Questo è l’apice della cultura anti-scientifica italiana: il rifiuto degli OGM. Anzichè essere chiamati Organismi Geneticamente MODIFICATI, gli OGM dovrebbero essere chiamati Organismi Geneticamente MIGLIORATI. Essi possiedono infatti tutte le caratteristiche dell’organismo di partenza, con in più l’aggiunta mirata di una o più caratteristiche che li rendono appunto migliori: in genere si tratta dell’aggiunta di meccanismi di resistenza che impediscono la crescita di pericolosi organismi patogeni, eliminando così la necessità di utilizzare antiparassitari chimici (risolvendo alla radice il problema delle conseguenze ambientali che ciò comporta) e rendendo più sicuro dal punto di vista alimentare il prodotto. Questo secondo aspetto riguarda in particolar modo i cereali: come avrete modo di leggere dagli articoli di seguito riportati, i cereali prodotti con il metodo cosiddetto “biologico” sono molto pericolosi, poichè contengono in media quantità piuttosto elevate di tossine cancerogene. Imparate a fidarvi della scienza anzichè della pubblicità: i cereali OGM sono molto più sicuri e meno pericolosi di quelli biologici, sia dal punto di vista del prodotto in sé che dal punto di vista del controllo all’interno della filiera produttiva. Inoltre, gli OGM rappresentano semplicemente l’evoluzione di una pratica che l’uomo effettua ormai da diversi secoli, ossia dell’incrocio tra specie vegetali diverse. Una seconda pratica, utilizzata per ottenere nuove varietà vegetali, consiste invece nel sottoporre una specie a mutagenesi random (che significa “casuale”), tramite l’esposizione a radiazioni UV. Con entrambe queste tecniche (incroci e mutagenesi) non si può mai sapere esattamente ciò che si ottiene, se non attraverso analisi molto approfondite da compiere a posteriori. Al contrario, con gli OGM si sa perfettamente che la nuova varietà sarà esattamente uguale alla specie di partenza con la sola aggiunta di una o più caratteristiche migliorative. L’ingegneria genetica, esattamente come qualunque altro settore ingegneristico, inventa, progetta e realizza ciò che ha ideato. Questa assurda lotta agli OGM, tipicamente nostrana, sembra la trasposizione moderna della caccia alle streghe che i nostri antenati compievano secoli or sono. E’ assurdo che ancora oggi, nell’anno 2012 d.C., l’ignoranza abbia la meglio sulla ragione. Sinceramente sono stanca di dover vedere tutte le mattine, sulle varie confezioni di biscotti e cereali, le scritte “senza OGM” oppure “non contiene coloranti, conservanti, grassi idrogenati ed organismi geneticamente modificati“. Questi poveri OGM, per chi ancora non lo sapesse, non sono degli organismi viventi a sè stanti, non sono dei piccoli batteri nè tanto meno dei virus che possono essere aggiunti nella formulazione di un prodotto, come accade invece per quanto riguarda i coloranti, i conservanti ed i grassi idrogenati. Gli OGM al limite potrebbero costituire la materia prima, le farine ed i cereali con i quali vengono realizzati i vari prodotti. Io vorrei tanto che sulle confezioni ci fosse scritto “prodotto con cereali OGM”, sarei molto più tranquilla!!!

Ma allora l’Illuminismo a cosa è servito, se già ce lo siamo dimenticato?!?

L.D.

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Gelato OGM. Ma quando mai! Anche il formaggio allora…

di Dario Bressanini

Negli ultimi giorni è “scoppiato” il caso del “gelato OGM”. Ma la vogliamo smettere di usare l’acronimo OGM come se fosse un aggettivo peggiorativo? L’acronimo significa Organismo Geneticamente Modificato. È un sostantivo, e il gelato non è certo un organismo vivente. Non è una fissazione linguistica la mia. Usare un linguaggio scientificamente corretto (e privo di connotazioni emotive) è fondamentale quando si vuole discutere seriamente di questi argomenti. Se invece la si vuol buttare in caciara e parlare alla pancia del lettore e non alla testa, vabbè, allora parliamo pure del “gelato OGM al merluzzo”…

Chiarito che quel gelato non è un OGM, ci possiamo chiedere più correttamente “ci sono dei legami con gli OGM”? La risposta è sì. Gli stessi che ci sono da tempo per la birra, la farina, il formaggio, il pane, i detersivi, gli alimenti per neonati e altro ancora. Come? Abbiate pazienza e lo scoprirete :-D […]

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/ogm-termometro-valutare-ritardo-culturale-del-paese

OGM: termometro per valutare il ritardo culturale del Paese

Roberto Defez

Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha rilasciato il 15 marzo una intervista per cercare di riaprire il dibattito sulla sperimentazione e l’uso degli OGM (organismi geneticamente modificati) in agricoltura. Si tratta di uno dei maggiori terreni di scontro tra la comunità scientifica ed i media che influenzano l’opinione pubblica. Gli scienziati italiani, come quelli più prestigiosi al mondo, hanno da sempre avuto fiducia nell’uso di queste tecniche che consentono di ridurre l’impatto della chimica in agricoltura mediante l’introduzione di uno o pochi geni, in genere batterici, all’interno di piante commerciali. La testimonianza di queste posizioni risale al novembre del 2000 con un appello per la libertà di ricerca sottoscritto tra gli altri da Silvio Garattini ed Edoardo Boncinelli oltre ai premi Nobel Dulbecco e Levi Montalcini. Ma poi due documenti sottoscritti da 16 e da 21 società scientifiche in rappresentanza di circa 10.000 scienziati italiani  hanno testimoniato come non ci siano rischi particolari derivanti da OGM sia per gli aspetti sanitari che per quelli di coesistenza con altri tipi di agricoltura. Spiccano i testi della Pontificia Accademia delle Scienze che testimoniano come nei consensi internazionali gli OGM siano un’opportunità e non un problema, come i media e molti attori della comunicazione hanno invece cercato di sostenere. Cercherò qui di seguito di menzionare vantaggi e opportunità legati agli OGM.

AMBIENTE

L’uso di varietà resistenti ad erbicidi consente di evitare di dissodare i terreni durante la semina con conseguente rilascio dell’anidride carbonica sequestrata nei suoli. Si stima che solo nel 2009 la quota di terreni coltivati con gli OGM che consentono la semina senza aratura ha permesso di risparmiare tante tonnellate di anidride carbonica quante quelle emesse da 7 milioni di autovetture che percorrono ognuna 15.000 km.

PESTICIDI

L’uso degli OGM del tipo Bt, principalmente mais e cotone Bt, secondo l’organizzazione statunitense dell’agricoltura biologica, ha consentito in 13 anni un risparmio di insetticidi pari a 30.000 tonnellate. Tali pesticidi sono tossici per l’uomo, i mammiferi e tanti altri insetti non dannosi come farfalle e coccinelle.

