Questa è una rassegna stampa sul dibattito tra gli animalisti-integralisti, che stanno cercando di annientare il settore della ricerca biomedica in Italia, ed il mondo della ricerca scientifica, che sta al contrario cercando di difendere delle pratiche assolutamente regolamentate senza le quali la medicina non avrebbe potuto sviluppare le cure, le terapie e le pratiche chirurgiche che sono entrate nella routine delle nostre cliniche e dei nostri ospedali. Il termine “vivisezione” viene completamente frainteso dall’opinione pubblica in Italia: la popolazione, totalmente disinformata in materia, ignora il fatto che nei laboratori di ricerca si faccia tutto il possibile per rendere minima la sofferenza degli animali utilizzati, proprio grazie ai progressi della disciplina etica che regolamenta in modo stringente le procedure e gli esperimenti che vengono condotti con l’utilizzo di animali. Come sempre, la gente si schiera dalla parte del buonismo più estremo, per essere in pace con la propria coscienza. Tuttavia, non è da escludere che, nonostante una presa di posizione assoluta per quanto riguarda la sperimentazione scientifica con l’uso di animali, nella pratica quotidiana queste stesse persone possano compiere pratiche di gran lunga più scorrette, come comprare pellicce o cagnolini di razza, portatori di malattie genetiche per il solo volere dell’uomo (potete vedere in proposito questo VIDEO), oppure abbandonare gli animali domestici nel periodo delle vacanze.

Vorrei chiarire il fatto che i ricercatori non sono dei torturatori. Al contrario, spesso sono persone che vogliono bene agli animali e che, per consentire il progresso della medicina e per produrre conoscenze da poter tradurre in nuove modalità terapeutiche, devono violare il proprio codice etico ed imparare a lavorare con gli animali. Vi assicuro che non è facile e che nessuno è così sadico da cercarsi questo lavoro. Accade che, per conseguire un bene maggiore, si sia costretti a svolgere determinate pratiche, che mai e poi mai si vorrebbero fare. Ma la scienza, la medicina e, più concretamente, le persone malate ne hanno bisogno. Di conseguenza, qualcuno deve necessariamente adattarsi a svolgere questo “sporco” ma indispensabile lavoro. Da parte mia, vi posso assicurare che adoro gli animali: non tollero le pellicce ed ho adottato due cagnolini abbandonati (di cui uno si trovava in un canile in Italia e l’altro in una perrera spagnola – vedi associazione “Vita – Una zampa per la Spagna“). Ma capisco bene quanto sia indispensabile la ricerca con gli animali per poter salvare delle vite umane.

Rivolgo infine un appello a tutti i laboratori di ricerca: so benissimo che non è possibile realizzare delle visite presso gli stabulari, ma ritengo che molto si potrebbe fare per far acquisire maggiore confidenza, consapevolezza e fiducia da parte dell’opinione pubblica nei confronti di quel ramo della ricerca scientifica che viene chiamato con il disgraziato nome di “vivisezione”. Solo la conoscenza diffusa può permettere il superamento di stupidi pregiudizi, il cui fondamento è insito esclusivamente nell’ignoranza.

N.B. essendo comunque amante degli animali, sono perfettamente d’accordo con la chiusura di canili come Green Hill, ma con una precisazione: non vanno chiusi tutti i canili che allevano cani per la vivisezione, ma tutti i canili nei quali i cani vengono maltrattati, compreso quello dell’ipocrita ministro Brambilla (LINK articolo de “la Repubblica”)! Ogni animale ed ogni essere vivente ha diritto ad una vita degna di essere vissuta, a maggior ragione ne hanno diritto gli animali che utilizziamo per scopi nobili come quello della ricerca scientifica. Un solo tipo di ricerca sugli animali andrebbe abolito: quello che riguarda i cosmetici. In questo caso non si tratta di esperimenti con possibili applicazioni mediche, ma di esperimenti inutili dal mio punto di vista, volti alla creazione di una tipologia di prodotti assolutamente superflua. L’appello alla coerenza con le proprie opinioni è rivolto quindi in particolare alle donne: prima di accusare gli altri, guardate quello che acquistate voi…

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/non-si-rinunci-alla-ricerca-con-gli-animali-medicina

APPELLO AI SENATORI

Non si rinunci alla ricerca con gli animali in medicina

Il Parlamento ha recentemente licenziato una legge che è lesiva nei confronti della ricerca biomedica e in contrasto con la direttiva europea. Preoccupati per le conseguenze che la sua applicazione potrebbe avere sul futuro della ricerca biomedica nel nostro Paese, facciamo un appello ai Senatori perché si riveda la legge in modo da permettere alla medicina di continuare i suoi progressi a beneficio degli ammalati. Purtroppo si gioca molto sull’emotività e su un compiacente populismo anziché approfondire i problemi con analisi documentate per far conoscere con oggettività le condizioni in cui oggi si sperimenta, nel rispetto della legislazione e con molteplici controlli. L’esultanza per la recente proposta della Camera dei Deputati è fuori luogo: porre ostacoli alla ricerca biomedica significa rallentare o impedire il progresso. Gli scienziati e i ricercatori clinici hanno un punto di vista diverso da quello di alcuni nostri politici, ma non vengono mai interpellati. Gli stessi politici quando hanno qualche problema di salute fanno ricorso ai farmaci, dimenticando che essi sono stati scoperti e sviluppati passando sempre attraverso la sperimentazione animale. L’uso dei metodi cosiddetti “alternativi” fa già parte della pratica quotidiana dei nostri laboratori: a nessuno fa piacere usare gli animali per la ricerca; ma questi metodi riescono solo a essere “complementari” e, nella maggioranza dei casi, purtroppo, non riescono a essere autenticamente alternativi. Enfatizzarne il ruolo, auspicando di potersi addirittura limitare solo ad essi, è illogico e impercorribile alla luce delle attuali conoscenze. Se tutti concordano sul fatto che gli animali sono “un modello imperfetto dell’uomo”, a maggior ragione lo saranno poche cellule coltivate in provetta: l’estrema semplificazione di un organismo vivente. Eliminare la sperimentazione animale, oppure renderla difficile – per non dire impossibile – attraverso eccessivi impedimenti, significa dilazionare e, in alcuni casi, negare la possibilità di sviluppare rimedi per molte malattie che attendono ancora una cura: dai tumori al diabete; dall’ictus all’insufficienza cardiaca; dalle malattie rare alle malattie dei Paesi in via di sviluppo. Grave è la responsabilità di chi – senza adeguate conoscenze – si arroga il diritto di deludere le speranze degli ammalati che attendono con ansia i progressi della medicina. Chiediamo perciò ai Senatori, che sono chiamati ad esaminare la legge, di ascoltare chi opera nel campo della ricerca scientifica e di non accettare soluzioni che sono, oltretutto, incompatibili con la Direttiva europea. Privando il Paese delle conoscenze e delle competenze che si sviluppano intorno alla sperimentazione animale si causa una grave perdita di competitività a livello internazionale e si rinuncia ai potenziali rimedi per molte patologie che non siamo ancora in grado di curare.

