Come rilanciare l’innovazione in Italia? Innanzitutto, cambiando mentalità:

  • deve cambiare la mentalità dei politici, che devono capire quanto sia importante investire in cultura e promuovere l’innovazione, oltre che progettare ed implementare regole migliori per l’università e per la sua integrazione con il mondo del lavoro;
  • deve cambiare la mentalità di chi offre lavoro, che deve cercare di formare e motivare le risorse umane anzichè sfruttarle senza incentivi al miglioramento della propria condizione;
  • deve cambiare la mentalità degli stessi lavoratori, che devono abituarsi ad aggiornarsi ed imparare costantemente attraverso lo studio e l’esperienza, poichè nel mondo d’oggi non ci si può permettere la staticità mentale, bisogna sempre guardare avanti; chi ha raggiunto il traguardo di un posto di lavoro fisso dovrebbe imparare a meritarselo davvero, impegnandosi ogni giorno, anzichè sfruttare la propria non licenziabilità per lavorare di meno; chi non trova lavoro dovrebbe darsi da fare per crearselo autonomamente.

L.D.

PERCHE’ E’ IMPORTANTE INVESTIRE IN R&S?

 

Leggi gli articoli con il tag “ricerca e sviluppo”

 

http://cordis.europa.eu/fetch?CALLER=IT_PROGLINK_PARTNERS&ACTION=D&DOC=1&CAT=PROG&QUERY=0136b620f136:d8dd:2541526a&RCN=675

[…] Informazioni Generali: Nel marzo 2000, il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato l’obiettivo strategico che consiste nel far diventare l’Europa, entro il 2010, “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Il progetto di creare uno Spazio europeo della ricerca, come proposto dalla Commissione nella sua comunicazione “Verso uno spazio europeo della ricerca” era stato assunto come elemento centrale della Strategia di Lisbona per il raggiungimento di tale obiettivo.

Due anni più tardi, il Consiglio europeo di Barcellona, oltre ad esaminare i progressi compiuti verso il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, ha deciso di incrementare gli investimenti a favore della ricerca e sviluppo (R&S) con l’intento di raggiungere il 3 per cento del PIL entro il 2010. Il Consiglio europeo di Barcellona ha richiesto, inoltre, di elevare il livello dei finanziamenti da parte delle imprese ai due terzi della spesa totale di R&S. Riconoscendo l’importanza di quest’obiettivo, gli “Indirizzi di massima per le politiche economiche 2002” degli Stati membri e della Comunità hanno posto l’accento sulla necessità di migliorare gli incentivi per le imprese, affinché esse possano investire nella R&S, mantenendo nel contempo la loro stabilità finanziaria. […]

Il ruolo delle università è fondamentale per il SER [Spazio Europeo della Ricerca], poiché la crescita della società della conoscenza dipende dall’arricchimento del sapere, dalla sua trasmissione attraverso l’istruzione e la formazione, dalla sua divulgazione tramite le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dal suo utilizzo mediante nuovi processi industriali o servizi. Le università svolgono una funzione chiave in tutti e tre questi settori di ricerca e nella valorizzazione dei relativi risultati. L’Europa ha bisogno di un settore accademico solido e fiorente, all’interno del quale l’eccellenza permetta di ottimizzare i processi a sostegno della società della conoscenza […]
Le università europee devono, con l’aiuto degli Stati membri e in un contesto europeo, affrontare l’impellente esigenza di adeguarsi a profondi cambiamenti quali:
_ l’aumento della domanda di istruzione superiore;
_ l’internazionalizzazione dell’istruzione e della ricerca;
_ lo sviluppo di un’intensa ed efficace cooperazione fra università e industria;
_ la proliferazione dei centri di produzione della conoscenza;
_ la riorganizzazione del sapere;
_ l’emergere di nuove aspettative.
[…]

QUANTO SPENDE L’ITALIA IN R&S?

http://saperi.forumpa.it/story/41741/litalia-non-spende-ricerca-e-lobiettivo-di-lisbona-e-sempre-piu-lontano

16/09/2009
di Tommaso Del Lungo

L’Italia non spende in ricerca e l’obiettivo di Lisbona è sempre più lontano

È un’Europa a crescita zero negli investimenti in ricerca quella che esce dall’ultimo rapporto Eurostat. La percentuale del Pil investita nei 27 paesi UE in ricerca e sviluppo nel 2007 è la stessa dell’anno precedente, pari all’1,85%. L’Italia in coda con 1,13%.

Il grafico degli investimenti in Ricerca e sviluppo nell’Eu dei 27 è piatto. Lo comunica l’Eurostat che ha diffuso da poco i dati del rapporto su scienza tecnologia e innovazione in Europa: nel 2007, i 27 stati membri hanno investito complessivamente poco meno di 229 miliardi di euro, l’1,85 per cento del Pil Europeo. Praticamente la stessa quota del 2006, nonostante l’obiettivo contenuto nella strategia di Lisbona (2002) di arrivare al 3% entro il 2010.
Per fare un confronto, nel 2007 gli USA hanno speso il 2,67% del PIL e nel 2006 (l’ultimo anno per cui ci sono dati disponibili) il Giappone ha speso il 3,40%.

In Europa solo due paesi hanno rispettato gli impegni di Lisbona, raggiungendo e superando il 3%: La Svezia e la Finlandia, che hanno speso rispettivamente il 3,60% e il 3,47%. Seguono l’Austria con il 2,56%, la Danimarca con il 2,55%; la Germania con il 2,54% e la Francia con il 2,08%. Fanalino di coda è Cipro, con lo 0,45%.