SALUTE

Non esiste la prova scientifica che sia avvenuta anche solo una  ospedalizzazione al mondo causata dalla ingestione di OGM. Al contrario il mais Bt che non necessita dell’uso di pesticidi ha dimostrato essere capace di ridurre tra le 3 e le 10 volte il tenore medio di fumonisine. Tali micotossine sono considerate probabilmente cancerogene dalla WHO che descrive tre zone al mondo dove all’alto consumo di derivati del mais si associa ad una elevata incidenza di tumori all’esofago ed al cavo orale: una regione del Sudafrica, una regione della Cina e la provincia di Pordenone dove si descrive una elevata correlazione tra tumori esofagei e consumo di polenta negli anni ’90. Le fumonisine sono anche descritte essere implicate in malformazioni congenite legate a difetti del tubo neurale in quanto bloccano l’assorbimento di acido folico. Al confine tra Texas e Messico all’alto consumo di tortillas inquinate da fumonisine è seguita un’elevata incidenza di malformazioni congenite da carenza di acido folico, patologie che includono spina bifida, palatoschisi e anencefalia. Esperimenti in campo con mais Bt condotti in Italia alla fine dello scorso millennio hanno mostrato come il mais Bt facesse crollare l’incidenza di fumonisine nel mais.

ALLERGIE

Dei dettagliati protocolli sperimentali costantemente aggiornati con le banche date degli epitopi allergenici hanno finora mostrato un elevato grado di affidabilità per garantire la sicurezza degli OGM, tanto che i due soli casi in cui degli OGM sono risultati potenzialmente allergenici sono stati bloccati già nelle prime fasi di analisi in laboratorio.

MULTINAZIONALI

Gli aspetti commerciali degli OGM hanno fortemente danneggiato la discussione scientifica sul tema, ma è falso che accettare l’uso degli OGM vuol dire compromettersi con le multinazionali del settore. Su questo tema si assiste allo scontro tra i due leader di mercato della produzione di semi biotech, aziende statunitensi, confrontate ai tre leader di mercato europei nella produzione di agrofarmaci e pesticidi che subirebbero un danno economico dalla riduzione nell’uso di insetticidi ed erbicidi. Oggi per coltivare un campo di soia non-OGM servono anche 6 diversi erbicidi. Su un campo di soia OGM resistente ad erbicidi ne servirebbe uno solo, tra l’altro uno tra i 6 composti somministrati sulle colture non-OGM. In aggiunta, già oggi il 95% dei semi di mais usati in Italia deriva da tre multinazionali che dispongono sia di semi tradizionali che di semi OGM, non cambierebbe quindi la dipendenza attuale rispetto alle aziende sementiere. Ma tale pressione di interessi ha schiacciato ed umiliato la ricerca scientifica pubblica costringendola all’impossibile scelta di diventare tifosa di una delle due fazioni in lotta.

BIODIVERSITÀ

Non si vede come cambiare azienda sementiera possa incidere sulla biodiversità. La stessa agricoltura è nemica della biodiversità in quanto decide di usare piante utili all’uomo. I progetti di genomica in corso mirano al recupero ed impiego delle grandi riserve di germoplasma che sono una fonte inesauribile ed ancora inesplorata di variabilità genetica che tanto ci può aiutare a capire ed esserci utile. L’agricoltura deve essere intensiva proprio per ridurre il disboscamento che si avrebbe con coltivazioni poco efficienti come quelle organiche. Questo vuol dire che, all’aumentare delle opportunità offerte dalla conoscenza di varietà vegetali, anche la tecnologia degli OGM potrebbe risultare non necessaria per alcune opzioni per le quali un sapiente assemblaggio di varietà commerciali e selvatiche potrebbe raggiungere prima e meglio lo scopo desiderato.

LA FAME NEL MONDO

Nessuno degli OGM oggi in commercio può sensibilmente contribuire a ridurre l’insicurezza alimentare di vaste regioni del pianeta. Si tratta di coltivazioni adatte ad un’agricoltura avanzata. Compito della ricerca scientifica pubblica, quando non ostacolata dai decisori politici, sarebbe quello di mettere a disposizione delle comunità dei Paesi meno fortunati delle varietà di scarso ritorno commerciale, ma utili per il sostentamento di quelle popolazioni. In particolare varietà di sorgo, miglio, vigna o cassava geneticamente ingegnerizzate per essere più digeribili, più resistenti all’attacco di parassiti o meglio capaci di assumere alimenti dal suolo dovrebbero essere attività di esclusiva pertinenza della ricerca scientifica pubblica. Questi tipi di OGM, magari isolati congiuntamente con scienziati provenienti da quei Paesi, potrebbero assicurare un decente livello di sicurezza alimentare sostenendo le agricolture locali. I Paesi sviluppati necessitano invece di piante ingegnerizzate che possano crescere in ambienti salini, che possano adattarsi ai cambiamenti climatici in atto, che consentano di migliorare l’apporto nutrizionale e che consentano un ulteriore riduzione dell’uso di agrofarmaci e fertilizzanti di sintesi.

Delle sfide in cui la ricerca pubblica vuole tornare ad essere protagonista.

16 marzo, 2012
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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/torrida-estate-degli-ogm

La torrida estate degli OGM

Tra pochi giorni è attesa la sentenza della Corte Europea di Giustizia per la causa n.C-­‐36/11, Pioneer Hi Bred Italia Srl c/MIPAF (Ministero delle Politiche Agricole e Forestali), che verte sulla compatibilità tra le norme comunitarie e quelle italiane in materia di autorizzazione alla messa a coltura di varietà OGM iscritte al Catalogo comune europeo.
La domanda che si pone è se l’Italia può negare l’autorizzazione alla coltivazione commerciale di mais OGM accampando come scusa il fatto di non aver ancora stilato dei piani di coesistenza tra le varie agricolture avendo avuto a disposizione solo 9 anni per farlo. Ma l’Avvocato Generale presso la Corte, incaricato di stilare la risposta, ha già detto che l’Italia non può negare tale autorizzazione per negligenza. Ora la Corte deve decidere se adottare tale parere e sembra difficile che non lo faccia. L’Europa potrebbe quindi mettere in mora l’Italia dando la stura da un lato ad una pioggia di ricorsi per danni da parte degli agricoltori che da anni chiedono di poter coltivare mais Bt, come è autorizzato fare in tutta Europa, ma dall’altro apre un vuoto normativo che potrebbe consentire ad alcuni di avviare le coltivazioni commerciali di mais geneticamente migliorato. I nodi italici sono di certo giunti al pettine e governo e parlamento sono chiamati ad adottare normative che tutti i tipi di governi e maggioranze succedutesi in questi anni hanno sempre cercato sfuggire per passare la patata bollente ai successori. […] resta il fatto che è l’Europa e non i singoli stati a decidere sulla sicurezza sanitaria ed ambientale degli OGM. Agli stati nazionali resta solo da normare la parte economica che riguarda le misure di coesistenza tra le varie agricolture (ossia quello che l’Italia non ha voluto fare in 9 anni).

