Fortunatamente dalla spending review è stato eliminato il taglio dei fondi alla ricerca da 30 milioni per il 2012. Tuttavia, i finanziamenti alla ricerca in Italia sono davvero poche briciole, rispetto a quanto investono gli altri Stati dentro e fuori l’Europa. Spending review non significa solo tagliare ma anche razionalizzare: spostare il denaro da dove viene sprecato e metterlo dove può costituire un investimento per il futuro. I fondi alla ricerca, per ora, non sono stati tagliati, ma non sono nemmeno cresciuti. Il che equivale a dire che l’Italia sta continuando a giocare in difesa e a non investire nel suo/nostro futuro…

L.D.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=201&ID_sezione=243

“Italia a rischio sottosviluppo”

Veronesi: sempre più spesso la scienza è vista con paura e ostilità

13/6/2007

Per comprendere con lucidità la situazione della ricerca italiana, bisogna prima liberare il campo dai luoghi comuni, che sono almeno due e sono molto ingombranti. Il primo è che l’Italia è la Cenerentola della ricerca. Lo è, se consideriamo gli investimenti, ma non lo è, se consideriamo la produttività scientifica dei nostri ricercatori. L’eccellenza del lavoro dei ricercatori italiani è indiscutibile e qui veniamo al secondo luogo comune: la fuga dei cervelli. Lo spettro delle intelligenze che abbandonano il nostro Paese ha instillato il dubbio e ha rafforzato il senso di sfiducia nella ricerca italiana. Anche qui bisogna fare un distinguo.

Risorse limitate
Innanzitutto dobbiamo ripetere che i cervelli in Italia ci sono e producono risultati anche in condizioni di lavoro incerte e in regime di risorse limitate. È vero che molti scelgono di lavorare all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove il ricercatore ha più incentivi personali e maggiori possibilità di carriera. È vero anche che manca nel nostro Paese una strategia per la ricerca, come tutti riconoscono – politici ed economisti compresi – e che quindi i nostri giovani sono disorientati. Ma non per questo la ricerca si ferma, per lasciarci nel deserto intellettuale. O perlomeno fino ad oggi ancora non si è fermata.
Siamo quindi ancora in tempo per superare i luoghi comuni, e soprattutto il disfattismo che li accompagna, per affrontare una visione chiara della realtà. Grazie ai grandi sforzi dei ricercatori e al contributo della gente attraverso le associazioni private, miracolosamente la bilancia dei risultati pende oggi ancora a favore della ricerca. Ma l’equilibrio è instabile e non si mantiene da solo, all’infinito. Credo che la prima cosa da fare sia aiutare la ricerca scientifica con una politica più determinata e decisamente orientata allo sviluppo. E’ importante dare un segnale concreto da parte delle istituzioni di una ripresa della fiducia nella ricerca.
Il mondo politico dovrebbe prendere coscienza che il nostro Paese si trova in una situazione di rischio non solo di non-sviluppo, ma addirittura di regressione, soprattutto per il clima culturale che si respira diffusamente, in cui il pensiero scientifico è visto con sospetto, se non con timore, o addirittura con ostilità, e in cui serpeggia, più o meno subdolamente, un movimento antiscientifico che potrebbe oscurare il nostro futuro. Non è però solo per la fatidica «colpa della politica» se l’Italia è il fanalino di coda tra i Paesi che investono nella ricerca, ma anche per una tradizione culturale che ha radici storiche profonde. Puntare sulla ricerca vuol dire anche rinunciare a certezze immediate e conosciute in favore del nuovo e del domani, e questo «esporsi al rischio», probabilmente, non appartiene alla parte più radicata della mentalità nazionale. Una mentalità che, tuttavia, proprio in questo periodo di esplosione scientifica fa sentire più forti le sue paure e i suoi freni, creando problemi oggettivi al Paese.