Guardando i valori assoluti fa riflettere che tre nazioni, da sole, rappresentino il 60 per cento degli investimenti. Si tratta della Germania, con 62 miliardi, della Francia con 39 miliardi, e della Gran Bretagna con 37 miliardi (l’1,79% del proprio PIL).

L’Italia? La tabella diffusa da Eurostat riporta i dati del 2006, perché quelli del 2007 non sono disponibili. La spesa era allora di l6,831 miliardi di euro, corrispondenti all’1,13% del PIL.

L’occupazione

Sul fronte dell’occupazione l’intero comparto “ricerca e sviluppo” (R&D – Research and Development) assorbe circa 2,3 milioni di lavoratori a tempo pieno tra ricercatori, manager, amministratori e personale amministrativo: l’1,6% della forza lavoro dell’UE.

Come per la spesa, anche per l’occupazione le differenze tra paesi sono notevoli. In Finlandia il settore rappresenta il 3,2% del totale degli occupati, in Danimarca, Lussemburgo, Austria e Svezia si arriva al 2% circa, mentre Bulgaria, Cipro, Polonia, Portogallo e Romania sono le nazioni più arretrate con una percentuale di occupati in “R&D” che non arriva all’1%.
Altri dati emersi dal rapporto riguardano la percentuale di ricercatori, che arrivano quasi all’un per cento in Europa e rappresentano lo 0,6 per cento nel nostro paese, come in Polonia e nei Paesi Bassi; siamo seguiti solo da Turchia, Romania, Bulgaria e Cipro.

I paesi che dal 2001 hanno incrementato di più la loro spesa in R&S sono l’Austria (aumento dal 2,07% nel 2001 al 2,56% nel 2007), l’Estonia (dallo 0,71% all’1,14%) e il Portogallo (dallo 0,80% all’1,18%).

http://affaritaliani.libero.it/economia/il-governo-prepara-un-nuovo-pacchetto-in-sette-punti130612.html

Operazione crescita/ Nuovi incentivi e bonus assunzioni. Così Passera vuole rilanciare la crescita

Mercoledì, 13 giugno 2012
[…] Quali sono le misure concrete con cui Monti e Passera sperano di far ripartire l’economia italiana? Anzitutto dando vita a un nuovo fondo in sostituzione di 43 norme di incentivi accumulatisi negli anni, fondo che cercherà di attrarre investimenti stranieri, rilanciare aree in crisi e sostenere centri di ricerca e sviluppo e che dovrebbe partire con una dotazione di 800 milioni garantiti dal riordino di altre voci di spesa, cui si aggiungerà un ulteriore miliardo di euro attinto dal Fondo rotativo della Cassa depositi e prestiti per complessivi 1,8 miliardi. Verrà poi introdotto un credito di imposta al 35% per l’assunzione di tecnici altamente specializzati, con un limite di 200 mila euro per azienda, così da mettere a disposizione fino a 25 milioni di euro quest’anno e fino a 50 milioni nel 2013 per creare almeno 2 mila nuovi posti di lavoro qualificati: una goccia nell’oceano della disoccupazione, specie giovanile, ma intanto un segnale di una rinnovata attenzione a competenze e innovazione. […]

[NdItaliaCheRaglia: il Governo vuole introdurre un bonus per l’assunzione di personale qualificato, ma quello che purtroppo manca, poiché è stato rimosso dalle proposte presentate, è il credito per l’innovazione tecnologica delle imprese, la cui presenza sarebbe ancora più importante e fondamentale del bonus assunzioni. Grave pecca dal nostro punto di vista, speriamo che i ministri ci ripensino…]

COSA DOVREBBE CAMBIARE NELLA POLITICA ITALIANA?

Leggi gli articoli con i tags “fuga dei cervelli” e “giovani talenti”.

Il problema non è tanto il fatto che i nostri cervelli migliori si trasferiscano all’estero per fare delle esperienze di lavoro. Il problema è che, una volta che se ne sono andati, non sono minimamente incentivati a ritornare in Italia. Si sta verificando un vero e proprio esodo, un’emorragia, mentre i paesi esteri fanno a gara per prendersi le nostre menti migliori. Gli italiani se ne vanno e di stranieri non ne arrivano: il problema è la “circolazione delle menti”, che in Italia non avviene perchè il nostro sistema è ovunque troppo chiuso, soprattutto nell’ambito universitario.

COME DOVREBBE CAMBIARE LA MENTALITA’ DEGLI ITALIANI?

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=273&ID_articolo=121&ID_sezione=627

4/11/2009

Nella vita come nel calcio siamo un Paese di catenacciari

Lettera

Domenica scorsa sulle vostre pagine dello sport il commissario tecnico della nazionale di tennis, Corrado Barazzutti, si rallegrava, pare assieme a gran parte del tennis italiano, che Venus Williams salterà la Fed Cup in Calabria.
Non ci rendiamo neppure più conto di quanto sia radicata nella nostra cultura la ragione stessa del nostro fallimento: giudicare meglio essere i primi fra i meno bravi piuttosto che i secondi competendo con l’eccellenza.
Questo spiega perché la qualità e la competizione sul merito viene aborrita: perché tentiamo sempre di giocare al ribasso, dagli uffici, alla televisione, al cinema, al mondo del lavoro. Siamo noi per primi che non vogliamo migliorarci, terrorizzati di competere con la qualità, anche con la propria.
Che vergogna per lo sport, che vergogna per il tennis, esultare per l’assenza di una campionessa che avrebbe peraltro dato lustro alla competizione e a tutta la Calabria. Come pensiamo di far sognare i nostri figli se ogni giorno diciamo loro «No, you can’t»?
V.B.