Ma se il fronte delle coltivazioni commerciali di piante ingegnerizzate ha riportato (quasi) due successi, che succede agli aspetti della ricerca scientifica pubblica sugli OGM?. Qui il bilancio non è certo positivo. Il 12 giugno 2012 è cominciata la distruzione degli alberi OGM di ulivo, kiwi e ciliegio dell’ultimo esperimento italiano in pieno campo con OGM di questo secolo. Eddo Rugini è stato costretto sotto la minaccia di denuncia da parte dell’onorevole-pensionato Mario Capanna, a far entrare le ruspe nel suo campo sperimentale all’Università della Tuscia. Pochi ora ricordano che l’Italia ha svolto varie centinaia di esperimenti in pieno campo con decine di diverse piante OGM nello scorso secolo prima che la ventata di oscurantismo paganeggiante si abbattesse sul Belpaese spiegandoci che tutto ciò che fa Madre Natura è buono, pulito e giusto, mentre l’uomo è infetto ed innaturale. L’ossessione del ritorno alla Natura la stiamo pagando con la chiusura di intere Facoltà di biotecnologie e con una bilancia commerciale degli scambi agroalimentari in rosso fisso per dieci miliardi di euro l’anno. Gli esperimenti di Rugini erano stati appunto autorizzati nel 1998 ed i poveri ulivi, non ancora arrivati alla prima maturità sessuale per poter dare il primo fiore, sono caduti sotto la scure del onorevole-boscaiolo-pensionato.

Tutti i più prestigiosi scienziati di questo Paese firmano da undici anni testi ed appelli perché sia possibile per la ricerca scientifica pubblica riprendere a sperimentare in pieno campo le varietà OGM frutto dell’ingegno dei nostri ricercatori e che potrebbero rispondere alle esigenze della nostra agricoltura. Oggi stesso (20 giugno 2012) su Tuttoscienze de La Stampa viene pubblicato un articolo di Gilberto Corbellini e mio a commento di una lettera sottoscritta da duecento tra agricoltori e scienziati ed indirizzata ai presidenti della Repubblica e del Consiglio dei ministri. La richiesta è che termini questa campagna denigratoria contro gli OGM che ha causato il divieto allo studio degli OGM alla ricerca pubblica ed impedito agli coltivatori di crescere quegli stessi OGM che importiamo a milioni di tonnellate e che costituiscono la base dei mangimi che somministriamo da 15 anni a vacche e maiali utilizzati per produrre il meglio dei prodotti DOP ed IGP di cui andiamo tanto orgogliosi.

Il testo di questa lettera – disponibile al sito www.salmone.org – e molte delle sue firme più prestigiose è in buona parte frutto dell’idea, dell’incoraggiamento e del sostegno che il Gruppo 2003 per la Ricerca ha dato a questa iniziativa.

21 giugno, 2012 – Roberto Defez
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Meno carne e più OGM: ecco la formula per sfamare il mondo. Intervista a Umberto Veronesi

01 Dicembre 2010 – Simona Falasca
[…] GM: Pensa davvero che non ci sia alcuna differenza tra mandarancio o mulo rispetto agli organismi geneticamente modificati come ha dichiarato nei mesi scorsi?

Il mandarancio è un organismo geneticamente modificato. Lo è. Il metodo per modificare è diverso, dicesi cisgenico, ma si tratta comunque di una mutazione genetica, di una variazione genica all’interno di due varietà. Il mulo è addirittura peggio. E’ una follia mettere insieme un cavallo con un asino per fare il mulo. E’ una forzatura della natura, molto peggiore del mandarancio. Il transgenico rispetto a quest’ultimo cambia poco. Si può creare un mandarancio semplicemente prendendo un gene dalla pianta dell’arancio e metterlo in una del mandarino. Solo che per fare il cisgenico impieghi 20…10 anni di prove, di controprove, di tentativi. Mentre con l’ingegneria genetica no. Perché negli innesti cisgenici, si incrociano due genomi diversi, ma senza sapere cosa diavolo si mette insieme. Quindi è uno spreco di tempo e di energie. Mentre con il trasgenico, conoscendo bene i due genomi, si sa in anticipo ogni gene cosa produrrà se incrociato con un altro determinato gene. Concettualmente dunque è lo stesso, è il metodo che cambia.

GM: Come il mulo e il mandarancio però i semi OGM sono sterili, non si riproducono costringendo così, gli agricoltori, ogni anno, ad acquistare nuovi semi dalle aziende che li commercializzano…

UV: No, no, non è vero, non è vero. Ormai le nuove tecniche di ingegneria genetica sono riuscite a superare anche questo limite.

GM: E quindi pensa che gli OGM possano essere davvero la soluzione al problema della mancanza di cibo in alcune aree del Pianeta?

UV: Sono inevitabili se vogliamo arrivare a nutrire 10, 15, 20 miliardi di abitanti nel prossimo futuro. Anche perché se in un secolo siamo cresciuti da un miliardo a 7 miliardi di persone, è molto probabile che arriveremo presto a raddoppiare. E creando piante più resistenti ai virus e più produttive si riuscirà a sfamare sostenibilmente tutti.

GM: Per combattere i virus e le malattie sulle persone interveniamo cercando di trovare delle cure e non cambiando i geni degli esseri umani. Perché sulle piante per renderle più resistenti e produttive ne dobbiamo alterare il DNA? Non le sembra una contraddizione battersi per la salute manomettendo la natura?

UV: Diciamo che l’obiettivo è produrre vegetali più sani e cercare, attraverso le biotecnologie, di amplificare le proprietà terapeutiche contenute nei vari cibi proprio per favorire la salute delle persone. Sappiamo che il licopene nei pomodori contribuisce a proteggere l’uomo dal cancro alla prostata o che il sulforafano nel cavolo e nelle cucifere proteggano dai tumori del seno, e quindi il nostro dovere è cercare di aumentare queste potenzialità di prevenire le malattie anche attraverso il cibo. Il nostro compito, il nostro dovere, è questo.

GM: E i rischi per l’uomo di questa alterazione?

UV: Alterazione? Miglioramento vorrà dire. Sappiamo già quali sono le molecole su cui intervenire. Oggi la scienza dell’alimentazione ha molte più certezze. Una volta si diceva mangia le prugne per l’intestino. Ma non si sapeva quale delle tante sostanze influiva positivamente. Analizzate in laboratorio le prugne hanno 500 molecole diverse. Una di queste è quella che può fare bene e altre possono fare male. Quindi si deve diligentemente, con il tempo e l’esperienza, selezionare gli elementi buoni di ogni alimento. […]

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Articolo di TuttoScienze (La Stampa) del 1 dicembre 2012:

L’arma anti-fame? Gli Ogm” (pdf)

di Roberto Defez (Cnr – Napoli)

[…] “il vero ecologismo non è quello che vieta in Europa gli Ogm, rendendo il nostro continente quello dove si usano più pesticidi di qualunque altra regione sviluppata, con inevitabili danni sia all’ecosistema che alla salute. Anzi, ci ricordano alcune organizzazioni dell’agricoltura biologica che grazie alle varietà Ogm del tipo Bt si sono risparmiate 30 mila tonnellate di pesticidi: un amico dell’ambiente eco-ragionevole dovrebbe favorire la diffusione di Ogm resistenti ai parassiti” […]

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 http://annameldolesi.italianieuropei.it/2010/11/il_vaticano_benedice_gli_ogm/

Il Vaticano benedice gli Ogm

Pubblicato il 30 novembre 2010 da Anna Meldolesi

[…] Si tratta dell’ultimo regalo che ci lascia Nicola Cabibbo, il grande fisico presidente dell’Accademia pontificia scomparso nell’agosto di quest’anno. In tutto una trentina di contributi scientifici originali di altissimo livello accompagnati da quindici pagine di conclusioni e raccomandazioni che sono il frutto di una settimana di studi svolta in Vaticano nel maggio del 2009.

