TESTO DEL DDL DEFINITIVO SULLA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO (pdf)

E’ un dato di fatto che il dibattito relativo alla riforma del mercato del lavoro sia stato basato in gran parte sulla questione dei licenziamenti. Questo è il motivo per il quale questo progetto di riforma è partito con il piede sbagliato. Il problema principale, in Italia, non riguarda tanto i licenziamenti, quanto piuttosto la PRODUTTIVITA’ e la MERITOCRAZIA, in particolar modo all’interno del settore pubblico.

La distribuzione dei lavoratori occupati in Italia è così strutturata:

  • circa 12 milioni di lavoratori MOLTO PROTETTI, di cui 4 milioni nel settore pubblico ed 8 milioni in aziende con più di 15 dipendenti;
  • circa 9 milioni di lavoratori NON PROTETTI, di cui 5 milioni tra precari e partite IVA e 4 milioni in aziende con meno di 15 dipendenti (non protetti dall’articolo 18).

ASPETTI POSITIVI DELLA RIFORMA:

  • privilegia la stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato e con “finte” partite IVA;
  • introduce dei vincoli allo sfruttamento dei lavoratori stagisti, obbligando inoltre il datore di lavoro a versare loro almeno un rimborso spese;
  • propone nuovi strumenti per il sostegno alla maternità;

http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/460293/

[…] EQUITÀ GENERE.
Norme di contrasto alle dimissioni in bianco e il rafforzamento fino a tre anni di età del bambino del regime di convalida delle dimissioni rese dalle lavoratrici madri (al momento è un anno). Viene introdotto il congedo di paternità obbligatorio ma solo per un giorno e due facoltativi, che però si sottraggono ai 20 settimane di congedo della mamma (se lei è d’accordo).

VOUCHER ASILI.
Il buono baby-sitter per agevolare le lavoratrici nei primi mesi di nascita del figlio potrà essere utilizzato anche per pagare asili-nido pubblici o privati. […]

  • introduce nuovi ammortizzatori sociali che sostengono il reddito del lavoratore disoccupato.

ASPETTI NEGATIVI DELLA RIFORMA:

  • anzichè ridurre gli oneri contributivi sui contratti a tempo indeterminato, sono stati aggravati gli oneri sui contratti a tempo determinato allo scopo di disincentivarli;
  • la flessibilità dei lavoratori è vitale per le aziende che lavorano in settori con picchi di lavoro stagionale, le quali vengono quindi penalizzate dai maggiori oneri sui contratti a tempo determinato;
  • l’introduzione dell’ASPI (Assicurazione Sociale Per l’Impiego) prevede un ulteriore aggravio delle imposte sulle imprese:

http://assicuri.com/2012/04/08/assicurazione-sociale-per-limpiego-aspi/

[…] Chi paga l’Assicurazione Sociale per l’Impiego?

La domanda più ovvia, in tempi di crisi come questo, è: chi paga l’Assicurazione Sociale per l’Impiego? Parte del denaro occorrente alla copertura finanziaria dell’operazione verrà recuperato dalla dismissione dei vecchi ammortizzatori sociali di cui accennato sopra (tra il 2013 e il 2015 nessun assegno verrà più staccato per questi istituti), un’altra fetta sarà raccolta aumentando la contribuzione a carico delle imprese e dei lavoratori: le aliquote cresceranno dell’1,3% per le assunzioni stabili e dell’1,4% per il precariato. E’evidente come questa forma di tutela per chi perde il posto di lavoro si trasformi in un costo in più per l’azienda, con tutti i rischi che ne derivano per i dipendenti, che di fatto sono quelli che finiscono con il pagare più di tutti le norme che dovrebbero tutelarli, e che paradossalmente i più colpiti dai costi di questa assicurazioni saranno i precari.

