Che Italia da Medioevo… Nel Medioevo siam rimasti (culturalmente) e nel Medioevo ritorneremo (economicamente), se non staremo al passo con la ricerca, la tecnologia e l’innovazione…

 

PRIMO APPELLO

http://www.ilfattoalimentare.it/petizione-inran-ministero-agricoltura.html

Salviamo l’Inran. Ilfattoalimentare promuove una raccolta firme contro l’ipotesi di chiusura dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione.

Salviamo l’Inran 

Il Paese della dieta mediterranea intende fare a meno dell’Istituto che ha promosso nel mondo questo stile alimentare. Da qualche settimana al Ministero delle Politiche Agricole si parla di soppressione o di accorpamento con altri Enti. Si tratta di una ristrutturazione che comprometterebbe l’identità e l’autonomia dell’Istituto.

Il programma prevede una riduzione ulteriore dei fondi che porterebbero all’esaurimento di quel poco di ricerca indipendente nel campo alimentare che si fa in Italia. Come conciliare le dichiarazioni dei ministri della Salute e dell’Agricoltura quando nei loro discorsi sottolineano l’importanza della sicurezza e della corretta alimentazione, con il progetto di chiudere i battenti all’Inran? La ricerca nell’ambito della nutrizione deve continuare a essere pubblica, e non può rispondere a logiche produttive o a interessi di parte. Pensare di risparmiare chiudendo l’Istituto, oltre che eticamente inaccettabile, è un’operazione fallimentare, perché porterebbe all’aumento della spesa sanitaria nel medio termine.

Nei prossimi giorni a Roma si discuterà di questi temi. Forse si è già deciso che la ricerca nel campo alimentare non serve, che le scoperte e le novità del settore sono spazi riservati alle aziende private per elaborare nuovi prodotti non sempre salutari. Invitiamo il ministro dell’Agricoltura Mario Catania a esaminare con attenzione la questione e a mantenere in vita un istituto così importante per il nostro Paese, fornendo adeguate risorse per il rilancio dell’attività di ricerca.

http://oggiscienza.wordpress.com/2012/06/14/linran-non-deve-morire/

L’Inran non deve morire

Pubblicato da Daniela Cipolloni su 14 giugno 2012

[…] Se è vero che siamo quello che mangiamo, è fondamentale che qualcuno ci dica, sulla base di evidenze solide e non operazioni di marketing, cosa è bene portare in tavola e cosa no, cosa c’è nei nostri piatti, quali raccomandazioni seguire per una dieta sana ed equilibrata. A maggior ragione oggi, in una società che tende a cucinare meno, mangiare peggio e ingrassare di più. Si calcola che un terzo delle malattie, tra cui i tre big killer (tumori, malattie cardiovascolari, diabete), sarebbero prevenibili con una migliore alimentazione. Non solo. La ricerca è un efficace sistema di anticorpi contro frodi e sofisticazioni alimentari, è un “cane da guardia” sulla sicurezza del cibo che importiamo dall’estero, una garanzia della qualità dei prodotti del made in Italy. Serve, insomma, perché è un investimento per la salute e per il paese. E serve che resti pubblica, perché solo il finanziamento pubblico garantisce che operi indipendentemente dall’industria ed esclusivamente nell’interesse dei cittadini.

L’Inran esiste da 50 anni per rispondere a questi compiti. Si è guadagnato riconoscimento internazionale per le attività sulla dieta mediterranea, eletta patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ha prodotto le linee guida della corretta alimentazione, promosso campagne di educazione alimentare e ricerche sui consumi, realizzato studi sperimentali, stilato le più dettagliate tabelle di composizione nutrizionale su quasi 800 cibi consultabili nel database online, studiato varietà agroalimentari dimenticate, a tutela della biodiversità. Dal 1997, i ricercatori hanno prodotto più di mille pubblicazioni scientifiche per un totale di 18 mila citazioni. “Oggi stiamo portando avanti studi di frontiera sull’interazione tra i nutrienti e il genoma umano”, racconta Giorgio Morelli, primo ricercatore dell’Inran. “Siamo parte della European Nutrigenomic Organization, rete che promuove ricerche per capire il ruolo della variabilità individuale in campo alimentare. Un giorno sarà possibile mettere a punto la dieta più adatta al proprio Dna”.