Risposta (di Mario Calabresi)

Pochi mesi fa il corrispondente del settimanale americano Time Magazine dall’Italia, Jeff Israeli, prima di lasciare Roma per trasferirsi a Parigi ha scritto un divertente libro per raccontare la sua lunga esperienza nel nostro Paese.
Premesso che Israeli ha talmente amato l’Italia da sposare una nostra concittadina, farci nascere due figli ed essere un tifoso sfegatato della nostra nazionale, la tesi di fondo delle sue pagine è però amara: siamo un Paese che gioca sempre per il pareggio.
La sua analisi mi sembra la più calzante: applichiamo il modulo del catenaccio a ogni cosa della vita, l’importante non è far gol ma cercare di non prenderne. Certo non è sempre così, c’è ancora chi parte, sperimenta e rischia, ma c’è una vocazione maggioritaria al pareggio e all’accordo al ribasso che preoccupa e deprime. Lo ha raccontato anche Luigi La Spina, in un editoriale pubblicato in queste pagine la settimana scorsa, sottolineando come la politica cerchi costantemente un accomodamento e non abbia vere spinte al cambiamento. Pensate come sarebbe stato bello per i ragazzi calabresi vedere la Williams giocare a casa loro, magari il suo talento avrebbe fatto scattare la molla della passione in qualche giovane italiano, magari ci avrebbe regalato un campione del futuro. Non lo sapremo mai, ma forse così ci sentiamo più tranquilli, rassegnati a lasciar partire chiunque abbia un po’ di ambizione e coraggio.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9960

I giovani siano imprenditori di se stessi

4/4/2012

di Irene Tinagli

Inventarsi un lavoro. Più la disoccupazione giovanile aumenta, più i ragazzi se lo sentono dire. Ma come possono fare? E come possiamo aiutarli a inventare nuovi lavori?

Si dice loro di ripensare gli studi, scegliere più accuratamente, definire percorsi di formazione più allineati con l’evoluzione dell’economia. Ma è difficile prevedere quali competenze saranno richieste da qui a cinque o dieci anni, spesso non lo sanno nemmeno le aziende. Ieri magari avevano bisogno di un addetto stampa, oggi di un graphic designer, o di un social media manager. Ieri di un commercialista, oggi di un avvocato specializzato in diritto cinese o proprietà intellettuale. Non è facile programmare carriere in questo scenario, e non è facile per un governo «creare posti di lavoro» secondo politiche industriali vecchio stile, quelle che tanti politici oggi invocano, a suon di sussidi e incentivi. Il modo migliore e più sano è dare ai cittadini più imprenditoriali, e in particolare ai giovani, i saperi, le competenze e le condizioni necessarie a fare nuove imprese ad alto potenziale di crescita. In questo modo non solo inventeranno il proprio lavoro, ma anche quello di molti altri. Gli studi della Kauffman Foundation hanno dimostrato che negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni la quasi totalità di nuovi posti di lavoro è stata generata da aziende nei loro primi anni di vita, aziende «nuove». Per questo il tema su come stimolare la creazione di nuove imprese è sempre più importante, e si discute spesso delle «condizioni» per farlo: semplificare la burocrazia, abbassare i costi di fare impresa, attrarre e stimolare il capitale di rischio, investire in infrastrutture digitali e nuove tecnologie. Tutte cose su cui è fondamentale agire presto, perché si tratta di condizioni fondamentali senza le quali non si va da nessuna parte.

Ma c’è qualcos’altro, altrettanto importante, di cui si però si parla molto meno: l’educazione alla curiosità, al rischio, all’imprenditorialità. Tutti i sondaggi condotti tra i giovani italiani mostrano bassi livelli di propensione al rischio e all’imprenditoria. Anche se molti ragazzi hanno minori aspettative rispetto al posto fisso e anche se aumenta, per esempio, la disponibilità a viaggiare e spostarsi, tuttavia la voglia di fare impresa resta molto bassa. Uno dei sondaggi più recenti, condotto nel febbraio scorso da Termometropolitico in collaborazione con La Stampa su ottomila italiani sotto i trentacinque anni, ha fatto emergere come il 24% degli intervistati accetterebbe «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio». Per contro solo il 16% preferisce «fare sacrifici per qualche anno per mettere soldi da parte e iniziare una sua attività indipendente». Un dato sorprendentemente basso. Per fare un confronto, in un’indagine condotta dalla Gallup Organization assieme alla Fondazione «Operation Hope» e resa nota pochi giorni fa, il 77% dei giovani intervistati dichiara di voler essere «boss di se stesso», il 45% di voler fare la propria impresa, e il 42% si dice convinto che inventerà qualcosa che cambierà il mondo. Non solo, ma il 91% sostiene di non avere paura ad assumersi dei rischi, anche se possono portare a sbagliare e fallire, e l’85% dice di «non mollare mai» quando desidera raggiungere un obiettivo. Altro che accontentarsi!