IL PROBLEMA DEL PRECARIATO:

Possiamo distinguere una flessibilità buona ed una flessibilità cattiva: la flessibilità buona è quella tipicamente danese, nella quale pur essendo precari la vita scorre tranquilla, poiché è considerato normale cambiare posto di lavoro ed anzi, proprio grazie a questo, è possibile accumulare maggior esperienza e far progredire la propria carriera formativa e lavorativa. La flessibilità cattiva è invece quella italiana, nella quale i contratti a tempo determinato rappresentano degli strumenti per inibire completamente la possibilità di migliorare le prospettive di carriera, sfruttando di volta in volta il precario di turno, il quale alla fine di ogni contratto si ritrova sempre al punto di partenza…

http://www.abruzzo24ore.tv/news/Addio-al-tempo-indeterminato-posto-fisso-solo-per-2-assunzioni-su-10/91616.htm

Addio al tempo indeterminato, posto fisso solo per 2 assunzioni su 10

In Danimarca il posto fisso non è mai esistito e di media ognuno cambia 6/7 lavori o datori di lavoro nella vita. Con la differenza sostanziale, rispetto all’Italia, che la flessibilità è davvero tale perché dopo la fine di un lavoro i “job placement” sono reali, ti addestrano, ti mettono di fronte anche alle tue criticità, consentendo di superarle. 

In Italia la flessibilità è la precarietà in cui ci si avvita  talvolta per sempre. Se il contratto precario avuto nei primi due anni di lavoro non si tramuta in qualcosa di definitivo, difficilmente si uscirà dalla strada del precariato. Senza che questo significhi ricollocamento, nuova formazione, nuove opportunità. E i dati parlano chiaro: bisogna dire addio al posto fisso.

Negli ultimi mesi la quota di assunzioni a tempo indeterminato programmate dalle imprese si è assottigliata e ormai sono meno di due su dieci i contratti senza scadenza. A rilevarlo è Unioncamere nell’indagine Excelsior a cui partecipa anche il ministero del Lavoro. […]

POLEMICHE SULLA RIFORMA:

  • politici e sindacati hanno letteralmente strumentalizzato l’articolo 18, che interessa in realtà poco più della metà sul totale dei lavoratori e che non è stato cancellato ma soltanto reso meno rigido, in modo tale da andare incontro anche alle esigenze delle imprese:

“Viene ammorbidito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che si applica alle imprese con più di 15 dipendenti. In caso di licenziamento per motivi economici non ci sarà il reintegro automatico, mentre è prevista un’indennità. Per i licenziamenti disciplinari al giudice viene concessa una minore discrezionalità: in ogni caso potrà ordinare il reintegro solo sulla base dei contratti collettivi e non anche sulla base della legge o delle tipizzazioni di giustificato motivo soggettivo e di giusta causa. Non sarà bloccata dalla malattia del lavoratore la procedura di conciliazione, tranne nel caso di maternità o infortunio. Resta sempre nullo il licenziamento discriminatorio.”

  • si è scatenato un putiferio mediatico sulla frase della Fornero che afferma che “il lavoro non è un diritto”, ma la ministra ha assolutamente ragione, poichè bisogna guadagnarsi e sapersi meritare un posto di lavoro anzichè pretenderlo senza esserne meritevoli:

http://www.ilgiornale.it/interni/il_ministro_costretto_precisare_frasi_wsj_invece_ha_infranto_tabu_tutto_italiano/28-06-2012/articolo-id=594414-page=0-comments=1

Macché gaffe, la Fornero ha ragione: il posto va conquistato, non preteso

[…] secondo la vulgata ogni italiano, per il fatto di essere tale, avrebbe titolo a un lavoro: o quanto meno a un assegno mensile. E in fondo la questione è tutta lì: nell’idea che si possa disporre delle risorse altrui e che lo Stato, che può espropriare tutto, debba in qualche modo sistemare ognuno: che lavori o no, che produca beni e servizi o neppure ci provi. […]

  • polemiche anche sulla frase, piuttosto forte, del neo-presidente di Confindustria Squinzi, che ha maldestramente definito questa riforma una “boiata”. Ci si aspetterebbe un po’ più di diplomazia e di savoir faire da un personaggio che riveste tale carica, in fondo ricordiamoci che la rassegna stampa italiana arriva anche all’estero e che certe figure è meglio non farle…