Insomma, è difficile parlare dell’Inran come di un “ente inutile”. È vero, però, che la ricerca in questi anni ha sofferto di una progressiva riduzione dei finanziamenti. “Oggi il budget erogato dal Mipaaf, pari a circa 3 milioni di euro, non è sufficiente neppure per pagare gli stipendi, bollette e spese di gestione. Per il 2012 l’ente ha un buco di 5 milioni di euro, su un bilancio complessivo di 21 milioni, e non ci sono fondi ad hoc allocati per la ricerca. Siamo in una situazione paradossale”, prosegue Morelli. “Senza fondi, non ci può essere programmazione dell’attività di ricerca e si perde di competitività”. Altra nota dolente: le mani della politica sulla ricerca. Dopo il commissariamento dell’Inran, ai vertici sono stati nominate solo persone non competenti in materia.  A partire dal Presidente, Mario Colombo, professore di entomologia agraria a Milano, esperto di api, coleotteri e zanzare, nonché assessore della Lega a Como. E non c’è neppure l’ombra di un nutrizionista nel Consiglio Scientifico, dove siedono un infettivologo ed ex politico, già Presidente del Cra.

Il problema, allora, non è solo salvare l’Inran, per il quale è già scattata una raccolta firme. Si tratta di rilanciarlo. “Per risparmiare si potrebbero integrare le risorse umane e scientifiche di altri istituti impegnati in questo campo, come Cnr e Università, attualmente sparsi su più ministeri. Potremmo portare un contributo ancora più importante alla collettività a costi più bassi”, è la proposta di Morelli. “Ma la premessa, di base, è che il mondo politico comprenda l’importanza strategica di questo settore”. Abbiamo chiesto delucidazioni al Ministero dell’agricoltura. Aspettiamo di sentire cosa ne pensano.

Aggiornamento del 14 settembre 2012:

http://www.ilfattoalimentare.it/inran-istituto-nazionale-nutrizione.html

Dopo la sparizione dell’Istituto Nazionale della Nutrizione, si cerca di sopprimere anche lavoratori e ricercatori lasciandoli senza stipendio

A distanza di due mesi dalla decisione adottata dal ministro Catania di sopprimere l’Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) e di accorpare la struttura all’interno del CRA (Consiglio per la Ricerca e sperimentazione in Agricoltura), la situazione è critica. I lavoratori e i ricercatori dell’istituto non hanno ricevuto lo stipendio del mese di agosto. Il mancato pagamento è avvenuto senza alcuna comunicazione preventiva e ha creato notevoli disagi e problemi alle famiglie. […]

Definire la situazione critica è un eufemismo. Dopo il danno di avere soppresso l’Inran, adesso c’è la beffa degli stipendi. Certo il problema è burocratico, ma spesso questi cavilli svolgono un ruolo rilevante, per cui dopo la cancellazione dell’istituto si potrebbe ipotizzare anche la cancellazione dei lavoratori e dei ricercatori. […] Siamo di fronte ad un miracolo del ministro Catania, che ha tagliato le spese inventandosi un accorpamento che si sta trasformando in una soppressione. […]

Roberto La PiraMartedì 11 Settembre 2012

Aggiornamento dell’11 ottobre 2012:

http://www.ilfattoalimentare.it/inran-cra-napolitano.html

L’Inran è ancora bloccato. Nessun accorpamento con il CRA. Lettera a Napolitano, Monti e Catania

[…] Il trasferimento non è stato ancora realizzato e il personale dell’INRAN si trova in un limbo che impedisce la prosecuzione dei progetti di ricerca e provoca  ritardi lunghissimi nella riscossione dello stipendio (i 361 dipendenti hanno ricevuto in questi giorni lo stipendio di agosto 2012). Per questi motivi l’assemblea dell’INRAN ha inviato una lettera (vedi allegato) al Presidente della repubblica Giorgio Napolitano, al Presidente del consiglio Mario Monti e al Ministro delle politiche agricole Maria Catania, per chiedere che vengano al più presto emanati i decreti attuativi  per realizzare l’accorpamento tra i due enti. […]

10 Ottobre 2012

Aggiornamento dell’8 febbraio 2013:

http://www.ilfattoalimentare.it/alle-solite-in-italia-i-ricercatori-valgono-pochissimo-la-storia-dellinran-lo-dimostra.html