26 febbraio, 2012

Perché la sperimentazione animale è ancora necessaria

Davvero per la  ricerca biomedica c’è ancora bisogno di sperimentare sugli animali? Assolutamente sì. Chi è contro usa una serie di argomenti che qui vorrei prendere in esameuno per uno:

  1.  “Ci sono già risultati importanti grazie a metodi che non impiegano animali nel campo della ricerca sul cancro, sclerosi multipla, tossicità di farmaci e ricostruzione di organi e tessuti”. E’ vero, e tutto quello che si può fare senza animali va fatto e si fa. Ma ancora oggi nessun laboratorio di ricerca al mondo può prescindere dall’impiego di animali. Basta consultare PubMed, il sito di tutte le pubblicazioni in medicina, alla voce cancro o sclerosi multipla, per un lavoro fatto con le cellule in coltura o in silico (che vuol dire simulazione al computer di fenomeni biologici) ce ne sono dieci che impiegano topi e ratti.
  2. “L’88 percento degli italiani non approva la ricerca sugli animali”. Scienza e democrazia hanno regole molto diverse. Basti pensare a quanto scetticismo e quanta ostilità suscitano le grandi scoperte mediche, i vaccini per esempio che hanno salvato milioni di vite umane. Senza la ricerca sugli animali non sapremmo nulla dell’infezione da E.coli – quella dell’epidemia della Germania di quest’estate – e non avremmo potuto mettere a punto una cura. C’è poi il caso della chirurgia. Oggi più di un milione di persone al mondo vivono grazie ad un trapianto. Tutto è cominciato a Boston, quando Joseph Murray ha trapiantato a un giovanotto, il rene del gemello. Ma per poterlo fare nell’uomo, prima, Murray ha dovuto operare quasi 600 cani. Quell’intervento aprì la strada a tanti altri trapianti. Joseph Murray nel ‘90 ebbe il Nobel “non c’è niente di più ridicolo che pensare che tutto questo si sarebbe potuto fare con un computer o con le cellule in cultura – ha detto nell’occasione del premio – sarebbe come dire che si può vivere senza respirare o senza sangue”. Vale per la chirurgia dei trapianti e per qualunque altra chirurgia. E vale tanto di più oggi per tutte le procedure nuove (la chirurgia mini-invasiva per esempio che si fa sull’uomo). 
  3.  “La tossicità di certi farmaci per l’uomo non si può prevedere studiando gli animali”. Verissimo. Il comportamento dei farmaci, per certi versi, è diverso nei topi, nei ratti o nei conigli rispetto all’uomo certo. Ma se topi e ratti non aiutano a prevedere quello che può succedere nell’uomo, aiuteranno ancora meno le cellule o le simulazioni al computer. Se un farmaco per  alleviare il  dolore fa sanguinare lo stomaco, forse si può vedere negli animali,  certo non  con cellule e  computers. “Ci sono state in passato manifestazioni di grave e gravissima tossicità che gli studi sugli animali non avevano previsto”. E’ vero ma solo perché non si sono usati abbastanza animali di abbastanza specie diverse e studiati in condizioni rilevanti per l’uomo. Le conseguenze della talidomide in gravidanza si potevano prevedere – e si sarebbero evitate a migliaia di persone gravi malformazioni – solo che si fosse sperimentato su animali in gravidanza. Feti di coniglie gravide che ricevono talidomide hanno le stesse malformazioni che si sono viste nell’uomo.  
  4.  “Esponenti del mondo scientifico e politico lottano per i diritti degli animali”. E lo fanno anche gli scienziati, tanti di loro si sono dati regole ferree per tutelare il benessere degli animali ancora prima che lo si dovesse fare per le leggi italiane e europee. I nostri stabulari sono fra i più moderni e confortevoli che si possa immaginare e mettiamo in atto tutte le misure necessarie perché gli animali non soffrano.  Quanto a limitare l’impiego degli animali è proprio quello che stiamo facendo e lo facciamo da anni. Il numero di topi e ratti che impieghiamo nei laboratori di ricerca in Italia e dappertutto non arriva al 20 percento di quelli che si utilizzavano vent’anni fa. Gli scienziati sarebbero i primi a voler fare a meno degli animali se si potesse, ma dopo che si è fatto tutto il resto e prima di arrivare all’uomo, si deve per forza passare per la sperimentazione animale.

In un lavoro pubblicato su Nature sull’impiego degli scimpanzé Michael Houghton dell’Università di Alberta a Edmonton negli Stati Uniti – uno di quelli che ha scoperto il vaccino dell’epatite C – spiega come lo sviluppo dei vaccini non possa prescindere dall’impiego delle scimmie “ci sarà qualche inconveniente per una decina di scimpanzé, ma questo ha un impatto enorme sulla salute di milioni di persone, sarebbe semplicemente non etico non farlo”. Un lavoro pubblicato su Science proprio in questi giorni conclude così: “abbiamo disperatamente bisogno di capire i meccanismi attraverso cui l’influenza H5N1 si trasmette dall’animale all’uomo, non farlo significa esporre a rischio di morte milioni di persone al mondo nei prossimi anni. Questi studi si possono fare solo in modelli animali salvo che qualcuno di voi non sia disponibile ad offrirsi lui come volontario per questi studi”. Insomma la gente deve sapere, senza tanti giri di parole, che non si possono avere farmaci nuovi e nuove procedure in medicina senza passare per la sperimentazione animale. Lo si fa a malincuore, s’intende, ma non c’è altro modo. Fermare la sperimentazione animale vuol dire fermare la medicina. Davvero qualcuno dei nostri politici ha voglia di prendersi questa responsabilità?

Giuseppe Remuzzi

7 marzo, 2012

A proposito di sperimentazione con gli animali

Il dibattito sulla di sperimentazione e le necessità della ricerca è più che mai acceso in questi giorni e i commenti che capita di raccogliere sui mezzi di informazione offrono l’opportunità per farsi alcune domande e per cercare delle risposte e farsi un’opinione in merito, secondo scienza e coscienza, come un veterinario dovrebbe fare.