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/19/squinzi-confindustria-la-riforma-del-lavoro-e-una-boiata/268527/

Squinzi (Confindustria): “La riforma del lavoro è una vera boiata”

[…] “Quello che contesto – ha detto il numero uno di Confindustria– è la mancanza di incentivi per la ricerca, innovazione e per lo sviluppo. Il ministro Passera – ha continuato Squinzi – mi ha detto che aveva inserito dei capitoli per questo e che ci rimetterà mano. […]Qualche idea valida – ha concluso il presidente – c’è, ma è ancora presto per dare un giudizio pienamente positivo”. […]

I PRINCIPALI ASPETTI DELLA RIFORMA:

http://www.vostrisoldi.it/articolo/riforma-del-lavoro-2012-tutte-le-novita-dai-contratti-ai-licenziamenti/56267/2/

Assunzioni, stage e apprendistato

All’alba della riforma, il ministro Fornero aveva dichiarato che con la riforma vi sarebbero stati più vantaggi che svantaggi, soprattutto in termini di “guadagno netto per la collettività”, con la creazione di “un mercato del lavoro capace di dare più occupazione”. “Abbiamo cercato di tenere conto degli interessi di tutto il Paese” – ha dichiarato il ministro del Welfare – “e non singole categorie. E di fare una riforma che sia per il medio e lungo periodo. Non è una riforma per il 2012 o il 2013. E’ una riforma che guarda al futuro”.

Tutto ciò, tradotto per chi un lavoro non lo ha ancora, ma desidera poterlo conseguire nel breve termine, significa l’accesso al mondo del lavoro tramite il contratto di apprendistato, finalizzato alla permanenza nella professione con il successivo contratto “dominante”, quello a tempo indeterminato. Uno dei punti fondamentali della riforma è infatti l’elevazione del contratto a tempo indeterminato come contratto dominante, preceduto da un contratto di apprendistato. “Con una modifica equilibrata dell’articolo 18 non blindiamo più il lavoratore ad un singolo specifico posto di lavoro. Vogliamo ridurre l’area della precarietà contrastando la flessibilità cattiva”. Il contratto a tempo determinato diventa più oneroso, poichè “è un fattore produttivo, e i fattori produttivi si pagano” – aveva dichiarato ancora la Fornero.

Ne deriva che l’apprendistato diventerà il canale privilegiato di accesso al lavoro per i giovani, con l’introduzione di un meccanismo in base al quale l’assunzione di nuovi apprendisti è collegata alla percentuale di stabilizzazioni (50%) effettuate nell’ultimo triennio. E’ inoltre previsto l’innalzamento del rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati dall’attuale 1:1 a 3:2. La durata minima del periodo di apprendistato sarà pari a sei mesi.

Il governo ha inoltre ritenuto opportuno intervenire sugli stage, troppo spesso utilizzati dalle aziende per fruire a prezzi ridotti della professionalità dei più giovani. Con la riforma, non sarà più permesso alle imprese fare stage gratuiti per i giovani che hanno concluso la formazione universitaria. Chi ha concluso il proprio ciclo formativo dovrà pertanto essere necessariamente pagato per il lavoro che svolge.

Stage gratuiti addio, il rimborso spese diventa obbligatorio

Contratti

Cosa accadrà alle attuali forme contrattuali? Ecco uno schema di sintesi con le modifiche apportate dalla riforma del lavoro:

