Le sole due premesse che faccio qui sono le seguenti, che riguardano alcune indubbie verità e falsità su questa crisi economica:

  1. FALSITA’: non è colpa della Germania se l’Italia è messa così male, ma è colpa nostra, solo e soltanto nostra, della politica che oltre al danno che ci ha procurato si fa ora beffa di noi, facendoci credere che sia tutta colpa di altri fattori: della Grecia, della Germania, della moneta unica Euro, della speculazione eccetera eccetera… non cascateci, queste SONO TUTTE BALLE!!! La colpa è della stessa politica che ci racconta per di più tutte queste menzogne, ma è anche in parte nostra, poichè fin’ora ci siamo fatti governare come dei sudditi, abbassando la testa e curvando la schiena ad ogni richiesta della politica. Purtroppo, chi crede a queste storie o è un pesce che ha abboccato all’amo oppure è affetto da sindrome di Stoccolma;
  2. VERITA’: è indiscutibilmente vero che l’Eurozona ha dei seri problemi di credibilità, poichè un sistema di governo centrale e federale non è stato ancora creato e chissà se lo sarà mai…

Alla luce di ciò, c’è chi dice che c’è ancora poco tempo per salvare l’Euro e che bisogna ripartire subito con la crescita economica e con il risanamento dei conti pubblici dei paesi più in difficoltà (paesi cosiddetti “PIGS”). Un’affermazione alquanto azzardata, utopica oserei dire, ma capace di generare un’ondata di terrorismo psicologico. Ci vorrebbe una bacchetta magica per fare tutto ciò in soli tre mesi. Tre mesi bastano al massimo per creare le premesse necessarie .

Per comprendere meglio le origini di questa crisi, consigliamo di scaricare e leggere l’approfondimento che troverete in fondo a questo articolo.

N.B. E’ una vera UMILIAZIONE, che non ci meriteremmo, il fatto che l’Italia, caratterizzata da un panorama produttivo così importante (vedi l’articolo “Perchè l’Italia è così importante per l’economia europea?“) ed assolutamente imparagonabile alle economie molto meno produttive di Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, si ritrovi invece affiancata e paragonata a questi paesi!

L.D.

http://www.ilgiornale.it/economia/meno_tre_mesi_salvare_euro/crisi_economica-lagarde-fmi-euro-grecia-governo-salvataggio/12-06-2012/articolo-id=592122-page=0-comments=1

Lagarde: “Meno di 3 mesi per salvare l’euro”

di Domenico Ferrara – 12 giugno 2012

Il tempo stringe. E per Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, di tempo per salvare l’euro ne rimane poco. Per questo motivo, l’economista francese, in una intervista alla Cnn, ha spronato le istituzioni europee a mettere in atto un’azione tempestiva che punti al risanamento dei conti, ma soprattutto alla crescita economica. “Un’azione per salvare l’euro è necessaria in meno di tre mesi“: queste le parole di Lagarde. Parole che possono essere considerate come una risposta al finanziere George Soros secondo il quale “le autorità europee hanno un margine di tre mesi per correggere i propri errori e invertire l’attuale inerzia“.

Quello che è certo è che la direttrice del Fmi ha invitato i governi dell’Unione Europea a proseguire nel risanamento dei conti pubblici “gradualmente e in modo fermo”. Il risanamento, ha spiegato la Lagarde, “non deve essere la stretta della cinghia di cui tutti stanno parlando“.

http://assicuri.com/2011/11/24/paesi-pigs-e-paesi-bric/

Cosa sono i paesi Pigs?

Iniziamo spiegando cosa sono e quali sono i paesi Pigs: stiamo parlando rispettivamente di

  • Portogallo
  • Irlanda
  • Italia
  • Grecia
  • Spagna

Questi 5 stati (sarebbe quindi Piigs la corretta dicitura, ma evidentemente non era considerata sufficientemente dispregiativa!) sono accomunati dalle seguenti caratteristiche:

  • elevato rapporto debito/PIL
  • elevato indebitamento con l’estero
  • elevato deficit pubblico
  • scarsa produttività

Sono insomma “paesi a rischio” […]

http://economia.tuttogratis.it/piigs-countries-leconomia-di-nazioni-sullorlo-della-bancarotta/P60913/

Piigs countries: l’economia di nazioni sull’orlo della bancarotta

PIGS, maiali. Con questo acronimo spregiativo sono definite dagli economisti anglofoni alcune nazioni europee caratterizzate da un mercato del lavoro dominato dal precariato e da un’economia bizantina, stagnante e basata su regole databili a più di un ventennio fa. Le PIGS countries sono Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia. Ultimamente, a causa dello scandaloso rapporto fra debito pubblico e PIL, l’acronimo ha visto aggiungere anche la ‘I’ di Italia, divenendo PIIGS. […]

Come stanno i PIIGS?