Ho sentito dire ad esempio che la sperimentazione animale sia un fatto anacronistico. Ho provato a guardare se questa opinione e’ condivisa dalle istituzioni che riconoscono il valore delle ricerche. Ho trovato che nel corso dell’ultimo secolo, dei 98 premi Nobel assegnati per la Medicina e Fisiologia, 75 erano basati su ricerche che coinvolgevano l’animale. Altri 4 non avevano utilizzato animali ma si basavano su conoscenze acquisiti da altri ricercatori che avevano eseguito studi sugli animali. Tutti premi Nobel assegnati degli ultimi 10 anni hanno in qualche attinenza con l’utilizzo dell’animale, basti pensare a quello assegnato nel 2008 per le ricerche sull’HIV e l’HPV o quello del 2005 sull’Helicobacter o quello del 2010 per le ricerche sulla fecondazione in vitro e il trasferimento di embrioni. L’ultimo assegnato nel 2011 riguardava delle ricerche nel campo dell’immunità innata e alle risposte adattative. E’ vero che questo tipo di riconoscimenti sono riferiti ad una vita intera di ricerca e si potrebbe pensare che oggi gli esperimenti vengano fatti in maniera diversa.

Ho sentito dire che l’uso dell’animale è screditato dal punto di vista scientifico e non viene più usato dai ricercatori. Ho guardato su PUBMED, il più grande database di articoli che riguardano il settore biomedico su cui sono disponibili 21 milioni di citazioni di libri e articoli scientifici e ne viene aggiunto mediamente uno al minuto. Una ricerca con la sola parola chiave “Animal models” restituisce circa 438.000 pubblicazioni, 20648 nell’ultimo anno,  674 nell’ultimo mese. Non è facile dire in quante di queste sono stati usati effettivamente degli animali (è un po’ impegnativo leggerseli tutti) ma si può fare una stima per un’altra via. Ci sono 288 riviste scientifiche in inglese che pubblicano articoli in cui sono utilizzati modelli animali, ognuna di queste ha una policy relativa alle regole di utilizzo dell’animale a cui i ricercatori devono dichiarare di essere conformi. Considerando l’ipotesi che ognuna di queste riviste venga pubblicata una volta al mese e che in ognuna ci sia almeno un articolo nel quale vengano effettuati esperimenti con animali si arriva ad avere come minimo 3500 nuove pubblicazioni all’anno, ma come si può intuire è un’ipotesi largamente sottostimata, il numero è verosimilmente 5-10 volte tanto.

Ho sentito dire che la sperimentazione sugli animali è una pratica scorretta. Ho verificato che cosa bisogna fare per poter testare un farmaco nell’uomo e ho avuto la conferma che sarebbe invece molto scorretto non praticarla, perché ci sono delle norme di legge che lo impongono in tutti i paesi civilizzati, in base al principio etico universalmente riconosciuto che è necessario adottare tutte le cautele possibili prima di esporre un essere umano ad un nuovo farmaco o dispositivo medico.

Ho sentito dire le difficoltà e i ritardi nel trovare nuovi farmaci dipende dalla cattiva scienza legata all’utilizzo degli animali e allo scarso uso di metodi alternativi. So per esperienza che l’industria utilizza da molti anni tutti i sistemi alternativi possibili (in silico, in vitro e in vivo) nella speranza di migliorarare la percentuale di successo nel processo dello sviluppo di nuovi farmaci e ridurre i tempi e i costi ma è facile verificare che il motivo vero dei ritardi della ricerca derivano piuttosto dalla complessità delle malattie che ancora non hanno trovato una cura e dai tempi necessariamente lunghi per dimostrare l’efficacia clinica dei nuovi farmaci (ad esempio nel caso di malattie neurodegenerative) e la loro sicurezza di impiego a lungo termine.

Ho sentito dire che la ricerca ha commesso molti errori, ed è vero perché è fatta da uomini che sbagliano, ma è facile riscontrare che la ricerca ha consentito di aumentare l’aspettativa di vita dell’uomo, la riduzione della mortalità nella maggior parte delle patologie, ha generato la disponibilità di tecniche diagnostiche accurate e non invasive, la possibilità di far funzionare meglio o ricostruire “pezzi” del nostro organismo con protesi di ogni tipo. Nel 2011 l’FDA ha approvato l’immissione in commercio di 35 nuovi farmaci che costituiscono una speranza concreta per gli ammalati di cancro (melanoma, prostata, polmone, mammella, tiroide e linfoma), per chi soffre di epatite C e di Lupus. Nuovi farmaci per la prevenzione dell’infarto e dell’ictus, per la cura di infezioni da batteri Meticillino resistenti, per malattie rare come l’angioedema ereditario o per i disordini della coagulazione. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’utilizzo degli animali.

Si dice che la ricerca con gli animali sia inutile. Ho dato un’occhiata agli ultimi dati su quella che viene considerata una delle più terribili epidemie della storia recente dell’uomo, l’AIDS. Le stime ufficiali dicono che nel 2010 il virus Hiv ha colpito 34 milioni di persone, che ci siano stati 1,8 milioni di decessi per patologie correlabili all’AIDS e che nel 2010 ci siano stati 2,7 milioni di nuove infezioni da questo virus, di cui circa 30 mila riscontrate tra i bambini. Al momento non si guarisce dall’HIV o dall’AIDS e non esistono vaccini. Tuttavia nei paesi occidentali la maggior parte dei pazienti sopravvive per molti anni dopo la diagnosi grazie alla disponibilità sul mercato della terapia antiretrovirale a elevata attività (Highly Active Antiretroviral Therapy o HAART. In mancanza di terapia, il passaggio dall’infezione da HIV all’AIDS si verifica in un arco di tempo che va dai 9 ai dieci anni e il tasso medio di sopravvivenza dopo che si sviluppa l’AIDS è di 9,2 mesi. I dati sull’introduzione dei farmaci anti-retrovirali nei Paesi a basso e medio reddito, rivelano che dal 1995 sono stati evitati 2,5 milioni di decessi, con un’efficacia in aumento a partire dagli ultimi due anni che ha portato, nel 2010, a registrare oltre 700 mila decessi in meno rispetto alle stime precedenti. Solo nel 2005 sono stati stimati circa 3,1 milioni di morti di cui 570.000 bambini. La necessità di verifica dell’efficacia di farmaci e vaccini contro HIV e di studiare gli intimi meccanismi della malattia ha reso indispensabile mettere a punto dei modelli animali, identificando un virus (SIV) che nelle scimmie da patologia simile a quella dell’uomo. Nel macaco si è scoperto che in alcuni casi la vaccinazione era protettiva nei confronti dell’infezione e che era possibile studiare le caratteristiche della risposta immunitaria contro il virus e le strategie adottare per aumentarla. Il grado di trasposizione di questi meccanismi all’ AIDS è ancora allo studio ma per rendere ancora più accurata l’indagine sono stati selezionati dei ceppi altamente patogeni di HIV-2 che consentono di riprodurre nei macachi molte delle caratteristiche della malattia umana tra cui la riduzione dei linfociti CD4. In questo modello si stanno testando diversi nuovi tipi di farmaci anti HIV.