  • Apprendistato: l’apprendistato sarà il canale privilegiato per l’avviamento al lavoro dei più giovani. Il contratto sarà offerto a chi ha tra i 15 e i 29 anni, finalizzandolo all’avvio al lavoro vero e proprio, con durata non superiore ai 5 anni. Sarà la contrattazione collettiva a disciplinare nel dettaglio l’apprendistato, senza previsione della durata minima che invece il ministro Fornero voleva originariamente introdurre. Obbligatorio il tutor per l’apprendista e l’obbligo di certificare la formazione.
  • Contratto a tempo determinato: l’obiettivo della riforma è scoraggiare l’uso dei contratti a tempo determinato, con la maggiorazione onerosa dell’1,4% dei contributi, che andranno a finanziare la nuova assicurazione sociale per l’impiego (Api). La maggiorazione potrà tuttavia essere recuperata in parte, in caso di assunzione a tempo indeterminato (premio di stabilizzazione). Rimane l’obbligo di non superare i 36 mesi di termine (in caso contrario, scatta automaticamente il tempo indeterminato). La durata del primo contratto a tempo determinato, che può essere stipulato senza che siano specificati i requisiti per i quali viene richiesto (la causale), sarà di un anno, con pause obbligatorie fra uno e l’altro che salgono dagli attuali 10 giorni per un contratto di meno di 6 mesi a 20 giorni e a 30 per uno di durata superiore.
  • Contratti a progetto: il progetto dovrà avere una rigida definizione, non potendosi più limitatare a riproporre l’oggetto sociale dell’azienda. Viene eliminata la possibilità di introdurre clausole individuali che consentono il recesso del datore di lavoro prima della scadenza del termine o del completamento del progetto, anche in mancanza di giusta causa. Viene introdotto l’aumento dell’aliquota contributiva della gestione separata INPS.
  • Collaborazioni con partita IVA: spesso nascondono forme di subordinazione. Verrà quindi riconosciuto il carattere continuativo e subordinato, non autonomo e occasionale, se la collaborazione si prolunga per più di otto mesi nell’arco di un anno, e il collaboratore ricava da essa più dell’80% dei suoi compensi. Il lavoratore non deve avere una postazione “fissa” in azienda. Le partite Iva che hanno un reddito annuo lordo di almeno 18mila euro sono considerate vere.
  • Lavoro a chiamata: viene previsto l’obbligo di effettuare una comunicazione amministrativa in occasione di ogni chiamata di lavoro. La comunicazione deve essere contestuale al preavviso da dare al lavoratore di ogni variazione di orario. Tuttavia, rispetto a prima, per attivare il lavoro a chiamata basta un sms alla Direzione provinciale del lavoro. In caso di mancato avviso l’azienda rischia da 400 a 2400 euro di multa.

http://www.vostrisoldi.it/articolo/riforma-del-lavoro-2012-tutte-le-novita-dai-contratti-ai-licenziamenti/56267/4/

Licenziamenti ed ammortizzatori sociali

Stabilito in che modo la riforma del lavoro apporterà novità in materia di assunzioni e gestione dei rapporti contrattuali, cerchiamo infine di comprendere quando e in che modo le aziende potranno licenziare:

  • Licenziamenti discriminatori: si tratta di licenziamenti relativi ai lavoratori che vengono allontanati dall’azienda a causa delle proprie idee o delle proprie attività svolte all’interno o al di fuori del luogo di lavoro (ad esempio, l’affiliazione sindacale, o la partecipazionea uno sciopero, o ancora regioni di sesso, razza, lingua, religione). La risoluzione del contratto per accertamento di licenziamento discriminatorio sarà nulla: il lavoratore verrà reintegrato sul suo posto di lavoro o, in alternativa, potrà optare per un indennizzo.
  • Licenziamenti disciplinari: si tratta del licenziamento relativo a un giustificato motivo soggettivo e una giusta causa, dovuta alla violazione degli obblighi disciplinari. La violazione dovrà tuttavia essere di significativa entità, poichè l’allontanamento del lavoratore sarà la sanzione più pesate tra tutte quelle che il datore potrà comminare. Se il giudice accerta la mancanza di una giusta causa, potrà alternativamente optare – in virtù dell’estensione del modello tedesco – per il reintegro o per l’indennizzo con un numero di mensilità compreso tra le 15 e le 27.
  • Licenziamento per motivi economici: si tratta del licenziamento a causa di giustificativi motivi economici, come accade per esigenze tecniche, organizzate e produttive che possano condurre l’impresa a sopprimere uno o più posti di lavoro, entro il limite di 4. oltre questa soglia scatta infatti il licenziamento economico collettivo, regolato con latra procedura. Se il giudice accerta tuttavia la mancanza della giusta causa oggettiva economica, è previsto solo un indennizzo per 15 – 27 mensilità. In termini meno sintetici, i licenziamenti per motivi economici sono quelli intimati per un giustificato motivo oggettivo, ovvero per ragioni connesse all’andamento economico dell’impresa e al suo assetto organizzativo. Con la nuova versione dell’articolo 18, se il giudice ritiene che non ricorrano gli estremi del giustificato motivo oggettivo, non è tenuto a riconoscere il diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro. Il giudice – con la sentenza che annulla il licenziamento – si limita a dichiarare comunque risolto il rpaporto di lavoro dalla data del recesso, riconoscendo al lavoratore il diritto a una indennità risarcitoria, determinata dallo stesso giudice.
    In merito, si tenga conto che i licenziamenti dovuti a motivi economici non necessariamente tendono a ricadere nella discipina del giustificato motivo oggettivo. Se infatti, come riportato recentente da un approfondimento in materia da parte de Il Sole 24 Ore, “l’impresa intende licenziare almeno 5 lavoratori, si applica la procedura di licenziamento collettivo disciplinata dalla legge 223/1991. Questa procedura è molto rigorosa, e in alcuni casi ricollega a semplici violazioni di carattere formale alcune conseguenze molto pesanti, come l’inefficacia del licenziamento. Al fine di attenuare il rigore formale della legge, la riforma Fornero interviene su alcuni passaggi cruciali della procedura”. Innanzitutto, è previsto che eventuali vizi della comunicazione preventiva possano essere sanati con accordo collettivo, siglato durante la proceduta, e ponendo così fine a potenziali contestazioni che possono nascere nel contesto in questione. Inoltre, la riforma “coordina alcune norme della legge 223/1991 con il nuovo regime sanzionatorio previsto per i licenziamenti individuali. Viene precisato che il licenziamento intimato, all’esito di una procedura di riduzione del personale, senza forma scritta è soggetto alle regole del licenziamento discriminatorio, quindi è sanzionato con la reintegra e il pagamento di un risarcimento pari a tutte le retribuzioni che sarebbero spettate dal recesso sino alla ripresa del lavoro” – prosegue il quotidiano.

Le novità sull’impugnativa dei licenziamenti. Le novità della riforma Fornero abbracciano ovviamente anche la normativa sull’impugnativa dei licenziamenti, con uno strsumento processuale rinnovato, ma riservato – sostiene Il Sole 24 Ore. “alle sole domande che hanno ad oggetto l’impugnazione dei licenziamenti e l’eventuale connessa qualificazione formale del rapporto di lavoro sottostante, restando escluse, viceversa, tutte le domande che abbiano un contenuto diverso e che non siano fondate sugli stessi fatti costitutivi”. In seguito al deposito del ricorso che dà il via al giudizio, il giudice fissa l’udienza di comparizione delle parti entro 40 giorni, assegnando alla difesa ricorrente un termine per la notifica del ricorso non inferiore 25 giorni prima dell’udienza, e 5 giorni per la parte resistente. “All’esito dell’udienza, per la quale si prevede che, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, il giudice provveda unicamente agli atti di istruzione ritenuti indispensabili alla definizione della causa, viene emessa l’ordinanza di accoglimento o di rigetto. L’ordinanza di accoglimento è immediatamente esecutiva e non può essere sospesa o revocata fino alla conclusione dell’eventuale giudizio di opposizione” – precisa il quotidiano.
Si tenga altresì conto che contro l’ordinanza di accoglimento o di rigetto può essere proposta opposizione entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento o dalla sua comunicazione se anteriore, mediante ricorso che contenga i requisiti di cui all’art. 414 del Codice di procedura civile. “Il giudizio si conclude con la sentenza, senza che sia prevista la previa lettura del dispositivo, che deve essere depositata contestualmente alla motivazione entro 10 giorni dall’udienza di discussione, con evidente abbattimento dei tempi processuali rispetto ai 60 giorni previsti per il deposito della sentenza motivata nel procedimento ordinario del lavoro” – prosegue il giornale.
Ma non è finita qui, poichè contro tale ultima sentenza è ammesso reclamo in Corte d’Appello, anch’esso da depositare entro 30 giorni dalla notificazione della sentenza e, a sua volta, ricorribile in Cassazione entro 60 giorni dalla notifica o comunicazione.

