Parliamo di “criminalità ambientale”, altrimenti detta “ecomafia”: quanto è diffusa in Italia e quali danni ha provocato? Purtroppo si tratta di un fenomeno molto diffuso, sia al nord che al sud, e i danni da esso provocati sono alquanto ingenti.

Ecco a voi del materiale per approfondire l’argomento.

L.D.

Ecomafia

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il termine ecomafia è un neologismo italiano coniato da Legambiente per indicare le attività illegali delle organizzazioni criminali che arrecano danni all’ambiente.

In particolare sono generalmente definite ecomafie le associazioni criminali dedite al traffico e allo smaltimento illegale di rifiuti e all’abusivismo edilizio su larga scala. Anche attività quali l’escavazione abusiva, il traffico di animali esotici, il saccheggio dei beni archeologici e l’allevamento di animali da combattimento possono essere considerate in questo modo. […]

http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/ecomafia-2012-le-storie-e-i-numeri-della-criminalita-ambientale

Ecomafia 2012: le storie e i numeri della criminalità ambientale

16,6 miliardi di euro “fatturati”. Già 18 le amministrazioni comunali sciolte per infiltrazione mafiosa nel 2012. Aumentano i furti di opere d’arte, incendi boschivi e il racket degli animali. Triplicano gli illeciti nel settore agroalimentare. Cemento e rifiuti si confermano settori clou del florido business dell’ecocriminalità.

33.817, tanti sono stati i reati ambientali scoperti nel 2011, quasi 93 al giorno, il 9,7% in più rispetto al 2010. Aumentano i reati contro il patrimonio faunistico, gli incendi boschivi, i furti delle opere d’arte e dei beni archeologici. Triplicano gli illeciti nel settore agroalimentare. E sono già 18 le amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose solo nei primi mesi del 2012, per reati spesso legati al ciclo illegale del cemento. Un dato allarmante che testimonia l’enorme pervasività dei traffici gestiti da ecomafiosi e ecocriminali che nel 2011 hanno accumulato ben 16,6 miliardi di euro.

Questi i numeri dell’attacco smisurato al Belpaese e al suo patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale e artistico da parte di ecocriminali e ecomafiosi che saccheggiano e distruggono il territorio mettendo in pericolo la salute dei cittadini e il futuro del Paese, raccolti e descritti dal rapporto Ecomafia 2012, l’indagine annuale di Legambiente sull’illegalità ambientale, che anche quest’anno fotografa una situazione grave e impressionante, con un business illecito dalle cifre scioccanti, contrastato con impegno e perizia dalle forze dell’ordine che, solo nel 2011, hanno effettuato 8.765 sequestri, 305 arresti (100 in più, rispetto all’anno precedente con un incremento del 48,8%), con  27.969 persone denunciate (7,8% in più rispetto al 2010). […]

I clan, quindi, continuano a prosperare: 296 quelli censiti sino ad oggi, sei in più rispetto allo scorso anno. A cambiare invece, sembra essere l’immagine del mafioso di professione, che si è evoluto nel corso delle generazioni e ora si contraddistingue per buona educazione e cultura, conoscenza delle lingue straniere, aspetto distinto. Tutte caratteristiche utili a condurre truffe e falsificazioni di documenti anche nei circuiti legali. Solo nel 2012 sono 18 le amministrazioni comunali sciolte per infiltrazione mafiosa e commissariate (erano 6 lo scorso anno). Un numero altissimo, superiore anche al periodo buio degli anni ’90, che testimonia questa inesorabile tendenza alla pervasività della criminalità organizzata che sempre più s’infiltra nei circuiti economici e imprenditoriali legali.

