Sono del tutto paragonabili a delle invasioni barbariche, le scorribande marittime che saccheggiano e depredano i nostri mari senza limiti nè vincoli. La civiltà passa anche dallo sfruttamento responsabile delle risorse naturali. Da questo punto di vista, non c’è dubbio che il nostro livello di civilizzazione non sia di molto superiore a quello dei barbari di quasi 2000 anni fa…

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/mare-da-salvare

Mare da salvare

Lo scorso 21 aprile l’Italia ha raggiunto il “fish dependence day”. Ciò significa che abbiamo già consumato più pesce di quello che siamo in grado di produrre nell’arco di un anno e che a partire da questa data abbiamo cominciato a dipendere dalle importazioni da altri mari. Il dato è contenuto nel rapporto “Fish dependence – 2012 Update“, pubblicato dalla New Economics Foundation (NEF) e da Ocean2012, che analizza il problema su scala europea. Per l’Europa nel suo complesso il fish dependence day sarà il 6 luglio. In altre parole, nei mari che bagnano il continente viene pescato poco più del 50% necessario a coprire la domanda del mercato europeo. Per il resto dobbiamo rivolgerci altrove, spesso dall’altra parte del pianeta, ricorrendo a metodi di pesca industriali che stanno mettendo a repentaglio la sostenibilità di questa preziosa risorsa. Ancor più significativo è il trend registrato nell’ultimo decennio, che ha visto anticipare il momento fatidico di quasi un mese: dal 4 agosto del 2000 al 6 luglio attuale. Anni di gestione poco accorta della pesca e di sovrasfruttamento dei mari hanno ridotto all’osso gli stock ittici e la biocapacità delle nostre acque. Di contro, il consumo, dal 1961 a oggi, è andato costantemente aumentando, con punte del 108% in Italia, del 217% in Irlanda e del 304% a Cipro. Tanto che l’Europa rappresenta il principale mercato di importazione del pesce, per un valore di 44,7 miliardi di dollari, ovvero il 42% delle importazioni globali.

Un modello insostenibile, non soltanto a livello continentale, ma su scala planetaria. La domanda sul mercato che arriva dall’Europa sta infatti intaccando le riserve di pesce anche al di fuori dei suoi confini, minacciando la produttività di ecosistemi marini in regioni povere del mondo, come l’Africa sub-sahariana e il sud-est dell’Asia, in cui la pesca rappresenta l’unica fonte di reddito e sostentamento per molte comunità costiere.

Secondo il rapporto della Fao “The State of World Fisheries and Aquaculture 2010“, dalla metà degli anni 1970 al 2008 le riserve di pesce sottoutilizzate o moderatamente utilizzate sono scese dal 40% al 15%, mentre quelle sovrasfruttate, esaurite o in fase di “convalescenza” sono salite dal 10% al 32%. Tra le specie più a rischio c’è il tonno: il 60% circa degli stock è al limite di utilizzo, mentre il 35% è sovrasfruttato o esaurito. Anche l’incremento dell’acquacoltura – passata da una produzione di 0,7 kg pro capite nel 1970 a 7,8 kg nel 2008 – contribuisce ad aggravare il bilancio degli oceani. Quando a essere allevate sono specie carnivore è infatti necessario attingere agli stock ittici selvatici come mangime, con un rapporto spesso svantaggioso tra tonnellate pescate e prodotte.

IL PARLAMENTO EUROPEO DISCUTE LA RIFORMA SULLA POLITICA COMUNE DELLA PESCA

Il problema, riconosciuto anche dalla Commissione Europea, è che il mare viene sfruttato troppo intensamente, impedendo alle risorse ittiche di rinnovarsi. Livelli di pesca non sostenibile, che hanno portato allo spopolamento dei mari europei, ora ci obbligano a far affidamento sul pesce importato.

“L’Unione Europea ha una delle più grandi e ricche superfici di pesca del mondo” dichiara Aniol Esteban, rappresentante di Ocean2012 e Nef. “Ma non siamo riusciti a gestire in modo responsabile questa grande ricchezza: così per soddisfare la nostra voglia di pesce stiamo via via esportando la pesca eccessiva e il sovrasfruttamento delle risorse ittiche in altre parti del mondo”. La questione va oltre all’evidente emergenza di carattere ambientale. “La pesca eccessiva rappresenta un danno per l’economia” continua Esteban. “Stiamo perdendo ogni anno milioni di euro e migliaia di posti di lavoro continuando a permettere che la pesca eccessiva persista.”