Ho sentito dire che sia possibile passare dai sistemi in vitro all’uomo senza usare gli animali. Leggendo la storia della terapia contro l’AIDS, si ha un esempio di quali rischi possa comportare il saldo diretto dalla cellula all’uomo. L’AZT, uno dei farmaci più usati per la terapia dell’AIDS fu inizialmente scoperto e proposto come antitumorale in base alla teoria secondo cui alcuni tumori potevano avere origine da un’infezione virale. Gli studi preclinici nell’animale evidenziarono che la finestra terapeutica fra tossicita’ e attivita’ ne rendeva problematico l’utilizzo in oncologia e il suo uso rimase confinato ad ambiti di virologia sperimentale. Negli anni ’80 la diffusione della malattia, e la mancanza di terapie (in quegli anni l’AIDS negli USA era la principale causa di morte negli uomini fra i 25 e 40 anni) indusse l’FDA ad autorizzare la sperimentazione clinica passando molto rapidamente dai test di efficacia su cellule infettate dal virus della leucemia murina all’uomo. A distanza di anni, si sono registrati numerosi casi di effetti collaterali, specie per l’uso prolungato, che ne suggeriscono l’impiego in associazione con altri farmaci e il monitoraggio attento della tossicità. I farmaci introdotti successivamente, in base alle prove effettuate sull’animale sono risultati meglio tollerati e hanno consentito di migliorare il sucesso della terapia.

Ho sentito dire che la sperimentazione animale è superata dai metodi alternativi e incompatibile con essi. Ho letto la normativa che regola la sperimentazione animale nell’Unione europea – la Direttiva 63/2010 – e ho avuto la conferma che la sperimentazione animale e quella senza gli animali sono indissolubilmente legate, non puo’ esistere l’una senza l’altra, almeno allo stato attuale delle conoscenze scientifiche.

Allora mi chiedo che senso ha introdurre una proposta emendativa alla Direttiva (attualmente all’esame del Senato) che vorrebbe imporre al Governo italiano delle ulteriori restizioni rispetto alla norma comunitaria che non hanno alcun rilievo sul piano del benessere animale ma anzi ne arrecherebbero un danno. Mi chiedo che senso ha mettere la ricerca italiana in condizioni di svantaggio rispetto agli altri paesi europei, alimentando quella crisi che da tempo l’ha resa sempre meno produttiva e ha incentivato le cosiddette “fughe di cervelli” verso paesi in cui la ricerca è incoraggiata e sostenuta in ogni suo aspetto.

A queste domande non ho trovato una risposta ma leggendo per caso la voce “Illuminismo” su wikipedia ho trovato questa citazione: “Finché le cose sono soltanto nella nostra mente, esse sono nostre opinioni: esse cioè sono nozioni che possono essere vere o false, a cui si può consentire o che si può contraddire. Esse acquistano consistenza soltanto collegandosi agli oggetti esterni. Questo legame avviene in virtù di una catena ininterrotta di esperienze, oppure in virtù di una catena ininterrotta di ragionamenti connessi da un lato con l’osservazione e dall’altro con l’esperimento, oppure in virtù con una catena di esperimenti sparsi di luogo in luogo, in mezzo a determinati ragionamenti, come pesi disposti lungo un filo sospeso tra due estremità. Senza questi pesi il filo diverrebbe preda di qualsiasi agitazione che movesse l’aria. Gli illuministi si battevano contro l’oscurantismo e il fanatismo religioso, oggi dopo la caduta delle ideologie, forse siamo a corto di fondamentalismi e bisogna fabbricarne degli altri”.

Massenzio Fornasier

27 marzo, 2012

 

Garattini: servono ancora gli animali

In seguito all’approvazione degli emendamenti approvati alla Camera dei Deputati sull’utilizzo degli animali nella sperimentazione scientifica, Silvio Garattini – Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ –  ha tenuto, presso la 14° Commissione del Senato, dove sono in discussione, un’audizione informale circa il recepimento della legge comunitaria del 2011 che detta le linee guida in materia di sperimentazione animale. Già lo scorso 13 marzo, il Professore aveva convicato una conferenza stampa per lanciare un campanello d’allarme proprio in merito alle annunciate iniziative governative. Sono tre i punti messi in evidenza da Garattini, per sottolineare l’inadeguatezza di questi emendamenti. In primo luogo è stato ricordato l’orientamento generale  della comunità scientifica internazionale a riguardo, che considera il ricorso agli animali nelle fasi di sperimentazione come una necessità. Prima di arrivare ad una fase di sperimentazione clinica per testare gli effetti di beneficio, o tossicità, non solo dei farmaci ma anche di dispositivi medici (quali, ad esempio i peacemaker, i defibrillatori o gli organi artificiali), il test sugli animali è ancora un passaggio indispensabile – dopo un primo studio sulle cellule. Pur essendo solo dei modelli, infatti, gli animali risultano essere ancora più affidabili e non sostituibili. “Rappresentano delle approssimazioni necessarie che non possono essere garantite dalla sperimentazione in vitro” – ha dichiarato Garattini. Sul benessere garantito agli animali, inoltre, l’Italia è uno dei Paesi più avanzati, considerando che per legge devono essere adottate tutte le precauzioni necessarie affinché venga evitata qualsiasi sofferenza agli animali che entrano in sperimentazione. Impedire – come indicato dagli ultimi emendamenti – l’allevamento di animali da sperimentazione in Italia significa inevitabilmente spostare il problema altrove e non essere garantiti da controlli frequenti e rigorosi. Il terzo e ultimo punto messo in evidenza da Garattini riguarda l’armonizzazione delle normative a livello europeo: la norma nazionale, infatti, risulta essere in contrasto con la Direttiva europea in materia di sperimentazione animale ed è comunque valido il principio generale per cui l’atto di recepimento non può introdurre norme più restrittive, a meno che non siano preesistenti all’approvazione della Direttiva.