La novità è che il rapporto non si ferma al primo livello del dibattito, quello sui rischi degli Ogm, che tutti i soggetti ben informati ed intellettualmente onesti dovrebbero dare ormai per chiuso: nell’ingegneria genetica non c’è nulla di intrinsecamente pericoloso e i suoi prodotti non comportano rischi diversi da quelli di piante e alimenti convenzionali. Gli studiosi che si sono riuniti alla Casina Pio IV, su invito dell’Accademia, si sono dedicati ad altro: a mettere a fuoco il potenziale degli Ogm per lo sviluppo dei paesi poveri, a capire cosa ne sta ostacolando le applicazioni umanitarie, a identificare le iniziative necessarie per coglierne pienamente i frutti. Non è un caso che il promotore della settimana di studio sia stato Ingo Potrykus, il padre del riso arricchito con la provitamina A. Se fosse stato prodotto per mutagenesi, anziché con l’ingegneria genetica, questo riso sarebbe nei campi già dal 2002 e invece, nella più ottimistica delle ipotesi, bisognerà aspettare il 2012. Senza questo ritardo di dieci anni, dovuto a ragioni politico-burocratiche, si calcola che il golden rice avrebbe potuto salvare centinaia di migliaia di bambini. Problemi simili stanno rallentando la ricerca e lo sviluppo di altri prodotti che sulla carta appaiono altrettanto utili. “Estendere i benefici di questa tecnologia ai poveri e alle popolazioni vulnerabili che li desiderano è un imperativo morale” si legge nel rapporto. Di dovere etico aveva già parlato qualche anno fa il comitato simbolo della bioetica laica di stampo anglosassone, il Nuffield Council, ma gli studiosi convocati dall’Accademia pontificia vanno oltre, chiamando la società a un’assunzione di responsabilità collettiva per i “danni dimostrabili” che l’opposizione alle biotecnologie sta infliggendo ai poveri e ai malnutriti. “Ogni anno le carenze nutrizionali causano malattie e morte evitabili”. “Il recente aumento dei prezzi del cibo ha rivelato la vulnerabilità dei poveri alla concorrenza per le risorse”. “I benefici a cui si rinuncia sono persi per sempre”. Intervenire è una “questione di urgenza”. Fame e povertà, ovviamente, sono problemi complessi. Gli Ogm rappresentano solo una parte della soluzione, ed è da mettere in conto che non tutte le loro promesse potranno essere realizzate, ma è un delitto rinunciare al contributo che le colture geneticamente modificate possono realisticamente dare a un mondo con un miliardo di affamati, una popolazione che continua a crescere e la sfida dei cambiamenti climatici all’orizzonte.

[…] La rinuncia al progresso tecnologico in agricoltura può apparire indolore in occidente, ma gli analisti di policy hanno dimostrato che condiziona anche le scelte delle regioni povere, attraverso l’orientamento dei mercati, la distribuzione degli aiuti, l’esportazione dei nostri modelli culturali alle élite dei paesi del sud del mondo, il condizionamento dei loro quadri normativi. Secondo il rapporto, l’uso per il bene comune delle tecniche più avanzate di miglioramento genetico è limitato da due fattori principali. Il primo sono gli scarsi investimenti nelle scienze agrarie, spesso accompagnati da una discriminazione attiva ai danni dei progetti di ricerca che includono il ricorso all’ingegneria genetica. Il secondo sono le regolamentazioni che, in assenza di alcuna giustificazione scientifica, penalizzano gli ogm gonfiando enormemente i costi burocratici per l’autorizzazione al commercio. Solo le multinazionali dell’agribusiness possono pagare tanto per portare un prodotto dal laboratorio alla tavola, non certo i centri di ricerca pubblici, e il gioco vale la candela soltanto per le commodity, non certo per le colture “minori” che sarebbero più utili ai poveri del pianeta. Il rapporto, dunque, auspica collaborazioni più strette fra pubblico e privato sull’esempio dei progetti per il mais resistente alla siccità in Africa, critica il principio di precauzione, chiede la revisione del protocollo di Cartagena e lo smantellamento delle sovraregolamentazioni che l’Europa ha deciso per sé e ha contribuito ad estendere su scala globale. […] E’ sorprendente che ora sia l’Accademia pontificia a dare alla comunità scientifica internazionale l’occasione per tornare a parlare con schiettezza, restituendo a questo contestato filone di ricerca un’altissima dimensione etica, anche a costo di esporsi a chissà quante critiche. Avrebbero potuto farlo le forze laiche che dicono di rappresentare gli interessi dei più deboli. Avrebbe dovuto farlo la Fao. L’ha fatto invece una parte della Chiesa, affermando che gli ogm sono un “Bene Pubblico Comune”, una forma di “solidarietà verso le presenti e le future generazioni”. Indipendentemente dal dibattito che si aprirà adesso dentro e fuori il Vaticano, tutto questo resterà agli atti come un piccolo grande miracolo. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 30 novembre 2010)

INTERVISTA A GONZALO MIRANDA

Gli esperti convocati dall’Accademia Pontificia delle Scienze sostengono che favorire lo sviluppo e la diffusione degli ogm è un imperativo etico. Ma soltanto l’anno scorso nel testo preparatorio per il Sinodo dei vescovi africani si esprimevano delle perplessità sulle colture geneticamente modificate, in quanto potrebbero rovinare i piccoli agricoltori rendendoli dipendenti dalle multinazionali. Come si spiegano queste contraddizioni? Lo abbiamo chiesto a Gonzalo Miranda, bioeticista dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, che negli ogm ha sempre visto uno strumento utile per lo sviluppo dei paesi poveri.

“Naturalmente le industrie, multinazionali o nazionali che siano, attirano sospetti perché sono mosse dalla ricerca del profitto. Non esiste però nella dottrina cattolica una condanna del profit. Le industrie possono causare danni ma anche aiutare lo sviluppo. In questo caso le ricerche dimostrano che le ricadute economiche del mais e soprattutto del cotone transgenico nei paesi emergenti sono incoraggianti”.

Nel 2002, durante una grave siccità, alcuni stati africani hanno bloccato la distribuzione degli aiuti alimentari americani per il timore che fossero transgenici. Si è trattato di una decisione scioccante, sostenuta anche da alcuni religiosi locali.

“E’ vero, a capo del movimento per bloccare gli aiuti si mise un missionario statunitense, convinto che gli ogm fossero uno strumento di dominio occidentale. Ovviamente esistono diverse sensibilità e anche diversi livelli di informazione tra gli esponenti della Chiesa. Chi è in periferia può vedere la situazione locale, ma spesso non ha accesso a dati affidabili per valutare i rischi e i benefici degli Ogm”.

Qual è la posizione ufficiale del Vaticano?

“La Santa Sede prima di esprimersi deve seguire un percorso di studio e riflessione. Ma più passano gli anni, più si accumulano le evidenze che le paure sono immotivate e i benefici reali, perciò sta maturando una posizione favorevole”.

Che peso avrà il parere del gruppo di studio dell’Accademia Pontificia delle Scienze?