La Commissione Europea non è indifferente alla questione: attualmente è in discussione la riforma della Politica Comune della Pesca, presentata durante l’estate scorsa al Parlamento Europeo. La proposta si basa su alcuni punti fondamentali:

  • Il divieto di rigetto: circa il 23% del pescato viene rigettato in mare. La CE si propone di intervenire in questo punto con un piano strutturato in più fasi, secondo un calendario e con un sostegno finanziario. Dal 2013 tutto il pescato dovrà essere portato a terra per evitare una pratica considerata generatrice di sprechi.
  • Una spinta alla regionalizzazione, per garantire che le regole siano adattate alle specificità di ciascuna zona di pesca e marittima.
  • Il raggiungimento del rendimento massimo sostenibile (Maximum Sustainable Yield, MSY): che indica la quantità massima di pesce che si può catturare in un periodo indefinito di tempo senza danneggiare lo stock. Una politica che la CE ritiene necessaria alla luce dei dati che vedono il 75% degli stock ittici dell’UE soggetto a sfruttamento eccessivo, rispetto a una media mondiale del 25%.
  • le concessioni di pesca trasferibili, considerate uno strumento utile per gli armatori per programmare le attività di pesca seguendo gli sviluppi del mercato, effettuare lo sbarco di tutte le catture e pianificare gli investimenti. In vari Stati membri il sistema delle concessioni di pesca trasferibili ha contribuito a razionalizzare la flotta. In Danimarca è stato introdotto nel 2003 per la flotta pelagica, che da allora è diminuita del 50% senza perdere la propria capacità di pesca.

Non tutti però sono d’accordo con le soluzioni proposte. Secondo il WWF la riforma è poco ambiziosa e rischia di mantenere la situazione così com’è. L’associazione ritiene che alcuni problemi fondamentali vengano affrontati in maniera carente: l’overcapacity, per esempio, cioè la presenza in mare di troppe barche per troppo pochi pesci. Inoltre si discute sulla regolamentazione della pesca europea in ambito internazionale: oltre il 60% del pesce consumato in Europa non proviene dai nostri mari, ma per il WWF le politiche proposte dalla Commissione Europea rimangono troppo vaghe. Secondo Marco Costantini, responsabile del Programma Mare per il WWF Italia, “la riforma deve essere drastica e risolutiva.” E aggiunge: “Se l’Europa voterà per lo status quo, non riusciremo a salvare i nostri mari, i pesci, né il settore della pesca. Il nostro obiettivo è raggiungere le 500.000 firme entro settembre per dimostrare ai membri del Parlamento Europeo che i cittadini tengono a una pesca sostenibile e li ritengono responsabili della sua realizzazione.”

FOLLOWFISH.DE: L’ESPERIENZA SOSTENIBILE

Addio, e grazie per tutto il pesce.” Mentre Douglas Adams scriveva il quarto libro della divertente Guida galattica per gli autostoppisti, il pesce stava iniziando a finire veramente. Chi l’avrebbe mai detto? Come mostrato nel documetario “The end of the line” di Rupert Murray (2009), dopo il 2050 non ci sarà più nulla negli oceani se l’uomo continuerà a pescare in modo sconsiderato e intensivo. Il film denuncia i metodi neocolonialisti che i paesi occidentali utilizzano nei mari africani, ribadendo la necessità di una gestione più equilibrata ed etica delle risorse ittiche. 

Mangiare pesce in maniera sostenibile è in realtà già possibile, almeno in Germania. Il movimento Followfish, fondato nel 2007 dalla ditta Fish&More e appoggiato  dal WWF Deutschland, si distingue, infatti, quanto a trasparenza e sostenibilità. Sul lato delle confezioni dell’azienda di Friedrichshafen (Bodensee) c’è un codice di tracciabilità, che si può digitare in ogni momento sul sito web followfish.de. In pochi secondi si ottengono tutte le informazioni sull’origine, i metodi di cattura, le norme di lavorazione e il trasporto del pesce. Tutti i prodotti sono naturali, senza aggiunta di additivi. Il team di Followfish è oggi composto da circa 20 dipendenti e può contare su una rete di pescatori in tutto il mondo. Per esempio in Vietnam, per la produzione biologica dei gamberetti, oppure in Irlanda, per quella delle cozze. Come nelle Maldive, dove i lavoratori utilizzano solo le canne da pesca per evitare lo sfruttamento eccessivo dei mari. L’obiettivo è ovunque lo stesso: offrire prodotti ittici pescati o allevati in maniera sostenibile da lavoratori i cui diritti siano pienamente garantiti, in Europa come nel resto del mondo.