“Il confine tra legalità e illegalità è sempre più labile – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Vizi privati e relazioni pubbliche tendono a fondersi in un’unica zona grigia dove lecito e illecito si mischiano e si sostengono a vicenda, spesso con la mediazione di figure interne alla pubblica amministrazione, grazie al collante della corruzione sempre più diffusa. Questa mafia, evoluta e trasformata per meglio penetrare nei contesti legali e diffondersi ovunque, sembra non essere intaccata nemmeno dagli arresti dei boss, mentre l’unico strumento che si è dimostrato efficace, la destinazione sociale dei beni confiscati, rischia di essere rimessa in discussione col rischio che torni in campo l’ipotesi della vendita ai privati e quindi la scontata possibilità che i beni tornino in mano ai mafiosi. Su oltre 10.500 beni confiscati infatti, solo 5.835 sono stati destinati per finalità istituzionali o sociali. Il resto è bloccato in un limbo, spesso a causa delle ipoteche bancarie”.

Le ecomafie si diffondono in tutto il Paese e non mancano i comuni sciolti per mafia anche al nord come Bordighera e Ventimiglia in provincia di Imperia, Leinì e Rivarolo in provincia di Torino, come non mancano i coinvolgimenti con i cosiddetti “colletti bianchi”, soggetti dalla fedina penale pulita, con ruoli nelle pubbliche amministrazioni e in grado di gestire a fini illegali i loro canali burocratico-amministrativi. Grazie a queste collaborazioni e al dilagare della corruzione, aumentano i casi di gestione illegale dei soldi pubblici: così in Calabria i cantieri della ‘ndrangheta lavorano sempre a pieno ritmo e in Campania i finanziamenti dell’emergenza rifiuti hanno arricchito i camorristi. Mentre diminuisce il fatturato legale degli investimenti pubblici considerati a rischio nel sud, quello illegale si conferma stabile (16,6 miliardi di euro nel 2011).

Nello specifico, durante lo scorso anno sono aumentati gli incendi boschivi, che hanno devastato oltre 60 mila ettari di boschi; i reati contro la fauna (commercio specie protette, commercio illegale di pelli pregiate, bracconaggio, combattimenti tra cani, corse ippiche clandestine, macellazione clandestina), sono aumentati del 28% con ben 7.494 infrazioni; il patrimonio storico, artistico e archeologico ha subito un vero assalto con furti aumentati del 13,1% e più 50% di sequestri effettuati. Contro la filiera agroalimentare sono stati accertati 13.867 reati, più che triplicati rispetto al 2010. I sequestri sono stati pari a 1,2 miliardi di euro con un danno erariale di oltre 113 milioni. In lieve flessione (ma con numeri sempre straordinari soprattutto se confrontati col business legale), i reati nel ciclo dei rifiuti e del cemento. 5.284 reati e 5.830 persone denunciate nel primo settore. Aumentano i traffici illeciti internazionali mentre i rifiuti gestiti illegalmente e sequestrati si sono attestati sulle 346 mila tonnellate, come se 13.848 enormi tir si snodassero in una fila lunga più di 188 chilometri.
Le inchieste sui traffici organizzati dei rifiuti dalla data della prima applicazione del delitto (art.260 dlgs 152/2006) ad oggi sono 199, con ben 1.229 persone sottoposte ad ordinanza di custodia cautelare, 3.654 persone denunciate e ben 676 aziende coinvolte in tutte le regioni, Val d’Aosta esclusa. Le inchieste hanno riguardato anche 23 paesi esteri, sempre più coinvolti nei traffici internazionali di rifiuti in partenza dall’Italia (dal 2001 al 30 aprile 2012 sono state 32 e hanno interessato ben 23 paesi tra Europa, Asia e Africa), per cui è necessario segnalare il recente e significativo fenomeno delle materie prime sottratte alle aziende e ai consorzi di riciclaggio legali che vanno ad arricchire le organizzazioni criminali. Rifiuti in plastica e rottami ferrosi risultano essere infatti, tra i materiali più ambiti dai trafficanti di mestiere che attraverso trattamenti fittizi e giri bolla movimentano il pattume fino alla sua destinazione finale: all’interno di piloni e strade, in vecchie cave, in cantieri edili o in siti oltreconfine. Sono invece 6.662 gli illeciti e 8.745 le persone denunciate (circa 4 al giorno), nel ciclo del cemento, dove nonostante la crisi e il calo del 20% stimato dal Cresme [Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio] nel mercato legale, l’abusivismo ha fatto registrare 25.800 casi tra nuove costruzioni o grandi ristrutturazioni, con un fatturato che si conferma stabile intorno a 1,8 miliardi di euro.