Naturalmente i due sondaggi sono stati fatti con criteri e campioni diversi ed è difficile fare un confronto puntuale, ma le differenze di atteggiamento che emergono sono così enormi che non possono non suscitare alcune riflessioni. La prima è che, evidentemente, certe predisposizioni imprenditoriali hanno radici lontane e profonde, e sono legate ai contesti in cui si formano i giovani, ben prima che arrivino alla laurea. E non possiamo pensare di iniettargliela da un giorno all’altro, magari quando hanno già completato gli studi, e quando si sono già immaginati un futuro lineare e tranquillo che tutti, dai genitori a tanti politici, gli hanno prefigurato come orizzonte desiderabile ed esigibile. È normale che tanti giovani cresciuti in contesti di questo genere non abbiano voglia di fare gli imprenditori. Non ci si improvvisa pionieri. Ma nemmeno ci si nasce. Diciamo che ci si «cresce», grazie al contesto, alle competenze, agli esempi e al clima che ci girano attorno.

Ed è questa la seconda riflessione da fare: su cosa e come supportare questi processi senza aspettare che sia troppo tardi. Sempre dal sondaggio Gallup emerge come il 54% dei ragazzi tra la quinta elementare e l’ultimo anno di superiori abbia imparato a scuola le basi su come gestire i propri risparmi, aprire un conto, prendere un prestito e così via, e come il 50% riceva corsi e informazioni a scuola su come creare un business. Certamente imparare questi aspetti da ragazzini non implica che poi si decida di metterle in pratica, ma aiuta per lo meno a sentirsi più sicuri e meno sprovveduti quando si voglia cimentarsi con «inventarsi il proprio lavoro» o fare una nuova impresa. Si è più stimolati a pensare a nuove idee, a pensare che sì, si può fare qualcosa di nuovo, qualcosa di utile, qualcosa che forse, chissà, cambierà il mondo. Perché per accontentarsi c’è sempre tempo.

COME DOVREBBERO CAMBIARE LE UNIVERSITA’?

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=302&ID_articolo=23&ID_sezione=686&sezione=

Se l’università italiana diventa un supermercato senza valore

8/7/2010

di Walter Passerini

Molti parlano dell’inadeguatezza dell’università italiana e questo se non argomentato rischia di delegittimare, tra le altre, anche questa istituzione. Oggi dieci anni dopo la riforma si scopre che l’università italiana non va: il tre più due non serve a trovare un lavoro, e dopo la laurea triennale i giovani si iscrivono in massa al biennio specialistico successivo, ritardando l’ingresso nelle professioni. L’ammissione autorevole è arrivata dallo stesso ministro, Maria Stella Gelmini, ma più che prendersela con le triennali forse è ora di additare i mali peggiori dell’università. Proliferazione delle lauree, proliferazione delle sedi, dialogo tra sordi, che implica stage senza progetto e placement inesistente: sembrano queste le malattie da guarire. Insieme al fatto che è l’intero valore del sapere come motore di successo e carriera ad essere entrato in crisi, quando si dice che per conquistare il futuro l’università non serve più. Le triennali deboli sono la conseguenza di problemi strutturali ma anche culturali. Di recente il Ministero ha proceduto a sfoltire gli oltre 5.500 corsi di laurea del 10% tra triennali e specialistiche, ma restano ancora troppi e senza identità. Così come troppe sono le sedi: se ogni provincia vuole la sua università, gli atenei di campanile sono una realtà, con buona pace della qualità degli studi e della ricerca. Infine il rapporto con il mondo del lavoro, all’insegna del dialogo tra sordi. Più che l’università del 3+2 sembra l’università del 3×2; insomma, un supermercato, che svende tesi e titoli senza futuro. Un meccanismo utile a riportare a valore l’università italiana oltre al suo necessario ringiovanimento, aprendo le porte agli sguardi più freschi e aiutando i più anziani a uscirne, potrebbe essere quello di abolire il valore legale della laurea, che fa sì che un percorso di studi sanzionato da una tesi diventa un pezzo di carta, che vale indipendentemente dalla sua qualità e dal suo autentico valore. Ma si sentono già le levate di scudi e il rullo dei tamburi contro.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8257&ID_sezione=&sezione

Nuove regole per investire sull’università

5/1/2011

di Francesco Profumo (rettore del Politecnico di Torino)

Caro direttore, nell’ormai lontano 1989 fu approvata la legge dell’autonomia universitaria (legge Ruberti), che consentì agli atenei di essere istituzioni che devono rispondere del loro operato ad un soggetto esterno di valutazione.

Fu una riforma epocale per un sistema universitario che era stato fino ad allora fortemente centralizzato e privo di autonomia. Il ministero dell’Istruzione «dettava le regole» e le singole università le «applicavano»: per quello che si doveva insegnare, per come si doveva spendere e per come scegliere i temi della ricerca scientifica. L’obiettivo principale della nuova legge fu quello di rendere (in prospettiva) gli atenei autonomi e responsabili, legando una parte del finanziamento del ministero al raggiungimento di specifici obiettivi. Nei primi Anni Novanta, le università scrissero «da sole» la loro mini-costituzione, ovvero lo statuto.