Inoltre, i clienti di Followfish di solito non sono “acquirenti occasionali”, ma per lo più persone che vivono la sostenibilità in maniera attiva e pienamente consapevole. Il coinvolgimento e l’impegno di ognuno di noi può, in effetti, contribuire a salvare il mondo, non solo quello della pesca. Il motto di Followfish è “Enjoy fish but save seas”. Alcuni video, in tedesco e inglese, spiegano con chiarezza la filosofia della ditta tedesca. Pochi giorni fa, il 6 maggio 2012, il video “Guter Fang” ha vinto il Deutschen CSR-Preis per il miglior video che descrive l’impegno di un’azienda tedesca a favore della sostenibilità.

Il video, realizzato dalla filiale di Amburgo dell’azienda Lagas Delaney, riesce a spiegare con poche parole, ma in modo efficace e provocatorio, qual è la differenza tra un tonno catturato in modo convenzionale rispetto a quello pescato da Followfish. http://youtu.be/ntSXUlrDaO4

(Followfish è anche su Twitter e Facebook)

GLI OMEGA3 DAGLI SCARTI ALIMENTARI

Negli ultimi 20 anni si è sentito molto parlare dell’Omega3 proveniente dai pesci. Questa sostanza pompata dal marketing della cosmesi, si è reinventata molte volte tanto che ad essa sono state associate quasi tutte le proprietà benefiche possibili.

Quindi dalle creme all’Omega3 per non invecchiare mai fino ai medicinali salvavita. Allo stato attuale digitando “Omega 3” nel più grande motore di ricerca medico mondiale (www.pubmed.com) vi appaiono almeno un paio di ricerche nuove la settimana. La cosa interessante è che riguardano gli ambiti di studio più disparati ma hanno, a ben vedere, un comune denominatore: analizzano sempre e comunque campioni di pazienti femminili. Gli esperti di marketing chiamerebbero questo riposizionamento di mercato: dalla cosmetica alla fitocosmetica (le pillole della bellezza) ai farmaci.

Ma cos’è l’Omega3? E’ un acido grasso presente nelle membrane cellulari e che comporta il mantenimento della loro integrità. L’uomo, come tante altre sostanze (ad esempio la Vitamina C), non può sintetizzarlo quindi deve acquisirlo attraverso l’alimentazione. Qui entrano in gioco i pesci: sono la miglior fonte di Omega3 soprattutto se estratti in olio.
Nel Grafico 1 vediamo che la produzione di oli di pesce copre il 17% della domanda di pesce nel mondo.

Grafico 1: distribuzione del mercato mondiale della pesca

Tuttavia, non tutti i pesci contengono la stessa quantità di Omega3: i preferibili sono le acciughe e i maccarelli (Grafico 2). Molti altri pesci vengono pescati per questo mercato ma i loro oli vengono considerati di seconda scelta.

Grafico 2: Quantità’ di omega3 negli oli di pesce per differenti specie

Altra distinzione da fare nel mercato degli oli di pesce è per cosa viene utilizzato quell’olio. Gli oli di pesce vengono usati per tre scopi:

  1. alimentare (olio alimentare, margarina, idrogenati per preparati alimentari…)
  2. allevamento (sostituisce in alcune forma di acquacoltura i mangimi di pesce)
  3. estetico/medico (usato nella preparazione di cosmetici e farmaci)

Nella problematica dell’overfishing la questione che diviene centrale è quella dello spreco. E’ uno spreco utilizzare qualcosa di edibile per fini non alimentari? E’ la questione che si è posto Anthony Bimbo, oceanografo di fama mondiale, nel momento in cui gli si è chiesta un’analisi del problema. Perché la richiesta per la produzione inizia ad essere troppo alta per continuare senza andare ad intaccare il mercato alimentare.

La soluzione trovata da Bimbo è di utilizzare per il mercato degli oli gli scarti del mercato alimentare. Ciò porterebbe a risolvere non solo il problema del pescato a fine non alimentare ma anche quello dei rifiuti delle aziende conserviere. E toglierebbe noi giornalisti dall’impiccio di chiederci se questi Omega3 siano o meno così miracolosi perché, nel momento in cui il loro mercato diventasse sostenibile, sarebbe solo una questione di mode.

E, come diceva Cocò Chanel, la moda è fatta per diventare fuori moda.

8 giugno 2012

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http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/oceani/

Difendiamo mari e oceani

Greenpeace è impegnata a difendere la salute dei mari del pianeta, e del Mediterraneo in particolare. La ricca biodiversità del Mare nostrum è minacciata dallo sfruttamento eccessivo delle risorse e dalla pesca illegale.  Proteggere la vita marina comporta benefici per le comunità costiere, per un turismo sostensibile e per la pesca tradizionale.