La maggior parte dei reati registrati (il 47,7%) riguarda ancora una volta le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, con la Campania in testa (con 5.327 infrazioni), seguita dalla Calabria (3.892), dalla Sicilia (3.552) e dalla Puglia (3.345). Mantiene il quinto posto il Lazio (2.463), mentre la prima regione del nord in classifica è la Lombardia (con 1.607 reati) seguita dalla Liguria (1.464).
Contro questi criminali che saccheggiano e devastano il Paese, tante forze dell’ordine impegnate a contrastare abusi e illeciti: dal Corpo forestale dello Stato al Comando tutela patrimonio ambiente, dalle Capitanerie di porto alla Guardia di Finanza, col Corpo tutela patrimonio culturale e la Direzione investigativa antimafia, l’Agenzia delle dogane, la Polizia di Stato, il Corpo forestale delle regioni autonome e la Polizia provinciale, insieme al Comando dei Carabinieri politiche agricole e al Comando dei carabinieri tutela della salute.

“L’Italia – ha dichiarato il responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e legalità di Legambiente Enrico Fontana – ha bisogno di stringere un vero patto per l’ambiente e la legalità che faccia leva sull’effettiva applicazione delle leggi e preveda nuove forme di tutela dell’ambiente dai fenomeni di illegalità. Per questo lanciamo oggi la campagna “Abbatti l’abuso”, perché è da qui che bisogna cominciare, non ci sono scuse. Le case illegali vanno demolite come prevede la legge. In attesa di vedere finalmente l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale, è urgente contrastare questo assalto al Belpaese compiendo tutti il proprio dovere, senza eccezioni”. 

La gravità dei fatti e i numeri denunciati in questo rapporto esigono una risposta efficace, un nuovo sistema di tutela del patrimonio naturale e culturale che passi necessariamente attraverso la semplificazione normativa, che riduca i margini di discrezionabilità e di incertezza; la riforma del sistema dei controlli, per evitare duplicazioni e sacche di inefficienza, e l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel codice penale, come previsto dalla direttiva comunitaria del 2008, formalmente recepita ma di fatto finora disattesa dal nostro paese.

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INFOGRAFICHE

FUMETTO

APPROFONDIMENTO: “Ecomafie in Italia. Una panoramica” – Sintesi breve della relazione a cura di Saveria Antiochia Omicron-SAO

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http://it.ibtimes.com/articles/33306/20120714/agricoltura-mafie.htm

Mafie, la criminalità organizzata soffoca l’agricoltura. 50 miliardi all’anno finiscono nelle casse delle cosche

Di Giovanni Tortoriello | 14.07.2012 12:05 CEST

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http://it.ibtimes.com/articles/31048/20120609/mafia-eolico-rifiuti.htm

Energia eolica e smaltimento rifiuti sono un business della Mafia, 16% del Pil va alle cosche

Di Giovanni Tortoriello | 09.06.2012 16:04 CEST

Capillari e velenosi. I sistemi mafiosi sono un cancro che contamina l’economia, avvelena l’ambiente e uccide i cittadini. Un terribile morbo che infetta il nostro Paese […] nel nostro Paese il sommerso criminale vale circa il 10,9% del PIL, mentre il sommerso “collegato ad attività classificabili come legali ma esercitate irregolarmente”, (tramite evasione fiscale, tributaria o contributiva) vale circa il 16,5% del PIL. Stime al ribasso dato che nello studio non sono stati considerati i reati violenti, quali furti, rapine, usura e estorsione.