Energia e genetica
I fatti: sul fronte dell’energia siamo l’unico Paese in Europa che non ha un piano energetico nazionale e, nel dubbio, importiamo l’energia nucleare dalla vicina Francia (che ha 58 centrali), pagandola a caro prezzo. Nell’area della genetica non possiamo fare ricerca sulle cellule staminali embrionali e neppure sperimentare le enormi potenzialità degli organismi geneticamente modificati in agricoltura per ragioni ideologiche.

UMBERTO VERONESI (ISTITUTO EUROPEO DI ONCOLOGIA – MILANO)

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http://www.italiainventa.com/it/magazine/item/71-la-spesa-e-i-finanziamenti-per-la-ricerca

La spesa (e i finanziamenti) per la ricerca

08 Giugno 2012

La spesa in ricerca in Italia permane contenuta e in calo; nel 2009 la spesa sostenuta da imprese, istituzioni, enti no profit e università è stata di 19,2 miliardi di euro, nel 2010 è cresciuta dell’1,7% mentre nel 2011 è calata in misura contenuta ma ha coinvolto tutte le categorie di erogatori. E’ diminuita pertanto sia la spesa privata sia la spesa pubblica. La componente principale della spesa è quella privata: le imprese investono ogni anno oltre 10 miliardi di euro (il 54% circa del totale), mentre il pubblico interviene con 9 miliardi. Sul fronte della spesa privata è da segnalare che la gran parte (oltre il 70% della spesa privata) proviene dalle grandi imprese, quelle con oltre 500 addetti. La restante parte degli investimenti in ricerca delle imprese riguardano per il 20% le medie ed il 10% le piccole. Con questi valori (un miliardo di euro) le piccole imprese effettuano investimenti limitati sia come numero di aziende coinvolte sia per dimensione dei singoli progetti. Complessivamente la ripartizione degli investimenti italiani in ricerca per classe dimensionale delle imprese non suscita sorprese; anche nel resto dell’Europa le piccole coprono una quota marginale.

Spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL (%)

Paesi %
Finlandia 3,87
Danimarca 3,06
Germania 2,82
Francia 2,26
Area euro (Ue – 17) 2,06
Ue – 27 2,00
Regno Unito 1,77
Spagna 1,39
Italia 1,26
Ungheria 1,16

Fonte: elaborazioni CSB su dati Istat

Per attenuare gli inconvenienti della ridotta dimensione le Pmi italiane dovrebbero sfruttare le opportunità offerte dal contratto di rete o da altre forme di aggregazione. I bandi per la ricerca emanati da alcune regioni (quali Lombardia) prevedono come uno dei criteri di selezione che le imprese partecipino sfruttano uno dei diversi modelli di aggregazione. La crescita dimensionale favorisce le imprese più granfi nella partecipazione ai bandi europei che sono più articolati e richiedono maggiori competenze nella gestione. Nel 2014 partirà il bando Horizon 2020 con un fondo di 80 miliardi di euro dei quali 24,6 miliardi destinati alla ricerca d’eccellenza, 18miliardi per lo sviluppo dell’innovazione industriale e 32 miliardi per la ricerca su alcuni settori ritenuti strategici quali: salute, sicurezza alimentare, trasporti verdi, clima e materie prime, società inclusive e innovative.

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http://progetti.airi.it/statistiche-ricerca-sviluppo/

Le informazioni relative all’input ed all’output della ricerca e sviluppo dei più importanti Paesi sono sparse in varie pubblicazioni e non sempre facilmente reperibili e confrontabili.

E’ per questa ragione che, dal 1997, AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale) predispone R&S – Dati statistici, con lo scopo di raggruppare le principali informazioni disponibili sulla ricerca e sviluppo per l’Italia, per principali Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito), USA e Giappone, nonché – in alcune tabelle – per gli altri Paesi UE, per Cina, Israele e Federazione Russa.