Ammortizzatori sociali. Per quanto concerne i supporti sociali, i nuovi ammortizzatori sociali poggiano soprattutto sull’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), sulle tutele già consolidate (Cigo, Cigs, fondi di solidarietà) e sugli strumenti di gestione degli esuberi strutturali. L’Aspi, in particolare, sarà estesa a tutti i soggetti coperti in caso di disoccupazione involontaria, con convergenza per quanto concerne importi e durata, a confronto con gli attuali trattamenti di disoccupazione ordinaria e mobilità. In termini più trasparenti, l’Aspi sostituirà l’indennità di mobilità, la disoccupazione ordinaria non agricola, la disoccupazione con requisiti ridotti e l’indennità di disoccupazione speciale edile, includendo apprendisti e artisti, che oggi esclusi dall’applicazione di qualsiasi strumento di sostegno del reddito. Il sussidio Aspi avrà una durata massima di 12 mesi con i lavoratori con meno di 55 anni, 18 mesi per quelli più anziani. L’importo sarà pari fino a 1.200 euro mensili. Prevista altresì la possibilità di erogare una sorta di “Mini Aspi”, destinata a sostituire l’attuale indennità di disoccupazione con requisiti ridotti, calcolata nel 2013 con il nuovo metodo con riferimento al 2012, della durata di un anno.

A partire dal 2014, verrà abolito il riconoscimento della Cig per esigenze non connesse alla conservazione del posto di lavoro. Verranno inoltre portate a regime le estensioni dell’ambito Cigs rinnovate annualmente: imprese del commercio tra 50 e 200 dipendenti; agenzie di viaggio sopra i 50; imprese di vigilanza sopra i 15. Estesa a tali settori la contribuzione di 0,9 punti percentuali.

http://www3.varesenews.it/lavoro/articolo.php?id=231351

Michele Tiraboschi: “Inevitabile l’aumento di costi per la piccola impresa”

Intervista al giuslavorista presente martedì 17, dalle 14.30 a Ville Ponti, per il convegno organizzato da Confartigianato Varese e dedicato alla riforma del mercato del lavoro
16/04/2012
Michele Tiraboschi, giuslavorista e professore di diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, è uno dei maggiori esperti in materia di lavoro e diritto sindacale in Italia. Martedì 17 aprile sarà tra i relatori del convegno dedicato alla riforma del lavoro organizzato da Confartigianato Varese alle Ville Ponti di Varese.
Tiraboschi, questa riforma del lavoro, va nella direzione delle piccole imprese?
«Pur se mira ad aumentare la competitività, gli attuali interventi riformatori non tengono conto di tutte le sfumature del sistema produttivo italiano, omologando e assimilando la piccola alla grande impresa, trascurando le peculiarità del settore artigiano e della ricca contrattazione collettiva di riferimento. Le criticità di tale operazione sono elevate per settori tanto diversi come l’industria, il commercio, i servizi e l’artigianato, e determineranno un inevitabile aumento dei costi per la piccola impresa (si pensi al contributo di disoccupazione) e un irrigidimento nell’uso del fattore lavoro incentrato sul vecchio modello del lavoro dipendente a tempo indeterminato. Il rischio che si corre, infatti, è quello di determinare una fuga nel sommerso e nel lavoro nero che, accanto alla disoccupazione giovanile, è il grande male del nostro paese».