“Il documento non è espressione del magistero, però è chiaro che se l’Accademia Pontificia chiama i migliori esperti internazionali, indipendentemente dal loro credo religioso, a esprimersi su un tema che ha una forte componente tecnica, le loro conclusioni dovrebbero avere un peso specifico importante”.

Che ruolo può avere la Chiesa nel dibattito internazionale sugli ogm?

“Sta all’Organizzazione mondiale della sanità, alla Fao e agli altri organismi internazionali pronunciarsi sulla sicurezza degli Ogm e l’hanno già fatto. Poi però pochi si sono impegnati per far sì che il potenziale della tecnologia venisse dispiegato per combattere la povertà e la fame. Io credo che la Chiesa, che non ha interessi né economici né politici, potrebbe e dovrebbe riempire questo vuoto con la sua autorità morale, dando un incoraggiamento”. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 30 novembre 2010)

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http://www.chicago-blog.it/2010/04/27/la-vera-storia-della-patata-ogm/

La vera storia della patata Ogm

Giordano Masini

Non sempre le potentissime lobbies del cibo transgenico hanno la vittoria garantita. A sorpresa hanno appena subito una cocente sconfitta sui loro piani di introdurre nuovi tipi di patate ogm.

E la sconfitta, annunciata con toni così trionfalistici da Repubblica, sarebbe la seguente: interpellati recentemente da Greenpeace in Germania, i colossi del fast food hanno confermato di non volere ammettere nei loro menu patate geneticamente modificate. Non è proprio uno scoop, anzi la storia è abbastanza vecchia, e vale la pena riportarla correttamente (e non c’entra nulla con la vicenda della patata Amflora, la cui coltivazione è stata recentemente ammessa dall’UE, ma che non è destinata all’uso alimentare).

Nel 1995 Monsanto mise sul mercato New Leaf, una patata Ogm resistente alla dorifora. Per i non addetti ai lavori, la dorifora è un piccolo coleottero delle dimensioni di una coccinella, con il dorso coperto di striature gialle e nere. Chiunque abbia anche un piccolo orto sa bene che non è possibile cavare una patata da terra senza effettuare molti trattamenti chimici contro la dorifora, che, distruggendo le foglie, uccide le piante prima della maturazione: i suoi attacchi non sono sporadici, dato che è un parassita diffusissimo.

New Leaf incontrò da subito un altissimo gradimento da parte dei produttori americani, che avevano finalmente l’opportunità di mettere sul mercato un prodotto più sano, di spendere meno in trattamenti chimici e di rischiare un po’ meno anche la loro salute (il sottoscritto vive vicino Grotte di Castro, nell’alto viterbese, un comprensorio agricolo in cui le patate sono molto diffuse, e non è uno spettacolo raro vedere agricoltori seriamente intossicati a causa di un uso imprudente dei macchinari per la distribuzione dei pesticidi).

Il trend positivo si interruppe improvvisamente nel 2001, quando Monsanto ritirò New Leaf dal mercato. Cos’era successo? Semplicemente, le insensate campagne ambientaliste contro gli Ogm avevano indotto McDonald’s e le altre multinazionali del fast food, preoccupate di perdere clienti, a rifiutare le patate Ogm. E così gli agricoltori hanno ricominciato ad avvelenarsi e ad avvelenare le loro produzioni: si stima che se solo in Idaho, Washington e Oregon fosse stata adottata New Leaf, sarebbero state riversate nell’ambiente 650.000 tonnellate di insetticidi in meno ogni anno!

Tutto qui. Gli interessi delle multinazionali della distribuzione e dei produttori di pesticidi (che hanno tutti, è il caso di ricordarlo, fatturati molto più elevati di quelli della famigerata Monsanto) hanno prevalso su quelli delle multinazionali biotech, degli agricoltori, dell’ambiente e dei consumatori. E oggi Greenpeace si gloria di avere ottenuto da McDonald’s e Burger King la semplice conferma di una decisione (sciocca, benché più che comprensibile) già presa dieci anni fa.

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http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2010/3/6/OGM-L-unica-vittima-della-patata-amflora-e-la-verita/2/71101/