Successivamente, il primo passo concreto dell’autonomia fu la responsabilizzazione dei centri di spesa delle università, meglio nota come autonomia finanziaria degli atenei. A seguire, furono attuate l’autonomia didattica e quella relativa al reclutamento del personale docente e tecnico amministrativo. Dopo vent’anni dall’approvazione della legge, si può affermare che il processo dell’autonomia universitaria è stato un elemento abbastanza positivo per il nostro Paese: alcune delle nostre università competono con maggiore energia in campo nazionale e internazionale. Tuttavia è mancato il secondo elemento essenziale per il corretto funzionamento di un sistema che agisca in autonomia: lo stimolo alla responsabilità.

Le distorsioni che, in questi anni, sono state evidenziate nel sistema universitario italiano: i bilanci in rosso di alcuni atenei, il generalizzato numero di corsi di laurea non commisurato agli organici, le troppe sedi decentrate create senza una policy organica di sviluppo del sistema universitario, gli organici ipertrofici (soprattutto professori ordinari, a scapito di nuovi posti per ricercatori), sono state determinate dall’assenza di un sistema di valutazione che responsabilizzi gli atenei, attraverso premialità e penalizzazioni, in modo oggettivo, in funzione dei risultati ottenuti.

Finalmente nel 2006, su proposta del ministro Mussi, fu istituita la nuova Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), incaricata di valutare la qualità e l’efficienza degli atenei e degli enti di ricerca e le cui rilevazioni saranno determinanti per distribuire una parte (aggiuntiva rispetto alla «quota storica») del fondo di funzionamento ordinario alle università e agli enti di ricerca che raggiungeranno i risultati migliori.

Ecco il tassello mancante dell’intero processo, ma purtroppo i tempi della politica nel nostro Paese sono sempre lunghi e non sempre sono compatibili con un mondo sempre più competitivo e in evoluzione continua. Nel giugno 2010, il ministro Gelmini, con atto di «cultura anglosassone», ha affidato la selezione delle candidature per il Consiglio direttivo dell’Anvur a un Comitato indipendente. La reputazione e la qualità dei componenti del Comitato sono una garanzia per il risultato della selezione. Il Comitato sta concludendo i lavori scegliendo quindici nominativi, tra i quasi trecento candidati che hanno presentato domanda; tra questi, a sua volta il Ministro dovrà scegliere i sette membri del Consiglio direttivo dell’Anvur. Saranno passati ventidue anni da quando fu approvata la legge Ruberti, ma si aprirà a quel punto una nuova stagione dell’università italiana.

I membri dell’Anvur avranno una grande responsabilità: creare, con regole certe e con continuità pluriennale, un sistema di valutazione del sistema universitario italiano, che consenta di dare più stimoli e più risorse alle università che lo meriteranno. Il nostro Paese ha il dovere di investire di più e meglio in formazione e ricerca di qualità per il futuro dei nostri giovani, questo può essere un primo passo: una prima risposta concreta al discorso di fine anno del Presidente della Repubblica.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8124&ID_sezione=&sezione=

Una proposta per l’università

24/11/2010

di Ezio Pellizzetti (Rettore dell’Università degli Studi di Torino)

Caro direttore,
la riforma Gelmini di cui si discute in queste ore preoccupa per le scelte sull’autonomia degli Atenei, per la condizione dei ricercatori attuali e di quelli futuri, ma soprattutto per l’assenza di una precisa prospettiva di distribuzione delle risorse. Nessuna riforma, buona o cattiva, può essere a costo zero, tanto meno a costo meno di zero.

Di qui una modesta proposta, a modest proposal, non un suggerimento paradossale alla Jonathan Swift, bensì un progetto di intervento per consentire all’Università italiana di continuare a svolgere quel ruolo di motore di sviluppo, di ricerca e di innovazione privilegiato, se non unico visto lo smantellamento di fatto subito dal Cnr. Altri grandi Paesi europei hanno aumentato le risorse: così ha fatto la Francia il cui sistema universitario per numeri appare simile al nostro. La Francia partiva da un finanziamento per l’Università di 15 miliardi di euro l’anno (più del doppio del nostro, attestato su 7 miliardi, che diminuiranno di almeno altri 300 milioni il prossimo anno, sempre che si avveri la promessa del governo di uno sconto di 1 miliardo sul taglio già previsto). Ma il governo francese ha deciso di aumentare il finanziamento di un miliardo l’anno per cinque anni, a cui se ne aggiungono altri 4, sempre su cinque anni, destinati alla ricerca. In un lustro le risorse cresceranno da 15 a 24 miliardi. Lo stanziamento attuale per l’Università in Francia rispetto al Pil è del 1,4%, mentre in Italia si attesta su un misero 0,5% contro una media Ocse dell’1,5% (fonte: Unesco Science Report 2010). Tenendo conto anche delle differenze in valore assoluto, il divario appare abissale e non è pensabile che lo si possa colmare in tempi brevi.