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http://peppe-liberti.blogspot.it/2012/07/chi-sbaglia-i-tagli.html?m=1

Chi sbaglia i tagli

27 luglio 2012

La qualità delle cose che facciamo dipende dalla qualità dell’istruzione che abbiamo ricevuto e dalla qualità degli strumenti che utilizziamo, che son cose che qualcuno ha già fatto, qualcuno che ha ricevuto un’istruzione di qualità e che ha saputo estrarre dai risultati della ricerca pura quello che serve per fare le cose di qualità.
Non c’è possibilità di istruirsi se non c’è ricerca (non solo scientifica), l’istruzione è, in ultima analisi, il racconto della costruzione del pensiero e chi ha in mente di costruire le cose deve per forza ricostruire i processi che le possono generare altrimenti, bene che vada, resta un semplice utilizzatore.
Quando un Paese è in crisi, una crisi che non è solo economica, che se fosse solo di questo tipo non sarebbe poi un gran problema, chi lo governa pensa di risolverla tagliando a fette i processi che generano il benessere, anche questo non solo economico. Si entra a piedi uniti in meccanismi complessi, forse troppo per chi ha il compito di decidere (che siano politici o economisti), e si estraggono e si conservano solo quelle parti che possono creare valore nell’immediato. Se invece degli economisti avessero messo a governarci i botanici sarebbe stato meglio, secondo me, loro lo sanno che è difficile mantenere in vita un pezzo di un organismo complesso una volta che è stato staccato dal resto. Forse è la fretta, mi pare, ma è una fretta che lascerà macerie. […] L’unico finanziamento che si ripaga, nel breve e nel lungo periodo, è quello sull’istruzione di qualità e questa viene garantita esclusivamente da una ricerca di qualità e se negli anni passati si son buttati i soldi per mettere in piedi sedi universitarie periferiche dove si son sistemati gli scarti dell’accademia, la prima cosa da fare è chiuderle. Se non è questa spending review, ditemi, che roba è? Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un ritorno a vecchi modelli e che pur rendendo il sistema efficiente ed economicamente sostenibile mancherebbe ancora qualcosa, che ci sarebbe comunque bisogno di una quota di persone in grado di essere immediatamente operative, pronte ad affrontare sin da subito la sfida col mondo del lavoro. È un problema reale che ha ricevuto negli anni varie risposte, dagli stage dei laureandi nelle aziende ai contratti di insegnamento riservati a docenti “esperti” esterni che poi son diventati lo strumento per pagare i precari delle Università. Non so, io per dire a questo punto potenzierei piuttosto realtà come quella dell’ISIA, Università pubbliche a numero chiuso dove non esiste neanche un docente di ruolo ma solo professionisti pagati per insegnare e portare alla laurea i ragazzi attraverso un percorso semi-professionale. È una roba che ha senso? Esiste una soluzione migliore? Pensateci accidenti e subito, invece di continuare a proporre sempre le solite ricette e ripetere sempre gli stessi errori.
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Lo tsunami tecnologico

