Nella prima settimana di luglio si è decisa la Spending Review, un documento che ha lo scopo di ridurre i costi per non caricare il cittadino di altre tasse che affosserebbero l’economia. Focus economia con Simone spezia ha analizzato diversi aspetti della manovra, cercando di proporre un’analisi pulita ed esplicativa. Ne emerge una scelta difficile per le diverse sfaccettature che comporta, che sicuramente non sarà ottimale per nessuno ma che porterà a benefici per tutti. Sembra che il bilanciamento e la determinazione stiano tornando in auge in questo governo, speriamo continui…

Analisi sui numeri: abbiamo il minor numero di statali in Europa

La spending review interessa  un numero di 100 000 dipendenti in 3 anni: 20% dei dirigenti e 10% dei dipendenti normali (si parla in particolare di interventi sulle 13esime). Attualmente in Italia abbiamo  un totale di 3’500’000 dipendenti pubblici.

Nell’intervista a Carlo dell’Aringa, economista dell’Università Cattolica di Milano, si parla di non riassumere dipendenti andando a lavorare con i prepensionamenti. Già coi precedenti governi si era scesi di 200’000 unità negli ultimi 4 anni.

Secondo il professore il servizio può essere garantito anche con il 10% di dipendenti in meno rispetto a 4 anni fa. Ma non vanno mandate via persone a caso, vanno tolte le risorse in esubero, in modo tale da mantenere il servizio anche con un numero minore dei dipendenti. Mobilità di personale e rivalutazione dei servizi vanno fortemente considerati. Se venissero tolti esclusivamente i pensionati si tratterebbe di tagli lineari, quindi una PA con esuberi giovanili non verrebbe toccata, mentre una PA funzionale ma con tanti pensionabili potrebbe chiudere il servizio!!!

Un grosso problema riguarda i dirigenti a contratto, che vengono presi di volta in volta, spesso unicamente in concomitanza con il cambio del colore politico eletto. Il problema è che inizialmente doveva essere una incentivazione all’essere riassunto solo a fronte di un buon lavoro compiuto nel proprio mandato. Con i politici questo sistema ha dato risultati pessimi: i politici hanno abusato per inserire dirigenti che sono assistenti alla politica con contratti di diritto privato, che poi si sommano a quello degli altri dirigenti che frattanto non sono stati mandati via, con il risultato di avere attualmente troppi dirigenti nelle PA!!!

L’Italia potrebbe quindi ridurre comodamente il numero di dipendenti pubblici: i margini ci sarebbero, ma deve porre attenzione al fatto che siamo già sotto la media europea. I tagli non bastano per fare cassa. I numeri sono diffusi dal cnel: 14,3% contro il 15 della UE.

Per quanto concerne il problema del lavoro giovanile, senza crescita la coperta è corta.  Negli ultimi anni abbiamo aumentato la vita lavorativa per via dell’aumento dell’aspettativa di vita. Questo, in assenza di crescita economica, ha determinato l’assenza di spazio per l’ingresso di giovani. Solo nelle economie dinamiche può accadere che l’aumento della domanda di lavoro possa essere assorbito tramite l’aumento della domanda di lavoro. Manca l’evoluzione che determina l’effettivo aumento del benessere!!!

Una nota sullo squilibrio tra la percentuale di dipendenti nella PA tra nord e sud, soprattutto rispetto al PIL. Il lavoro di revisione andrebbe fatto a livello locale: nel sud la PA fa da ammortizzatore sociale, trattandosi di una zona occupazionalmente ferma da almeno 7-8 anni!!! 

Una nota sulle pensioni: prima del ’95 vigeva il sistema retributivo, ovvero la pensione era calcolata in base alla busta paga percepita anzichè su quanto effettivamente versato, una vera assurdità!!!

Tutti bravi a dire che bisogna tagliare le spese, tranne quando si tocca il proprio orticello…

Una voce fuori dal coro che chiede efficienza e non tagli lineari: ma da quanto tempo sentiamo questo mantra senza successo?