Difendiamo il Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo è uno scrigno ricco di tesori. Ricche praterie di posidonia e scogliere rocciose dominano la zona costiera mentre una serie impressionante di montagne sommerse, emissioni termali fredde e fosse oceaniche caratterizzano i suoi fondali. Il Mediterraneo rappresenta meno dell’1 per cento degli oceani del Pianeta ma ospita  quasi 10,000 specie, cioè circa il 9 per cento della biodiversità marina di tutto il mondo. Ma la pesca eccessiva e distruttiva, incluso l’utilizzo illegale delle spadare, l’inquinamento, il traffico marittimo, attività petrolifere e lo sviluppo incontrollato delle zone costiere, stanno rovinando questo tesoro.

Una soluzione a tutto questo c’è: eliminare le attività distruttive e attivare una rete di riserve marine. Greenpeace ha studiato le aree più importanti del Mediterraneo (per la riproduzione o l’alimentazione delle specie presenti) e le minacce che le opprimono, così come le aree protette esistenti o proposte. Questi dati sono stati utilizzati per sviluppare una proposta per una rete di 32 riserve marine d’altura, che dovrebbero affiancarsi alle riserve costiere esistenti o proposte. Le riserve marine – veri e propri parchi nazionali in mare – sono aree in cui le attività distruttive non sono permesse…un santuario per la vita marina.

Se vogliamo pescare domani, abbiamo bisogno di riserve marine oggi. Bisogna proteggere il nostro mare a cominciare da aree chiave vicino alle nostre coste, come il Santuario dei Cetacei e il Canale di Sicilia.

Chi minaccia il Mediterraneo

Tonno rosso – sull’orlo del collasso

Il maestoso tonno rosso, simbolo del Mediterraneo, è in grave pericolo. Entro il 2012, se non si correrà ai ripari, questa specie potrebbe scomparire dai nostri mari, considerato che a seconda delle stime è stato già perso tra l’80 e il 95% dello stock. La pesca eccessiva dilagante e la pesca pirata stanno portando questa preziosa specie all’estinzione. La pesca del tonno rosso nel Mediterraneo è fuori controllo e deve essere chiusa immediatamente per permettere alle popolazioni di riprendersi. Per consentire un ritorno a una pesca sostenibile, occorre avviare immediatamente una gestione che includa la creazione di una rete di riserve marine per proteggere le aree di riproduzione dei tonni.

Spadare – “I muri della morte”

Le spadare – conosciute come i “muri della morte” – sono usate in primo luogo per catturare il pesce spada, la cui popolazione è in graduale diminuzione, ma intrappolano e uccidono anche balene, delfini e tartarughe. Da anni le spadare sono state bandite dalle Nazioni Unite, dall’Unione europea, dalla Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico (ICCAT) e dalla Commissione Generale della Pesca per il Mediterraneo (GFCM). In altre parole, le spadare sono senza alcun dubbio illegali. Nonostante siano stati spesi milioni di euro per la “riconversione” delle spadare, migliaia di chilometri di queste reti illegali vengono ancora calate in mare, dove uccidono in modo indiscriminato.

Urbanizzazione delle coste

Le praterie di Posidonia sono comuni soprattutto lungo le coste sabbiose di gran parte del Mediterraneo. Sono aree importanti per la riproduzione di numerose specie e proteggono dall’erosione la fascia costiera. Ma lo sviluppo incontrollato dell’edilizia lungo la costa per costruire alberghi, case, strade e porti sta distruggendo molti habitat costieri, incluse le praterie di Posidonia che, in teoria, sarebbero protette da una Direttiva Comunitaria (la Direttiva habitat). Nelle aree più danneggiate il posidonieto è scomparso del tutto, portando a una grave perdita di biodiversità e habitat.

Inquinamento

Ogni anno migliaia di tonnellate di scarichi tossici di origine industriale vengono sversati direttamente nel Mar Mediterraneo. La navigazione, l’inquinamento da scarichi urbani e agricoli e il turismo stanno aggravando la crisi. Mercurio, cadmio, zinco e piombo nei sedimenti sono stati trovati in aree localizzate: questi “hot spots” sono spesso situati nelle zone costiere esposte all’inquinamento. Ma queste sostanze possono viaggiare per migliaia di chilometri, causando rischi inaccettabili per la salute umana e per la vita marina in tutta la regione. Circa un terzo della navigazione commerciale del mondo passa per il Mediterraneo. Ogni anno 370 milioni di tonnellate di petrolio vengono trasportate attraverso questo mare trafficato: è più del 20 per cento del totale mondiale. In media, nel Mediterraneo avvengono dieci sversamenti di petrolio all’anno.

