Mi è capitato di vedere un film, del 1966. Si intitola Farhenheit 451, è tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Ray Bradbury e parla dell’importanza dei libri. Una società senza libri, quindi senza cultura, è destinata ad essere una società fatta di schiavi. Schiavi non nel senso fisico del termine naturalmente, ma in senso psicologico: persone che non sanno pensare con la propria testa ma che accettano come verità tutto quello che gli viene presentato e che si adeguano a fare tutto ciò che gli viene imposto. In Italia siamo già dei “sudditi” (vedi articolo “Le tasse sono come i farmaci: dose troppo alte possono uccidere…“), il passo successivo per diventare “schiavi” non è poi così lontano…

Dalle statistiche, infatti, gli italiani sono un popolo che non legge molto. Stiamo dunque molto attenti a non perdere la nostra libertà: ricordiamoci che la televisione, anzi “certa” televisione, fa male e che il tempo libero è fatto anche per leggere, non solo per pensare a divertirsi. Correggo la frase: il tempo libero è fatto per divertirsi, ma ricordiamoci che anche la lettura è un divertimento per la mente, un divertimento che, purtroppo, in Italia viene minacciosamente ignorato e talvolta denigrato…

N.B. Consiglio vivamente di guardare il film o di leggere il libro citato. Ne vale davvero la pena…

L.D.

http://www.biblon.it/news/gli-italiani-e-la-lettura-nel-rapporto-de-litalia-dei-libri/

Gli italiani e la lettura nel rapporto de l’Italia dei Libri

Posted In Editoria, News – By Giusipina on sabato, marzo 24th, 2012
Ieri, 23 marzo 2012, si è tenuto a Roma, il rapporto L’Italia dei libri – Un anno, le stagioni, due trimestri a confronto, presentato dal Centro per il libro e la lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. I risultati della ricerca mostrano come quasi un italiano adulto su due, nel 2011, ha letto (49%) e acquistato (44%) almeno un libro, dato apparentemente confortante che però mostra tutte le sue debolezze se accostato a quelli relativi ai principali paesi europei (Regno Unito e Germania 70%, Francia quasi il 65%). La lettura nel Bel Paese sembra avere una forte valenza sociale: in base alla ricerca, il 75% dei laureati acquista e legge libri, mentre solo il 30% di coloro che hanno un livello di istruzione elementare legge e il 23% di loro acquista libri. Un altro dato che emerge con forza è la differenza tra il Sud Italia e il resto del paese: se al Centro-Nord legge il 52-53% della popolazione adulta, al Sud il dato precipita al 39%. In generale, inoltre, leggono più le donne (53% dei lettori) degli uomini (43%). La ricerca mostra anche la differenza esistente in base alla fascia di reddito: più gli individui sono benestanti, maggiore è la predisposizione all’acquisto di libri e alla lettura (infatti, ben il 63% di coloro che sono nella fascia alta di reddito ha letto almeno un libro, il 61% di questo gruppo ne ha acquistato almeno uno). Un dato sorprendente è l’età: i più grandi lettori sono i giovanissimi, quelli che hanno tra i 14 e i 19 anni: il 70% di loro ha letto almeno un libro, contro il 33% degli over 65. Un quadro con luci e ombre quindi che si fa sempre più opaco se accostato al crollo delle vendite librarie (quasi del 20%) registrato in Italia nell’ultimo trimestre del 2011!

Fahrenheit 451

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Fahrenheit 451 (edito in Italia anche con il titolo Gli anni della fenice) è un romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury. […] L’ambientazione è quella di un ipotetico futuro (dopo il 1960) nel quale leggere libri è considerato un reato, per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume. Il titolo del romanzo viene da alcuni riferito alla temperatura di autocombustione della carta (quella a cui brucia spontaneamente secondo le unità di misura imperiali), 451 gradi Fahrenheit appunto, che corrispondono a 232,78 °C. Va però detto che di tale attribuzione non si trova traccia nel testo del romanzo (451 è solo il numero sull’elmetto da pompiere del protagonista Montag) e che non esiste un’unica temperatura di autocombustione della carta (dipende dallo spessore della carta stessa, ad es. carta da giornale: 185 °C, carta da lettera: 360 °C).