Dall’intervista a Gustavo Piga, professore dell’Università Tor Vergata di Roma:

Perchè centralizzare anzichè federalizzare? Bisogna stare attenti ai rimbalzi delle proprie decisioni: dal 2002 al 2005 la Consob pensò che facendo grandi gare centralizzate si risparmiasse a livello statale, invece si è rischiato di eliminare le piccole aziende perchè incapaci di grandi numeri nonostante la forte convenienza: ci saremmo eliminati da solo la concorrenza. Bisogna imparare da quell’errore!!!
La madre di tutte le riforme dovrebbe riguardare la PA: il confronto con gli altri stati è tutto lì. Non va buttata ma trasformata da palla al piede a traino: negli altri stati sono loro a tirare l’economia. Gli inglesi hanno fatto la miglior Spending Review in assoluto a livello europeo. Ma la PA va cambiata anche e soprattutto a livello culturale. Il problema è che vogliamo fare tutto di corsa e rischiamo di fare come nel 92: abbassare il debito privatizzando per poi rendersi conto, dopo 5 anni, che bisognava prima liberalizzare!!! Avremmo avuto risultati notevolmente migliori. Anche ora, prima di predisporre dei tagli, andrebbe riorganizzata la cultura. Gli inglesi hanno il concetto di “aumentare i servizi premiando gli sforzi” e non di “diminuire i costi mantenendo o addirittura riducendo i servizi“: è un concetto che guarda alla crescita!!!

Percentuale di occupazione nella PA rispetto alla popolazione (dati Confidustria 2012):

6%    in Italia
7,5% in USA
9%    in GB
10%  in Francia
5,3% in Germania

(N.B. se si calcola la percentuale sul numero di lavoratori totali non cambia molto)

La nostra è la PA più vecchia in assoluto, come età media dei dipendenti, rispetto a tutti i paesi occidentali. Il dubbio è se è giusto ridurre il numero di questi dipendenti o piuttosto farli lavorare meglio (più efficienza) o ragionare sul ricambio generazionale (turnover).

Negli altri stati le PA sono più produttive semplicemente perchè sono meritocratiche: i dipendenti vengono infatti pagati di più quando svolgono bene il loro lavoro, in quanto fanno risparmiare molto di più all’ente: ritenete giusto o sbagliato il fatto che venga dato un premio ad esempio di 1000 euro ad un dipendente che svolge un lavoro extra che fa risparmiare 10’000 euro all’ente per il quale lavora? I meno bravi invece vengono pagati di meno. I nostri sindacati avrebbero il coraggio di lavorare in questa direzione, di fare in modo che venga premiata la meritocrazia all’interno delle amministrazioni pubbliche? Anche i sindacati hanno difatti le loro colpe: nei confronti del settore privato hanno fatto tutte le discussioni del caso, ma hanno lasciato completamente fuori da ogni discussione la parte che riguarda gli enti pubblici!!! Nelle PA i sindacati non hanno mai voluto discutere sui differenziali salariali tra nord e sud. E’ giusto che venga mantenuto lo stesso salario nonostante il costo della vita sia notevolmente diverso tra regioni del nord e regioni del sud? Se un operaio di una ditta privata viene pagato diversamente al nord e al sud, perchè nella PA questo non avviene?

Problema 1: potremmo risparmiare nella PA al sud
Problema 2: dove aspira a lavorare la maggior parte delle persone al sud? Laddove il guadagno è maggiore, ovvero proprio nella PA!!! Ma che strano…

Negli anni ’80 si andò incontro all’uso della PA come ammortizzatore sociale per il sud (vedi le dichiarazioni di Cirino Pomicino di 5 mesi fa), per evitare il caos del sud con le BR. Il debito pubblico è nato in quegli anni, ma ora il contesto è diverso.

In Italia abbiamo ancora un bassissimo livello di istruzione rispetto agli altri paesi. L’obiettivo Europa 20-20 dice che almeno il 40% della popolazione tra i 30 e i 35 anni dovrebbe possedere un titolo di laurea: alcuni stati hanno già raggiunto quest’obiettivo, mentre noi siamo solo al 24esimo posto su 27 in Europa, con il 18% di laureati. Il rapporto tra laurea e sviluppo economico del paese è oramai vitale e ovvio. Aumentare il numero di laureati in breve tempo è impossibile se riduciamo il numero di università attraverso la loro fusione. Le piccole università non servono a formare i grandi ricercatori (che ci sono già), ma a formare quelle figure che poi possono inserirsi nelle aziende senza che queste debbano spendere altri soldi per formarle, colmando un altro importante gap esistente tra la scuola e l’industria. Solo con piccole università strettamente correlate e vicine alle esigenze del territorio è possibile fare ciò.

Ma come si fa a non tagliare, quando nel 2012 il 35% delle famiglie ha ridotto le spese nell’alimentare e il 60% delle persone afferma di cercare i prezzi più economici tra gli alimentari dei supermercati?!?

Per una Spending Review più a contatto con la realtà…

Intervista al senatore Nicola Rossi:

Si potrebbero fare molti miglioramenti con una giusta Spending Review, senza rischiare di incorrere in effetti recessivi sull’economia. Il ministro Giarda ha stimato in 100 miliardi il potenziale recupero di spesa su alcuni servizi, che attualmente vengono acquistati dalle PA ad un prezzo maggiorato rispetto a quello pagato da acquirenti privati!!!

