In Italia abbiamo 3 problemi:

1.  Lo scarso livello qualitativo delle università;

2. Dei cittadini totalmente disinteressati alle tematiche scientifiche, perciò facilmente strumentalizzati da una classe politica a sua volta ampiamente ignorante sui temi della scienza e della ricerca (terzo problema).

Come mai siamo in questa situazione? Ma soprattutto, perché è così grave tutto ciò?

http://massimianobucchi.nova100.ilsole24ore.com/2012/06/lo-spread-dei-saperi-e-le-lezioni-del-passato.html?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+Nova100+%28Nova100%29

23 GIUGNO 2012

di Massimiano Bucchi

Lo spread dei saperi e le lezioni del passato

C’è un libretto, da poco riscoperto, che andrebbe raccomandato a quanti, anche nel Nord-Est, si arrovellano sulle strategie per uscire dalla crisi. Si intitola Amerigo, e sono le ultime pagine firmate dallo scrittore austriaco Stefan Zweig prima della sua morte. E’ la rocambolesca storia di come il nuovo continente fu battezzato a partire dal nome di Amerigo Vespucci, pur non avendolo egli di fatto “scoperto”. Il racconto di Zweig si apre negli scenari dell’Europa medievale, senza dubbio un periodo più buio e critico di quello odierno sotto ogni punto di vista. Un periodo in cui tuttavia scattò, alla fine, un barlume di consapevolezza. Forse Zweig semplifica, ma la scintilla in quell’Europa buia scocca dal contatto con “i Saraceni” e con la loro vita “ricca, raffinata, lussuosa”, che dominano il commercio perché “hanno carte e tavole su cui tutto è scritto e disegnato. I loro saggi conoscono il corso delle stelle e le leggi che lo regolano. Come hanno potuto? Essi hanno studiato”. Ecco la nuova consapevolezza che si accende nelle nostre città e nelle menti più aperte. “Bisogna imparare, studiare, osservare! In una gara frenetica si erigono università, l’una dopo l’altra, a Siena, a Salamanca, a Oxford, a Tolosa; ogni Paese d’Europa vuole conquistare il primato della scienza”.

Ecco una piccola lezione che potremmo facilmente applicare anche oggi. Certo, è importante e inevitabile preoccuparsi dello spread tra i nostri e gli altrui titoli di stato, sulle strategie finanziarie e bancarie, sulle (sedicenti) ricette per lo sviluppo. Ma non è forse anche il caso di guardare a un altro spread, quello delle idee, dei saperi e della loro influenza globale? Quanti libri e film abbiamo esportato negli ultimi tempi? Da quanto tempo la nostra musica non è più un punto di riferimento internazionale? Quanto stiamo investendo per alimentare la formazione dei nostri futuri stilisti e designers? L’ultimo ranking delle Università mondiali, pubblicato recentemente dal Times Higher Education, mostra tendenze non più trascurabili. Atenei di Kyoto, Pechino, Pohang, Hong Kong sono ormai nella Top100, e superano addirittura storiche istituzioni europee come King’s College e Heidelberg –  la prima delle italiane è Bologna, 222esima. […]

Vedi articolo “Imparare dal passato per superare le crisi: Olanda XVI secolo

Vedi presentazione di Clay Casati a questo LINK:

University rankings: Università Italiana

L’Italia e l’unico paese del G8 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, e dal 1998 la Russia) a non avere nemmeno una università tra le prime cento del mondo. Questo secondo le tre più accreditate valutazioni delle università: ARWU (Academic Rankings of World Universities), QS World University Rankings, THE (Times Higher Education) World University Rankings. ARWU è più centrata su risultati accademici e di ricerca. QS e THE tengono conto anche delle opinioni di accademici e datori di lavoro. La presentazione riporta alcuni dati su Italia ed Europa.

http://mygenomix.wordpress.com/2012/05/23/senza-scienza/

Senza scienza

23MAG 2012

Per arricchire la mia cultura personale, ultimamente mi sono messo in testa di studiare come si è evoluto nel tempo il rapporto tra scienza e società, in particolare la società italiana. Ho iniziato a riflettere sulla questione quando ho letto l’ultimo libro di Piero Angela, “A cosa serve la politica?”. Sfogliando quelle pagine ho avuto l’ennesima conferma di un mio sospetto, cioè che l’italiano medio ha una scarsissima cultura scientifica. Qualcuno potrebbe obiettare che l’italiano medio ha una cultura scarsa in generale, ma i dati dicono che la situazione è ancora più grave – se possibile – per quanto riguarda le materie scientifiche. Il libro di Angela sottolinea le performance deludenti dei nostri studenti quando si trovano ad affrontare test di valutazione internazionali. A giudicare dai numeri, siamo effettivamente un popolo di ignoranti. Soprattutto quando si parla di scienza.