Trama

Il protagonista, Guy Montag, lavora nel corpo dei vigili del fuoco, i quali hanno il compito di rintracciare chi si è macchiato del “reato di lettura” e di bruciarne i libri. Tutti i cittadini rispettosi della legge devono utilizzare la televisione per istruirsi, informarsi e per vivere serenamente al di fuori di ogni inutile forma di comunicazione. La televisione come elemento ossessivo della società viene utilizzata dal governo per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Montag, che per anni è stato un vigile del fuoco, un giorno commette un’improvvisa infrazione: decide di leggere un breve trafiletto di un libro che dovrebbe bruciare. In seguito, attirato dalla sua prima fugace lettura, salva alcuni libri e inizia a leggerli di nascosto. La decisione di infrangere le regole gli viene suggerita dalla conoscenza di Clarisse, una ragazza sua vicina di casa, che mostra un modo di vivere strano. Infatti Montag ha notato che i familiari di Clarisse alla sera non guardano la televisione, che non possiedono, ma trascorrono il tempo parlando tra di loro, con un’allegria e una spensieratezza difficili da comprendere e facilmente invidiabili.

La famiglia di Clarisse sembra felice, a differenza di quella di Montag, la cui moglie Mildred (che ha appena tentato il suicidio ingerendo barbiturici) non vuole avere figli. Montag, dopo aver riflettuto a lungo, prende coscienza di non amare né realmente conoscere quella donna, e capisce che nella sua vita c’è qualcosa di profondamente sbagliato. La lettura dei libri che ha preso lo conduce a scoprire un nuovo mondo, ma lo spinge anche verso la rovina. Mildred, dopo aver scoperto l’infrazione del marito e dato l’allarme alla caserma, abbandona Montag, mentre i vigili del fuoco lo costringono a incendiare la sua stessa dimora. Poco dopo Montag, minacciato e provocato dalle parole del suo ex capo Beatty, in preda alla rabbia brucia quest’ultimo con un lanciafiamme e, ferito da un segugio meccanico che poi distruggerà con lo stesso lanciafiamme, fugge dolorante verso la periferia della città.

Montag si ripara poi lungo il fiume, sulle cui rive incontra un gruppo di uomini fuggiti dalla società che, insieme ad altri loro compagni sparsi per tutta la nazione, costituiscono la memoria letteraria dell’umanità, in quanto conoscono a memoria numerosi testi letterari andati ormai perduti. Sulla città viene sganciato un ordigno nucleare e Montag, con i suoi nuovi compagni, si avvia verso di essa per prestare soccorso ai sopravvissuti.

Critica

Il testo – dal quale lo stesso Bradbury ha tratto una versione per il teatro – rientra nel filone della fantascienza sociologica e vuole rappresentare in modo esplicito i rischi di una società distopica. Secondo alcuni critici vorrebbe altresì simboleggiare un’allegoria del maccartismo imperante nella società statunitense dei primi anni cinquanta. Secondo altri, l’autore avrebbe inteso prefigurare semplicemente una società distopica cresciuta all’ombra di cervellotici machiavellismi.

Analogie con Huxley e Orwell

Il romanzo di Bradbury affronta il tema delicato della gestione delle informazioni e del controllo della società e – sotto questo particolare aspetto – tratta lo stesso tema dell’altrettanto famoso romanzo di Aldous Huxley Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932. In entrambi i romanzi l’attenzione delle persone verso l’operato del governo è annichilita dall’imposizione di un consumo di massa, dove il fine ultimo è apparenza, protagonismo e appagamento materialista. Nonostante il proposito delle dittature, la felicità risulta essere apparente, esistono quindi momenti di tristezza che però possono essere eliminati facilmente grazie all’uso di pillole.

Fahrenheit 451 ha anche numerose analogie con il romanzo 1984 di George Orwell: in entrambe le storie è incoraggiata la delazione (persino fra componenti dello stesso nucleo familiare) e si fa un uso massiccio della censura, dove però quest’ultima è organizzata in modo differente. Mentre in 1984 tutte le notizie vengono costantemente falsate ad opera di un ministero delegato, nel romanzo di Bradbury è bandita qualsiasi informazione scritta. I libri sono quindi dichiarati materiale illegale, e come tale, tenuti nascosti nei posti più disparati dai lettori fuorilegge per far fronte alle continue incursioni dei pompieri incendiari.

A differenza di quanto accade in 1984Fahrenheit 451 e il Mondo nuovo possono essere considerati libri critici verso le degenerazioni informative dei regimi democratici, basati sul sempre più invadente consumo di massa. In ogni caso il libro di Bradbury ha un finale aperto a una nuova vita e alla speranza, mentre Huxley e Orwell non lasciano alcuna via di fuga.