La pesca

In pochi decenni, i pescherecci industriali hanno razziato e quasi distrutto le proprie zone di pesca. Queste flotte, invece di ridurre la capacità di pesca, cercano adesso di spostare il loro raggio di azione verso il Pacifico e l’Africa Occidentale. Piuttosto che risolvere i problemi a casa loro, le flotte dei pescherecci del Nord li spostano verso gli oceani del Sud, ancora relativamente in buona salute. Il futuro di questi oceani e delle comunità costiere che da essi dipendono è sempre più in balìa di pescatori senza scrupoli e di una crescente domanda di pesce su scala globale. La FAO stima che il 75% delle popolazioni ittiche del pianeta è ai limiti o oltre i limiti di un ragionevole sfruttamento. Secondo molti biologi marini, proprio lo sfruttamento intensivo del patrimonio ittico è la minaccia più grande all’equilibrio degli ecosistemi marini. La pesca danneggia gli ecosistemi sia quando è eccessiva sia quando è condotta con sistemi distruttivi. Molte tecniche di pesca sono tutt’altro che selettive: oltre alle specie bersaglio, vengono catturati – e poi gettati in mare morti o morenti – molti altri pesci. La cattura accidentale di mammiferi, uccelli marini, tartarughe, squali e di molte altre specie è ancora uno dei principali problemi in molte zone del mondo. Un altro grave problema è quello della pesca pirata: dagli oceani al nostro Mediterraneo la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN) – sta flagellando l’ecosistema marino. Secondo Greenpeace l’unico modo di salvare il mare è quello di stabilire una rete di riserve marine, ridurre lo sforzo di pesca ed eliminare i metodi di pesca più distruttivi.

http://www.greenpeace.it/tonnointrappola/

Vuoi sapere quanto è sostenibile la tua scatoletta di tonno? Scoprilo nella terza edizione della nostra classifica “Rompiscatole”. A due anni dalla prima, i punteggi migliorano anche se non c’è ancora nessun azienda che riesce a raggiungere la fascia verde. Al primo posto si conferma Asdomar perché migliora i propri impegni e li mette in pratica. Segue Mareblu che promette di utilizzare solo tonno pescato in modo sostenibile nel 100% dei suoi prodotti entro il 2016. Rio Mare rimane indietro con un impegno a metà. Agli ultimi posti Nostromo, MareAperto STAR e Maruzzella per non aver adottato nessun criterio per garantire ai consumatori che il proprio tonno non arriva da una pesca distruttiva.

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/campanello-dallarme-salute-dei-mari

Un campanello d’allarme per la salute dei mari

Le meduse, sempre più numerose nei nostri bacini, non comportano soltanto una minaccia per la salute dei bagnanti, ma rappresentano anche un sintomo preoccupante dello stato di sofferenza della biodiversità marina. La loro proliferazione è infatti una diretta conseguenza della diminuzione dei pesci.

Ferdinando Boero, professore di biologia marina presso l’Università del Salento e ricercatore dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr, è uno dei massimi esperti di questi animali gelatinosi. Della sua lunga carriera di scienziato ricorda con piacere quando, giovane ricercatore, scoprì in California una nuova specie e la dedicò al musicista Frank Zappa. Era soltanto un pretesto per poter conoscere di persona il suo idolo, il quale apprezzò molto la dedica di Phialella Zappai e ricambiò il favore, battezzando una sua canzone con il nome del biologo: “Lonesome Cowboy Nando”.

L’amicizia di Boero con Zappa durò fino alla prematura scomparsa del musicista. La sua passione per le meduse e il mare prosegue tutt’ora. Ogni giorno Boero riceve numerose segnalazioni di avvistamenti e tiene aggiornato il suo speciale “meteo meduse”. “È soltanto la partecipazione dal basso dei cittadini – sottolinea – a rendere possibile il monitoraggio degli oltre 8.500 chilometri di coste italiane. È come se potessimo contare su tanti sensori distribuiti per tutta la penisola: difficile disporre di uno strumento più efficiente per ottenere un censimento di questi animali”.

In base alle segnalazioni ricevute, quali risultano le specie più diffuse nei nostri mari?

