Il potere d’acquisto, purtruppo per noi, è diminuito, e non di poco. I dati ci dicono del 40%. Eh si, c’è da restarci male. Forse non ce ne siamo resi conto, ma è proprio così: in soli dieci anni il nostro potere d’acquisto si è ridotto quasi della metà. E’ davvero pazzesco: abbiamo pensato di vivere nel benessere, ma la realtà ci dice che non è stato così. Per far fronte a questa riduzione, di certo si sono erosi i risparmi delle famiglie, e probabilmente in molti casi anche i patrimoni che erano stati accumulati prima dell’ingresso nell’Euro…

Sinteticamente, le cause sono tre:

  1. L’aumento dei prezzi di beni e servizi;
  2. L’aumento della pressione fiscale;
  3. Il blocco degli stipendi (per i lavoratori dipendenti).

Sono certa che molti di voi daranno buona parte della colpa all’Euro per tutto ciò.

Aprite gli occhi: non è così.

Come avrete modo di leggere qui di seguito, la colpa dell’aumento sfrenato dei prezzi che si è verificato in questi anni ha delle cause e dei responsabili ben precisi e identificabili…

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http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/potere-dacquisto-40-dieci-anni-ora-1080584/

Potere d’acquisto: – 40% in dieci anni. Tassa assurda sulla benzina

Il Codacons come regalo di fine anno ci ha dato due notizie pessime, che però, anche se non le conoscevamo così in dettaglio, vivevamo già nei fatti, ogni santo giorno, pur preferendo far finta di niente o limitarci semmai a mugugnare.

Prima notizia: dal gennaio 2002 al gennaio 2012 la perdita del potere d’acquisto per il ceto medio è stato del 39,7%.

Seconda notizia: in 10 anni una famiglia di quattro persone ha subito una stangata, per aumento dei prezzi, rincari delle tariffe, manovre economiche, caro-affitti, caro-carburanti, ecc. di circa 10.850 euro. E’ quanto risulta dallo studio sui primi 10 anni di vita dell’euro dal Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori). […]

 16 gennaio 2012

http://www.spazioimpresa.biz/strategie_di_impresa/913-In-10-anni-il-potere-acquisto-in-Italia-e-sceso-del-40-per-cento.php

In 10 anni il potere d’acquisto in Italia è sceso del 40%

La pizza base, quella margherita, ha subito un incremento di prezzo del+93,5%; il tramezzino consumato al bar è cresciuto del +192,2%, il cono gelato di +159,7%, la penna a sfera del +207,7%. Sono solamente alcuni dei beni e servizi di largo consumo che hanno subito incrementi da capogiro, nell’ultimo decennio, ovvero da poco prima che entrasse in vigore l’euro e l’Italia abbandonasse la sua storica moneta, la lira. Complessivamente gli aumenti medi in questo arco temporale sono stati del 53,7%. Un trend che ha eroso potere d’acquisto alle famiglie italiane del 39,7%. 

A lanciare l’allarme su questa situazione è il Comitato contro le speculazioni e per il risparmio (Casper), che riunisce le associazioni Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione nazionale consumatori. […] L’analisi dei prezzi è stata realizzata dal Comitato prendendo in esame un paniere di 100 voci, includendo sia beni che servizi per un arco temporale standard, dal settembre 2001 fino ai nostri giorni. Nel dossier finale i risultati emersi sono secondo le 4 sigle, “sbalorditivi”. I rincari, infatti,“sono sempre a due cifre e raggiungono una media del 53,7%, tenuta alta da prodotti i cui prezzi sono letteralmente schizzati (come il cono gelato, la penna a sfera, il tramezzino al bar, i biscotti, la lavanderia, il caffè o il supplì)” spiega il Casper. Vi è poi tutta una serie di beni e servizi che hanno registrato un raddoppio (o quasi) dei prezzi: dalla pizza Margherita ai jeans, dalla giocata minima del Lotto ai pomodori pelati, al biglietto dell’autobus a Milano. E sono raddoppiati anche “il balzello da pagare al parcheggiatore abusivo e la mancia al ristorante”, aggiunge il Comitato. Nella situazione attuale italiana, caratterizzata da un continuo calo dei consumi, anche dei beni alimentari, che segnalano in maniera forte le difficoltà in cui versano le famiglie italiane, forse bisognerebbe riflettere maggiormente sulle cause che stanno costringendo le famiglie a tagliare i propri consumi. All’aumento, talvolta anche all’esplosione, dei prezzi che si è registrato negli ultimi 10 anni non è corrisposto un analogo adeguamento di salari e stipendi. Che corrono molto, ma molto meno: viene quasi da chiedersi come sia possibile che al Governo pensino di  rilanciare se nessuno pensa a ritoccare al rialzo le retribuzioni che per molti mestieri vedono l’Italia molto più in Basso rispetto all’Europa più avanzata.