Opere derivate

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Fahrenheit 451 (film).

Nel 1966 il libro è stato trasposto in un omonimo film, diretto da François Truffaut e con Oskar Werner nella parte di Guy Montag. Per il 2012 è prevista una nuova pellicola, diretta da Frank Darabont. […]

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http://www.agoravox.it/Gli-italiani-e-la-lettura-La.html

Gli italiani e la lettura. La dittatura dell’incultura

Il libro “L’Italia che legge” ci rivela anche un’Italia che non regge (Giovanni Solimine, www.laterza.it2010).

“Gli italiani sono dei dilettanti dell’esistenza”. (Amian Azzott)

Per capire meglio la drammatica situazione della cultura italiana basta prendere in esame un solo dato “macroeconomico” paradigmatico e impietoso: la Bibliothèque Nationale di Parigi “ha un numero di dipendenti più elevato di tutte le 46 biblioteche statali italiane messe insieme… questo numero è destinato a calare ulteriormente, se consideriamo che l’età media supera i 55 anni e che il turn over del personale è di fatto bloccato” (Giovanni Solimine, L’Italia che legge, Laterza, 2010).

Gli italiani sono tra i peggiori lettori d’Europa e l’economia editoriale si regge su un piccolo gruppo di “lettori forti”: quelli che leggono i giornali, le riviste e più di 12 libri ogni anno. Più o meno ci sono 4 milioni di cittadini che comprano la metà dei libri che escono in un anno (circa il 12 per cento della popolazione a seconda del tipo di conteggi). Bisogna però considerare che “il fatturato dell’editoria libraria è più elevato di quello della stampa quotidiana e della stampa periodica… la sola “editoria d’autore”, che non include i libri scolastici, con i suoi 1,6 miliardi annui è di gran lunga più forte del mercato dell’home video (un miliardo scarso), della musica (700 milioni), del cinema (655 milioni), dei videogiochi (550 milioni)”.

Comunque c’è da segnalare la nota positiva del significativo aumento dei lettori nel 2010, con un più 1,7 per cento (rispetto al 2009). Ad oggi gli italiani che leggono sono il 46,8 per cento della popolazione, ben 7,7 punti in più rispetto al 1995, cioè più di 5 milioni di italiani, probabilmente quasi tutti molto giovani, rientranti nella fascia 11-14 anni (www.aie.it). Altro fatto positivo è la crescita degli editori indipendenti e dei piccoli editori, che ottengono buoni risultati nel Web.

Però molte librerie indipendenti continuano a chiudere e l’appiattimento editoriale è un fatto molto negativo: “Distruggere la libertà dell’arte è una specie di follia, come togliere all’individuo la libertà di possedere due orecchi per udire i suoni ai quali la mente è sensibile, e sostituirli con microfoni che captino solo ciò che vuole lo Stato”o i proprietari delle grandi case editrici (Stephen Spender, in “Il Dio che è fallito”, 1992).

In sintesi è meglio ricordare a tutti, “che non solo non ci può essere un futuro di ricchezza per un popolo ignorante, ma che sarebbe dovere dei poteri pubblici promuovere una politica culturale, una politica della scienza, una politica della ricerca e all’interno di questa linea di intervento trovare uno spazio anche per la promozione del libro e della lettura, da intendere come investimento per lo sviluppo” (Giovanni Solimine, p. 131). E forse l’unico modo per migliorare le qualità personali e lavorative degli italiani è quello di dare “la possibilità di scaricare nella dichiarazione dei redditi le spese per l’acquisto di libri scolastici”, dei saggi e degli abbonamenti alle riviste professionali e specializzate (Giovanni Solimine, Università di Roma La Sapienza, 2010).

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Aggiornamento del 21 febbraio 2013:

http://www.gravita-zero.org/2013/02/meta-degli-italiani-analfabeti-di.html?m=1

21 FEBBRAIO 2013

METÀ DEGLI ITALIANI ANALFABETI DI RITORNO: DANNO ALLA DEMOCRAZIA

“In Italia oltre il 50% degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata”. E’ la pesante e preoccupante affermazione di Tullio De Mauro, importante linguista italiano registrata in questo recente video de Il Fatto Quotidiano.
L’analfabetismo di ritorno* della nostra popolazione ha influenze negative anche sul grado di consapevolezza con cui gli elettori si recheranno alle urne fra qualche giorno: “Molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa”.  Della preoccupante situazione Gravità Zero aveva  parlato in un articolo il mese scorso.