12 aprile,2012

http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/455388/

I test sugli animali? Perché sono indispensabili

GIACOMO RIZZOLATTI – UNIVERSITÀ DI PARMA
23/05/2012

In questi giorni è uscito un libro di Andrea Moro, un brillante linguista, dal titolo «Parlo quindi sono». Mi è venuto in mente leggendo le dichiarazioni che vari «intellettuali» hanno rilasciato sulla sperimentazione animale. Parlano, quindi sono. Il contenuto? Il nulla: «betises». È difficile accettare che le stesse betises le dica la seconda carica dello Stato. Il senatore Schifani ha promesso che farà di tutto per ostacolare la sperimentazione animale. Il Presidente del Senato sa di cosa parla? 

Torniamo alla sperimentazione animale. Gli argomenti dei suoi nemici (e del presidente del Senato) sono due. Uno: non serve; due: è una pratica che porta sofferenze. La logica del «non serve» è sempre la stessa. Un farmaco X, sperimentato sugli animali, non ha avuto effetto o ha avuto effetti nocivi. Quindi: basta, sperimentiamo sugli esseri umani. È ovvia la fallacia dell’argomento. Da un caso singolo non si può dedurre nulla. Invece di aneddoti più o meno veritieri, vediamo i fatti: cosa ha prodotto effettivamente la sperimentazione sugli animali. Copio un elenco (parziale) da un documento dell’«American Medical Association». Mi limito alle scoperte degli ultimi decenni: scoperta del fattore RH del sangue; trattamento della lebbra e dell’artrite reumatoide, profilassi della poliomielite e della difterite, chirurgia a cuore aperto e pace-maker, chemioterapia anti-tumorale, uso terapeutico del cortisone, trattamento dell’insufficienza coronarica, trapianto di cuore e della cornea, scoperta di farmaci antidolorifici, utilizzo della ciclosporina e altri farmaci anti-rigetto, trapianto di cuore artificiale, anticorpi monoclonali. Impressionante, ma è solo la punta dell’iceberg. Non ho elencato l’aspetto più importante della ricerca biomedica: le scoperte di base che permettono di conoscere i meccanismi che regolano la nostra vita e che rappresentano l’humus da cui derivano, poi, le scoperte che hanno rilevanza clinica. Da questo humus è nata la scoperta delle staminali.

Immaginiamo che il senatore Schifani si ammali di Parkinson. Mettiamo caso che i farmaci antiparkisoniani non gli giovino. Andrà allora in un centro stereotassico e qui – sorpresa – verrà trattato come si trattano le scimmie negli esperimenti di neuroscienze. Subirà un piccolo intervento in anestesia e poi senza anestesia gli verrà mosso un elettrodo nel cervello. Non sentirà dolore. Poi, quando il chirurgo troverà un certo centro nervoso, verrà stimolato e guarirà. Tornerà al lavoro e (speriamo) non dirà più sciocchezze sulla sperimentazione animale. Questo è solo un esempio di come si può sperimentare senza anestesia e senza fare soffrire l’animale. Se ne possono fare molti altri con controparte umana.

È ovvio che, quando l’esperimento è condotto in anestesia, l’animale non sente dolore. La legislazione prevede però anche in questo caso una serie di norme molto rigide. Ogni esperimento deve avere una serie di approvazioni ministeriali e locali ed è controllato dai veterinari. Per i fondi europei vi è uno speciale comitato etico. Penso nessuna attività sia così controllata come la sperimentazione animale. Tutto ciò dovrebbe rassicurare gli amanti degli animali. C’è però un dettaglio. I controlli costano. La nuova legislazione europea cerca di equiparare i costi della ricerca nell’Ue in modo da rendere equa la concorrenza. Questo sfugge ad alcuni senatori che, per fanatismo, cercano di rendere la ricerca italiana più cara e meno competitiva. Geniali. Distruggiamo anche la ricerca biomedica. […]

http://www.molecularlab.it/omgscience/?p=3045

Sperimentazione animale: come imporre le proprie idee agli altri in cinque lezioni

«La sperimentazione sugli animali seppur per fini scientifici è un gesto intollerabile. Sono convinto possano esserci metodi alternativi per evitare questo scempio».
Chi ha detto questa frase?
1) Un animalista convinto,
2) Un ricercatore stufo del suo lavoro,
3) Un ex ministro dai capelli rossi.

Chiunque abbia risposto 1), 2) o 3) ha sbagliato: perchè questa frase, stampata a pagina 33 del Corriere della Sera del 10 maggio 2012, l’avrebbe pronunciata Renato Maria Giuseppe Schifani, presidente del Senato. Schifani, risulta dalla biografia su Wikipedia, è laureato “a pieni voti” in giurisprudenza. Non trovo da nessuna parte, invece, riferimenti ai suoi eventuali studi scientifici. E quindi non capisco come possa “essere convinto” che esistano metodi alternativi: se non conosci un argomento, come puoi avere una convinzione così determinante, esserne “convinto“?

Facciamo un esempio assurdo, come quelli che piacciono a me. Cosa accadrebbe se andassi dal mio panettiere di fiducia e, assaggiando una focaccina, gli dicessi “Le focaccine realizzate con farine che hanno forza inferiore ai 180 W sono una cosa intollerabileSono convinto possano esserci metodi alternativi per evitare questo scempio”?. Cosa farebbe il panettiere, secondo voi? Io credo che mi sputerebbe in un occhio, e avrebbe ragione. Perché lo sanno tutti (?) che le farine sotto i 180 W sono usate per impasti friabili, e sono adatte ad esempio per i biscotti, ma non certo per impasti di pizza, focaccine o brioches. Quindi il panettiere, che fa focaccine buone e che sa di sicuro il fatto suo, non accoglierebbe di buon grado il mio commento: io non sono un panettiere, tuttalpiù mi diletto ogni tanto a impastare la pizza. E’ lui quello che si sveglia alle 3 del mattino per sfornare bocconcini caldi e panini all’olio, io no di certo. Tanto per essere chiari fino in fondo: sono davvero convinto che usare la farina sbagliata sia uno scempio, ma questo è un altro discorso; e al panettiere, mal che vada, posso far presente la mia personale opinione, ma non posso certo imporgli il mio modo di fare le cose. L’esperto è lui.

