli annunci, la sostanza sono le riforme tedesche che prevedono un posto all’asilo per ogni nuovo nato, con la possibilità per i genitori di fare causa al Comune di residenza nel caso in cui il bimbo sia rimasto escluso. La forma sono gli 80 euro alle neo mamme, la sostanza sono i 300 che pagano per un nido privato.

Caro Premier, il mio consiglio è quello di andarsi a leggere due rapporti stilati da Save the Children: il primo è “Mamme nella crisi”, il secondo è “l’Atlante dell’infanzia a rischio”. I numeri parlano, ma soprattutto indicano una relazione netta tra l’impoverimento delle madri e quello dei bambini. Questa connessione tra i due fenomeni non può essere sottovalutata, anche perché dai due ne consegue un terzo: la decrescita economica del paese. Allora, la domanda è: a parte gli 80 euro, quali azioni vuole mettere in campo il governo per la crescita economica e sociale del paese, quella che va oltre la culla ma ci passa attraverso?

Per tutti questi motivi, caro Renzi, non te la prendere a male, ma per quel che mi riguarda, i miei 80 euro te li restituisco, da qui ai prossimi tre anni. Quello che ti chiedo in cambio, sono servizi, asili, maternità riconosciute, parità di genere, diritto alla genitorialità, diritto all’abitare, diritto al lavoro e all’esistenza.

Per farlo hai tempo da qui ai prossimi tre anni e puoi utilizzare anche i miei 80 euro.

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