NOTA:

* Si definisce “analfabeta di ritorno” chi, pur avendo imparato a leggere e scrivere, per poca o nulla pratica ha dimenticato ciò che ha appreso nel passato. 

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Aggiornamento del 26 settembre 2013:

Libro “Ignoranti. L’Italia che non sa, l’Italia che non va” di Roberto Ippolito

Spesso esilarante per i casi raccontati, ma inquietante per lo scenario descritto, Ippolito svela quanto è somara l’Italia. Con nomi e cognomi il libro fornisce un campionario incredibile di assurdità: il sottosegretario che accusa il ministro di essere un “asino bardato da generale”, la conduttrice che inciampa sugli accenti, deputati che parlano in modo inverosimile. Sorprendente? L’Italia è sempre in coda nelle classifiche per l’istruzione e la cultura. Lo confermano gli spropositi che si trovano nei temi della maturità, i pessimi risultati degli studenti nel confronto internazionale, gli errori nella formulazione delle domande ai concorsi: anche chi giudica sbaglia. E l’economia arretra. Il contrario di quanto avvenne negli anni del boom, quando l’innalzamento culturale accompagnò il miracolo. Oggi il 45,2 per cento ha al massimo la licenza media contro il 27,3 per cento dell’Europa. Solo due italiani su quattro sono diplomati contro tre inglesi su quattro. L’Italia è avara: in Europa è ventiduesima per la quota di spesa pubblica destinata all’istruzione in rapporto al Pil. E al peggio non c’è mai fine per l’onda lunga dei tagli dell’era Berlusconi, ma anche per la scarsa sensibilità del governo tecnico di Monti. Nemmeno i privati si salvano. I confronti internazionali proposti ripetutamente nel libro certificano il disastro. Uno schiaffo per un paese come l’Italia, per secoli culla della cultura e dell’arte. Come si può tornare a crescere? Con l’istruzione e la cultura.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/giuseppe-longo/litalia-ignorante/agosto-2013

L’Italia ignorante

di Giuseppe O. Longo – 28 agosto 2013

Tranne poche isole di altissima cultura, il nostro è un Paese di ignoranti: una scuola disastrata, un’università sciupata, una classe di politici e amministratori mediamente di ignoranza abissale. Un Paese che non legge, e se legge raramente capisce, e se parla sproloquia: il tasso di analfabetismo di ritorno è elevato, anche tra i laureati: non che costoro siano del tutto incapaci di leggere e scrivere, ma non sanno esprimersi, hanno conoscenze ridottissime, un lessico primitivo, una sintassi rudimentale, non riescono a interpretare il significato di proposizioni anche semplici. Questo panorama desolante ci è offerto da “Ignoranti. L’Italia che non sa, l’Italia che non va” (Chiarelettere, Milano, 2013), di Roberto Ippolito, giornalista libero battitore che ha curato a lungo le pagine economiche de La Stampa, ha diretto la comunicazione della Confindustria e le relazioni esterne della Luiss di Roma. Il volume, documentatissimo, desta amarezza e ribellione di fronte a una situazione che, pur tristemente nota nei suoi tratti generali, qui viene analizzata con acribia puntigliosa, ma anche con tratti di fine umorismo.

Non è facile elencare le situazioni e gli esempi forniti dall’autore: cartina di tornasole dell’ignoranza diffusa sono per esempio i concorsi per l’accesso alla magistratura, all’avvocatura, alla polizia, alla scuola (si veda l’esilarante florilegio di strafalcioni alle pagg. 25-28). Non solo i candidati dimostrano spesso un’incultura fenomenale, ma anche le domande cui dovrebbero rispondere sono farcite di errori. I concorsi non sono che un caso particolare di una situazione generale che è stata a lungo (volutamente o per insipienza?) ignorata dalla classe dirigente e che ora viene a galla a causa dell’inevitabile confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea, confronto che vede l’Italia quasi sempre nelle posizioni di coda per quanto riguarda gli investimenti e l’impegno per la scuola, per i musei, per l’editoria, per la ricerca.