OGM/ L’unica vittima della patata amflora è la verità

Piero Morandini, Ingo Potrykus

sabato 6 marzo 2010

[…] La patata è un tubero essenzialmente fatto da amido e l’amido è uno degli costituenti più importanti della dieta, (che non vuol dire che ne possiamo mangiare quanto ne vogliamo, però). La patata produce nel tubero due tipi di amido: amilosio (20%) e amilopectina (80%). […] L’amilopectina non tende a gelificare ma ad aumentare la viscosità e come tale viene aggiunta in tanti processi. Viene usata ad es. dell’industria cartaria e nell’industria estrattiva (perforazioni), come addensante. Visto che per molte applicazioni industriali è utile solo l’amilopectina, da molto tempo si sono cercati modi per separarla dall’amilosio. Il procedimento per via chimico-fisica costa ed è complicato, per cui vie alternative sono desiderabili. Siccome è di fatto possibile spegnere qualsiasi gene di un organismo (in effetti è una delle cose più semplici da fare), diversi ricercatori nei primi anni ’90 hanno spento il gene responsabile per la sintesi dell’amilosio nella patata in modo da ottenerne una che fa solo amilopectina. Occorre sottolineare con forza che il risultato non è una “follia” accessibile solo tramite i metodi avanzati dell’ingegneria genetica (impropriamente: un OGM), ma che tale risultato – una pianta che accumula solo amilopectina – è possibile ottenerla in diversi modi o è addirittura una variante spontanea che si ritrova in natura. È già successo per i mutanti waxy di mais e frumento (per mutazione spontanea) e l’hanno fatto anche per la patata con metodi classici. Utilizzando sostanze mutagene che colpiscono a caso i geni della pianta, hanno colpito, inattivandolo, anche il gene per la sintesi dell’amilosio. La cosa stupefaciente è che la patata amflora ha avuto un iter per l’approvazione di circa 15 anni, mentre la patata ottenuta per mutagenesi (che, ripeto, è la stessa cosa per quanto riguarda l’amilosio) è andata subito in coltivazione senza alcun controllo preventivo sui reali rischi che le patate comportano. E che le patate comportino rischi si sa da lungo tempo: possono essere fatali. Un lavoro “classico” del 1925 pubblicato sulla rivista Science (Hansen A. A. – 1925 – Two fatal cases of potato poisoning. Science 61:340-341) racconta di una famiglia americana intossicata da patate contenenti alte quantità di glicoalcaloidi. Due dei sette membri morirono. I glicoalcaloidi sono sostanze normalmente prodotte dalla pianta e presenti un poco dappertutto (es. nelle foglie, ma anche nei tuberi, seppure in dose minore e che normalmente non desta preoccupazioni). Ma in certe condizioni (quando rinverdiscono o sono malate) o per effetto di manipolazioni genetiche (ad es. per semplice incrocio e selezione) la quantità di glicoalcaloidi può aumentare improvvisamente e diventare un rischio reale. Se una patata simile ad amflora si ottiene per via convenzionale, utilizzando tecniche vecchie e molto meno precise, non è possibile che la patata transgenica sia intrinsecamente pericolosa e quella convenzionale senza pericoli. E se nessuno si lamenta della stessa patata quando prodotta per via convenzionale, è ovvio che la gente che si oppone lo fa per motivi diversi dalla difesa dell’ambiente, della salute o dei prodotti tipici. Qualcuno obbietterà che quella convenzionale non contiene geni per resistenze ad antibiotici, ma la cosa non è così semplice, perchè la mutagenesi a cui è stata sottoposta la patata “convenzionale” cambia la sequenza e la funzione di moltissimi geni ed è plausibile immaginare che un gene (ad esempio una acetilasi o una kinasi) possa trasformarsi in un gene capace di conferire resistenza ad antibiotici. […]
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Chi pagherà tutti i “no” agli Ogm?
17/10/2007 – GILBERTO CORBELLINI ROBERTO DEFEZ
L’Italia è un Paese strano. Chi lo governa paga (poco) migliaia di ricercatori per fare ricerca, anche allo scopo di trarne applicazioni di interesse economico. Ma poi ignora completamente i dati scientifici. Anzi decide in direzione opposta. Da circa 10 anni gli scienziati che fanno ricerca di qualità internazionale sostengono che gli Ogm sono sicuri sia dal un punto di vista della salute umana sia dal punto di vista dell’impatto agronomico-ambientale. A sostenere che gli Ogm rappresentano una formidabile opportunità e quindi vanno studiati e che quelli già dimostrati sicuri vanno coltivati si sono schierate l’Ue, la Fao, l’Onu, l’Oms, l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea e tutte le più prestigiose accademie scientifiche internazionali. Inclusa la Pontificia Accademia per le Scienze. Nella scelta oscurantista di vietare lo studio degli Ogm in pieno campo l’Italia è isolata sia a livello mondiale sia europeo. L’aspetto paradossale è che la discriminazione contro gli Ogm viene praticata nel nome dell’interesse economico e della protezione della salute e dell’ambiente. In realtà, la censura danneggia economicamente i consumatori e gli agricoltori, a vantaggio della grande distribuzione e dell’agricoltura assistita, aumentando l’impatto ambientale e i rischi per la salute dei cittadini. Infatti, costringe gli italiani ad acquistare prodotti da agricoltura biologica o lotta integrata, aumentando di quasi il 30% la spesa media alimentare. Una stangata da 600 euro l’anno a nucleo familiare. Inoltre, se si prende in esame il caso del mais, si può constatare che la scelta di non coltivare il mais BT (cioè trasformato con un gene prelevato da un bacillo per renderlo naturalmente resistente ai parassiti) ha comportato danni enormi agli agricoltori italiani. In otto anni le produzioni italiane medie per ettaro di mais non hanno subito alcun incremento, perché non vi è stata innovazione. L’Italia importa quantitativi sempre più consistenti (tra pochi anni fino a tre milioni di tonnellate di mais, pari a 540 milioni di euro) del mais che non riesce più a produrre. Gli agricoltori italiani oggi perdono il 12% della produzione potenziale, che convertita in resa di un campo coltivato con mais si aggira sui 430 euro per ettaro. Insomma, per la smania di protagonismo di qualche politico, l’Italia rinuncia ogni anno a oltre 600 milioni. Triste constatazione, mentre va in scena la commedia della Finanziaria! Il lettore penserà: però ci guadagnano la nostra salute e l’ambiente. No! Perché il mais tradizionale contiene una quantità di tossine vegetali di molto superiore, in alcuni casi fino a 100 volte quelle contenute nel mais Ogm. In particolare fumonisine, che causano tumori all’esofago nell’uomo e possono indurre malformazioni al sistema nervoso centrale del feto di donne in gravidanza. Le nuove norme europee per la presenza delle fumonisine (regolamento 1881/2006) prevedono che nei cibi destinati all’infanzia il contenuto di fumonisine debba essere di 200ppb, ossia 20 volte più basso della soglia consentita per il mais non lavorato. Il mais tradizionale, confrontato nell’unico esperimento italiano condotto in pieno campo, ha un contenuto di fumonisine pari a 6000. Ossia è vietato al commercio. Con la nuova normativa europea oltre il 50% di tutto il mais italiano risulterà fuorilegge. Quello Ogm, con 60ppb di fumonisine, è buono anche per i bambini. A peggiorare le cose, da un punto di vista ambientale, sul mais BT non si devono usare pesticidi, mentre sono indispensabili sul mais tradizionale. Il governo e il Parlamento hanno il dovere di mettere gli agricoltori italiani, che desiderano sperimentare gli Ogm sui terreni di loro proprietà (rispettando la Direttiva europea 556/2003), nelle condizioni di farlo. Nonché di erogare fondi competitivi per la ricerca pubblica in modo da studiare a fondo l’impatto degli Ogm in pieno campo sui suoli italiani, restituendo alla ricerca, anche nel nostro Paese, quel ruolo di alta consulenza che svolge in tutti gli Stati sviluppati.
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Per approfondire: Legalità OGM for dummies di Dario Bressanini

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Libro “Perché gli OGM” di Elio Cadelo

Perché gli Ogm è un libro-documento che affronta il tema a tutto campo: dalla genetica all’economia, dalla giurisprudenza alle problematiche ambientali alla medicina. Questa raccolta di saggi spiega perché gli Ogm sono oramai decisivi per la nostra società dove è cresciuta la richiesta in termini di qualità e di quantità di prodotti alimentari, di nuovi farmaci e di un ambiente vivibile. Il libro non entra nel dibattito “prò o contro” gli Organismi geneticamente modificati, né discute le scelte politiche dei diversi Paesi, ma affronta la realtà della ricerca e dell’applicazione delle piante Ogm in agricoltura, per la tutela dell’ambiente, per la salute e per l’industria. Malgrado nel mondo siano più di 150 milioni gli ettari coltivati con Ogm, negli ultimi anni si è creato nei consumatori italiani un clima di sospetto e di paure intorno alla genetica e le piante modificate. Si sono formati convincimenti irrazionali e anti-scientifici ed hanno prevalso posizioni ideologiche che non aiutano la comprensione del problema. In questo volume, attraverso la voce di scienziati e ricercatori, si fa chiarezza su un tema decisivo per il futuro dell’umanità.
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Libro “OGM TRA LEGGENDE E REALTÀ – Chi ha paura degli organismi geneticamente modificati?” di Dario Bressanini

Quali piante geneticamente modificate si coltivano nel mondo, e perché? Le mangiamo anche noi? Chi guadagna dalla brevettazione di nuove forme di vita vegetali? È vero che gli OGM sono sterili? E che cos’è il gene terminator? Sono tutte domande a cui questo libro dà risposta cercando di fare chiarezza su un tema delicato, dove è difficile districarsi tra realtà e leggende e sfuggire alle secche di un dibattito spesso disinformato. Chi vuole cucinare i funghi deve imparare a riconoscerli, per distinguere le specie prelibate da quelle tossiche. Lo stesso vale per gli organismi geneticamente modificati: soltanto conoscendoli e giudicandoli caso per caso possiamo capire se siano utili o dannosi, e se valga davvero la pena di produrli e di usarli.