Inran: l’odissea continua. Si rinnovano contratti di 22 ricercatori dequalificando il personale

Pubblicato da Anissia Becerra il 21 gennaio 2013

Aggiornamento del 5 novembre 2013:

http://www.ilfattoalimentare.it/linran-diventa-cra-nut-alimentazione-italiani-intervista-presidente-giuseppe-alonzo.html

L’Inran diventa CRA NUT: riprendono gli studi e le ricerche sugli stili alimentari e sul tipo di nutrizione degli italiani. Intervista al presidente Giuseppe Alonzo

Pubblicato da Roberto La Pira il 30 ottobre 2013

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SECONDO APPELLO

http://www.scienzainrete.it/contenuto/news/fine-della-ricerca-italia

OGM

Fine della ricerca in Italia

Domani [12 giugno 2012], trent’anni di ricerca su coltivazioni transgeniche finanziata con soldi pubblici saranno cancellati in un colpo solpo. E’ un’ordinanza presentata al Ministero dell’Ambiente e della Ricerca, su iniziativa della Fondazione Diritti Genetici presieduta da Mario Capanna, ad aver ucciso l’impianto sperimentale dell’Università della Tuscia avviato nel 1982 da Eddo Rugini. Sul sito, regolarmente autorizzato nel biennio 1998/1999, sono state piantate diverse specie di olivi, ciliegi e actinidia (kiwi) su cui sono stati condotti studi per selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, come funghi e batteri. Tuttavia, questo periodo di ricerca non è stato sufficiente per ottenere risultati apprezzabili, dal momento che le piante arboree hanno bisogno di molto più tempo per crescere.

Nel 2009, allo scadere dei dieci anni dell’autorizzazione, Rugini ha chiesto, inutilmente, una proroga, negata da Regione e Ministero dell’Ambiente – le leggi vigenti vietano la sperimentazione in campo aperto.

Ma è stato il caso montato da Mario Capanna e dalla sua “fondazione scientifica” a spingere sull’acceleratore della dismissione dei campi della Tuscia, dove la ricerca si fa davvero. Le piante transgeniche studiate dal team di Rugini, si sostiene, metterebbero in pericolo le coltivazioni dei terreni circostanti. Il direttore della fondazione, Fabrizio Fabbri, ha suggerito poi di rendere partecipe la stessa fondazione della raccolta sul campo di “informazioni utili per capire le interazioni tra gli OGM e l’ambiente esterno”, prevista dal Ministero durante le fasi di bonifica, per capire gli eventuali effetti avversi non previsti nel momento di rilascio dell’autorizzazione. In subbuglio i ricercatori del settore, che si vedono precluso ogni futuro di ricerca al contrario di molti altri paesi europei dove questa si può svolgere senza questi ridicoli rigurgiti oscurantisti.

http://appelloperlaricerca.wordpress.com/

NON DISTRUGGETE LA RICERCA

Appello pubblico affinché non vengano distrutti i campi sperimentali della Facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia
Martedì 12 giugno inizierà la dismissione dei campi sperimentali dell’Università della Tuscia in cui erano coltivati alberi di olivo e di ciliegio, e alcuni filari di kiwi transgenici. Le piante verranno fatte seccare con appositi prodotti chimici, e conseguentemente distrutte. Gli esperimenti, iniziati in campo aperto nel 1998 da una ricerca pubblica avviata nel lontano 1982, potrebbero consentire di selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, come funghi e batteri. La riduzione dell’uso dei pesticidi in agricoltura, che tutti auspichiamo, passa anche attraverso lo sviluppo della ricerca scientifica in questo settore. Purtroppo gli esperimenti non hanno ancora dato risultati apprezzabili, dato che le piante arboree hanno bisogno di molto tempo per crescere. Anche per questa ragione pensiamo che la distruzione delle piante vada assolutamente evitata: non è possibile interrompere un esperimento del genere e riprenderlo, magari tra qualche anno, dal punto in cui lo si è lasciato. Fermarsi ora significa, letteralmente, buttare al vento decenni di ricerca pubblica finanziata con i soldi dei contribuenti italiani. Una prospettiva a nostro avviso sconvolgente.

