C’è chi grida al complotto ed incolpa gli speculatori (link: speculazione) degli aumenti di spread dei paesi europei a rischio (Italia inclusa), che stanno rendendo la situazione economica particolarmente pericolosa…

La tesi complottistica fa parte sicuramente di una visione distorta della realtà: non so se chi la sostiene ci crede per davvero o se è egli stesso un complottista, che cerca di celare al pubblico la realtà vera dei fatti…

La speculazione finanziaria può anche incidere negativamente sulle nostre economie, ma non sarà mai così forte e coalizzata da riuscire da sola a far fallire né un singolo stato europeo né l’intera Eurozona. Tuttavia, nessuno vuole cancellare l’Euro, ma al contrario IL MONDO VUOLE L’EURO! Lo dimostra il fatto che oggi, 26 di luglio, le borse europee hanno festeggiato dopo le rassicurazioni di Mario Draghi sull’indissolubile integrità dell’Eurozona.

La realtà è che c’è un clima di grande sfiducia politica: tutti i paesi indebitati hanno permesso ai cittadini di vivere al di sopra delle loro reali possibilità, in modo direttamente proporzionale alla quota di debito pubblico accumulata. Ora è venuto il momento di tirare i remi in barca e cominciare ad affrontare seriamente il fatto che avere un debito pubblico elevato rende lo Stato debole: questo è vero in particolar modo per l’Italia, il cui debito pubblico è al limite della sostenibilità. Per questo motivo gli investitori non hanno molta fiducia in noi, non certo perché gli stiamo antipatici. E’ ora di smetterla con questo controproducente vittimismo, dobbiamo imparare innanzitutto a guardare in faccia la realtà e renderci consapevoli dei problemi che ci affliggono. Se oggi la nostra moneta fosse la Lira anziché l’Euro, avremmo gli stessi identici problemi, con la differenza che da soli, di fronte alla crisi, non ce l’avremmo mai fatta ed il nostro destino sarebbe stato segnato. Se oggi uscissimo dall’Euro e tornassimo alla Lira, il nostro destino sarebbe altrettanto segnato: il nostro debito pubblico, con la conversione da Euro a Lira e con la svalutazione di quest’ultima, diverrebbe infatti ancora meno sostenibile di quanto già non sia…

Le sole due cose che ci rimangono da fare sono:

  1. cercare di restare a tutti i costi nell’Euro, in quanto sarebbe veramente assurdo voler uscire… pensate a questa cosa: ci saranno dei buoni motivi se i Greci stanno facendo di tutto per restare nell’Euro, no? (vedi articoli “Perchè dobbiamo uscire dalla crisi ma NON dall’euro?” e “La Grecia salva sé stessa e l’Europa intera, ma ora bisogna cambiare marcia!“);
  2. fare tutto il possibile affinché il sistema monetario dell’Euro diventi un sistema politico, economico e sociale più solido e unito (vedi articolo “Uno Stato Federale Europeo: questa sarebbe la vera soluzione ai problemi dell’Eurozona“).
L’unico complotto è quello di chi vuole convincervi che la colpa sia del mostro Mercato e degli speculatori killer. Ma dove credono di essere, in un film horror-thriller?!?!?
L.D.

Draghi parla e l’Europa si rialza, almeno per oggi

23 LUGLIO 2012

Mario Draghi è intervenuto alla Global Investment Conference che si è tenuta oggi a Londra e sembra aver fatto un miracolo, in seguito alle sue parole così rassicuranti le borse europee sono infatti volate e lo spread è sceso in maniera considerevole.

Mario Draghi si è espresso in maniera chiara e decisa, senza lasciare spazio ad alcun indugio riguardo all’integrità dell’eurozona e alla sopravvivenza della moneta unica, il Presidente della BCE ha infatti rassicurato i mercati dicendo che la BCE “è pronta a fare tutto il necessario per salvare l’euro”, che definisce “un processo irreversibile”. Inoltre, in merito alla questione dello spread ha sottolineato che questo “rientra nel mandato della Bce, nella misura in cui il livello di questi premi di rischio impedisce la giusta trasmissione delle decisioni di politica monetaria”. Non solo, il Presidente ha anche scongiurato l’uscita di paesi dall’Eurozona, la quale in realtà è molto più forte di quanto sembra e ha dimostrato di aver fatto progressi consistenti negli ultimi mesi, sottolineando come il debito pubblico degli Stati Uniti sia più elevato di quello dell’Eurozona.