Che fare allora, al di là di continuare a protestare? È possibile avviare un progetto di crescita pluriennale, dal 2011 al 2015 che porti, al ritmo di 1 miliardo l’anno, le risorse per l’Università a 12 miliardi di euro, così da avvicinarci a quei 23 miliardi che rappresenterebbero il finanziamento corrispondente alla media Ocse: l’1,5% del Pil ora calcolato in 1521 miliardi. Come arrivarci? Occorre che le nuove risorse siano a priori destinate ad esser distribuite, non in ridicole percentuali del 7 o 5% come ora, su base valutativa. E sarebbe ora di distinguere, integrandoli in razionali sistemi di cooperazione, tra Atenei con differente distribuzione di ruoli fra didattica e ricerca. Occorre poi che la società civile, le forze produttive, le imprese, le banche, le fondazioni, gli enti locali si responsabilizzino, contribuendo in modo serio e consistente al finanziamento di un’istituzione che può rifondere in termini di sviluppo tutto ciò che riceve. Altre risorse potrebbero venire dall’attrazione degli studenti stranieri: 30.000 in più possono significare per l’Italia risorse fresche per circa 1 miliardo l’anno. Tenendo infatti conto che sono 3 milioni gli studenti che studiano all’estero, è ragionevole ipotizzare una capacità attrattiva del nostro sistema universitario di almeno l’1% di quei 3 milioni (con particolare riguardo a Paesi quali l’America Latina e l’Africa). È infine necessario un alleggerimento del carico fiscale sugli Atenei a cominciare dall’assurdità dell’8% di Irap che ogni anno paghiamo e dal fatto che quasi tutto il finanziamento ordinario annuale viene restituito in forma di imposte e contributi (per quanto riguarda Torino: 250 milioni di Ffo ricevuti e 240 milioni di tasse e contributi pagati e attività economiche stimate in più di 2 miliardi di euro). Si tratta, insomma, di mettere in atto un esercizio collettivo di volontà per salvare un bene sociale prezioso, l’alta formazione e la libera ricerca, che ogni Stato civile degno di questo nome deve poter vantare.

COME DOVREBBE CAMBIARE IL MONDO DEL LAVORO?

Vedi l’articolo “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro… degli stagisti!

Vorrei ricordare come in altri paesi, in Cina ad esempio, non esista assolutamente la mentalità di lavorare senza retribuzione. Chi può fare uno stage senza ricevere compensi lo può fare perchè evidentemente ha una situazione famigliare che gli consente di farlo, ma in questo modo solo chi ha questa fortuna può permettersi di fare esperienza nel mondo del lavoro, al contrario di chi è invece costretto a cercare un lavoro retribuito.

N.B. Io stessa ho sperimentato, per alcuni mesi e per mancanza di alternative, questa pratica del lavoro volontario e devo dire che è stato molto demoralizzante: per la mancanza non solo di uno stipendio ma addirittura di un rimborso spese, e per la consapevolezza di essere una figura senza responsabilità, non indispensabile e facilmente sostituibile. Prospettive future: zero.

La miopia sui nuovi laureati

Pubblicato su La Stampa del 24/11/10

di Andrea Cammelli

La prima laurea in famiglia, finalmente. Ancora tra i laureati del 2009 una compiuta preparazione universitaria entra per la prima volta in casa nel 72% dei casi. Ciò è avvenuto anche per l’ampliarsi della popolazione che ha potuto accedere agli studi universitari provenendo da ambienti sociali meno favoriti.
L’estendersi degli accessi non può che avere dilatato la possibilità di intercettare e valorizzare capacità ed eccellenze; né il fenomeno è rimasto circoscritto ai tradizionali protagonisti, i giovani di 19 anni. Le nuove offerte formative hanno avvicinato agli studi (o vi hanno riportato) una consistente popolazione di adulti. E’ uno degli effetti del vituperato «3+2».
Uno degli obiettivi che contribuisce all’innalzamento della soglia educazionale di cui il Paese ha bisogno, perché in ritardo rispetto all’Europa, e che fa dire, al contrario di quanto si pensa che la riforma non sia stata un fallimento. A nove anni dall’avvio la documentazione aggiornata resa disponibile da AlmaLaurea (www.almalaurea.it) è supporto importante per esprimere valutazioni fondate.
Permette di sottrarsi all’insidia più diffusa: più che fingere di non vedere, non guardare nemmeno. Altri indicatori, importanti, ci parlano di un miglioramento delle caratteristiche di studio dei laureati rispetto ai fratelli maggiori usciti nel 2001 dall’università non ancora riformata. Più che il numero di laureati, sono aumentati gli anni di formazione portati a termine, si è ridotta l’età alla laurea, sono quadruplicati i laureati in corso; si tratta inoltre di giovani più assidui alle lezioni e con maggiori conoscenze informatiche e linguistiche; a sottolineare la positiva collaborazione fra università e mondo del lavoro e delle professioni (a lungo rimasta a livello di reciproche promesse) sono triplicati gli stage; infine, rispetto alle esperienze di studi all’estero, si è arrivati a un valore prossimo, almeno per i laureati specialistici, al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’Europa. Certo, questo risultato è la sintesi di profili anche fortemente differenziati per ateneo, facoltà e corsi di laurea; così disaggregata la realtà mostra percorsi virtuosi e altri in evidente stato di sofferenza. Ma anche ai più severi critici del processo riformatore il quadro che emerge non può non risultare complessivamente positivo. Numerosi interlocutori hanno creduto invece di trovare conferma del fallimento della riforma nel modesto assorbimento dei laureati triennali nel mercato del lavoro e nell’elevata quota di quanti proseguono gli studi verso la laurea specialistica. Verifica inoppugnabile, se queste condizioni fossero circoscritte ai laureati triennali e fossero attribuibili unicamente alla riforma e all’università. Le cose stanno diversamente. Ad osservare la documentazione presentata da AlmaLaurea sulla condizione lavorativa di quasi 200 mila laureati intervistati ad uno, tre e cinque anni dalla laurea, risulta evidente che in difficoltà, crescente, a trovare un’occupazione non sono solo i laureati triennali, quelli «meno preparati perché hanno studiato di meno», come sentiamo ripetere. La disoccupazione cresce con analoga consistenza anche fra i laureati magistrali, quelli che hanno studiato due anni di più e tra i laureati pre-riforma. Diminuisce, inoltre, la stabilità del lavoro ed il potere d’acquisto degli stipendi, già modesti (di poco superiori a 1100 euro mensili ad un anno dalla laurea). Eppure quello in istruzione superiore risulta il migliore investimento per la crescita culturale, per contrastare la disoccupazione e l’obsolescenza delle conoscenze, per ottenere migliori retribuzioni, per competere a livello internazionale. Le indagini chiamano in causa le difficoltà di antica data di larga parte della struttura produttiva, fatta di piccole e medie imprese, e del sistema Paese ad apprezzare appieno il ruolo strategico degli investimenti in istruzione superiore e in ricerca. Questo è il nodo più critico: per dirlo con le parole del Nobel per l’economia Gary Becker, continuare a ignorare che la crescita «dipende dalla capacità di una nazione di utilizzare la sua gente».
ANDREA CAMMELLI UNIVERSITÀ DI BOLOGNA – ALMALAUREA

