E’ attualmente in fase di approvazione una proposta di legge, firmata Calderisi (Pdl) – Bressa (Pd), per ridefinire le norme sui rimborsi elettorali ai partiti. L’ammontare dei rimborsi verrà dimezzato ed i bilanci dei partiti dovranno sottostare all’approvazione da parte di un’apposita commissione nominata dai membri della Corte dei Conti. Restano tuttavia due dubbi:

1. Mentre in Germania i fini a cui possono essere destinati i rimborsi sono dettagliatamente prescritti e codificati (devono infatti essere utilizzati esclusivamente per scopi sociali – per approfondire vedi l’articolo “Rimborsi ai partiti: come fare per ridurli il più possibile?“), nella proposta di legge italiana nulla viene menzionato riguardo a tale allocazione;

2. Quanto sarà onesto e trasparente, conoscendo la ben radicata predisposizione della politica italiana alla corruzione ed alla falsificazione dei dati, il processo di approvazione del bilancio dei partiti?

3. Negli articoli a seguire troverete anche alcuni “trucchetti” attraverso i quali gli attuali partiti continueranno a tutelare i loro interessi ed i loro “rimborsi”…

N.B. Per il momento si sa che verrà dimezzata anche l’ultima rata, che verrà erogata in luglio, dei rimborsi relativi alle ultime elezioni…

L.D.

http://it.ibtimes.com/articles/29297/20120508/789336.htm

Rimborsi ai partiti: ecco la proposta di Bressa e Calderisi

08.05.2012

CEST

Depositato in Commissione Affari Costituzionali la proposta dei deputati del PD Giancarlo Bressa e Peppino Calderisi. Varie le misure previste per arginare il malcostume e la corruzione che circondano il tema del finanziamento pubblico alla politica, tornato alla ribalta con gli ultimi scandali, già oggetto di un referendum popolare dopo il terremoto di Tangentopoli del ’92.

Il testo prevede che chi darà denaro a partiti e movimenti che abbiano almeno un rappresentante eletto alla Camera, o al Senato, o al Parlamento Europeo o a un Consiglio regionale per importi fino a 10.000 euro, potrà avere una detrazione fiscale pari al 38%. Queste donazioni potranno essere effettuate solo attraverso versamento bancario o postale.

Il fondo per il rimborso elettorale potrà essere ripartito fra i partiti e i movimenti che abbiano ottenuto almeno un eletto in Parlamento.

“Il fondo per il rimborso delle spese elettorali per il rinnovo del Senato della Repubblica è ripartito su base regionale” si legge poi nel testo. Il fondo per il rimborso delle spese elettorali per il rinnovo della Camera dei deputati è ripartito in proporzione ai voti conseguiti.

Secondo i firmatari del Pd e Ddl, il testo “rivoluzionerà il sistema del finanziamento pubblico dei partiti”. Nel provvedimento i contributi pubblici per le spese sostenute da partiti e movimenti politici saranno ridotti a 91 milioni di euro l’anno. Di questi il 70%, cioè 63.700.000 euro, sarà corrisposto come rimborso delle spese elettorali e contributo per l’attività politica. Il restante 30%, cioè 27.300.000 sarà erogato a titolo di “co-finanziamento”.

Finanziamento ai partiti: il taglio con il trucco

Il nuovo finanziamento pubblico ai partiti votato a larga maggioranza dal Parlamento sarebbe in altri tempi una risposta sbagliata e inadeguata ai tanti scandali provocati dall’attuale sistema. Ma in un’epoca di drammatica sfiducia dei cittadini nei partiti, diventa qualcosa di molto peggiore: un atto da irresponsabili. Con trovate come questa, i partiti rischiano di evocare un’ondata di antipolitica ancora peggiore di quella che per vent’anni ha consegnato il Paese nella mani di Berlusconi e Bossi. Il finanziamento pubblico, in Italia mascherato da “rimborsi elettorali”, esiste in tutte le democrazie europee, è un provvedimento giusto per impedire che a far politica siano soltanto i ricchi. Col senno di poi, è stato un errore abolirlo con un referendum, sollecitato da molti demagoghi. Perché il nuovo sistema, elaborato dagli stessi demagoghi arrivati a Palazzo, si è rivelato molto peggiore del precedente. L’identico errore si sta commettendo oggi. Per dare una risposta alla giusta indignazione dei cittadini, i partiti elaborano una soluzione che in superficie accoglie le istanze “anticasta”, ma nella sostanza conserva tutte le anomalie del finanziamento all’italiana. E anzi, ne aggiunge ancora più gravi. L’unica buona cosa contenuta nella nuova legge è il dimezzamento dei rimborsi elettorali.
Ma il “sacrificio” è avvolto in una tale rete di trucchi da renderlo inutile, se non pericoloso.

Il primo trucco consiste nel creare una commissione ad hoc per controllare le spese dei partiti, togliendo il compito all’organo naturale di controllo, la Corte dei Conti. Si tratta, per cominciare, di un espediente anticostituzionale, come ha rilevato la stessa Corte in una lettera letta in Parlamento dal radicale Maurizio Turco. In secondo luogo, è un modo di fingere di non capire che la causa principale di scandalo non è solo o tanto l’entità del danaro pubblico ricevuto, ma il modo in cui è stato impiegato dai partiti, dalla Margherita alla Lega. I controlli dunque andrebbero aumentati al massimo livello e non dirottati verso una commissione di dubbia competenza e autorità.