Dal sito della Zanichelli: OGM: alcuni miti da sfatare

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Dal libro di testo universitario “TOSSICOLOGIA DEGLI ALIMENTI” a cura di A. Capuano, G. Dugo e P. Restani:

L’assunzione del DNA inserito con gli alimenti provenienti da animali transgenici non rappresenta un vero problema

Giornalmente, ogni volta che assumiamo cibi, siano essi di origine animale o vegetale, assumiamo anche il loro DNA che viene degradato nel tratto intestinale. L’eventuale aumento di purine e pirimidine, proveniente dai transgeni, sarà sicuramente irrilevante rispetto al contenuto totale di queste sostanze. Il costrutto potrà essere un problema solo se risulta infettante, vale a dire se può essere propagato nell’ambiente o trasmesso mediante l’alimentazione a cellule intestinali suscettibili. Questa possibilità sembra essere inverosimile, in quanto l’infettività richiede proteine virali specifiche generalmente collocate sulla superficie del virus stesso e non presenti nell’alimento. I rischi derivanti dall’assunzione di prodotti animali transgenici possono essere evitati con una oculata programmazione dei vettori di espressione.

SICUREZZA DEI PRODOTTI OTTENUTI DA BIOTECNOLOGIE

Le critiche sollevate ai prodotti di origine biotecnologica riguardano aspetti sia di natura nutrizionale sia di natura tossicologica. E’ chiaro che per avere la sicurezza che il prodotto finale sia adatto al consumo umano, è necessario conoscere molto bene non solo la tecnologia impiegata per modificare l’organismo vegetale, ma anche gli effetti derivanti dalla modificazione genetica ottenuta. […] La produzione di animali e piante transgeniche, nei quali sono stati cioè inseriti geni estranei allo scopo di raggiungere gli obiettivi desiderati, ha sollevato alcune perplessità:

  • si paventa la possibile dispersione nell’ambiente dei microrganismi utilizzati nelle biotecnologie;
  • come conseguenza, si teme la possibile diffusione dei nuovi caratteri “transgenici” ad altri organismi, con possibile ricaduta sugli equilibri ambientali;
  • si sostiene che gli alimenti ottenuti da piante o animali transgenici potrebbero costituire un rischio per il consumatore;
  • si ribadisce la temuta trasmissione di geni della resistenza agli antibiotici (ampicillina, neomicina ed altri).
Tutte queste “paure” sono in realtà prive di fondamento. La fuga di microorganismi ingegnerizzati è resa impossibile da diverse strategie:
  1. si usano sistemi di controllo che assicurano la gestione della “manipolazione” (barriere assolute, disinfezioni, sterilizzazioni);
  2. si usano ceppi batterici deboli deboli, incapaci di sopravvivere nel tratto intestinale qualora fossero ingeriti;
  3. si usano “geni suicidi” che rendono i microorganismi strettamente dipendenti dal medium di coltura. Dispersi nell’ambiente non potrebbero sopravvivere;
  4. ci si avvale di mezzi diagnostici in grado di controllare la diffusione dei microorganismi nell’ambiente e quindi di arrestare immediatamente l’eventuale “fuga”.

La trasmissione della resistenza agli antibiotici risulta praticamente impossibile

Il vettore della resistenza agli antibiotici si utilizza solo nelle prime fasi della produzione di un nuovo organismo geneticamente modificato. Questo gene non resta nel prodotto al consumo e studi mirati hanno accertato che, qualora anche succedesse, non è possibile il trasferimento di materiale genetico dal vegetale modificato a microorganismi (ad esempio, i microorganismi della flora intestinale) in modo che questi diventino vettori della nuova “informazione” (ad esempio, la resistenza agli antibiotici).

Le affermazioni ricorrenti che le piante o gli animali transgenici possono costituire, come tali, un rischio per il consumatore vanno smentite

Infatti coloro che sollevano le preoccupazioni in proposito non tengono conto del fatto che la scelta dei geni esogeni e delle caratteristiche funzionali che stanno alla base del loro funzionamento è tale da minimizzare i potenziali rischi per la popolazione umana. Ad esempio, la scelta della tossina insetticida del Bacillus thuringiensis, nasce dal fatto che il composto come tale è inattivo; l’azione insetticida nasce dalla trasformazione metabolica che avviene esclusivamente nell’intestino della specie bersaglio.
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www.salmone.org

Il “salmone” è un animale fragile ed indifeso, ma determinato come pochi. Nel momento più importante della sua vita, quando risale i fiumi, è esposto all’aggressione di predatori famelici ed impietosi che senza rischiare nulla ne fanno strage, mentre lui nuota ostinatamente controcorrente per arrivare alla sua meta. I pochi che giungono alla meta moriranno anche loro, ma lo fanno per dar vita ad una nuova generazione.

L’idea di questo sito nasce dall’esigenza di catalogare ed ordinare l’enorme massa di dati, rapporti, articoli scientifici e documenti che riguardano il dibattito sui “cosidetti” organismi geneticamente modificati: gli OGM.
Gli OGM sono una sigla coniata per il dibattito mediatico su una tecnologia di larghissimo uso da decenni in tutti i laboratori di biologia molecolare. Il fatto stesso che ancora oggi si parli indistintamente di OGM fa capire quanto il dibattito non sia interno alla comunità scientifica, che nella sua stragrande maggioranza ha accettato come valida ed affidabile questa tecnologia ed è passata da anni a discutere della validità ed efficacia dei singoli eventi e delle diverse strategie (di trasformazione, di espressione, di modifica, etc.).

Ma le angosce e talvolta le vere e proprie fobie che genera in vasti settori dell’opinione pubblica richiedono al mondo della ricerca di aprirsi, di trovare il tempo e le parole per “spiegarsi” nel senso più profondo del termine spiegarsi, ossia aprire ed esporre tutte le pieghe dei loro saperi. La ricerca deve uscire dal linguaggio cifrato delle riviste scientifiche ed accogliere le ansietà, le paure ed i timori di tanti per cui quella degli OGM è una accelerazione a cui non si sentono preparati.

Su queste angosce vere e profonde hanno agito in questi anni le più diverse organizzazioni in caccia di molti possibili tornaconti. Si va dalla visibilità politica al sostegno per la propria organizzazione o lobby, da interessi industriali di aziende che non hanno fatto innovazione e ricerca (e che quindi perderebbero larghe fette di mercato) agli interessi di vasti settori produttivi che devono alzare i vari costi del cibo per non essere espulsi dalla partita alimentare in un mercato sempre più globalizzato. In molti casi si cerca di giustificare il costo più elevato di un alimento col suo essere OGM-free, quasi che questo volesse dire più sicuro da un punto di vista della sicurezza alimentare. Con strategie comunicative di questo tipo si è condotta in Italia la battaglia ai Discount e si è trovata una sorgente inesauribile di idee pubblicitarie per vedere i prodotti più astrusi dal cibo per cani alle gonne di mais.

Una partita tanto complessa, giocata da attori tanto forti come multinazionali dei semi e della chimica, grande distribuzione organizzata, associazioni agricole che gestiscono fiumi di aiuti comunitari, il tutto ammantato dal volto innocente di organizzazioni ambientaliste che investono nella campagna mediatica anti-OGM diverse decine di milioni di euro l’anno è quanto di più estraneo agli interessi della comunità scientifica che ha a lungo cercato di sfuggire inorridita e sdegnata da tanta incapacità di guardare i numeri, i dati e le prove scientifiche che andava accumulando per dimostrare le grandi potenzialità della ricerca biotecnologica in agricoltura.