Viene spontaneo dunque chiedersi come si possa cambiare la situazione, quali azioni possiamo intraprendere come società per ampliare la nostra cultura scientifica. In Inghilterra il giornalista Mark Henderson ha appena pubblicato un libro, “The Geek Manifesto – Why science matters”, in cui si invitano i geek – cioè tutti coloro che credono nel valore della scienza e nella tecnologia – a intraprendere iniziative concrete per portare la scienza nella società. Henderson vorrebbe che la classe politica inglese governasse facendo un maggiore uso dei dati e del metodo scientifico, perché quando è la scienza a guidarti è più facile prendere le decisioni giuste. Un movimento come quello dei geek inglesi sarebbe possibile qui da noi? Esiste nella cultura italiana la convinzione che la scienza e la tecnologia possano davvero migliorare il mondo in cui viviamo?

Tormentato da questo dubbio e armato di buona volontà, ho deciso di acquistare il saggio “La scienza negata” di Enrico Bellone. Per leggere questo testo la buona volontà è fondamentale: a differenza di Piero Angela, Bellone usa uno stile piuttosto elevato, con ripetute citazioni a pensatori del passato. Ho scelto di cimentarmi nell’impresa perché quando si vuole risolvere un problema, il primo passo è comprendere quali fattori lo hanno provocato, e “La scienza negata” è un’ottima risorsa da questo punto di vista. Il libro ripercorre tutte le fasi del processo che ha condotto la nostra società al punto in cui si trova ora, una società disinteressata alla scienza quando va bene, addirittura ostile quando va male. Tutto è iniziato quando la ricerca scientifica, nel tentativo di spiegare il funzionamento del mondo, ha iniziato a produrre risultati importanti, attirando su di sé curiosità e attenzioni che prima di allora erano riservate ad altre categorie. Come i filosofi (gli unici depositari del sapere), che sentendo forse la propria autorità minacciata, hanno iniziato a screditare la scienza e gli scienziati. Sono iniziate a circolare voci secondo cui la scienza fosse una cultura di serie B adatta agli “ingegni minuti”, mentre a ben più elevati compiti erano chiamate le menti superiori come quelle dei filosofi. La negazione della scienza è iniziata proprio con questa espressione, “ingegni minuti”, pronunciata da Giambattista Vico nel 700 e ripresa da Benedetto Croce agli inizi del 900. Potrei sbagliarmi, ma penso sia anche un po’ colpa loro se oggi le notizie scientifiche non trovano spazio nei quotidiani o in televisione, e quando lo trovano stanno a fatica tra il meteo e l’oroscopo del giorno. Sono stati dunque questi filosofi i primi nemici della scienza, con la loro pretesa di stabilire gerarchie culturali. Ma non sono gli unici.

L’impoverimento scientifico della nostra società, figlio di quelle bizzarre teorie, ha toccato da vicino la scuola (chi ha avuto un bravo insegnate di matematica alzi la mano) e ha ridotto drasticamente gli investimenti del nostro Paese nella ricerca: ovvio, nessuno investe del denaro in qualcosa che non stima. Ma tutto ciò ha prodotto anche un altro risultato. L’ignoranza produce diffidenza, scetticismo e rifiuto verso ciò che non si comprende. Ed ecco che sono apparsi gli amanti del complotto, i negazionisti (ne fa un bel ritratto Beatrice Mautino su Wired). Gli uomini si sono sempre fatti domande sul significato di ciò che li circonda, domande a cui la scienza può in gran parte rispondere. Purtroppo, però, queste risposte sono rimaste sepolte sotto tutto il fango che è stato gettato sulla cultura scientifica. Molta gente non crede alla scienza tradizionale: è roba troppo complicata, principalmente perché richiede delle conoscenze di base che la nostra società ha scelto di non dare. E’ molto più facile dare credito a un nuovo santone che sostiene di poter guarire il cancro con l’imposizione delle mani, piuttosto che farsi venire il mal di testa a leggere un articolo che parla di oncogeni e progressione tumorale. Non dico che dovremmo essere tutti scienziati, ci mancherebbe, ma in un mondo come quello di oggi, dominato dalla scienza e dalla tecnologia, non possiamo non avere gli strumenti necessari per affrontare in modo critico un dibattito scientifico. Basti pensare a tutte le sfide che ci pongono di continuo le biotecnologie: OGM, clonazione, fecondazione assistita. Come possiamo esprimere un’opinione se non sappiamo di cosa si sta parlando?

Il successo di programmi come Kazzenger deriva tutto da qui, secondo me: il metodo scientifico, l’emozione della scoperta, il senso stesso del fare scienza, sono concetti che ci sono stati strappati via da un sistema sociale ed educativo incredibilmente miope. Va da sé che senza queste competenze è dura accettare passivamente le risposte della scienza. A volerla dire tutta c’erano altre discipline che potevano dare queste risposte: la filosofia e la religione, ovvero i primi a prendere a picconate la cultura scientifica. Ma la verità è che sono entrambe estinte o in via di estinzione, e hanno ormai ben poche risposte da dare. Ben venga dunque Kazzenger, i complotti, le dietrologie, la (pseudo)scienza alternativa: dopotutto ci è rimasto solo questo.

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