La Grecia, dopo aver falsificato i bilanci, ha rischiato di uscire dall’euro. Sebbene il PIL della Grecia rappresenti a malapena il 2% del PIL dell’intera Europa, decine di banche europee avevano investito in titoli di stato greci. Un fallimento del paese balcanico avrebbe provocato uno strascico di reazioni negative nelle borse di mezza Europa. Il parlamento greco ha varato una manovra da lacrime e sangue ed ogni settimana Atene viene invasa da manifestanti inferociti. In pratica i danni al paese lo hanno fatto i politici con provvedimenti dissennati, ma ora il conto lo pagano lavoratori e pensionati.

L’Italia vive una situazione drammatica: un giovane su quattro è senza lavoro. Il precariato imperversa. Il sito dell’Inps ha evitato di pubblicare le proiezioni pensionistiche dei precari per evitare una sollevazione popolare. Ogni anno l’Italia, al momento di varare la manovra finanziaria, mette in conto che 70 miliardi servono solo a ripagare gli interessi sul debito pubblico che ha raggiunto quota 120% del PIL. La Finanziaria voluta da Tremonti è fatta di tagli feroci e ridimensionamenti. Lacrime anche per noi, ma è l’unico modo per ridare fiducia ai mercati sulla situazione italiana.

La Spagna, ha visto incrementare il proprio benessere negli anni passati, ma ha risentito della crisi mondiale del mercato immobiliare che ha rallentato la sua crescita. Ciò nonostante la Spagna sembra essere ancora un paese proiettato verso il futuro, con una grande voglia di crescere e di modernizzarsi.

Il Portogallo vive una situazione finanziaria drammatica.
Nel tentativo di riportare al 4,6% il deficit pubblico il premier socialista Socrates aveva varato una Finanziaria da lacrime e sangue che era stata ‘accolta’ dai lavoratori con uno sciopero generale.
I portoghesi non avevano l’esatta percezione di essere sull’orlo del baratro.
Ora il neopremier di destra Passos Coelho ha annunciato che le tredicesime saranno tassate del 50%. Finalmente i portoghesi hanno capito la drammaticità della situazione.

Ma quanto costa salvare paesi fagocitanti e imporre feroci piani di austerità, abbassando la qualità della vita di milioni di persone? Secondo alcuni economisti la differenza che segna a favore dell’Irlanda, rispetto agli altri PIIGS, è che il governo di oltremanica non ha truccato i conti pubblici come invece ha fatto la Grecia. Dal 2013 in poi alert Btp e Cct.

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Per approfondire vi alleghiamo questa presentazione fatta molto bene che spiega sinteticamente ma con precisione questo fenomeno della crisi del debito sovrano:

LA CRISI DEL DEBITO SOVRANO (pdf)

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Aggiornamento del 13 maggio 2014:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/13/euro-e-teorema-orwelliano-della-svalutazione-competitiva/982824/

Euro e teorema orwelliano della svalutazione competitiva

di Fabio Scacciavillani | 13 maggio 2014

Il post precedente, per deflazionare la “scienza” bungalirista alla Vannoni di chi spaccia la “svalutazione staminale” per terapia miracolistica, riportava un grafico del tasso di cambio reale effettivo (CRE) per l’Italia. Il CRE è la misura corretta per valutare gli effetti del tasso di cambio sulla competitività internazionale per due motivi:

1) Tiene conto del differenziale di inflazione tra i vari paesi;

2) Considera una media ponderata dei tassi di cambio reali verso i maggiori partner commerciali.

Il grafico del CRE dimostra come la presunta “sopravvalutazione” del tasso di cambio nominale dell’euro (che ha oscillato nel tempo sia nei confronti del dollaro che dello yuan o dello yen) non sia assolutamente il motivo principale del declino economico italiano, come sostenuto dai Bungaliristi.

Questo post affronta un altro zoccolo duro delle panzane sulla moneta unica: il confronto con la Germania. La Fig. 1 riporta il CRE dell’Italia e della Germania dal 1980 ad oggi.

Emergono nitidi tre aspetti:

1)     Nel dicembre del 1996, quando l’Italia rientra nel Sistema Monetario Europeo (SME), in preparazione per l’unione monetaria, il CRE dei due paesi è quasi uguale: 103,60 per la Germania, 102,01 per l’Italia.