Gli effetti positivi di tali parole non hanno tardato ad arrivare, l’euro ha ripreso terreno rispetto al dollaro, le borse sono schizzate verso l’alto – Milano 4,7 %, Londra 5,25%, Parigi 3,64% – e lo spread si è abbassato notevolmente, calando a 475 punti. Dichiarazioni così importanti e sorprendenti da lasciare quasi sbalorditi, dichiarazioni dall’effetto bomba capaci di cambiare il difficile panorama europeo in un tempo irrisorio… un sogno. […]

http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201208021907-ipp-rt10289-mario_draghi_gela_i_mercati_spread_a_511_borse_tutte_giu

Mario Draghi gela i mercati: “manovre straordinarie, ma non ora”

03 AGO 2012

Dal presidente della Bce, Mario Draghi, si e’ rivelata un’autentica doccia fredda per i mercati del debito sovrano. Gli investitori speravano in un intervento immediato di Francoforte per acquistare titoli sul mercato secondario ma Draghi, pur non escludendo a tale prospettiva, ha spiegato che ci vorranno settimane perche’ l’Eurotower valuti quali azioni intraprendere in concreto, deludendo i mercati. […]

http://www.corriereromano.it/roma-notizie/13893/lo-spread-ci-ricorda-che-c-ancora-molto-da-fare.html

Lo spread ci ricorda che c’è ancora molto da fare

L’Europa è in rosso: lo spread italiano si impenna e ci dice che queste riforme non bastano

di Enrico Ferrara

[…] Il governo Monti ha fatto molto e altrettanto è da correggere. Sebbene abbia avuto pochi mesi a disposizione, ha cercato di avviare le riforme strutturali, che mancavano da due decenni. Ha tentato di protendere il sistema in uno slancio verso il futuro, il quale, però, troppo celere e rapido, rischia  di rimanere disatteso. Tutti i provvedimenti- dal decreto sviluppo, alla legge sul lavoro, alla riforma della P.a –  dovranno essere attuati nel corso dei mesi da un Parlamento multiforme e discorde. Dovranno essere testati nella loro applicabilità concreta, valutandone i reali benefici da poter cogliere solo in una prospettiva di lungo periodo. Oggi, sulle tasche e sulle aspettative degli italiani, pesa solo il rinforzo della tassazione più alta del mondo. Intanto passeranno i mesi, si avranno nuove elezioni, si avrà una nuova maggioranza –  è un auspicio – ancor più eterogenea dell’attuale. Il Parlamento sarà balcanizzato da forze politche incapaci di esprimere, da solo, una linea politica sicura. Alla luce del cupo quadro che viviamo e da cui non potremo liberarci facilmente, come convincere i capitali esteri ad investire? Perchè dovrebbero farlo?

Solo se il Paese avesse un chiaro e lungimirante programma di sviluppo e di riorganizzazione e i partiti politici, al di là degli interessi di campanile, si impegnassero ad onorarlo, avremmo la possibilità di convincere i mercati e i partners internazionali di essere sulla strada giusta. Fino ad allora, ogni provvedimento, anche il più duro, sarà visto come una mossa isolata una tantum, non percepita come parte di una strategia di risanamento, perchè non inserita in un disegno di lungo periodo. I nostri governi politici hanno dimostrato di non poter assicurare la coerenza intertemporale né la continuità di un percorso di ricostruzione, le uniche condizioni che potrebbero persuadere una volta per tutte i mercati a darci credito. Senza quelle, lo spread continuerà a sottolineare la necessità di Monti e a ricordargli che c’è ancora molto da fare. 