Ogni anno è una storia a sé. Quest’anno ci sono stati segnalati diversi spiaggiamenti di Velella, che hanno colorato di blu le spiagge della Liguria e della Toscana, formando chiazze lunghe fino a qualche chilometro. Sempre nel Mar Ligure e nel Tirreno è stata avvistata anche Pelagia, che normalmente vive nei canyon sottomarini, ma che può risalire sfruttando le correnti ascensionali che vengono dal mare profondo. Nell’Adriatico invece abbiamo registrato una prevalenza di Aurelia.

Si tratta di specie dannose per gli esseri umani?

Velella e Aurelia sono innocue, Pelagia invece è piuttosto urticante.

Ma qual è la specie più temibile?

La più pericolosa è Physalia, denominata anche Caravella Portoghese, che entra nel Mediterraneo dallo stretto di Gibilterra ed è quindi più diffusa nei bacini occidentali, mentre è assente in Adriatico. C’è sempre stata, ma oggi è più presente e ogni anno si registrano casi di bagnanti ricoverati a causa delle punture di questa specie. Nel 2010 c’è stato anche un caso di decesso, l’unico in Italia, probabilmente dovuto a choc anafilattico. Dicendo questo, però, non vorrei che passasse il messaggio che entrare in acqua è diventato pericoloso. Basti pensare che ogni anno c’è gente che muore per le punture di calabrone.

Teme di creare allarmismo?

Temo solo di crearlo per le ragioni sbagliate. L’aumento delle meduse su scala globale dovrebbe allarmarci per un altro motivo: si tratta di un segnale chiaro e inequivocabile che il pesce sta finendo, per effetto della pesca eccessiva. Questo sì che è un rischio da prendere seriamente in considerazione. Non lo dico tanto per l’ambiente, quanto per l’essere umano: quando il pesce sarà finito, verrà meno anche un’attività economica fondamentale come la pesca.

Ci spiegherebbe in che modo il destino dei pesci è legato a quello delle meduse?

In primo luogo le meduse sono in competizione con i pesci per il cibo. Allo stadio di larve i pesci mangiano il plancton, di cui si nutrono anche le meduse. Quando i pesci diminuiscono, le meduse hanno meno competitori e quindi aumentano di numero. In secondo luogo, le meduse sono anche predatrici dei pesci, perché ne mangiano sia le uova sia le larve. Insomma si instaura una sorta di circolo vizioso.

E cosa si può fare per invertire questa tendenza?

Bisognerebbe pescare in modo più responsabile. In Europa già esistono leggi che regolamentano le taglie dei pesci da pescare, i periodi di pesca e gli strumenti da utilizzare. Il problema è che è difficile farle rispettare. C’è un alto tasso di illegalità e quindi chi vuole seguire le regole si trova svantaggiato. Ad esempio si dovrebbe evitare di catturare esemplari giovani, per permettere loro di crescere e riprodursi. Ma il mercato penalizza l’atteggiamento responsabile e allora a prevalere è la logica del “se non lo prendo io, lo prende qualcun altro”.

Il rapporto Fao The State of World Fisheries and Aquaculture 2010 evidenzia un incremento costante nella produzione da acquacoltura: dagli 0,7 kg pro capite del 1970 ai 7,8 del 2008. Allevare pesci può rappresentare una soluzione al depauperamento dei mari?

Assolutamente no. Il fatto che stiamo passando all’acquacoltura significa semplicemente che le popolazioni naturali di pesci sono state talmente sfruttate che non riescono più a rispondere alle nostre necessità. A essere allevate sono quelle specie che ormai scarseggiano in natura, ovvero i grandi carnivori: orate, spigole, branzini, ora persino i tonni. Ma per mantenere questi animali siamo costretti a nutrirli con farina di pesce, ricavata a sua volta da specie più piccole e più abbondanti. È una pratica folle, un po’ come se allevassimo tigri e leoni e dessimo loro da mangiare mucche. Ovviamente il rapporto tra tonnellate sottratte al mare e tonnellate prodotte non è vantaggioso.

E se invece di grandi predatori allevassimo il corrispettivo delle mucche, ovvero specie erbivore?

In tal caso il discorso cambierebbe. Se allevassimo molluschi, come le cozze, e tipi di pesce meno impattanti, l’acquacoltura sarebbe una pratica del tutto sostenibile.

E allora perché non lo facciamo?

Perché siamo viziati e non vogliamo cambiare le nostre abitudini alimentari. Il pesce erbivoro per eccellenza è la salpa, ma nessuno lo alleva, perché ha poco valore sul mercato. Per trarre profitto dall’allevamento dei pesci, compensando gli alti costi che comporta, conviene allevare specie che si vendono bene. E purtroppo ad avere mercato sono soprattutto le specie carnivore.

Insomma una questione di gusti?