Ricordiamo che gli allarmi, apparsi sulla stampa, di possibili rischi di contaminazione per le colture circostanti, sono completamente infondati. La ricerca si svolge seguendo un rigido protocollo, a suo tempo approvato dalle autorità competenti, che prevede misure di sicurezza molto rigide per quanto riguarda la possibile diffusione del polline: ad esempio, ogni anno vengono rimossi manualmente i fiori da ogni pianta di kiwi, e sterilizzati in autoclave. I ricercatori dell’Università della Tuscia, che hanno condotto le sperimentazioni, sono disponibili a fornire ulteriori informazioni e dettagli a chiunque voglia saperne di più, su qualsiasi aspetto della ricerca, coerentemente con quanto avvenuto per la sperimentazione sul grano in corso a Rothamsted in Inghilterra. La scienza dimostra di non aver paura di confrontarsi e dialogare con la società civile. Anche con coloro che vorrebbero distruggerla.

Come ricercatori e studenti di biotecnologie, siamo convinti che la ricerca, non solo quella sugli OGM, non possa che fondarsi su di una attenta valutazione del rischio che nasca da una seria sperimentazione. Per queste ragioni, facciamo appello alle autorità competenti, a cominciare dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e delle Politiche Agricole Mario Catania, perché non si disperda irreparabilmente quanto raccolto finora da questa esperienza, anche in termini di capitale umano e competenze, e affinché recedano da questa decisione. Per favore, non distruggete il nostro lavoro. Non distruggete la ricerca. Non distruggete il futuro del Paese.

http://www.lescienze.it/news/2012/06/08/news/ogm_ulivi_appello_viterbo_ambiente_ministro-1078377/

08 giugno 2012

A rischio distruzione trent’anni di ricerche su piante OGM

[…] come spiega Rugini su La Valle del Siele, i ciliegi transgenici (che sono portinnesti), prima di essere stati sottoposti a manipolazione genetica erano completamente sterili (cioè non producevano nemmeno un granulo di polline perché triploidi) e tali sono rimasti allorché divenuti transgenici, per cui non c’è alcuna possibilità di diffusione di polline e quindi non necessitano di protezione. Gli ulivi (transgenici per la riduzione della mole dell’albero e quelli modificati per aumentare la resistenza a malattie fungine) non hanno prodotto finora alcun fiore e purtroppo nemmeno quest’anno fioriranno, a causa di un ringiovanimento delle piante subìto durante la permanenza in vitro. Le uniche piante che fioriscono e che producono polline sono quelle appartenenti all’actinidia maschio (il kiwi) alle quali annualmente vengono eliminati i fiori prima della loro schiusura.

Insomma, la domanda sorge spontanea: ci sono ragioni fondate dal punto di vista scientifico che giustifichino la distruzione della coltivazioni studiate dal professor Rugini, interrompendo una ricerca decennale fatta con i soldi pubblici?

E poi c’è anche la beffa. Oltre alla dismissione del campo, infatti, la Fondazione Diritti Genetici ha infatti chiesto di partecipare alla raccolta sul campo di «informazioni utili per capire le interazioni tra OGM e ambiente esterno». Insomma, trent’anni di lavoro sugli organismi geneticamente modificati finirebbero nelle mani del loro peggior nemico.

La mobilitazione a favore degli ulivi (e delle ciliege, e dei kiwi) geneticamente modificati è già partita. Negli Stati Uniti, «Biofortified», rivista on line  che si occupa di biotecnologie, ha lanciato una sottoscrizione a sostegno di Rugini. In Italia, si può sottoscrivere questo appello on line, che chiede alle «autorità competenti, a cominciare dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e delle Politiche Agricole Mario Catania» di evitare la distruzione di trent’anni di ricerca pubblica.

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/13/gli-amici-delle-multinazionali/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

Gli amici delle multinazionali

13 giugno 2012

di Marco Cattaneo

C’è un che di perverso in ciò che sta avvenendo da ieri nei campi sperimentali dell’Università della Tuscia. Perverso perché in un’epoca in cui i fondi pubblici di ricerca sono elargiti con il contagocce c’è un paese dove si riescono a cancellare con una letterina trent’anni di lavoro. Di ricerca. Di denaro pubblico.