Milena Cuccurullo – 27 luglio 2012

Nella legge di revisione della spesa pubblica è stato inserito un provvedimento che non ha precedenti nella storia della ricerca italiana: «Gli enti di diritto privato non possono ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche. Sono escluse le fondazioni istituite con lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico e l’alta formazione tecnologica». In altre parole, le imprese italiane potranno accedere ai fondi pubblici tramite fondazioni che abbiano nel loro statuto la promozione e lo sviluppo della tecnologia. Ecco il motivo d’essere del comma 6 dell’art. 4, scritto su misura per l’Istituto Italiano di Tecnologia, una fondazione appunto nel cui consiglio di amministrazione siedono diversi rappresentanti dell’industria privata, e che per il ministro dello Sviluppo Passera «è un buon esempio di come si possa fare bene una cosa, partendo da asset valorizzabili». Stiamo parlando di un istituto che in piena crisi economica, mentre si abbattono sulla ricerca pubblica misure di austerità paragonabili alla scelta tra cappio o fucilata, gode di splendida salute, con i suoi 100 milioni di euro all’anno, 130 milioni di bonus provenienti dalla soppressione nel 2008 della Fondazione IRI e un portafoglio da 40 milioni di euro rastrellati tramite la partecipazione a bandi europei per progetti di ricerca (che, però, ricordiamo, devono essere finanziati per il 50% dallo Stato). […] Per il governo tecnico, come per il precedente governo, la ricerca scientifica è utile solo se capace di aumentare i volumi d’affari delle imprese. Riferendosi all’IIT, infatti, il ministro Passera affermava: «Qui c’è attenzione per la qualità e soprattutto per le applicazioni della ricerca. È importante trasformare i brevetti in aziende: è il tema delle start-up, strategico per il mio ministero». La strategia del ministero consisterebbe, dunque, nell’attirare nella rete dell’IIT gruppi di ricerca che lavorino su tecnologie già orientate al mercato, brevettare le “scoperte” e tramutarle velocemente in prodotti commercializzabili – come vaccini, farmaci, test per la diagnosi di malattie – da piazzare sul mercato internazionale della ricerca, che con la sua bacchetta magica fa lievitare le quotazioni in borsa delle s.p.a. costituite per l’occasione. I ricercatori italiani si chiedono, però, perché debba essere lo Stato a finanziare tutta questa operazione di maquillage a favore di un’industria vecchia e finanziarizzata che non ha saputo investire nel miglioramento della sua competitività e non ha interesse a restare nel nostro paese per creare lavoro, mentre vengono ridotti all’osso i finanziamenti per la ricerca pubblica e minacciati di chiusura istituti di ricerca di prestigio internazionale. Il settore industriale ha già beneficiato di abbondanti finanziamenti per la ricerca senza apportare alcuna reale innovazione, eppure continua a ricevere aiuti di Stato: il 5 luglio scorso il Ministero dell’Università e della ricerca ha emanato un bando di 655 milioni di euro per lo sviluppo delle tecnologie e anche i fondi europei per la ricerca e la competitività sono stati lautamente distribuiti a diversi gruppi industriali, tra cui Fiat e Finmeccanica. Per coloro che studiano e lavorano in settori di ricerca lontani da applicazioni immediate sembra non esserci più futuro in Italia, né nelle imprese, dove prevale la logica del profitto a breve termine, né nelle Università, né negli Enti di ricerca, dove il peso dei tagli statali obbliga a modellare l’offerta formativa sulla base dei “gusti difficili” dei partner privati e dove, quindi, fare ricerca pura, quella che ha reso grande il nostro paese per secoli e che ancora oggi è l’unica vera industria italiana, diverrà un lusso che nessuno potrà più permettersi. […]

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Aggiornamento del 14 novembre 2012:

Se il Paese mette la scienza all’angolo

[…] Il merito dipende certamente dalle capacità intellettuali e organizzative dei singoli ricercatori, ma anche e soprattutto dal contesto istituzionale all’interno del quale essi operano. Infatti il prodotto della ricerca è quasi sempre frutto dell’attività di gruppo e dei finanziamenti disponibili che sono spesso condizionati da fattori di distorsione. C’è chi è stato favorito dall’ammiccamento ai partiti, chi si è fatto fare leggi ad hoc, chi può partecipare ai bandi di concorso e chi ne è stato escluso, c’è chi ha fatto fortuna legandosi all’industria, chi ha fatto debiti che vengono poi pagati da fondi pubblici, chi è stato favorito da finanziamenti diretti e chi usufruisce del vantaggio di appartenere a gruppi di potere. E’ vero che alla fine conta il merito, ma non si può prescindere da un’analisi di come questo sia stato raggiunto.