Più che altro una carenza di educazione alimentare. In Italia stiamo usando male le risorse che i nostri mari ci mettono a disposizione. Il Mediterraneo è ricco di moltissime specie di pesce commestibili, ma noi ne mangiamo soltanto alcune, sempre più difficili da trovare allo stato selvatico. Altre, che pure sono oggetto di pesca, come le acciughe, le sardine e gli sgombri, restano invendute. L’adozione di modelli di consumo più corretti ci permetterebbe di gestire in maniera più avveduta e responsabile le risorse tipiche dei nostri mari.

Valerio Congeduti

15 agosto, 2012
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“The End of The Line”: il documentario che segna la fine del pesce

Immaginate un mondo senza pesci. Ora immaginate di svegliarvi nel 2048. Ecco è lì, in quel futuro apparentemente remoto che si colloca “the end of the line”, ovvero il capolinea, il punto di non ritorno. E’ quella, la soglia temporale entro la quale, secondo alcuni scienziati, non ci saranno più pesci negli oceani se l’uomo continuerà a pescarli in modo sconsiderato.

Nel 2009, al Sundance Film Festival prima e al Festival del Cinema di Roma poi, venne presentato un film apocalittico eppure fortemente argomentato. Il titolo era appunto The End of The Line. Il film di Rupert Murray, prodotto con il supporto del WWF, raccontava un’altra scomoda verità sull’ambiente.

L’impatto dell’uomo occidentale non si traduce soltanto in piogge acide e biodiversità minacciate, ma anche nel rischio che certe specie ittiche si estinguano completamente, a fronte di metodologie di pesca scriteriate e di un consumo insostenibile. E’ ponendo l’attenzione su questo fronte del pericolo che Robert Murray ha raccolto l’attenzione di critica e pubblico in giro per il mondo.

Oggi, il documentario arriva anche in Italia dopo aver trovato distribuzione in Inghilterra, Stati Uniti e Spagna e viene pubblicato da Feltrinelli nella collana Real Cinema in collaborazione con Slow Food.

Il film trae spunto dall’omonimo libro del giornalista inglese Charles Clover (uscito in Italia con il titolo di “Allarme pesce”, Ponte nelle Grazie) e illustra i devastanti effetti che la pesca intensiva provoca sull’ecosistema dei nostri mari. Il regista Rupert Murray, viaggiando tra Cina, Regno Unito, Gibilterra, Malta, Senegal e Giappone, mette a nudo da vicino le iniquità compiute ai danni della fauna marina. Le innovative tecniche di pesca comportano una minaccia per molte specie ed è stato calcolato che, andando avanti di questo passo, entro il 2050 non ci sarà più nulla da pescare.

Una posizione, quella di Murray, giudicata da alcuni apocalittica, a cui il regista ribatte affermando che, Al Capolinea – The End of the Line, non è contro la pesca o contro chi si nutre di specie ittiche, ma mette in risalto la necessità di una gestione sostenibile delle nostre risorse. Quali sono le tecniche di pesca oggi più utilizzate? Chi consuma tutto questo pesce? Come viene impiegato? Molte majors della ristorazione, interrogate su questi temi, non hanno voluto dare risposte; ma l’indagine del film, approfondita e robusta, cerca di investigare proprio dove il mistero si infittisce.

Al Capolinea – The End of the Line punta il dito contro i responsabili di questa devastazione: i consumatori, spesso acquirenti inconsapevoli o disattenti, i politici che ignorano gli avvisi che arrivano dagli scienziati, i pescatori che spesso pescano illegalmente. Il film fornisce anche delle indicazioni su potenziali vie d’uscita: la riduzione delle imbarcazioni da pesca e la creazione di riserve a largo degli oceani, e una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori. Non si tratta quindi solo di un film, ma di qualcosa di più: è una denuncia dei metodi neocolonialisti che i paesi occidentali utilizzano nei mari d’Africa, ad esempio; è una campagna per il consumo sostenibile del pesce; è un monito affinché le aree marine protette abbiano la possibilità di riprendersi.

I suoi estimatori lo hanno definito un vero e proprio manifesto per una nuova etica della pesca. […] Anche il sito (endoftheline.com) è un luogo di dialogo e attività continua che invita a prendere posizione: consigliando speciali guide ai ristoranti, predisponendo iniziative simboliche come quella che consente di decidere quali sia il pezzo di mare che si vorrebbe possedere oppure incitando a diffondere la voce.

La prossima volta che qualcuno dirà che il mare è pieno di pesci, dubitate.