13/09/2011

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http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2012/01/02/news/mille-lire-pari-a-un-euro-dieci-anni-fa-il-grande-imbroglio-1.3007644

Mille lire pari a un euro: 10 anni fa il grande imbroglio. Com’erano i prezzi?

Dieci anni fa l’euro diventava la nuova moneta. In Italia si ebbe il grande imbroglio: mille lire pari a un euro (anziché 1.936,27). Tremonti fece poco o nulla per arginarlo. Un fenomeno che ha portato gli italiani a perdere in dieci anni diecimila euro. E’ la tassa che abbiamo pagato per arrotondamenti facili, speculazioni dei commercianti e, appunto, niente controlli.

CONFRONTO PREZZI LIRA – EURO DAL 2001 AL 2011

di Annalisa D’Aprile

Speculazione, mancati controlli e assenza del doppio cartellino lira/euro: ecco quali sono stati i responsabili dei rincari nel passaggio, tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, dalla lira alla moneta unica europea, l’euro.

«L’aumento c’è stato e la responsabilità è stata dei governi». Soltanto qualche mese fa l’ex premier Romano Prodi ha ricordato chiaramente quale sia stata la colpa dell’esecutivo all’epoca in carica, con Silvio Berlusconi presidente del Consiglio e Giulio Tremonti ministro dell’Economia. «In soli due paesi – ha sottolineato il professor Prodi – si è verificato questo fenomeno: la Grecia e l’Italia. C’erano due strumenti che Ciampi aveva elaborato: le commissioni provinciali di controllo, che erano state istituite ma non sono state fatte lavorare, e il doppio prezzo in lire e in euro per sei mesi in modo che la gente si sarebbe potuta difendere da sola. Non ho mai capito perché questi due semplici provvedimenti che Ciampi aveva raccomandato, non siano stati usati dal governo Berlusconi».

Lo stesso ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (ministro del Tesoro ai tempi del “sì” all’ingresso dell’Italia nella moneta unica), alla fine del 2002, ha dichiarato che l’introduzione dell’euro ha generato «un aumento dei prezzi superiore quasi di un punto alla media europea, provocando una erosione di competitività per le nostre merci e conseguenti danni in termini di quote di mercato».

In Italia gli arrotondamenti arbitrari sono stati accompagnati dalla diffusione dell’idea che la conversione del prezzo lire-euro andava presa alla lettera. Secondo il tasso di cambio 1 euro corrispondeva a 1.936,27 lire. Cambio che non è mai stato rispettato. Dunque molti dei prezzi al consumo aumentati immediatamente, alcuni nel tempo sono praticamente raddoppiati. Il 31 dicembre 2001 è terminato il periodo transitorio dell’euro. Dal primo gennaio al 28 febbraio 2002 è circolata la doppia moneta, il primo marzo è cessato il corso legale della lira.