[…] questo Governo, dal quale ci si aspettava più attenzione, ha, come i precedenti, abbandonato la ricerca a sé stessa, evitando persino di nominarla in tutte le prospettive di “ripresa”. La nostra spesa per la ricerca è continuamente diminuita ed è attualmente ben al di sotto della metà della media europea; il numero dei ricercatori è in continua diminuzione anche per una consistente emigrazione con scarsi ritorni e non deve perciò meravigliare il fatto che recuperiamo dalla competizione europea la metà dei contributi che sborsiamo. La situazione è disastrosa. Nel campo biomedico tutte le multinazionali del farmaco hanno chiuso i loro laboratori e le industrie italiane, con poche eccezioni, hanno abbandonato da tempo la ricerca. Manca in Italia praticamente l’industria dei diagnostici, delle apparecchiature scientifiche, dei dispositivi medici. L’Italia è praticamente diventata un grande e appetibile mercato, dove tutti attingono senza investire in ricerca, proprio perché mancano le condizioni minime per farlo. Come pensa di riprendersi questo Paese? E’ possibile uno sviluppo sul lungo termine senza investire in ricerca? Da dove nascerà l’innovazione con prodotti ad alto valore aggiunto se non si sfrutta la creatività degli italiani, l’unica vera risorsa visto che non si posseggono materie prime, né un costo del lavoro competitivo? In fondo almeno la ricerca biomedica costa molto poco. Con un miliardo di euro all’anno (qualche chilometro di autostrada) reperibili con l’aumento di 20 centesimi per pacchetto di sigarette o prodotto alcolico, si possono mantenere 5.000 ricercatori e 10.000 borsisti. E’ proprio impossibile? I ricercatori italiani sono stati sempre troppo “timidi”, mentre dovrebbero alzare la voce non solo per difendere il loro lavoro, ma soprattutto per sostenere i veri interessi di questo Paese. 

Silvio Garattini

Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milano
Membro del Gruppo2003 per la ricerca

Hanno aderito (Gruppo2003 per la ricerca):

Franco Brezzi
Ele Ferranini
Laura Maraschi
Filippo Frontera
Isabella Maria Gioia
Vincenzo Balzani
Giuseppe Mancia
Gabriele Grisellini
Alessandro Bressan

Fonte: Il Messaggero, 12 novembre 2012

13 novembre, 2012
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Aggiornamento del 25 maggio 2014:

http://www.tempi.it/blog/tutti-si-preoccupano-per-la-povera-ricerca-ma-quando-tocca-metterci-i-soldi-le-braccine-si-accorciano#.U4Gzufl_sk9

Tutti si preoccupano per la povera ricerca, ma quando tocca metterci i soldi le braccine si accorciano

Marzo 21, 2014 – Angela Cossu

Che l’Italia investisse poco, pochissimo, in ricerca e innovazione era noto ai più. Sono quelle cose che osservi anche da studente universitario, anche senza avere idea di come funzionino i finanziamenti statali. Vedi macchinari arrugginiti tenuti su col nastro adesivo, provette “usa e getta” riutilizzate all’infinito, reagenti del secolo scorso, vedi bellissimi progetti di ricerca messi in un cassetto perché costerebbero troppo.

Una volta avevamo notato i “vicini di laboratorio” mettere sistematicamente la carta bagnata sui termosifoni, in modo da poterla usare di nuovo per asciugare i banconi. Gliene abbiamo regalato due rotoloni nuovi, e sembrava fosse Natale per tutti.

Non sono casi isolati: si contano a centinaia le menti che hanno deciso di emigrare, non solo alla caccia di uno stipendio più lauto, ma soprattutto per trovare condizioni di lavoro migliori, dove le proprie idee si possano tramutare in ricerca vera, senza impantanarsi in un rugginoso sistema privo di soldi.

Abbiamo i numeri per dimostrarlo? Parla chiaro l’ultimo rapporto, presentato in questi giorni dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca): quando si parla di mettere le mani al portafogli per fare ricerca, e per mettere quindi le basi di innovazione per essere concorrenziali nel futuro, le braccine del pubblico e dei privati si accorciano.