COME RIUSCIAMO A BUTTARE VIA DENARO PUBBLICO IN RICERCHE INUTILI E TAGLIANDO FONDI DOVE INVECE SAREBBERO UTILI E BEN SPESI?

Vedi l’articolo “Due appelli per salvare ricerche d’eccellenza in Italia

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/limbarazzante-vicenda-del-piezonucleare

L’imbarazzante vicenda del piezonucleare

di Ezio Puppin (presidente del CNISM)

L’INRiM (Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica) è un ente pubblico di ricerca vigilato dal MIUR (il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) le cui strategie sono descritte, come la legge prevede, in un documento cosiddetto di “visione strategica” che traccia le linee guida dell’attività dell’ente per il decennio a seguire. Questo documento viene stilato periodicamente e nella versione del 2010 si può leggere la seguente frase:

“Nel prossimo decennio l’INRIM si impegnerà in ricerche di metrologia fondamentale, metrologia applicata, metrologia interdisciplinare (Ambiente, Energia, Nuove Tecnologie, Salute) e in settori metrologici emergenti (Bioscienze, Ingegneria dei Materiali e Tecnologie delle Comunicazioni).”

Nel 2012 il documento viene riscritto con pochissime variazioni, però molto significative. Nel caso della frase sopra citata l’elenco dei “settori metrologici emergenti” diventa: Fenomeni Piezonucleari, Bioscienze, Ingegneria dei Materiali e Tecnologie delle Comunicazioni.

Col che, nella “vision” dell’INRiM, entrano ufficialmente i fenomeni piezonucleari, dei quali si parla anche nel piano triennale 2012-2014, un documento operativo e non di immaginifica visione strategica, dove si legge:

“Nell’ambito del Progetto Bandiera “L’ambito Nucleare” (finanziato nel 2011 con 10 milioni di euro) ed in collaborazione con CNR, ENEA e Politecnico di Torino, il Piano Triennale 2012-2014 mira a esplorare una nuova frontiera sull’utilizzo ecosostenibile del nucleare, che è quella delle reazioni piezonucleari.”

Cosa è successo tra il 2010 e il 2012? Il fatto più rilevante è la nomina, avvenuta nel 2011, del nuovo Presidente dell’INRiM, Alberto Carpinteri, Professore Ordinario di Scienza delle Costruzioni del Politecnico di Torino. Il quale, come recita il suo CV, è:

“Autore di oltre 650 pubblicazioni (delle quali oltre 300 su rivista internazionale con referee) nei seguenti campi: meccanica dei materiali e della frattura, fatica, termoelasticità, sismica, calcestruzzo armato, monitoraggio strutturale, meccanica del contatto, frantumazione e comminuzione, processi di perforazione, materiali compositi a strati o functionally graded, materiali nanostrutturati o gerarchici, emissione acustica ed elettromagnetica, reazioni piezonucleari.”

Anche qui compaiono, ultima voce dell’elenco, le reazioni piezonucleari.
Va detto che l’interesse del Prof. Carpinteri per le reazioni piezonucleari è relativamente recente perché è solo nel 2009 che il suo nome compare per la prima volta in un articolo scientifico su questo argomento. Il titolo del lavoro è eloquente: “Piezonuclear Neutrons From Brittle Fracture: Early Results of Mechanical Compression Tests”. In questo articolo, a detta degli autori, fratturando pezzi di granito si provoca l’emissione di neutroni, a dimostrazione del fatto che si sono verificate delle reazioni nucleari. Per la precisione “piezo” nucleari in quanto provocate dall’applicazione di una compressione, che in greco antico prende appunto il nome di “piezos”. 

Il primo a parlare di reazioni piezonucleari fu Steve Jones nel 1986. Si tratta dello stesso Jones che, insieme e Pons e Fleischman, aveva annunciato la scoperta della fusione fredda, che nel suo caso aveva voluto che si chiamasse “muon catalyzed fusion” per differenziarsi rispetto a quella elettrochimica degli altri due. Dopo quasi vent’anni di silenzio il termine “piezonucleare” fa di nuovo capolino in un lavoro di due autori italiani: Roberto Mignani, professore dell’Università di Roma Tre, e Fabio Cardone, un collaboratore tecnico del CNR. Il sodalizio tra i due e il Prof. Carpinteri nasce dopo poco e sfocia nella pubblicazione del già citato articolo sulla rivista Strain. È opportuno a questo punto precisare che le riviste scientifiche hanno un comitato editoriale i cui componenti hanno una rilevante influenza sulle pubblicazioni della rivista. Nel caso della rivista Strain tra i componenti del comitato editoriale siede lo stesso Carpinteri.