Ma nel passaggio da una moneta all’altra, il primo segnale distorto del tasso di cambio è arrivato proprio dal ministero dell’Economia e con tanto di decreto legge ad hoc. Il 28 dicembre del 2001 infatti, il dicastero «in coincidenza con l’introduzione della moneta unica europea» ha modificato «le poste dei giochi e delle lotterie». E così, la giocata minima del Lotto è passata da mille lire a 1 euro. Indipendentemente dal fatto che il Tesoro avesse deciso o meno da tempo l’aumento delle giocate, di fatto il concetto che è passato è stato quello del raddoppio legalizzato dei prezzi. […] A conti fatti, una famiglia di quattro persone in dieci anni ha subito una stangata di oltre 10mila euro. […]

2 gennaio 2012

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http://www.articolotre.com/2012/07/bankitalia-gli-stipendi-fermi-da-dieci-anni/100123

Bankitalia: gli stipendi fermi da dieci anni

Stipendi fermi dal 2000. Secondo Bankitalia gli stipendi dei lavoratori dipendenti sono aumentati solo di 29 Euro in dieci anni. Cresce il gap fra Nord e Sud: nelle regioni meridionali, l’incremento è stato, infatti, dello 0,7% a fronte del 2,5% del resto del Paese.

Tonino Cassarà – 23 luglio 2012

Se c’era bisogno della relazione annuale di Bankitalia per capire qual è la situazione economica del lavoro dipendente, questa è arrivata e il quadro che presenta, com’era prevedibile, risulta impietoso. A partire dal 2000, fino al 2010, l’incremento retributivo reale netto è stato mediamente del 2%. Molto meno di quanto nello stesso periodo ha eroso dall’inflazione […]. In quattro anni, la riduzione degli stipendi in termini reali, è stata di 50 Euro, meno 3,3%. Come dire che i lavoratori dipendenti, anche senza le ultime batoste, avevano già pagato a sufficienza e che, per dirla alla Giulio Cesare Croce: “è difficile cavare sangue da una rapa”, a meno che non si voglia, ad ogni costo, fare dei campi di rape un arido deserto. […] Se con una situazione stipendiale di questo genere le famiglie italiane riescono ancora a sopravvivere, ciò significa che d’amministrazione forse s’intendono meglio di molti esperti economisti.

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Aggiornamento del 13 giugno 2013:

http://www.agi.it/food/notizie/201306121038-eco-rt10045-confcommercio_solo_in_2036_potere_acquisto_a_livelli_pre_crisi

Confcommercio: solo in 2036 potere acquisto a livelli pre-crisi

(AGI) – Roma, 12 giu. – A causa della crisi, “ogni famiglia italiana ha registrato, in media, una riduzione del proprio potere d’acquisto di oltre 3.400 euro”. La dimensione raggiunta dalla caduta dei redditi è tale che, “se pure si riuscisse a tornare alle dinamiche di crescita pre-crisi, bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d’acquisto perduto”. E’ quanto emerge dall’indagine Cer-Confcommercio. “In termini reali, il reddito è in flessione ininterrotta dal 2008, con una contrazione cumulata dell’8.7% e una perdita complessiva di 86 miliardi di euro”.

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Aggiornamento dell’8 luglio 2014:

http://it.reuters.com/article/topNews/idITKBN0FD0Q620140708

Istat: consumi delle famiglie tornano sui livelli del 2004

8 luglio 2014

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Aggiornamento dell’8 settembre 2016:

http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/famiglie-in-italia-il-reddito-disponibile-e-inferiore-del-20-alla-media-ue_3029776-201602a.shtml

Famiglie: in Italia il reddito disponibile è inferiore del 20% alla media Ue

A pesare, secondo l’Adoc, è soprattutto la pressione fiscale: al 43,7% nel nostro Paese.

[…] Mentre in Europa la pressione fiscale si attesta al 40,9%, in Italia è del 43,7%, tra le più alte dell’Unione. Senza contare che le spese quotidiane hanno un impatto del 64% sul reddito. Ciò fa sì che, alla fine dei conti, il reddito sia e inferiore di circa 500 euro alla media Ue. In termini percentuali, il 20% in meno.

Mentre in Italia, secondo l’analisi, una famiglia dispone in media, mensilmente, di 2.806 euro, in Europa la cifra sale a 3.371. Ad alzare la media europea i casi della Germania, con una disponibilità familiare mensile di quattromila euro e un peso delle spese medie inferiore alla metà del reddito, o della Francia, con un reddito medio di oltre 3.200 euro e un’incidenza delle spese pari al 59%, o ancora del Regno Unito, che nonostante l’incidenza del 61% ha però un reddito medio disponibile di 3.500 euro. […]

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