 24-07-2012

CINQUE ANNI DI FOLLIE FINANZIARIE

A che punto è la notte

Il fondo salva-Stati non risolverà i problemi. Serve un’unione politica irreversibile

Era il luglio di cinque anni fa quando si avvertirono i primi scricchiolii in alcune banche americane, francesi e tedesche. Da allora abbiamo vissuto la più forte recessione dagli anni Trenta, la crescita è rallentata, e trovare un lavoro è diventato difficile dovunque. Questa crisi ci ha insegnato alcune verità.

Primo: le crisi finanziarie, soprattutto quelle scatenate da aumenti ingiustificati nei prezzi delle abitazioni producono, quando la bolla poi scoppia, recessioni molto lunghe. Le banche, dopo aver concesso mutui con grande leggerezza, senza chiedersi se il cliente debitore sarebbe stato in grado di sostenere le rate, subiscono perdite ingenti e devono ricapitalizzarsi. Ma a quel punto trovare capitali privati non è facile, e se interviene lo Stato, il debito pubblico esplode, come è accaduto in Stati Uniti, Irlanda e Spagna. Così il credito non riprende e l’economia ristagna a lungo. Lo abbiamo imparato dal libro di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria” (Il Saggiatore, 2010), lettura consigliata per l’estate. Il titolo è volutamente ironico: questa volta «non» è diverso, la storia è piena di crisi finanziarie seguite da lunghe recessioni. Il Giappone è solo l’esempio più recente: non si è mai davvero ripreso dagli effetti della bolla immobiliare scoppiata nel 1989, e il debito pubblico ha raggiunto il 200 per cento del reddito nazionale. I due grafici visibili qui illustrano in modo chiaro la durata di queste crisi e il ciclo del credito prima e dopo la crisi.

Secondo: occorre abbandonare l’illusione che per riprendere a crescere basti un po’ di spesa pubblica. Per vent’anni il Giappone le ha provate tutte: porti, metropolitane, alta velocità: il debito pubblico si è triplicato, ma la crescita non è mai arrivata. E anche il programma fiscale di Obama, se forse ha attenuato la recessione americana, certo non è riuscito a ridurre la disoccupazione e a far ripartire velocemente l’economia. E nel frattempo anche gli Stati Uniti hanno accumulato livelli di debito molto onerosi. Sono ancora Reinhart e Rogoff a mostrare che quando il debito pubblico sale oltre certi livelli diventa un macigno che rallenta a lungo la crescita.

Terzo: per risanare il sistema finanziario bisogna separare le banche dalla politica. In entrambe le direzioni: riducendo il potere dei politici sul sistema finanziario e l’influenza dei banchieri sui governi. Non è un caso che la prima banca che cinque anni fa entrò in difficoltà, fosse una cassa di risparmio pubblica tedesca: la IKB Deutsche Industriebank di Düsseldorf. Fallì perché concedeva prestiti a condizioni non di mercato alle imprese amiche dei politici suoi azionisti e per far tornare i conti acquistava mutui immobiliari, apparentemente molto redditizi, in Florida e Nevada, i due Stati in cui la bolla immobiliare americana fu più acuta. Una vicenda analoga a quella delle Caixas spagnole: se il governo di Madrid non le avesse protette fino all’ultimo, negando che fossero tutte fallite, forse oggi la Spagna sarebbe in una situazione meno drammatica. Oggi le banche pubbliche tedesche si oppongono con forza al trasferimento dei poteri di vigilanza alla Banca centrale europea: temono occhi indipendenti con cui sarebbe difficile venire a patti. Se l’avessero vinta, l’unione bancaria non vedrebbe la luce e l’euro avrebbe i giorni contati. Ma l’indipendenza deve essere anche nel senso contrario. Nella vicenda del Libor, il tasso interbancario londinese, i rapporti fra la Banca d’Inghilterra e i dirigenti di Barclays sono parsi a volte eccessivamente confidenziali. Esercitare moral suasion è il mestiere più difficile di un banchiere centrale, un’arte che richiede discrezione, ma che non deve mai lasciar dubbi sull’indipendenza dell’autorità preposta a vigilare sulle banche. Negli Stati Uniti le riforme proposte dall’ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, che vietano alle banche commerciali di intraprendere attività speculative, rimangono in gran parte inapplicate, per l’influenza che Wall Street continua a esercitare su Washington. La riforma Dodd-Frank è un complicatissimo pasticcio entro i cui meandri certe pratiche oscure potrebbero continuare.