Tornando all’esempio della sperimentazione animale: se io fossi presidente del Senato e sottolineassi la mia convinzione su “metodi [di sperimentazione] alternativi” anche se non sono esperto di quell’argomento; e lo facessi in un periodo in cui vengono rapiti cani ai loro legittimi proprietari, esponendo la ‘refurtiva’ come se nulla fosse; e lo facessi proprio nel periodo in cui è in discussione la normativa che vuole regolamentare in modo ancora più stringente l’uso degli animali in laboratorio (che, se approvata, creerebbe il Far West nel traffico illecito di animali, e metterebbe di sicuro in pericolo la ricerca di nuove cure per gli umani. Ben fatto, signori animalisti! Due sciagure con una fava!); insomma, se fossi presidente e facessi tutto questo, sarei quantomeno inopportuno. Non vi pare?

Ecco, tutta questa faccenda mi ricorda quegli anziani che, non avendo di meglio da fare, stanno davanti a un cantiere e commentano il lavoro dei muratori. “Ue’, non si fa mica così, oh!” grida ogni tanto qualche arzillo vecchietto; e il muratore gli sorride bonariamente (anche se non sempre), perché sa che quel vecchino non ha tante distrazioni nella vita, e che a tutti gli arzilli piace dare la propria opinione agli altri.

Se avete un’opinione personale sulla sperimentazione animale, a favore o contraria, ben venga: tutti hanno l’insopprimibile diritto di dire quello che pensano (articolo 21 della Costituzione, quando ci si ricorda che esiste). Ma se siete panettieri o avvocati o muratori o spazzini, e siete “convinti” (è questa la parola critica, fondamentale) che nel caso della sperimentazione animale ci siano “metodi alternativi per evitare questo scempio“, non avendo nemmeno idea di come funzioni il metodo tradizionale; se siete “convinti“, dicevo, io vorrei tanto dirvi “Grazie lo stesso, ma preferiamo sentire l’opinione di qualcuno più esperto. La scienza non è democrazia, e la vostra opinione non vale quanto quella di qualsiasi altra persona. Come in ogni campo del sapere, le idee degli esperti valgono di più: altrimenti, sarebbe il caos“. Poi torneremo da voi quando vorremo buone focaccine, o difenderci in un processo, o costruirci una casa, o gestire il decoro di una città. E, promesso, io non vi dirò mai come fare il vostro lavoro; tuttalpiù vi darò la mia opinione. Ma voi non ditelo a me, a noi, come si fa il lavoro della ricerca: specie quando questo è perfettamente legale e regolamentato. E soprattutto, specie quando salva vite umane.

L’articolo originale del Corriere della Sera è consultabile sulla rassegna stampa della Camera.

http://oggiscienza.wordpress.com/2012/03/15/sperimentazione-animale-le-ragioni-della-ricerca-e-quelle-degli-antivivisezionisti/

Sperimentazione animale, le ragioni della ricerca (e quelle degli antivivisezionisti)

Pubblicato da Daniela Cipolloni su 15 marzo 2012

POLITICA – La battaglia che vede schierati animalisti contro scienziati è alla resa dei conti. A dirimere le polemiche che puntualmente divampano sulla sperimentazione animale – l’ultimo caso è esploso per imacachi importati dalla ditta Harlan di Correzzana– ci penserà il Parlamento Italiano che potrebbe approvare alcuni emendamenti, ancora più restrittivi, alla Direttiva europea sulla sperimentazione animalevarata nel 2010 e attualmente in fase di recepimento nei 27 paesi membri. Le modifiche della discordia (tra cui il divieto di allevare in Italia cani, gatti e scimmie destinati alla ricerca, di condurre esperimenti senza anestesia e utilizzare gli animali a scopi formativi) sono già state approvate alla Camera e a breve (entro il 10 novembre) saranno discusse al Senato. Se passassero, sarebbe una vittoria per gli animalisti. E una mannaia per la ricerca biomedica.

La posta in gioco è alta. Così, mentre la Lav, Lega anti vivisezione, nei week-end del 17-18 marzo e 24-25 marzo porta in centinaia di piazze (con tanto di raccolta firme) il suo messaggio per una ricerca priva di dolore che non comporti il sacrificio degli animali, i “big” della ricerca italiana si sono riuniti, a Milano, per fare chiarezza sulle proprie ragioni e lanciare un appello alla classe politica perché non prenda posizioni ideologiche e “punitive” che rischierebbero di fermare il progresso medico.

“I ricercatori non sono dei torturatori, non ci divertiamo a usare gli animali”, ha spiegato Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche Farmacologiche Mario Negri. “Gli animali vengono impiegati solo quando non se ne può fare a meno e comunque dietro il parere di un Comitato etico e l’autorizzazione del Ministero della Salute. Ma la sperimentazione animale è ancora assolutamente indispensabile se vogliamo che i malati abbiano accesso a nuove terapie”. Molti dei più grandi avanzamenti della medicina degli ultimi cent’anni si devono al tributo di milioni di cavie. Basti pensare ai trapianti, allo sviluppo delle neuroscienze. O ai farmaci antiretrovirali grazie ai quali è possibile controllare l’Aids, che senza la sperimentazione sui primati sarebbe ancora una malattia fatale.

È questione di sicurezza, poi. Sarebbe troppo rischioso sperimentare tecniche chirurgiche o farmaci direttamente sui pazienti, senza averli prima provati su altre specie. Tant’è vero, come ha specificato Pier Giuseppe Pelicci, direttore del Dipartimento di oncologia sperimentale all’Istituto europeo di oncologia, che “il 40 per cento dei farmaci non supera la seconda fase di sperimentazione, dopo quella sulle colture cellulari, e viene bloccato prima di entrare nella terza fase, quella clinica”.

Gli antivivisezionisti replicano che molti farmaci, pur essendosi dimostrati innocui sugli animali, hanno provocato effetti devastanti una volta entrati in commercio. Celebri i casi del Talidomide, che negli anni Sessanta causò la nascita di 10 mila bambini focomelici, o in tempi più recenti il Vioxx, antinfiammatorio che uccise migliaia di persone per infarto prima di esser ritirato dal mercato. Gli scienziati ribattono che, a differenza del passato, oggi si effettuano sugli animali studi di tossicità nella riproduzione, proprio perché casi come il Talidomide non si ripetano mai più. E sottolineano che senza la sperimentazione animale i farmaci che riservano brutte sorprese sarebbero molti di più.