Ma in aggiunta a tutto questo in Italia è successo qualcosa di estremo: mentre nel resto d’Europa l’avversione agli OGM ha significato ritardare solo di qualche anno le coltivazioni commerciali (forse solo in attesa che scadessero alcuni brevetti internazionali), in Italia questa cautela è stata l’ennesima scusa per colpire la Ricerca Scientifica Pubblica, levarle i fondi, vietare la sperimentazione e criminalizzare i ricercatori. Un simile approccio oscurantista non ha eguali il tutto il mondo sviluppato ed è in contrasto con le legislazioni Europee e con la stessa Costituzione italiana. In questo momento ci sono oltre 100.000 ettari coltivati con OGM per fini commerciali in Francia, Germania e Spagna e nemmeno un solo ettaro coltivato con OGM per la ricerca scientifica Pubblica in Italia.

Non è più possible quindi sottrarsi al dibattito e questo sito, povero di mezzi e di idée, cerca di essere un contenitore approssimativo e poco aggiornato di alcuni dati per i tantissimi che intuiscono che quando l’intera comunità scientifica di un Paese si schiera compatta contro il potere politico da cui dipende, per lo stipendio personale e per i finanziamenti alla ricerca, forse qualche ragione dalla sua deve pure averla.

La comunità scientifica nazionale, alcune associazioni culturali ed una rete di imprenditori agricoli che vivono del frutto dei loro terreni, riunite sotto la sigla SAGRI (SAlute, AGRicoltura, RIcerca), devono risalire il fiume del pensiero corrente sugli OGM dove sono appostati ogni tipo di predatori: quasi tutta la classe politica fino ai vertici di Confindustria, le grandi organizzazioni agricole, la grande distribuzione organizzata e la galassia ambientalista che canta a dei media disattenti le sue litanie catastrofiste. Non c’è oggettivamente partita, nè speranza di passare indenni, ma al tempo stesso non è possibile consegnare ai nostri figli un Paese tanto ignorante, tanto antiscientifico che farà ancora una volta ricadere sulle loro spalle il frutto di scelte miopi e provinciali.

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http://www.freshplaza.it/news_detail.asp?id=18520

Sei ragioni a favore degli OGM

[…] Le piante derivate da OGM sono consumate ormai da miliardi di persone e coltivate su una superficie 10 volte più estesa di tutte le coltivazioni dell’Italia senza che ci sia mai stata una sola persona ospedalizzata per il loro consumo. Ma, a 16 anni dall’arrivo del primo OGM in commercio, alcuni temono che si tratti di una tecnologia giovane, di cui è difficile prevedere gli effetti a lungo termine, evocando paure che nei giorni scorsi sono riemerse dopo il “sì” europeo alla patata Amflora (che, comunque, non sarà destinata all’uomo). Se paragoniamo, però, i primi 16 anni di vita degli OGM con i primi 16 anni di vita di altre innovazioni come l’aeronautica, la conquista dello spazio, l’uso di isotopi radioattivi, il treno o le vaccinazioni, si può affermare che, pur mantenendo un elevato livello di sorveglianza, il bilancio è incoraggiante.

Gli OGM, quindi, possono migliorare alcune pratiche agricole necessarie per la nutrizione di una popolazione 6 volte più numerosa di quella di 200 anni fa.

1. Gli OGM del tipo Bt evitano l’uso di pesticidi per combattere alcuni parassiti, utilizzando una tossina derivata dal batterio Bacillus turingensis (da cui la sigla Bt), che funziona solo nelle vie digerenti degli insetti dove trova un pH basico, mentre nei vertebrati è fortemente acido. Il mais Bt è meno aggredito da pericolosi funghi che lo inquinano con fumonisine, tossine che provocano tumori all’esofago e malformazioni come la spina bifida.

2. Gli OGM resistenti ad erbicidi consentono una pratica agricola detta della “semina su sodo” o “no-till”. Non si devono arare i campi per seminare, ma il terreno viene inciso, seminato ed irrorato con erbicida. Oltre a ridurre il dilavamento dei suoli ed il dissesto idrogeologico, questa pratica ha il merito di ridurre la liberazione di anidride carbonica sequestrata nei suoli. Si calcola che nel 2008 sulla frazione di terreni coltivati con piante da OGM, resistenti ad erbicidi che hanno adottato la pratica del “no-till”, siano state risparmiate tante tonnellate di anidride carbonica immesse in atmosfera quante quelle prodotte da 6,3 milioni di auto che percorrono ognuna 15 mila km.

3. La papaya OGM resistente a virus è un esempio virtuoso di una coltivazione salvata tramite modificazione genetica. Le virosi attaccano molte coltivazioni, ma solo in pochi casi, per coltivazioni di particolare rilevanza, sarà possibile utilizzare la via dell’OGM per tutelarle. Nella maggioranza dei casi le coltivazioni andranno perse, perché i costi per le analisi di sicurezza alimentare a cui sono costretti gli OGM sono così elevati da essere incompatibili per tutto quello che non sia una derrata alimentare, in pratica agricoltura industriale e non artigianale.

4. Grano, mais e riso sono stati ingegnerizzati per resistere alla carenza idrica o all’alto contenuto di sale nei suoli causato dalle irrigazioni. Sono piante che “sudano” meno o le cui radici esplorano meglio il suolo o che hanno ormoni capaci di proteggerle meglio. Questi OGM ci permetteranno di affrontare i futuri cambiamenti climatici repentini. Se gli scenari più pessimisti sull’aumento delle temperature mondiali fossero corretti, le piante coltivate non avrebbero il tempo di adattarsi ai nuovi climi in terreni diversi da quelli abituali, provocando un crollo della produzione agricola mondiale.

5. Le elevate produzioni agricole odierne sono rese possibili dall’uso di fertilizzanti di sintesi, soprattutto azotati. Oggi tra il 2 ed 5% di tutti gli idrocarburi usati al mondo viene speso per la sintesi di fertilizzanti azotati, con conseguente emissione di gas serra derivanti dall’azoto ancora più rifrangenti dell’anidride carbonica. L’agricoltura biologica, non potendo usare fertilizzanti di sintesi, si è affidata a letami o all’uso di farine animali.

I letami sono spesso inquinati da batteri che portano resistenze multiple ad antibiotici con elevata capacità di trasferire tali resistenze. Le farine animali, pur autorizzate dai disciplinari europei per la produzione biologica, non hanno ancora subito uno scrutinio che rassicuri il consumatore, ancora turbato dal loro uso improvvido durante la vicenda mucca pazza. L’uso di OGM che aumentino la sintesi e l’assorbimento di azoto (e forse di fosfati) dai suoli è una prospettiva che andrebbe sfruttata anche dall’agricoltura biologica.

6. Piante OGM con aumentato apporto di vitamine, acidi Omega-3 o antiossidanti verranno presto commercializzate, rispondendo così ad esigenze sempre più sentite dai consumatori.

Chi è Roberto Defez, biotecnologo
Ruolo: è primo ricercatore all’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del CNR di Napoli
Fonte: www.lastampa.it

Data di pubblicazione: 11/03/2010

 

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