Quarto: la crisi ha dimostrato la fragilità del progetto europeo. Finché tutto andava bene le fondamenta tenevano. Da quando è scoppiata la crisi, la costruzione traballa pericolosamente. Ma invece di trovare una soluzione, i politici europei non fanno che accusarsi tra loro ritardando gli interventi necessari. È ormai chiaro che l’euro non si salverà con scorciatoie e tappabuchi come gli eurobonds o i fondi salva-Stato. Affidare il salvataggio dell’euro alla speranza che le «formiche del Nord» salvino «le cicale del Sud» socializzando i loro debiti è ingiusto, politicamente impossibile, ma soprattutto non servirebbe a nulla. Un salvataggio senza una maggiore integrazione politico- economica dell’eurozona avrebbe solo l’effetto di dare alle cicale la possibilità di rimandare riforme già troppo a lungo procrastinate. Dopo di che le tensioni tra Sud e Nord riesploderebbero con più forza. L’euro si salva (se si vuol farlo) con un piano coerente di medio termine di integrazione bancaria, fiscale e politica dell’eurozona. Ciò non significa gli Stati Uniti d’Europa, ma un’architettura coerente che permetta all’unione monetaria di funzionare. Una prima decisione, dopo aver affidato la vigilanza bancaria alla Bce, potrebbe essere un primo passo nel trasferimento della sovranità sui propri conti pubblici. Ad esempio si potrebbe decidere (seguendo una proposta che è stata avanzata in Germania) che se un Paese non rispetta gli obiettivi sui conti pubblici, la nuova legge finanziaria che si renderà necessaria (incluse le riforme indispensabili per renderla credibile) non sarà scritta dal governo di quel Paese, ma dalla Commissione di Bruxelles, e non sarà votata dal suo Parlamento, ma dal Parlamento europeo (una proposta che dovrebbe però essere accompagnata da un rafforzamento della credibilità dell’istituzione di Strasburgo). A fronte di una simile decisione la Germania e gli altri Paesi del Nord potrebbero decidere che si è fatto un passo sufficientemente irreversibile verso l’unione politica da giustificare interventi atti a garantire che il sistema non esploda prima di raggiungere il traguardo finale. Per esempio concedere una licenza bancaria allo European stability mechanism (Esm), cioè consentire che la nuova istituzione europea abbia accesso alla liquidità della Bce, condizione necessaria affinché la quantità di eventuali acquisti di titoli pubblici sia sufficiente a renderli credibili. Oppure creare, sempre attraverso l’Esm, una garanzia europea sui depositi bancari (analogamente a quanto avvenne negli Stati Uniti durante la Grande depressione) cioè l’impegno, qualunque cosa accada, a rimborsarli in euro. È ciò che Angela Merkel ripete da tempo: siamo pronti a correre dei rischi, ma solo a fronte di progressi concreti nel trasferimento di sovranità.

Quinto: i compiti a casa dobbiamo continuare a farli, non solo quando lo spread sale. Accusare i tedeschi per le mancanze della nostra storia recente è puerile. Gli italiani non si sono ancora ben resi conto di quanto complessi debbano essere questi compiti. Ci si illude se si pensa che basti «ridurre gli sprechi». Serve ben altro: occorre ripensare a quello che il nostro Stato può e non può fare. Bisogna evitare che di servizi pubblici di fatto gratuiti beneficino anche i ricchi, e non solo le famiglie indigenti. Occorre ridurre le tasse che gravano su chi lavora e produce. È molto difficile crescere con un debito pubblico che supera il 100% del Pil e un peso fiscale che per i contribuenti onesti è tra i più alti al mondo. Serve una «rivoluzione » del nostro Stato sociale, non solo ritocchi. La Germania ha iniziato a farlo dieci anni fa, e ora ne trae i benefici.