C’è sicuramente un blocco ostruttivo da parte delle PA, ma bisogna continuare. Andando anche oltre: andrebbe ridotta la spesa e addirittura abbassate alcune aliquote fiscali. Il fatto che sia necessario ridurre la spesa improduttiva per renderla produttiva è un mantra che si sente da troppo tempo, è un obiettivo che mai fin’ora è stato realmente perseguito. Ma qualcosa dovremmo pur fare: abbiamo costi pubblici esagerati e tasse esagerate: come potremo mai riprendere a crescere?!?

Consip: un punto di risparmio per la PA

La Consip (centrale unica per gli acquisti) dovrebbe diventare uno dei fulcri per la riduzione della spesa: Domenico Casalino (amministratore delegato) annuncia un risparmio di 5 miliardi nel 2013.

Si potrebbe così ottenere:

1) un risparmio direttamente da strumeti consib
2) un Benchmark (punto di riferimento) per tutte le PA

Una gara alla PA costa 50-500 mila euro, idem per ogni impresa partecipante. Sono tutti costi che verrebbero abbattuti con l’accentramento. Fino ad ora la partecipazione a questi strumenti era volontaria (facoltativa) per le piccole amministrazioni ed obbligatoria per lo Stato. Questo strumento esiste da tempo, va solo reso obbligatorio anche per le piccole amministrazioni. Può essere una centrale di acquisto sia nazionale che locale. Attenzione: come sempre è necessario scegliere prodotti che non siano convenienti solo nell’acquisto, ma anche per il loro intero ciclo di vita!!!

La riduzione delle province

Il presidente dell’UPI (Unione delle Province d’Italia) è favorevole all’accorpamento delle province. La separazione della grande metropoli dal suo hinterland è una buona soluzione.

Parliamo della riduzione degli enti inutili: le loro funzioni potrebbero essere svolte da comuni e province, con forte razionalizzazione della spesa!!!

Dubbi: se venissero tagliati 500 milioni di fondo perequativo per le province e altri 500 milioni per i comuni, le province ed i comuni sarebbero in grado di garantire i loro servizi senza aumentare la tassazione locale? Chi in precedenza ha razionalizzato la spesa del personale risulta svantaggiato: ridurre la pianta organica è facile per chi ha surplus di personale, ma chi ha già ridotto il proprio organico non verrebbe di certo premiato!!!

Intervista al sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo:

Le province non si aggregano in un giorno, ne servirà del tempo: sono pure nella costituzione italiana, che andrebbe quindi modificata. Ma con 1 dipendente pubblico ogni 2,7 privati (cresciuti di 1 milione negli ultimi dieci anni) la riduzione va programmata negli anni, per impedire che il rimpiazzo di un pensionamento porti ad una riassunzione.

______________________________________________________________

http://www.linkiesta.it/spesa-pubblica-noise-from-amerika

Italia, fai come la Germania e risparmi 55 miliardi

Aldo Lanfranconi – 2 August 2012
Il tema della riduzione della spesa pubblica è oggi all’ordine del giorno. Ma di quanto possiamo sperare di ridurre realisticamente la spesa pubblica nell’immediato? Elementi per una risposta si possono ricavare comparando le nostre spese con quelle degli altri grandi paesi europei, in particolare la virtuosa Germania. L’esercizio è lungo e noioso, poiché richiede di riflettere sulle diverse voci di spesa ed è complicato da differenze contabili che non sempre rendono le spese comparabili. Ciononostante, eccolo qua. Lungo, noioso ma indispensabile.

Il confronto con i migliori è da sempre il metodo più valido per capire come ci si possa migliorare. A questa regola non sfuggono gli Stati in rapporto, per esempio, alla spesa pubblica. Copiare il migliore non può però esaurirsi nel cercare di portare la spesa allo stesso livello ma deve anche mirare a una sua riqualificazione, copiando il più possibile la distribuzione per classi di spesa e, cosa più difficile, l’efficienza e l’onestà nello spendere. Il benchmarking può anche essere un utile supporto a una seria spending review. Il confronto che segue avrà come riferimento soprattutto la Germania, prima della classe in Eurozona, e sarà, salvo alcuni dati preliminari, relativo alle spese del 2010, ultimo anno di cui Eurostat mette a disposizione dati dettagliati in classi e sottoclassi COFOG (Classification of the Functions of Government). […]

 

Tags: , , , , , , ,