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http://www.larengodelviaggiatore.info/dblog/articolo.asp?id=124

Numeri, fatti e conseguenze dell’ecomafia nel Nord Italia di Diego Gandolfo

“Giovane, forse non hai capito cosa abbiamo sotto i piedi! L’Italia galleggia sopra un mare tossico di rifiuti!”. Mi fece uno strano effetto sentire questa frase, lucidamente cosciente ma in qualche modo anche perdutamente rassegnata, da un navigato Comandante del Comando dei Carabinieri per la Tutela Ambientale con cui ebbi modo di lavorare in una piccola città del Nord Italia. In realtà un’idea della gravità della situazione italiana ce l’avevo già, ma sentirmelo dire così, in quel modo brusco da un’autorità in materia, mi illuminò improvvisamente la vista. […] Enormi fette di territorio, boschi, coste, campi, corsi d’acqua, parchi, laghi e mari devastati, intossicati, distrutti irreparabilmente per il profitto. I numeri e i casi eclatanti che in tutti questi anni hanno divorato il capitale naturale italiano dimostrano che il peso dell’ecomafia è cresciuto nel tempo fino a diventare, al di là delle piccole violazioni di singoli e “sprovveduti” privati, una fitta e sistematica rete di depredazione del territorio incentrata su alcune figure chiave: politici, clan, professionisti, imprenditori e faccendieri. A chi non avesse in mente ancora le dimensioni economiche del potentato eco-mafioso, una cifra da sola sarebbe sufficiente per capire: 20 Miliardi di euro. Ovvero il fatturato della criminalità ambientale italiana soltanto nel 2008, che comprende profitti del mercato illegale e intercettazione di denaro pubblico tramite appalti. Se poi volessimo aggiungere che si tratta di 27 mila reati in media ogni anno, che sotto il cemento è rimasto sepolto un pezzo di territorio vergine grande quanto Lazio ed Abruzzo messi insieme in 10 anni e il 45% della Liguria in 15 anni, o che ogni anno spariscono decine di milioni di tonnellate di rifiuti speciali, l’immagine di ciò che abbiamo attorno e sotto i piedi si farebbe più limpida. Una questione che coinvolge il Sud quanto il Nord […] complice anche l’evoluzione degli apparati investigativi che ha permesso di svelare movimenti prima ignorati, si può affermare che anche le Regioni settentrionali sono profondamente affette dal morbo dell’eco-criminalità. […]

La riduzione qualitativa e quantitativa del capitale naturale, o dal punto di vista economico di Turner, la “sottrazione di utilità non compensata nei confronti del cittadino” operata dall’ecomafia, si ripercuote prepotentemente seguendo tre linee direttrici: la qualità della vita, attraverso la contaminazione della catena alimentare, i pericoli legati alla salute e il degrado della funzione di svago e di sostegno alla vita dell’ambiente; il tessuto economico, tramite l’azione di zavorra nei confronti dello sviluppo economico (costi maggiori per proteggersi dal mercato monopolistico, costi di riparazione, distorsione della concorrenza, perdita secca di consumatori e produttori, pratiche diffuse del massimo ribasso, danneggiamento del “capitale imprenditoriale” e dell’ecoattrattività, maggiori uscite e minori entrate per la finanza locale, influenza sul Pil); il sistema sociale, in termini di disuguaglianza, clientelismo, formazione, prospettive di vita, fiducia e lavoro. […]

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http://www.blitzquotidiano.it/economia/fatturato-ecomafia-spending-review-rifiuti-abusivismo-edilizio-1291563/

Ecomafie fatturano 17 mld nel 2011: costa allo Stato quanto 4 spending review

ROMA – Le ecomafie in 20 anni hanno fatturato quasi 300 miliardi di euro in Italia. Un business da 16,6 miliardi di euro solo nel 2011. Le cifre di cui parla il Rapporto Ecomafia  2012 di Legambiente rappresentano circa il 17% del Pil italiano di un anno. I soli ricavi del 2011 sono il quadruplo degli “appena” 4 miliardi di euro necessari dalla spending review ad evitare lo scatto d’aumento dell’Iva. Gli statali non rischierebbero posto, tredicesima e buonipasto. Né sarebbero necessari tagli da 2 miliardi di euro alla sanità, con risparmi sugli appalti e tetto ai farmaci. […]