C’è un che di diabolico nell’intimare a Eddo Rugini, che dal 1982 aveva progettato quell’esperimento su ulivi, ciliegi e kiwi, di espiantare lui stesso alberi che, come è stato ben spiegato, non erano ancora arrivati a maturazione. Piante sterili o piante che non producono ancora fiori, e dunque che non possono impollinare per le inviolabili leggi della biologia, espiantate perché non possano contaminare, cioè impollinare, le piante circostanti. C’è davvero un che di diabolico nel chiedere a un uomo di demolire anni del proprio lavoro, da quando il progetto era stato autorizzato.

C’è un che di malinconico, nel vedere quelle piante estirpate con la ruspa. E scoprire che non assomigliano per niente alle fragole-pesce che la propaganda medievalista si è inventata “di sana pianta” per ostacolare con ogni mezzo, a cominciare dalla malafede, la ricerca scientifica in campo agroalimentare. Niente mostri, dunque. Niente piante di Frankenstein. Ma che importa. Finché funziona irretire l’opinione pubblica con immagini false, ogni mezzo è lecito per raggiungere lo scopo. (Quale sia, poi, mi sfugge…)

C’è un che di paradossale in una regione che si definisce OGM-free e pretende la distruzione del campo sperimentale di Eddo Rugini facendo finta di non sapere che gli animali dei suoi allevamenti – come di tutti gli allevamenti intensivi del mondo – sono alimentati con mangimi che contengono OGM.

Ma soprattutto c’è un che di perverso, diabolico e paradossale insieme in una battaglia che di volta in volta cambia pelle. Un giorno gli OGM sono il nemico perché possono contaminare l’ambiente. Il giorno dopo perché sono sterili. Il giorno dopo ancora non si possono fare sperimentazioni in campo però se ne vogliono studiare le interazioni con l’ambiente.

E poi si strilla a squarciagola che gli OGM fanno solo l’interesse di poche multinazionali e danneggiano i piccoli agricoltori. Ma il giorno dopo si distruggono trent’anni di ricerca pubblica in materia. Così, quasi per gioco. Per un raffinato esercizio del potere. Il potere della legge, s’intende, nei confronti della quale però, quando fa comodo, si invoca la disobbedienza civile.

I campi di Eddo Rugini non avevano ancora prodotto nulla. Non avevano prodotto polline che potesse contaminare altre coltivazioni. Ma soprattutto non avevano ancora prodotto quei risultati che avrebbero potuto dare all’agricoltura uno strumento in più, grazie a un investimento della collettività, non a quello di un’odiosa multinazionale. Grazie alla ricerca pubblica.

Mi piacerebbe allora che qualcuno mi spiegasse, al prossimo dibattito in cui mi toccherà parlare di OGM, chi sono davvero gli amici delle multinazionali. In nome della legge, s’intende.

Aggiornamento del 30 ottobre 2012:

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/10/26/le-streghe-del-xxi-secolo/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

Le streghe del XXI secolo

[…] Qui sotto, sempre attraverso Giordano Masini, il comunicato con cui Eddo Rugini annuncia l’atto finale della sua sperimentazione su piante geneticamente modificate di kiwi, ciliegio e ulivo.

“Comunico che LUNEDI’ 29 OTTOBRE, in tarda mattinata, avrà luogo l’ultimo atto della distruzione della sperimentazione delle piante arboree transgeniche di Actinidia, Ciliegi e Olivi, con il loro incenerimento, all’interno del campo dell’Università degli Studi della Tuscia, Via S. Camillo de Lellis, Viterbo. Chiunque fosse interessato all’evento sarà il benvenuto. Non sono ammesse manifestazioni, ma scambi di opinioni e una conferenza stampa al fine di richiamare l’attenzione degli organi politici interessati sulla importanza della RICERCA PUBBLICA e della COMUNICAZIONE, perchè questo complesso argomento venga finalmente trattato con competenza e in forma semplice, chiara, non faziosa, basato su dati scientifici.
Cordialità.
Eddo Rugini, responsabile della sperimentazione”

Come i libri di Bebelplatz, come quelli di Fahrenheit 451, quelle piante erano un prodotto della nostra voglia di scoprire, di creare. E invece no. Così finisce questa storia, con un rogo. Per la gioia dei cacciatori di streghe dei giorni nostri (che però domani, dopo aver impedito la libera ricerca pubblica, saranno pronti a condannare la ricerca agroalimentare perché è tutta nell’interesse delle multinazionali). Un bel passo avanti, non c’è che dire.

di Marco Cattaneo – 26 ottobre 2012

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