Sesto: la giustizia sociale va garantita creando il più possibile pari opportunità per tutti. Una delle ragioni dell’incremento della disuguaglianza che ha preceduto la crisi è stata la crescita del premio retributivo per chi ha accumulato capitale umano, cioè ha studiato. L’investimento in formazione ha reso di più e favorito chi poteva permetterselo. Non demonizzare la ricchezza quindi, ma offrire a tutti la possibilità di acquisire gli strumenti necessari. Premiare il merito, punire le rendite di posizione, scardinare i privilegi, rendere il mercato più equo, colpire l’evasione. Seconda lettura per l’estate: Luigi Zingales, “A capitalism for the people”, New York, Basic Books 2012.

Il tempo sta per scadere. Come scrisse Rudi Dornbusch, uno degli economisti più lucidi del Novecento: «Le crisi spesso durano molto più a lungo di quanto si pensi. Ma poi svoltano e si avvitano in un baleno. Ci vogliono dei mesi, ma poi basta una notte».

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

22 luglio 2012

COME VEDONO LA CRISI GLI IMPRENDITORI DEL NORD-EST?

Rapporti della Fondazione Nord Est:

L’Europa, la crisi e l’euro (pdf)

28/04/2012 – Gianluca Toschi

Gli imprenditori italiani e la crisi. L’andamento dell’economia, il ruolo dell’euro e la valutazione sulle politiche del Governo (pdf)

25/07/2012 – Daniele Marini, Fabio Marzella, Silvia Oliva, Gianluca Toschi

Libro “Non c’è Nord senza Sud – Perché la crescita dell’Italia si decide nel Mezzogiorno” di Carlo Trigilia

Non avremo mai uno sviluppo solido e un’Italia più civile se nel Mezzogiorno non ci sarà una svolta e non si avvierà una crescita capace di autosostenersi. Nella difficilissima congiuntura presente non è più possibile sottrarsi a un interrogativo che vale il nostro futuro: perché non abbiamo saputo sciogliere il nodo del mancato sviluppo meridionale? Uno dei più attenti conoscitori del nostro Sud risponde che il problema non è economico e non dipende dalla carenza di aiuti, bensì dall’incapacità della classe politica locale di creare beni e servizi collettivi. La scarsa cultura civica, quel familismo amorale che proprio al Sud è stato “scoperto”, non è soltanto il retaggio di una storia remota, ma anche il frutto di ieri e di oggi, lasciato marcire dalla politica locale tollerata dal centro. Come spezzare questo circolo vizioso? Contro una visione salvifica del federalismo e un malinteso autonomismo, bisogna porre vincoli severi all’uso clientelare della spesa e delle politiche locali attraverso un controllo più stringente da parte dello stato centrale e dell’Unione europea.

Libro “Fuori da questa crisi, adesso!” di  Paul R. Krugman

La Grande Recessione è iniziata nel 2008 negli Stati Uniti. Ha immediatamente contagiato l’economia mondiale e continua ad aggravarsi. Tra fatalismo e paura, aspettiamo l’evolvere degli eventi – verso il peggio, ci assicurano gli esperti. Ma come siamo finiti in questo vicolo cieco? E perché, chiede Krugman, “i cittadini dei paesi più avanzati del mondo, paesi ricchi di risorse, talenti e competenze – gli ingredienti che assicurano prosperità e un tenore di vita dignitoso per tutti – stanno ancora soffrendo”? Con l’abituale lucidità e forza polemica, il Premio Nobel per l’Economia individua le origini della crisi finanziaria, economica e politica che stiamo attraversando. E spiega quale strada dobbiamo intraprendere per superare le attuali difficoltà. “Fuori da questa crisi, adesso!” si rivolge prima di tutto a chi sta soffrendo di più: a chi ha perso il lavoro e a chi non lo trova, soprattutto i giovani che rischiano di pagare più di tutti, oggi e nel futuro. Per Krugman, la soluzione per uscire dalla Grande Recessione esiste ed è a portata di mano: ma è necessario che i nostri leader politici trovino la lucidità intellettuale e la determinazione necessarie.

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