E proprio la trascuratezza per la scuola e per l’università è per Ippolito (e come dargli torto?) la causa principale di questa situazione. E non solo di trascuratezza si tratta, ma di accanimento: di fronte alla crisi economica i governi che si sono succeduti (anche quello cosiddetto tecnico di Monti) hanno creduto bene calare la mannaia sulle spese per l’istruzione, l’innovazione e la ricerca, senza rendersi conto che, come ha affermato il presidente Obama, “tagliare il deficit riducendo gli investimenti nell’innovazione e nell’istruzione è come alleggerire un aereo troppo carico scaraventando giù il motore.” E se da una parte lo stato comatoso della nostra cultura è effetto delle periclitanti condizioni della scuola e dell’università, dall’altra esso è causa della nostra scarsa capacità di innovazione, produzione e forza concorrenziale. Infatti per Ippolito alla base delle difficoltà delle nostre imprese sullo scacchiere europeo e su quello globale sta proprio la fragilità della nostra base culturale, soprattutto tecnica e scientifica.
I problemi della scuola sono tanti, e complicati: non per nulla tutte le riforme tentate negli ultimi decenni hanno fornito esiti negativi. Tra questi: la disincentivazione degli insegnanti, i tagli delle spese, che colpiscono anche la sicurezza degli edifici scolastici, la scarsità delle attrezzature e, non ultimo, l’abbandono di tantissimi allievi in età scolare. Questo problema, acuto soprattutto nel Mezzogiorno, assume tinte preoccupanti perché oltre a causare la perdita di forze intellettuali potenziali, esso finisce con l’alimentare le file della malavita organizzata. Anche sotto questo profilo l’Italia brilla in Europa di luce nera, come ancora una volta l’autore documenta con cifre e citazioni al limite della minuziosità (ma la lettura non è mai appesantita da questa diligenza documentaria).
Si sa che gli Italiani leggono poco, ma Ippolito ci illustra quanto poco: in media una famiglia su dieci non possiede nemmeno un libro (anche qui con differenze territoriali impressionanti: in Sicilia due su dieci, in Trentino-Alto Adige una su quaranta, tanto che qualcuno ha affermato che la questione meridionale coincide in larga parte con la questione dell’istruzione nel Sud). E il numero dei lettori (forti o deboli che siano) tende a decrescere, come decresce il numero dei lettori di quotidiani, di frequentatori dei teatri, di visitatori dei musei e via dicendo. Sicché il nostro immenso patrimonio culturale, artistico e storico va alla deriva per l’incuria degli amministratori, il disinteresse dei politici e l’indifferenza crescente del pubblico (vedi il caso Pompei). Ben diversa è la situazione negli altri Paesi UE (vedi il caso Louvre).
Tale è l’impreparazione impartita dalla scuola superiore agli studenti che vogliono poi iscriversi all’università, che diversi atenei hanno dovuto istituire corsi di recupero per le materie di base, tra cui matematica e soprattutto italiano (i cosiddetti corsi di primo soccorso linguistico): in tal modo l’abbassamento di livello della scuola comporta un rallentamento dei ritmi e una caduta di livello dell’università (in una recente graduatoria internazionale i nostri atenei migliori, Pisa e Roma La Sapienza, galleggiano in una zona di grigiore tra il 100-esimo e il 150-esimo posto…). Tuttavia non occorre transitare dall’università per restare ignoranti: il numero dei parlamentari laureati è diminuito negli ultimi anni, ma non ne è diminuita l’impreparazione media, come risulta dai loro discorsi o dalle interviste raccolte. (Ippolito non lo dice, ma anche i giornalisti e in genere i mediatori culturali hanno subìto, anche se forse in misura meno elevata, lo stesso degrado culturale, specie in campo linguistico.)

Non si può certo esaurire la ricchezza documentaria di questo libro con un’elencazione dei suoi contenuti: basti ricordare che le donne, spesso caratterizzate da ambizione, preparazione e interesse superiori a quelle dei maschi, trovano molti ostacoli sul loro cammino professionale, a parità di titoli guadagnano meno dei loro colleghi uomini e tendono ad essere discriminate nei concorsi e nelle assunzioni. Tutto ciò è per Roberto Ippolito il segno di una società arcaica, che invece di evolversi verso le professioni ad alto valore intellettuale e specialistico, resta ancorata a una visione chiusa e tradizionale. Ne è un segno l’indifferenza, o addirittura l’ostilità, nei confronti del computer e soprattutto di internet, considerata uno strumento inutile se non dannoso: e ancora una volta il confronto con gli altri Paesi UE è convincente.
Per chiudere voglio citare uno degli esempi più clamorosi d’incomprensione dell’importanza della ricerca scientifica da parte dei nostri governanti, in particolare del governo dei tecnici guidato da Mario Monti. Nel luglio 2012 viene confermata la scoperta del bosone di Higgs, sulla cui importanza per la comprensione del nostro universo fisico è superfluo soffermarsi. A questa scoperta hanno dato un contributo essenziale i ricercatori italiani che lavorano al Cern di Ginevra, ai quali il 6 luglio il presidente Napolitano invia una vibrante lettera di felicitazioni. Ventiquattr’ore dopo compare sulla Gazzetta Ufficiale la tabella dei tagli alla ricerca decisi dal governo in base alla revisione delle spese. “Insomma, conclude amaramente Ippolito, il premio per il bosone è una penalizzazione di tutto il mondo scientifico italiano” (pag. 113).