2)     Il CRE dell’Italia e quello della Germania procedono in sincronia fino a tutto il 2004. Sono gli anni dell’euro debole e della Germania che l’Economist definiva “il malato d’Europa” perché di fronte alla globalizzazione il sistema tedesco (al pari di quello italiano) era rimasto inebetito come un difensore di Serie B alle prese con un guizzo di Messi.

3)     Dal 2005 i CRE, interpretabili come misura della competitività internazionale, iniziano a divergere: la Germania si trasforma in una vaporiera economica che attraversa la tempesta del 2008-09, carduccianamente ansimando solo per pochi mesi.

Il punto cruciale cruciale è ovviamente il 3). Cosa è successo? Il sistema paese tedesco nel 2002 prende coscienza della traiettoria verso il precipizio e imprime una sterzata alla politica economica. Nel 2003 il governo socialdemocratico di Gerhard Schröder (non il Bilderberg o la Gestapo) lancia la cosiddetta “Agenda 2010” (in Germania si programma su un orizzonte temporale che va oltre la successiva comparsata nei talk show). Con quattro leggi, dal 2003 al 2005, viene implementato il cosiddetto Pacchetto Hartz (peraltro in versione edulcorata) che introduce una modica dose di flessibilità nella legislazione del lavoro (molto meno demenziale di quella italiana già prima della riforma) e impone un limite al welfare per chi si rifiuta di lavorare.

Al contrario in Italia governano Berlusconi e Tremonti. Berlusconi si occupa esclusivamente di provvedimenti che lo salvino dalla galera, ma di economia ne capisce quanto una vittima di Wanna Marchi e delega a Tremonti che ne capisce anche meno ma che, tra i Gasparri, i Bondi o i Brunetta, assurge a genio assoluto dell’economia. Il tributarista aumenta la spesa pubblica oltre ogni decenza consentita da Maastricht – bruciando un beneficio di 600 miliardi di minori interessi ottenuti grazie all’euro – piazza amichetti nelle aziende di stato, gestisce banche e sottogoverno anche per conto della Lega, inasprisce il regime fiscale con studi di settore e misure schizofreniche, mette in moto il torchio Equitalia e dispensa teorie farneticanti in libri Mondadori osannati dai pappagalli di regime, inclusi quelli di sinistra (i quali nei salmi a Tremonti si dimostrano persino più ferventi dei pennuti di destra). Non è casuale che i saltimbanchi della Bungalira siano l’attrazione du jourdel Circo Lega Nord dove ha trovato rifugio il timoniere del Titanic.

La differenza del CRE riflette dunque il divario tra un cerchio tragico di sub-olgettini e un governo che ha affrontato la sfida,  anche a costo di scontrarsi con il tafazzismo della sinistra refrattaria all’antibiotico God Badsberg.

Quando i luminari alla Vannoni riciclano dalla salamoia tremontiana il mantra della “svalutazione competitiva”, (la vetta del linguaggio orwellianamente puerile con cui hanno loro candeggiato il cerebro ed eccitato l’ipotalamo), si riferiscono a questo divario. Quando la “gggente der webbe” si indigna per la “svalutazione competitiva”  della Germania (impossibile in un’unione monetaria!) è come se l’asino bocciato agli esami si scagliasse contro la “svalutazione competitiva” di chi si è dedicato ai libri e non alla Playstation. O, per ricorrere ad un’iperbole decodificabile persino nelmilieu d’ a’ Carogna, è come se i giocatori del Livorno esecrassero la “svalutazione competitiva” delle squadre avversarie.

Infatti i salari tedeschi sono in media maggiori di quelli italiani e sono sempre cresciuti, anzi stanno aumentando a tassi maggiori della media europea come riportato qui. Negli anni ’80, che vengono spacciati come un’età dell’oro, e fino al 1992, il CRE italiano nonostante le periodiche svalutazioni fu sempre al di sopra di quello tedesco, a conferma del fatto che un paese malgovernato non recupera competitività a colpi di “svalutazioni staminali”. Sulla crisi del 1992 che segnò la fine dei trucchetti e le sue ripercussioni ho scritto l’anno scorso in Ritorno alla lira per aspiranti nababbi.

Come postilla conclusiva vale la pena di notare che l’economia tedesca non brilla perché sia un inarrivabile paradigma di efficienza (anzi ad un osservatore esterno saltano all’occhio numerose rigidità e debolezze), ma perché i principali competitori continentali, Francia e Italia in primis, esprimono classi dirigenti intrise di mentalità da pliocene pre-globalizzazione, stolidamente impegnate in battaglie di retroguardia per riportare in vita gli anni ’60.