Pamela Pelatelli

23 Febbraio 2011

Libro “Allarme pesce. Una risorsa in pericolo” di Charles Clover

Una ricerca documentata, frutto di viaggi e inchieste svolte per tredici anni in tutto il mondo, in cui l’autore spiega perché il pesce che consumiamo, contrabbandato come salvezza per la cattiva coscienza alimentare di un Occidente stanco di cibi contraffatti e di mucche pazze, sia in realtà il prodotto di un’industria micidiale per l’ambiente e l’umanità. Come per l’acqua, si tende a pensare che il pesce sia inesauribile, ma in realtà oltre all’inquinamento dei mari, i metodi della pesca industriale minacciano di distruggere per sempre la fauna marina: per pescare un chilo di sogliole vengono uccisi sedici chili di animali. Un grido d’allarme contro la distruzione della maggiore risorsa alimentare rinnovabile del nostro pianeta.
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Aggiornamento del 3 settembre 2012: pubblicato il dossier del WWF “TENIAMO LA ROTTA! Tutela dell’ambiente marino e navigazione marittima: analisi e proposte del WWF” (pdf)

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Aggiornamento del 5 ottobre 2012: pubblicato il dossier di Greenpeace “Blue gold in Italy“:

http://www.greenpeace.org//italy/it/ufficiostampa/rapporti/Pesce-azzurro-al-collasso/

Pubblicazione – 28 settembre, 2012

Con il rapporto “Blue gold in Italy” Greenpeace analizza la vicenda del collasso dei piccoli pelagici, il più comune pesce azzurro, nell’Adriatico settentrionale. Ne esplora le cause e rileva aspetti preoccupanti della gestione delle risorse ittiche in Italia.

L’inchiesta si focalizza su Chioggia che, insieme al vicino porto di Pila di Porto Tolle, è uno dei porti più importanti in Italia e tra i primi in Mediterraneo per la pesca di pesce azzurro. Qui, la cattiva gestione delle risorse ittiche ha innescato un circolo vizioso che sta condannando acciughe e sardine al declino.

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Aggiornamento del 19 novembre 2012:

http://www-05.ibm.com/innovation/it/leadership/cloudsolutions/

Ecco come il cloud può trasformare un settore industriale.

Un nuovo modello di elaborazione può migliorare un modello di business? Un team di studiosi dell’Università di Bari voleva dare una risposta a questo interrogativo. E utilizzando IBM SmartCloud hanno realizzato una soluzione che consente ai pescatori locali di lavorare in modo diverso. Il cloud viene usato dai pescatori per vendere il pesce prima di rientrare in porto, gestendo l’inventario in tempo reale e rispondendo alla domanda. Il risultato? Più pesce venduto a prezzi migliori e meno sprechi. Il reddito dei pescatori è salito del 25% e il time-to-market sceso del 70%. Ora l’Università di Bari sta utilizzando la stessa tecnologia per migliorare il settore vinicolo e i trasporti. […]

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Aggiornamento del 22 novembre 2012:

http://www.ilfattoalimentare.it/tonno-mareblu-sostenibile.html

Grazie alle campagne di Greenpeace, anche Mareblu, dopo As do Mar, commercializza tonno pescato in modo sostenibile

[…] Oggi, finalmente arriva una buona notizia: la Marine World Brand (MWB), depositaria di Mareblu, terzo marchio  sul mercato italiano, ha iniziato a commercializzare un nuovo tonno in scatola di varietà Skipjack (Katsuwonus pelamis). Si tratta del  tonnetto striato la cui popolazione non è considerata a rischio e, per il momento, non desta particolari preoccupazioni. Fatto ancor più importante, il nuovo tonno Mareblu è pescato esclusivamente con il tradizionale metodo a canna (tecnica Pole&Line) che consente di catturare individualmente ciascun pesce, eliminando così il rischio di catturare  altre specie come delfini e tartarughe. La nuova certificazione “pescato a canna”, che si affianca a quella “Dolphin Safe” già presente su tutte le confezioni di tonno, è frutto di una nuova politica aziendale che vede nella tutela del consumatore e dell’ecosistema marino due cardini essenziali dell’impegno. Entro la fine del 2016, l’azienda, che dal 2012 è in partnership con Legambiente, si impegna a commercializzare il 100% dei propri prodotti con materia prima ottenuta con metodi di pesca Pole&Line e reti a circuizione senza uso di FAD su banchi liberi (free school). Il tonnetto striato Mareblu, pescato a canna e 100% sostenibile, è già sugli scaffali di Esselunga e da gennaio sarà presente anche su quelli di altre  catena di supermercati.

 

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