Il Rapporto scrive: “Nell’Italia della crisi economica, delle fabbriche che chiudono e della disoccupazione in crescita l’ecomafia è sempre in attivo”. In attivo non è però lo stato, avvelenato dal riciclaggio dei clan, che “derubano” il cittadino dei suoi diritti con i suoi traffici illegali, che penalizza le imprese sane strangolate da una concorrenza più che sleale, assassina. […]

3 luglio 2012

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www.laterradeifuochi.it

Quando ho dato vita a questo blog il fenomeno era già noto a pochi addetti ai lavori, ma per anni era stato ampiamente sottovalutato da tutti. Con questa pagina ho provato che non era confinato nei soli Comuni di Giugliano-Villaricca-Qualiano, bensì rappresentava un vero e proprio “sistema criminale” su vasta scala ben più esteso e grave di quanto erroneamente descritto in precedenza.La pratica criminale di smaltire o  riciclare i rifiuti speciali bruciandoli, oramai va avanti da molti, troppi anni. Lo abbiamo documentato tutti i giorni con foto e video, denunciando questo scempio a ogni istituzione politica e giudiziaria. Sono trascorsi diversi anni. Tuttavia, senza che nulla sia realmente cambiato! Inizia così, un’altra stagione di roghi, fumi tossici e di chissà quanti altri veleni. Si continua come se nulla fosse. Sempre negli stessi luoghi. Spesso sentiamo parlare di cancro, ma a cosa serve curare i tumori o donare soldi alla ricerca, se nessuno si occupa concretamente della nostra prevenzione primariaBasta, ci stanno avvelenando!

Ricordo gli anni in cui era scoppiata ufficialmente la questione rifiuti a Napoli e in Campania. Era il 2008, da semplice cittadino mi recavo alle numerose riunioni presso le discariche e i vari presidi sul territorio. Acerra, Pianura, Giugliano, Chiaiano, Terzigno, ovunque andavo dicevo sempre: “ragazzi è importante battersi contro una discarica o un inceneritore, ma ci rendiamo conto che stiamo ignorando qualcosa di molto peggio?” Corrono alla mente numerosi episodi. Ma voglio riportare di seguito in dialetto le risposte piccate di quanti ho poi soprannominato gli “illuminati” della monnezza: “ma tu si scem? e cr’è nu poc ‘e fumm? chell sarann al massimo e zingar che stann ‘a squaglià nu poco ‘e ramm, ‘o fann sol pe’ magnà…”Di lì a poco nasceva www.laterradeifuochi.itCiò che oggi è sotto gli occhi di tutti, lo era anche prima, ma grazie a un semplice blog adesso ciascuno può farsi un’idea e capire. Se questo è servito ne sono contento e l’unica cosa che mi auguro è poter scrivere al più presto la parola “fine”.
Grazie a tutti voi.

Angelo Ferrillo,

Ideatore e responsabile di “La Terra dei Fuochi .it”.
www.laterradeifuochi.it è un contenitore di Video-Denunce tutt’altro che virtuale, uno spazio web di cittadinanza attiva per la sensibilizzazione, monitoraggio e denuncia ambientale in tempo reale sugli effetti delle eco-mafie e l’inadempienza della politica, riguardo al fenomeno dei roghi tossici di rifiuti speciali. Da anni, è la voce che quotidianamente racconta e descrive la drammatica situazione…

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Rapporto di Legambiente “Corruzione – La tassa occulta che impoverisce e inquina il paese” (pdf) ottobre 2012

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Aggiornamento del 6 luglio 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/marco-milano/rifiuti-tossici-caso-pugliese/luglio-2014