Basterebbe poco e senza scomodare intelligenze sopraffine per permettere al sistema imprenditoriale italiano di misurarsi ad armi pari sui mercati internazionali. Basterebbe ad esempio che Palazzo Chigi non fosse organizzato come una dependence della casa di Barbie, dove graziose signore e Ken precocemente ingrigiti nei sottoscala assolvono funzioni decorative per le finzioni televisive.

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Aggiornamento del 4 giugno 2014:

https://www.leoniblog.it/2014/06/03/tre-modi-diversi-di-leggere-la-pagella-ue-quello-di-renzi-dei-conti-e-del-fmi/

TRE MODI DIVERSI DI LEGGERE LA PAGELLA UE: QUELLO DI RENZI, DEI CONTI, E DEL FMI

3 giugno 2014 – di Oscar Giannino

[…] Oggi, 11 dei membri dell’Ue sono in procedura d’infrazione per eccesso di deficit, ed erano 24 nel 2011. Il miglioramento c’è. Ciò malgrado, l’Italia, sola tra i paesi fondatori insieme a Slovenia e Croazia, resta iscritta nella categoria degli squilibri eccessivi macroeconomici che possono avere effetti sistemici. Il sottoinsieme più “pericoloso”, secondo il semaforo europeo. Per quanto ciò non piaccia ai più, ci sono due vere e oggettive ragioni per questo. La prima è l’immensità del nostro debito pubblico, che continua a salire oltre quota 134% del PIL, e potrebbe arrivare a quota 150% al 2017. […] La seconda è la nostra bassissima crescita, ancora negativa all’ultimo dato ufficiale, quello del primo trimestre 2014. Ecco perché la raccomandazione all’Italia emessa ieri è molto prescrittiva soprattutto sulle riforme per la crescita. […]

Conclusione. E’ molto forte il rischio che il no ottenuto alla manovra subito si risolva nella classica italianata, cioè limitarsi a prender tempo e pensare che domani è un altro giorno. Renzi punta tutto sulle riforme. E va bene. E sul fatto che nel semestre italiano di presidenza UE farà cambiare il modo di valutare gli andamenti di bilancio: ma a questo io francamente non credo. I numeri pubblici italiani restano sballati, non tagliare la spesa significa non aver margine per sgravi, e credere che il debito pubblico in salita da bassa crescita non tornerà a essere un problema di rischio-sostenibilità significa non aver capito nulla, di questi anni.

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Aggiornamento del 18 novembre 2014:

http://www.lastampa.it/2014/11/16/cultura/opinioni/editoriali/finiamola-con-lalibi-delleuropa-uvbYaLr7SimBksE76xoKkL/pagina.html

Finiamola con l’alibi dell’Europa

16/11/2014 – LUCA RICOLFI

Uno degli episodi che più mi aveva colpito, nella campagna elettorale per le elezioni del 2013, era stata una trasmissione di «Porta a Porta» nella quale Renato Brunetta e Stefano Fassina, ossia due esponenti di parti politiche opposte (Forza Italia e Pd), si erano trovati perfettamente d’accordo su un punto: l’allentamento dei vincoli europei.  

Il che, tradotto in soldoni, significava e significa: lasciateci fare più deficit, se no l’economia non riparte. Ora constato, tutti i santi giorni, che la stessa idea, ovvero che il patto di stabilità sia «stupido», è condivisa quasi universalmente: lo dice Renzi, lo ripetono i politici di governo e opposizione, lo pensano i sindacati, lo scrivono i giornali.  

E la teoria che sta alle spalle di questo giudizio è sempre quella: se l’economia europea non si è ancora ripresa è per la debolezza della domanda interna, e il rigore sui conti pubblici, nella misura in cui deprime la domanda, non fa che aggravare la malattia.  

Il che, tradotto in termini politici, significa: se l’economia non riparte la colpa è della Merkel e dei burocrati europei, che con la loro ottusa ostinazione sul rispetto delle regole bloccano la ripresa. 

Questa visione del problema italiano (ed europeo) è indubbiamente suggestiva, se non altro perché alcuni pezzi del ragionamento che la sorregge stanno perfettamente in piedi. Difficile negare i sacrifici degli ultimi 7 anni. Difficile pensare che ci possa essere ripresa se non ripartono consumi e investimenti. Difficile non vedere la lentezza, e spesso l’ottusità, della macchina europea (a proposito: si è votato a maggio, e ancora non abbiamo un governo europeo nel pieno dei suoi poteri). Difficile non cogliere il feticismo di certe regole, come quella che si affida a un algoritmo matematico-statistico controverso (quello del calcolo dell’output gap) per stabilire quanti miliardi di deficit può fare un Paese.