Le solite scusanti – “siamo in piena crisi” o “siamo un Paese più povero degli altri stati europei” – hanno poco riscontro: le cifre rapportate al Pil (che quindi tengono conto del fatto che l’Italia non sia paragonabile ad esempio agli Stati Uniti), anche negli anni precedenti la crisi, dimostrano che, tra i paesi europei dell’Ocse, facciamo meglio solo della Grecia e della Polonia, con un infimo 0,52 per cento del Pil investito in ricerca dal pubblico, e altrettanto dal privato. Arriviamo all’1,3 per cento, la metà della media Ocse.

Napolitano esprime preoccupazione, il ministro Stefania Giannini promette di pensarci. Nel frattempo che loro ci pensano e si preoccupano, la qualità della ricerca rimane non eccellente ma comunque alta: sopperiscono con l’ingegno, i nostri ricercatori, ma se noi volessimo di più?

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Aggiornamento del 25 febbraio 2015:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/giuseppe-remuzzi/berlino-insegna-senza-ricerca-non-si-mangia/febbraio-2015

Berlino insegna, senza ricerca non si mangia

“Politici e leader della maggior parte dei paesi del mondo hanno perso completamente i contatti con la realtà della ricerca” comincia così un commento di Amaya Moro-Martin, pubblicato su Nature qualche mese fa “sembrano non sapere che quanto più la ricerca  è forte tanto meglio andrà l’economia” e questo è specialmente vero per i paesi dove la crisi si sente di più. “I politici invece cosa fanno? Tagliano la ricerca e così rendono  questi paesi ancora più vulnerabili. Ci sono tanti esempi, continua la Moro-Martin, un’astrofisica  americana che è membro della commissione  dell’Euroscienza – in Italia per esempio il reclutamento dei ricercatori è calato del 90 percento e quello che si spende in ricerca fondamentale è calato al punto che non è rimasto più nulla”.

Ci sono problemi anche in Spagna, gli investimenti sono calati del 50 percento e degli scienziati che vanno in pensione se ne sostituisce solo il 10 percento. La situazione è molto critica anche in Grecia e Portogallo.
E in Germania? E’ tutto diverso. […] hanno aumentato del 15 percento gli investimenti in ricerca, soprattutto in ricerca biomedica e continuano a farlo. […] la Germania spende – forse sarebbe più corretto dire investe – già 100 miliardi all’anno in ricerca ed è il quarto paese al mondo dopo Stati Uniti, Cina e Giappone per attenzione alla ricerca e alla ricerca scientifica in particolare. […] Le priorità? Energia (soprattutto rinnovabile) e salute con un occhio di riguardo all’invecchiamento della popolazione. […]

Non è così negli Stati Uniti, un editoriale di Nature del gennaio 2014 fa vedere che i finanziamenti pubblici per la ricerca non aumenteranno […] però dove non arriva il pubblico arriva la filantropia privata e le donazioni per la ricerca. […]

L’Italia invece è lontanissima dai progetti di investimento pubblico della Germania e dalla visione dei filantropi americani. Peccato perché c’è un solo modo per uscire dalla crisi, più soldi pubblici per la ricerca seguendo l’esempio della Germania e saper “corteggiare” i filantropi come hanno cominciato a fare negli Stati Uniti.

[…] Se parli coi nostri politici ti dicono che non è tempo di pensare alla ricerca, è un momento difficile per noi, forse il più difficile dal dopoguerra. Ma quando Lincoln lanciò il Morrill Act –  il decreto che metteva le basi perché i giovani di talento potessero accedere all’educazione avanzata e promuovere la ricerca nel campo delle scienze e della tecnologia – si era in piena guerra civile. A chi gli chiese perché, Lincoln rispose: “per dare un futuro alla nazione”.

Si chiama lungimiranza. Certo, lui era Abraham Lincoln ma la cosa che a me fa più impressione è che questo succedeva il 22 aprile 1863. Sono passati 150 anni. Da noi si fanno previsioni (su quando e come e se mai si uscirà  dalla crisi) e poi proclami e promesse. Ma tutto questo lascia il tempo che trova.

Approfondimento dell’articolo pubblicato su La Lettura – Corriere della Sera del 22-02-2015

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