Rifiuti tossici, il caso pugliese

Non lontano dalla Terra dei Fuochi, un altro territorio del Sud Italia è a rischio di contaminazione ambientale da rifiuti tossici, con un sospetto di traffico illecito di origine criminale: in Puglia, in particolare nella zona centrale, nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, ma anche più a nord nel foggiano, rifiuti di varia origine e provenienza sono stati abbandonati o sarebbero stati nascosti nel corso degli ultimi 25 anni, nelle insenature tipiche della geomorfologia del calcare murgiano, come cave dismesse, inghiottitoi carsici, lame e doline. […]

Nel 2012, una Commissione Parlamentare di inchiesta ha fatto il punto sulla questione rifiuti tossici in Puglia. In quell’occasione è stato sollevato in primo luogo il problema delle cave dismesse che, quando non usate per i normali lavori dell’estrazione, sono sfruttate dai proprietari come discariche. Questo stesso allarme, del resto, è stato ripetuto più di recente anche in seguito alla presentazione, a fine aprile di quest’anno, del Rapporto Cave 2014 di Legambiente: nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre la percentuale di materiale lapideo estratto, i numeri delle cave attive ufficialmente e non sul territorio italiano rimangono comunque impressionanti. Parliamo di 5592 attive, e più di 16000 dismesse e monitorate, quasi il triplo. In questo contesto, la Puglia si colloca ai primi posti di questa classifica, con 415 cave ancora attive e 2600 quelle abbandonate e monitorate, che “rischiano di diventare luoghi privilegiati per lo smaltimento illecito di rifiuti, per cui diventa prioritario un piano di recupero ambientale” – come precisato dal Presidente di Legambiente Puglia Francesco Tarantini.

Sempre nella Commissione di Inchiesta del 2012 si punta il dito proprio sul problema dello smaltimento dei fanghi derivanti da impianti di compostaggio provenienti principalmente dal brindisino e dalla Campania, con i quali, nonostante “non siano previamente trattati, i soggetti che ne fanno uso beneficiano addirittura di provvidenze comunitarie sostenendo di effettuare agricoltura biologica”. A questo si aggiungono mancate bonifiche di rifiuti di più vecchia data, come i fusti contenenti bombe all’iprite, di origine bellica, e di altri che non possono nemmeno essere ben identificati, considerando la profondità degli inghiottitoi carsici, e che costituiscono una potenziale pesante minaccia per gli acquiferi, considerando che il percolato confluisce direttamente nelle acque sotterranee.

Gli ultimi ritrovamenti di ‘rifiuti tombati’ risalgono a maggio di quest’anno, quando a Cerignola è stata individuata una cava da cui emergerebbe materiale radioattivo, oltre ad rinvenimenti ad Ordona, nel foggiano, di circa 500mila tonnellate di rifiuti speciali e ad Apricena di altro materiale pericoloso di origine ospedaliera.

CHE FARE?

Si tratta quindi di un territorio per sua natura di difficile gestione e monitoraggio, e che per questo, attirerebbe un alto numero di operazioni illegali.

Una legislazione che dovrebbe garantire un intervento tempestivo per queste eventualità, tuttavia, è già in realtà disponibile: nell’art 7 del decreto 136/2013, infatti, ovvero lo stesso che copre il caso ILVA, ci sono indicazioni per l’utilizzo delle risorse sottoposte a sequestro penale anche per fini diversi da quelli descritti nel decreto, se per altri problemi di natura ambientale.

Lo scorso dicembre, intanto, il personale del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di Altamura del Corpo Forestale dello Stato ha avviato un’attività di monitoraggio del territorio del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, proprio per accertare l’effettiva presenza di terreni dove nel corso degli ultimi anni sono stati probabilmente seppelliti fusti di rifiuti speciali e pericolosi, con un’attenzione particolare alle aree coperte da terreni agricoli adibiti a semina o come cave. Le verifiche in questo caso prevedono l’utilizzo di nuove strumentazioni come, per esempio, il geomagnetometro, grazie al quale è possibile registrare variazioni del campo magnetico, vale a dire il primo segnale empirico della presenza di materiali ferrosi nel sottosuolo. 

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