Secondo gli animalisti è comunque inaccettabile il martirio di circa 900 mila animali all’anno in Italia e 12 milioni in Europa, quando si potrebbero usare metodi alternativi (colture in vitro, simulazioni al computer, tecniche di imaging, chip al Dna) che – dicono – non vengono incentivati abbastanza perché ricorrere agli animali è più conveniente. “Si definiscono ‘alternativi’ metodi di ricerca che sono soltanto complementari ai test sugli animali”, dice Garattini. “Le colture cellulari si usano in tutti i laboratori, ma non ci permettono in alcun modo di capire quali sono gli effetti di una terapia su un organismo vivente, in tutta la sua complessità. Se gli animali non sono sufficientemente vicini all’uomo per esser predittivi, figuriamoci alcune cellule”. Sulle tecnologie, “sono utilissime, come dimostra il fatto che il numero di animali impiegati nella ricerca è nettamente inferiore rispetto al passato”. Quanto ai costi? “La principale voce di spesa per i centri di ricerca, dopo i salari, è il mantenimento degli animali. Se ci fosse la maniera di farne a meno, lo faremmo”. E comunque, la parola vivisezione è fuorviante. “Ha il solo scopo di suscitare terrore, nessuno seziona esseri viventi”.

Così, punto per punto, i ricercatori hanno esposto le ragioni della ricerca biomedica. Ricerca che ora potrebbe subire un duro colpo se appunto il Parlamento dovesse decidere di porre ulteriori restrizioni. L’Italia, dal 1992, adotta regole più severe di quelle approvate a livello europeo per armonizzare la situazione nei paesi membri e aggiornare la normativa ormai obsoleta risalente al 1986. Nel nostro paese è già vietato l’uso di animali randagi nei laboratori; non si possono impiegare animali nella didattica; cani, gatti e scimmie possono essere utilizzati solo previa autorizzazione del Ministero della Salute; sono vietati esperimenti senza anestesia ed è obbligatorio limitare le pratiche dolorose. Ogni eccezione è concessa “in deroga di legge” solo laddove si produca un dossier che ne comprovi l’effettiva necessità. Secondo gli ultimi dati relativi al triennio 2007-2009 emanati dal Ministero della Salute , su circa 900 mila animali usati ogni anno per fini sperimentali, quasi l’80 per cento è rappresentato da topi, ratti e altri roditori. Nel 2009, sono poi stati utilizzati oltre 30 mila uccelli, più di 8 mila conigli, circa 2.500 suini, 607 cani, 502 primati e nessun gatto.

Dalla parte degli scienziati si è schierato anche Massenzio Fornasier, presidente della Società Veterinari Animali da Laboratorio, secondo cui ulteriori restrizioni, come il divieto di allevamenti sul territorio nazionale, potrebbero ritorcersi contro gli stessi animali. “I centri italiani dovranno rifornirsi all’estero. E il trasporto è la minaccia più grave per il loro benessere. Senza contare che non sapremo mai se questi allevamenti rispettano le regole. Quanto all’anestesia, prevedere l’anestesia sistematica significa somministrarla anche nei casi non appropriati, come un prelievo di sangue”.

Ora, ai politici l’ardua sentenza.

http://www.greenme.it/informarsi/animali/7422-campagna-choc-vivisezione

Campagna choc dei vivisettori: chi preferisci vedere vivo, un topo o una bambina?

16 Aprile 2012

Roberta Ragni

Chi preferisci vedere vivo, un topo o una bambina? È quanto chiede una pubblicità choc, nata per promuovere la ricerca medica e scientifica effettuata con modelli animali. Realizzati da un’organizzazione globale di ricerca biomedica, la Foundation for Biomedical Research (FBR), nell’ambito della campagna ResearchSaves  , i 300 cartelloni pubblicitari, che sono stati affissi nelle città di Portland, Seattle, Los Angeles, Chicago e Baltimora, lanciano un messaggio semplice (quanto forviante): la ricerca sugli animali salva vite umane.

Per questo recitano in inglese, utilizzando un gioco di parole con “rat“, topo, ” “Who would you rat/her see live?“, ovvero “Chi preferisci vedere vivo, il topo o lei?“: per spiegare a tutti, facendo leva sui sentimenti di amore verso i nostri figli e sulla scarsissima considerazione di cui godo no generalmente i topi, che la ricerca sugli animali è “vitale per il futuro sia della salute umana e animale, spiega una nota dell’ente di ricerca. “I nostri nuovi cartelloni chiedono alle persone di prendere in considerazione un importante dilemma etico che dobbiamo affrontare come società, ovvero se preferiamo dire basta alla ricerca sugli animali o avere le nuove cure mediche, trattamenti e terapie per i quali tante persone attendono disperatamente; -spiega Frankie Trull, presidente di FBR- senza la ricerca con modelli animali, in particolare roditori, non avremo le cure per molte malattie attualmente incurabili, che affliggono ancora oggi i bambini, tra cui la leucemia, il diabete, la paralisi, l’autismo, la cardiopatia congenita, la fibrosi cistica, la distrofia muscolare di Duchenne e la malaria.” […]

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Aggiornamento dell’11 marzo 2013:

Una bella notizia: da oggi, 11 marzo 2013, in tutta l’Ue sarà vietata la vendita di cosmetici testati sugli animali!!!

L.D.

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/03/09/news/stop_ai_test_sugli_animali_per_i_cosmetici_da_luned_scatta_il_divieto_in_tutta_europa-54183266/

Stop ai test sugli animali per i cosmetici. Da lunedì scatta il divieto in tutta Europa

Dall’11 marzo in tutti i Paesi dell’Unione europea si potranno produrre e vendere solo prodotti “cruelty-free”. Si tratta della tappa conclusiva di un iter legislativo che va avanti da alcuni anni.

MONICA RUBINO – 9 marzo 2013

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Aggiornamento del 23 aprile 2013:

Una brutta notizia: in Italia l’ignoranza continua, purtroppo, a persistere e fare dei danni…

http://oggiscienza.wordpress.com/2013/04/23/uomini-e-topi-contro-un-gesto-scellerato/

Uomini e topi: contro un gesto scellerato

Valentina Murelli – 23 aprile 2013

CRONACA – Sconcerto. Rabbia. Un turbamento profondo. Sono le emozioni dominanti tra i docenti e i ricercatori del Dipartimento di biotecnologie mediche e medicina traslazionale dell’Università di Milano e della sede milanese dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, ospitata nella stessa struttura, dopo l’attacco allo stabulario subìto sabato scorso.