La bilateralità, nella gestione degli ammortizzatori sociali, quanto è importante per le pmi?
«L’istituzione di fondi di solidarietà bilaterale, obbligatoria per tutti i settori, e quindi anche per quelli non coperti dalla cassa integrazione guadagni, presta il fianco ad una critica notevole, poiché la loro gestione non è rimessa alla autonomia collettiva, come avvenuto sino ad oggi nelle esperienze bilaterali di settore (si vedano gli artigiani, il commercio, ecc.), ma la loro costituzione avverrà presso l’Inps. Il nuovo istituto rimanda alla esperienza (non sempre virtuosa) dei fondi interprofessionali per la formazione continua, che potrebbero in esso confluire. In una ottica di pragmatismo e di razionalizzazione delle risorse esistenti sarebbe stato più opportuno affidare, invece, agli stessi fondi interprofessionali per la formazione continua anche gli interventi di sostegno al reddito, eventualmente con maggiore contribuzione, in modo da coniugare in un unico centro di interessi misure passive e politiche attive del lavoro».

L’irrigidimento della flessibilità in entrata e le nuove previsioni in relazione all’apprendistato comportano, per le pmi, ulteriori aggravi di natura burocratica, amministrativa e un ulteriore costo del lavoro? E’ la direzione corretta?
«Gli interventi sulla flessibilità in entrata sono innovativi ma incidono profondamente sugli equilibri che aveva posto la Legge Biagi. Purtroppo non si realizza alcun tentativo per distinguere la flessibilità buona da quella cattiva e ciò va ad offuscare il passo in avanti compiuto sui licenziamenti, che peraltro non interessano la piccola impresa e la gran parte del mondo artigiano, determinando un ritorno al passato sulle flessibilità di un mercato del lavoro che rimanda a quello della vecchia impresa fordista.
In linea di continuità con quanto già avviato e conformemente alla posizione delle parti sociali, la riforma consacra, invece, l’apprendistato come mezzo privilegiato di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, confermando gli sgravi di cui godeva precedentemente. Questa è la corretta via affinché il mercato del lavoro guarisca dal male della disoccupazione giovanile: le imprese hanno uno strumento unico per assumere e formare i giovani, senza più scusanti sugli impedimenti nelle assunzioni».

Ritiene che la riforma si inserisca in quanto già tracciato dal professore Biagi?
«È prematuro esprimere giudizi sulla riforma del lavoro, i cui risultati si vedranno solo a medio-lungo termine. Posso però dire che, se da un lato si riscontra un valido tentativo di guardare ai modelli virtuosi dei vicini paesi europei e di dare impulso alla competitività, dall’altro essa pecca perché si basa sull’equazione “flessibilità = precarietà”, rinunciando a tutelare il lavoratore all’interno della flessibilità. Dal documento reso noto dal Ministro Fornero si evince che la strada intrapresa per la riforma del mercato del lavoro è molto diversa da quella sino ad oggi percorsa dalle politiche del lavoro dell’ultimo decennio. I cardini della riforma Biagi sono stati sussidiarietà, differenziazione e prossimità, quando invece, al contrario, l’impianto della attuale riforma è caratterizzata da un forte centralismo regolatorio di matrice statuale, che purtroppo limita il dialogo con le parti sociali, la concertazione e il ruolo dei corpi intermedi. A ciò si aggiunga anche l’intenzione di avviare una ricentralizzazione delle politiche per il lavoro che andrà a ledere il ruolo delle Regioni, ad oggi detentrici delle principali competenze in materia».

Il costo del lavoro: come poterlo diminuire per aumentare la competitività?
«Il costo del lavoro si può diminuire o impiegando nuove risorse pubbliche (operazione impossibile in questo e nei prossimi anni) o incentivando la produttività del lavoro, che è uno dei fattori di maggiore svantaggio delle imprese italiane rispetto alle concorrenti straniere. Se, insieme, governo e parti sociali riescono a intervenire positivamente nella direzione di una maggiore produttività del lavoro, allora, a parità di salario e di costo del lavoro, sarà maggiore il prodotto finale e quindi minore il costo del lavoro per unità di prodotto. Una via può essere quella di incentivare accordi territoriali che intervengano sull’orario di lavoro e sfruttino l’incentivo fiscale previsto già dal 2008 per le componenti di salario legate alla maggiore produttività».