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Aggiornamento del 9 ottobre 2013:

http://www.euractiv.it/it/news/sociale/7874-istruzione-ocse-italia-agli-ultimi-posti-per-alfabetizzazione-e-far-di-conto.html

Ocse: Italia in fondo per alfabetizzazione e far di conto

Viola De Sando | 09 Ottobre 2013

Sono gli italiani – insieme agli spagnoli – i cittadini con le competenze alfabetiche più basse. A rivelarlo il primo studio Ocse sulle capacità degli adulti – alfabetizzazione, far di conto, problem-solving – condotto in 24 paesi coinvolgendo i cittadini tra i 16-65 anni.

Lo studio analizza il livello di alfabetizzazione, le competenze di calcolo e la capacità degli adulti nella risoluzione dei problemi, con l’obiettivo di comprendere i loro effetti sulla qualità della vita nel XXI secolo. Secondo l’Ocse gli adulti con un livello basso di competenze rischiano di non trovare lavoro e di avere più problemi di salute rispetto agli adulti con un livello alto di competenze.

Per quanto riguarda le capacità espressive e linguistiche l’Italia (27,7%), insieme alla Spagna (27,5%), è agli ultimi posti della classifica. Un italiano su cinque, infatti, ha problemi di lettura […]. Gli italiani (31,7%) sono gli ultimi della classe anche nel ‘far di conto’, insieme a spagnoli (30,6%) e statunitensi (28,7%) […]. Tra le competenze analizzate dall’Ocse ci sono anche quelle informatiche. Su questo fronte l’Italia (24,4%) è tra i paesi Ocse con il più basso livello di competenze informatiche. Un italiano su quattro, infatti, non ha le conoscenze informatiche di base, mentre nei Paesi Bassi, Norvegia e Svezia il rapporto scende a 1 su 14. Per quanto riguarda la risoluzione dei problemi (problem-solving) non è possibile confrontare l’Italia con gli altri paesi poiché, insieme a Cipro, Francia e Spagna, non ha aderito alle valutazioni proposte dall’Ocse. […]

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-10-09/prima-biblioteca-senza-libri-091343.shtml?uuid=Abug09qI

In Texas nasce la prima biblioteca senza libri, solo con gli e-book

di Federico Rapisarda – 9 ottobre 2013

Una nuova biblioteca nasce in Texas, ma non è come le altre. Infatti contiene nessun libro cartaceo. Gli addetti alla BiblioTech di San Antonio dichiarano «è la prima biblioteca senza libri. Oltre ad un catalogo di più di 10000 e-book, questa biblioteca tecnologica costituisce un’importante occasione di riscatto per un quartiere che vive in una situazione di arretratezza economica. […] «Speriamo comunque che ogni biblioteca senta presto il bisogno di evolversi presto. Il mondo sta cambiando e le biblioteche non possono rimanere immobili». […]

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Aggiornamento del 18 dicembre 2015:

Libro “Pianissimo, libri sulla strada. In viaggio a 20 km l’ora per amore della lettura” di Filippo Nicosia

Un furgone scassato, un carico di buoni libri, qualche valido compagno di viaggio. L’equipaggiamento essenziale per una missione ambiziosa: promuovere la lettura, risvegliare il gusto per la pagina scritta, leggere ad alta voce nelle piazze di una regione – la Sicilia – dove le librerie scarseggiano e l’analfabetismo cresce. Filippo, messinese trapiantato a Roma, un lavoro nell’editoria, è stanco del mercato librario italiano, asfittico e limitante, e decide di lasciare tutto per mettere in piedi una libreria itinerante: “Pianissimo – Libri sulla strada”. Un’idea piccola ma dirompente, un viaggio costellato di incontri luminosi, che gli permette di riscoprire una terra complessa, a tratti aspra, ma capace di tessergli attorno un’accoglienza sorprendente. Tanto che il viaggio continua ancora, e non solo in Sicilia.

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