Brevemente, ricordiamo i fatti: alle 12 del 20 aprile, cinque attivisti del gruppo Fermare Green Hill (il riferimento è all’allevamento di cani di razza beagle da destinare alla sperimentazione) riescono a entrare – non si sa ancora come – nel Dipartimento dell’ateneo milanese, barricandosi dentro le stanze dello stabulario. Due di loro si incatenano per il collo alle porte, in modo che sia di fatto impossibile aprirle. Tutti si dichiarano pronti a resistere a oltranza fino al raggiungimento dell’obiettivo: uscire da lì insieme agli animali da laboratorio. “Migliaia”, scrivono sul loro sito, circa 800 in tutto fanno sapere dell’Università, soprattutto ratti e topi, più qualche coniglio. Un vero e proprio attacco dimostrativo per sensibilizzare le istituzioni sul tema della sperimentazione animale. Da fermare a ogni costo.

Intanto fuori si raccolgono altri attivisti e simpatizzanti del movimento e sul posto arrivano anche le forze dell’ordine e alcuni docenti del Dipartimento, alla ricerca di una via per risolvere pacificamente la questione. “Ci siamo trovati di fronte a un netto ricatto” dichiara Francesco Scaglione, professore associato di farmacologia, uno dei partecipanti alle trattative. “Per come si sono messe le cose, era chiaro che se le forze dell’ordine fossero intervenute, qualcuno si sarebbe fatto male. E non certo qualcuno di noi. Per questo, l’Università alla fine ha deciso di non chiedere  irruzioni e di concedere agli attivisti di uscire con alcuni animali”. Il “bottino” è di un centinaio di roditori e un coniglio. Non solo: durante la loro permanenza negli stabulari, gli attivisti hanno giocato a “mischiare le carte”: hanno tolto i cartellini identificativi dalle gabbie e spostato gli animali di stanza, di fatto rendendoli inservibili per la ricerca. L’idea è riuscire a portare via, in un secondo momento, anche tutte le altre “cavie”. Al momento, l’Università sta valutando che cosa fare degli animali resi inservibili. “Ma le trattative con questo gruppo sono chiuse” dichiara Scaglione. “Se decideremo che vadano destinati altrove, ci metteremo in contatto con qualche altra associazione, non certo con chi ha compiuto questo attacco”.

La notizia, naturalmente, ha fatto il giro del mondo, complice anche un articolo pubblicato sulla rivista Nature. E a noi rimane lo sgomento, come di fronte ai cocci di un vaso prezioso rotto per dispetto. Perché davvero, qualunque sia la posizione di ciascuno sul difficile tema della sperimentazione animale, per mille motivi di un gesto del genere si faticano proprio a capire le ragioni. I membri di Fermare Green Hill, per esempio, continuano a ostinarsi a parlare di “vivisezione”. Parola terribile, che evoca immagini macabre di cavie torturate e squarciate. Ma – è stato detto e ripetuto fino alla nausea – nei laboratori italiani non succede niente di tutto ciò. Ci sono normative europee e nazionali molto rigide sul benessere degli animali da laboratorio e la sofferenza non è contemplata. “Per motivi etici, certo, ma anche per la qualità del nostro stesso lavoro” precisa Scaglione. “I risultati di un test condotto su un animale sofferente potrebbero non essere attendibili, ecco perché cerchiamo di evitarlo a ogni costo”.

Del resto, lo stesso video postato dagli occupanti del Dipartimento non mostra alcuna scena terrificante: nessun animale ferito, contuso, sanguinante o altro, ma una fila di gabbiette pulite e ordinate. Ed ecco in proposito un secondo punto su cui fermarsi a riflettere. Gli animali prelevati sono  abituati a condizioni di vita molto particolari: un cibo “su misura”, un ciclo veglia-notte regolare, temperatura e umidità costanti, un’atmosfera filtrata e purissima. In laboratorio, ratti e topi possono vivere molto a lungo, anche 4 anni contro i 2 dei loro cugini selvatici. Rilasciati nell’ambiente morirebbero subito, ma non è detto che anche accuditi in casa da una persona inesperta, per quanto amorevole, e in condizioni non ottimali, il loro destino sia migliore. Insomma, c’è la possibilità concreta che chi li ha liberati ne abbia in realtà firmato la condanna a morte.

Poi, naturalmente, ci sono le ripercussioni sulla ricerca. Stiamo infatti parlando di animali molto particolari, modelli per alcune gravi malattie neurodegenerative (dall’autismo  al morbo di Parkinson, dalla malattia di Alzheimer alla sclerosi laterale amiotrofica) per le quali al momento non esistono cure risolutive e spesso neppure terapie. Modelli transgenici “costruiti” con anni di lavoro, di incroci, di sperimentazioni. Bice Chini, dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, per esempio, ci ha messo un anno per ottenere i topi per i suoi esperimenti. Si occupa delle basi neurologiche di sintomatologie dello spettro autistico e in particolare studia che cosa succede ai comportamenti sociali quando c’è un deficit dell’ormone ossitocina, noto appunto per il suo coinvolgimento nella socialità. Un anno di lavoro per ottenere topi privi di ossitocina, sui quali valutare che cosa accade quando si somministra l’ormone, come terapia. E adesso le sue gabbie sono vuote.

Eppure non è l’anno di lavoro in fumo, la prospettiva di dover ricominciare tutto da capo, a turbare di più la ricercatrice. È l’attacco a quel bene comune che è la ricerca. “Qui si lavora su patologie complesse e invalidanti. Per molti pazienti la ricerca è l’unica possibilità di poter arrivare un giorno, a una terapia. Ecco, noi ora sentiamo il grave danno fatto alla comunità. Per di più in un grande momento di crisi, quando i fondi a disposizione per la ricerca sono pochi”. Senza contare che quei fondi in genere arrivano o da istituzioni (il Ministero della Salute, quello dell’Università, la Comunità europea e così via) e cioè dalle nostre tasse, oppure da charities e onlus come Telethon o Airc. E dunque dalle donazioni volontarie dei cittadini. Che a seguito di un gesto del genere finiscono in niente. E rieccolo, lo sgomento. Vogliamo discutere sugli aspetti etici della sperimentazione animale? Benissimo, facciamolo. Vogliamo capire se si può fare di più per incrementare la ricerca sui metodi alternativi? Ottimo, porte aperte. Ma (oltre alle considerazioni sui metodi propri della scienza) distruggere il lavoro e l’impegno dei cittadini è tutta un’altra faccenda.

Dichiarazione dei ricercatori e degli associati dell’Istituto di neuroscienze del CNR, sezione di Milano.

Comunicato congiunto Università di Milano – CNR.

 

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