GIUDIZIO FINALE:

http://www.ilfoglio.it/soloqui/14005

28 giugno 2012 – ore 10:32

Più pregi che difetti nella riforma Fornero. Parla il prof. Ichino

[…] spicca l’opinione complessivamente positiva del senatore e giuslavorista Pietro Ichino, che pure non nasconde alcuni aspetti che non lo entusiasmano. Ma le luci prevalgono sulle ombre, dice. “Innanzitutto – spiega Ichino in una conversazione con il Foglio – c’è un merito di questa riforma che basta da solo a compensare tutti i difetti. In materia di licenziamenti si passa da un regime in cui la regola generale è costituita dalla reintegrazione nel posto di lavoro, quella che la teoria generale indica come una property rule, a una liability rule, ovvero alla sanzione indennitaria”. Questo “elimina un’anomalia tutta italiana – la reintegrazione automatica – rispetto al resto d’Europa”. “Va in questa direzione – aggiunge – anche la drastica limitazione dell’entità dell’indennizzo nel caso di reintegrazione”. Restano alcune zone grigie in cui non è chiaro quale delle due regole debba essere applicata: “Comunque il testo è abbastanza univoco nell’indicare che la reintegrazione costituisce l’eccezione”. Come ha detto ieri Fornero al Wsj, “stiamo cercando di proteggere le persone, non i loro posti”.

Un altro grande merito della riforma che è stato del tutto sottovalutato, secondo Ichino, è questo: “Dopo diciotto anni nei quali si è parlato di riforma degli ammortizzatori sociali senza che nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra, riuscisse a cavare un ragno dal buco, e dopo una fase di confronto con le parti sociali in cui sia gli imprenditori sia i sindacati si sono opposti duramente a cambiare le cose, questa riforma è stata fatta. Ora, sia pure con un effetto differito, abbiamo un’assicurazione generale di livello europeo contro la disoccupazione, applicabile a tutto il lavoro dipendente. E la cassa integrazione guadagni viene ricondotta alla sua funzione originaria, molto diversa dal trattamento di disoccupazione”.

Ichino non nasconde però i difetti della riforma: “E’ un testo di molto difficile lettura, un po’ come il ‘Collegato Lavoro’ del 2010. E’ difficile anche per noi addetti ai lavori, figuriamoci per i milioni di persone a cui la legge è destinata. E naturalmente non è traducibile in inglese. Dunque agli occhi degli operatori stranieri conferma il carattere bizantino del nostro ordinamento”. Quindi non è proprio sicuro che la riforma costituisce uno dei fattori che incentiverà gli investimenti esteri in Italia. “Nell’immediato no. Anche perché da destra e da sinistra abbiamo fatto tutto il possibile per svalutare le novità positive della riforma. Sulla distanza qualche effetto positivo incomincerà a vedersi. Ma per essere più attrattivi nei confronti degli investimenti esteri abbiamo un bisogno assoluto di semplificazione della nostra legislazione del lavoro. La prossima tappa deve essere il Codice del lavoro semplificato”.
Gli industriali dicono: flessibilità irrigidita in entrata, rigidità non flessibilizzata in uscita. E’ una boiata ma va approvata. “Confindustria sbaglia nel sottovalutare la svolta che si compie sulla disciplina dei licenziamenti. D’ora in poi il cosiddetto ‘aggiustamento fine’ degli organici, che finora sopra i 15 dipendenti è stato quasi del tutto impossibile, diventa possibile. Anche se costoso: da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione”. Entro questo minimo e massimo, dice Ichino, “si collocheranno anche, più facilmente che in passato, le risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro e le transazioni sui licenziamenti”. Mentre le norme di contrasto al lavoro precario “riguarderanno di fatto un milione o un milione e mezzo di posizioni, quella sui licenziamenti riguarda cinque milioni e mezzo di dipendenti di aziende private”. “Poi c’è la liberalizzazione del primo contratto a termine, fino a un anno di durata, che ci allinea rispetto alla direttiva europea del ‘99. Mi sembra che il giudizio complessivamente negativo di Confindustria sia stato un po’ troppo affrettato”.

 

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