Sia qual che sia, si tratta di risultati assolutamente clamorosi, totalmente inspiegabili con una qualsiasi delle teoria fisiche conosciute. È il solo Mignani, un fisico teorico, ad avventurarsi nel tentativo di spiegare l’inspiegabile mescolando la fisica nucleare con la relatività generale ipotizzando curvature dello spazio-tempo che renderebbero possibili fenomeni altrimenti preclusi. Prima però di parlare delle teorie che spiegano i fatti, è sempre opportuno essere sicuri che questi fatti siano reali. E nel caso delle reazioni piezonucleari, a parte quanto sostengono Cardone, Mignani, Carpinteri e i loro collaboratori, non si registrano verifiche indipendenti. Al contrario, nel giro di pochi mesi vengono pubblicati una serie di lavori che smentiscono del tutto le pretese asserzioni sulle reazioni piezonucleari. Si tratta, è bene dirlo, di smentite provenienti da laboratori di fisica nucleare di importanti istituzioni tra cui l’INFN, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Sic stantibus rebus, è lecito affermare che, almeno sino a questo punto, la pretesa esistenza dei fenomeni piezonucleari non ha ricevuto alcuna conferma indipendente. Non solo, le modalità con cui queste osservazioni sono state condotte è stata oggetto di forti critiche.  […]

Carpinteri e gli altri coautori hanno preso dei pezzi di granito e li hanno spezzati, sostenendo che in corrispondenza della parte fratturata si sono verificate delle reazioni nucleari che hanno trasformato atomi di ferro in atomi di alluminio. A sostegno di questa affermazione hanno presentato dati relativi alla composizione chimica misurata in 60 punti del pezzo di granito, 30 nella zona fratturata e 30 in quella esterna rimasta intatta. L’analisi chimica consente di rivelare la presenza di molti elementi diversi, e come in tutte le misure c’è sempre una certa inesattezza nei valori misurati. Chiunque faccia misure sa bene che c’è sempre una componente casuale, dovuta proprio a fattori non controllabili, che viene chiamata “rumore”. Il fatto strano delle misure di Carpinteri et al consiste nel fatto che questa componente casuale non c’è, o per lo meno è molto più piccola di quello che ci si aspetterebbe. E siccome non c’è, si nota che le misure fatte in momenti diversi e in punti diversi del campione sono tutte troppo simili fra loro tra loro per essere credibili. Per fare un paragone, sarebbe come se qualcuno presentasse due fotografie di un tramonto dicendo di averle fatto la  ripresa in due giorni diversi. Fino a che qualcuno osserva che le nuvole nel cielo appaiono essere esattamente le stesse in entrambe le immagini. Come se, invece di fare due fotografie diverse, ne avesse fatta una sola lavorando poi di copia e incolla con photoshop. Alla luce di questa imbarazzante disamina l’esistenza delle reazioni piezonucleari quindi non solo si rivela priva di qualsiasi conferma indipendente, ma un’analisi attenta dei dati presentati a loro sostegno fa nascere forti sospetti sul modo in cui questi dati sono stati prodotti. Viene persino il sospetto che siano stati “inventati” di sana pianta. 

Cose come questa sono già successe in passato, vuoi perché errare è umano, vuoi perché qualcuno ha proprio imbrogliato, come nel caso recente e celeberrimo di Jan Hendrik Schön, che sconvolse la comunità scientifica nei primi anni 2000 prima che qualcuno si accorgesse che i grafici delle sue misure erano sempre gli stessi, rumore compreso. Per cose come queste però non c’è mai stato bisogno di far circolare appelli tra gli scienziati. Il filtro operato dalla comunità scientifica, basato sul principio che se una cosa è vera per uno deve essere vera anche per tutti gli altri, ha sempre consentito di discriminare le cose buone da quelle che non lo erano. Nel caso della vicenda dell’INRiM il vaglio della comunità scientifica, attraverso i suoi strumenti universalmente accettatti, è già stato effettuato e il responso è molto chiaro: l’esistenza dei fenomeni piezonucleari necessita di evidenze molto più serie e documentate di quelle sino ad ora presentate prima di poter essere accettata. Fino a che queste evidenze non saranno prodotte, si tratta solo di un’affermazione di un ristretto gruppo di persone non verificata da altri e sulla quale pesano molte ombre. Pertanto, non è solo prematuro ma del tutto irresponsabile pensare di investirvi ingenti risorse umane e finanziarie. Soprattutto se a farlo deve essere un ente pubblico di ricerca e se le risorse in questione sono quelle che vengono dalle tasche dei contribuenti in un momento così difficile a causa della crisi economica.

Tutto questo è stato chiaramente recepito dalla comunità scientifica, che per questo ha deciso di aderire massicciamente, e ai suoi massimi livelli, all’appello indirizzato al Ministero vigilante, del quale mi onoro di essere uno dei promotori. Appello che in questo momento sta veleggiando verso la quota di 1000 adesioni, un fatto unico nella storia italiana.

Per chi vuole vedere l’appello e – se ricercatore – firmarlo, vada a questo link.

 

Tags: ,