E tuttavia…

Tuttavia, detto e riconosciuto tutto questo, mi sembra che un simile modo di mettere le cose non faccia completamente i conti né con la logica, né con la realtà.  

Non fa i conti con la logica, perché il fatto che gli ultimi anni siano stati (peraltro non sempre e non ovunque) anni di rigore non implica che lasciando correre i conti pubblici le cose sarebbero andate meglio. Forse sarebbero andate ancora peggio, perché alcuni Stati sarebbero falliti e le loro economie non avrebbero più avuto accesso al credito.

Ma non fa neppure i conti con la realtà, perché l’idea che l’Europa, o la zona euro, siano in stagnazione o addirittura in recessione è una mezza verità. Se prendiamo i tassi di crescita del Pil per abitante nel 2014-2015 (in parte noti, in parte frutto di stime), quel che colpisce non è il basso tasso di crescita europeo ma, semmai, la grandissima eterogeneità dei tassi di crescita dei vari Paesi. Soffermiamoci sulla zona euro, la grande imputata. E’ vero, c’è un Paese in recessione (Cipro), e ce ne sono quattro, fra cui Italia e Francia, che sono in stagnazione (crescita prossima a zero). Ma tutti gli altri, e sono ben 14 su 19, crescono a un tasso medio del 2% (con punte del 4%), un ritmo che non è da economia in crisi, e meno che mai da economia in recessione. E fra i Paesi che crescono di più, ossia fra il 2 e il 4%, ci sono tutti i cosiddetti PIGS tranne noi: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna. 

Se questo dicono i dati, i termini del problema si spostano un pochino. Forse anziché arrabbiarci perché Bruxelles non ci lascia esagerare con il deficit pubblico, faremmo meglio a chiederci come fanno tanti Paesi dell’eurozona a crescere nonostante l’Europa, nonostante l’euro, nonostante l’ottusità dei burocrati. Non voglio azzardare la risposta, che presumibilmente è diversa da Paese a Paese, ma vorrei che almeno si riflettesse: dare la colpa all’Europa è troppo comodo, e sa tanto di alibi. Che l’Europa sia un disastro mi pare una tesi plausibile, ma che al disastro europeo si debba e si possa aggiungere il disastro di governi nazionali incapaci di «cambiare verso» nel loro Paese mi pare un lusso che non ci si può più permettere.

Quanto all’Europa, sono convinto anch’io che abbia un ruolo negativo. E tuttavia oserei, anche qui, avanzare un dubbio. Siamo sicuri che il massimo difetto dell’Europa sia la rigidità nella sorveglianza sui conti pubblici degli Stati nazionali? 

Io ne suggerirei almeno un altro, secondo me altrettanto se non più dannoso: l’ingerenza selettiva, per non dire masochistica, nelle politiche nazionali. Più precisamente: la tendenza ad essere rigida là dove un atteggiamento più flessibile farebbe meno danni, e ad essere flessibile là dove una maggiore rigidità sarebbe benefica.  

Faccio due esempi, giusto per dare un’idea di quel che ho in mente. Prima della crisi l’economia irlandese cresceva più di qualsiasi altra economia avanzata (salvo quella dell’Estonia). La bassa tassazione sulle imprese è stata un fattore fondamentale della crescita irlandese, così come l’ostinazione del governo irlandese nel mantenere bassa tale tassazione anche durante la crisi è stato un fattore cruciale per l’uscita dell’Irlanda dalla crisi (la crescita irlandese è ora fra il 3 e il 4%). Ebbene, le autorità europee, anziché invitare gli altri Paesi a studiare il caso irlandese, hanno spesso esercitato pressioni sull’Irlanda per convincerla ad alzare l’aliquota del 12,5%, in passato per il timore di un mancato ripianamento dei conti pubblici, più recentemente per timore della concorrenza fiscale di un Paese capace di attirare gli investimenti stranieri. Qui una minore ingerenza sarebbe probabilmente benefica.

Ma c’è anche il caso opposto, in cui si rinuncia a un’ingerenza che farebbe bene al Paese che la subisce. Diverse direttive europee, più o meno recenti, impongono agli Stati nazionali cose ragionevolissime: ad esempio di pagare le imprese tempestivamente, di fare leggi comprensibili (senza indecifrabili rimandi a parole, commi ed articoli di altre leggi), di non tenere i detenuti in condizioni disumane, a partire dall’inaccettabile affollamento delle celle. Ebbene l’Italia ha violato sistematicamente tutte queste regole, e continua a farlo serenamente anche ora. Ma qui l’Europa balbetta, e al massimo ci commina qualche multa. 

Come mai?

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