Il secondo trucco consiste nella trovata di compensare il dimezzamento dei fondi pubblici rendendo molto convenienti i finanziamenti privati, attraverso una serie di favori fiscali. In pratica, da domani chi darà soldi ai partiti godrà di esenzioni maggiori di chi oggi offre danaro a una onlus, a un’associazione di volontari o alla ricerca contro il cancro. Si pongono alcune domande (retoriche). Perché, i partiti sono più importanti della lotta ai tumori? E chi ne approfitterà, i militanti, ormai in via di estinzione, oppure i soliti noti, le banche, i costruttori, gli appaltatori pubblici? In cambio di che cosa? Siamo, come si vede, a un passo dal legalizzare la mazzetta. Fra i battimani del populismo “anticasta”.

Un terzo trucco, il meno astuto, consiste nel togliere i finanziamenti al Movimento 5 Stelle, che peraltro non li vuole, attraverso un cavillo per cui i soldi andrebbero soltanto ai partiti dotati di uno statuto. Ovvero tutti, tranne uno, guarda caso quello di Grillo. Deve essere in atto un complotto alla rovescia dei grandi partiti contro se stessi, per consegnare a Grillo la metà dei voti. Con maggiore onestà, i leader dei partiti del Parlamento dovrebbe occuparsi di quello che c’è scritto nei loro statuti, confrontarlo con la Costituzione e notare alcune contraddizioni. La più colossale è che soltanto in Italia i partiti sono associazioni private e non soggetti di diritto pubblico, com’è nel resto d’Europa. Il vero problema sta proprio qui, anche se nessuno lo dice. Perché non conviene a nessuno sollevare la questione, non alla nomenclatura ufficiale, ma neppure ai moralisti Di Pietro e Grillo, che sono proprietari dei rispettivi partiti.
A proposito, Di Pietro ha definito «una porcata» la nuova legge. Ha ragione, ma vorrei aggiungere che sul piano morale è anche una bella porcata incassare decine di milioni di danaro pubblico destinato a un partito attraverso una società parallela, intestata al leader e ai suoi famigli. Esattamente come Antonio Di Pietro ha fatto per anni.

In quanto associazioni private, i partiti possono disporre del danaro che ricevono, dal pubblico o dal privato, come vogliono, senza controlli e senza incorrere in reati. Con questo scudo legale sarà infatti assai complicato, nei processi per le vicende della Margherita e della Lega, provare i reati di appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato, perfino sulla «paghetta» ai figli di Bossi. Esiste anzi il rischio concreto che tutto finisca in nulla e i corrotti festeggino un’altra finta assoluzione. Come, per inciso, esiste il rischio che con la nuova e vergognosa norma di “spacchettamento” del reato di collusione, appena approvata in Parlamento – dimezzamento delle pene e dei tempi della prescrizione – finiscano in nulla i processi per altri scandali, dal caso Penati all’affare Ruby-Berlusconi. L’autentica riforma oggi non è abolire il finanziamento pubblico, che esiste in molte democrazie, sia pure con cifre più ridotte e controlli assai maggiori, ma cambiare lo status giuridico dei partiti. L’Unione europea lo ha chiesto con una norma del 2004, formalmente accolta dal Parlamento italiano nel 2006, mai applicata.

A parte questo, ci sarebbe la vecchia cara Costituzione con l’articolo 49, dove i partiti sono chiamati a concorrere alla politica nazionale “con metodo democratico”. Ora, quale metodo democratico applicano i nostri partiti padronali, blindati all’esterno come associazioni private? Certo sostenere che bisogna cambiare lo status giuridico non è adatto a strappare l’applauso come dire «basta soldi ai partiti». Il gioco del populismo è sempre lo stesso: dare al popolo soluzioni semplici. Che con il tempo naturalmente si riveleranno catastrofiche. Ma almeno in un caso, il problema dei costi della politica in Italia, la questione è davvero semplice. Basta adattare le norme al resto d’Europa. Le norme, il numero dei parlamentari e degli enti, i privilegi, le auto blu e gli stipendi. Non è davvero difficile capire la ragione per cui i cittadini italiani sono stufi di pagare un consigliere regionale, la Minetti o il Trota per fare due esempi illustri, più di quanto i cittadini francesi paghino il presidente Hollande o gli americani il presidente Obama.
Con la nuova legge invece tutte le anomalie italiane rimangono tali e quali e si concede soltanto uno sconto del cinquanta per cento per calmare le folle eccitate dal populismo anticasta. In questo modo si conserva il terreno sul quale è cresciuta in questi anni la mala pianta della corruzione.

C. Maltese
25 maggio 2012
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Per i Partiti rimborsi dimezzati, ma solo nel 2012

Dall’anno prossimo il risparmio per le casse dello Stato sarà decrescente: la legge che l’Assemblea di Montecitorio sta esaminando prevede anche l’aumento della detrazione fiscale per chi effettua donazioni in favore di partiti

22 maggio 2012

ROMA – A un mese e mezzo dall’impegno preso dai presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, per la riforma del finanziamento dei partiti, l’Aula di Montecitorio ha approvato l’articolo 1 del testo scritto da Gianclaudio Bressa (Pd) e Giuseppe Calderisi (Pdl) che lo riduce da 182 milioni circa a 91 milioni nel 2012. Il Pd esulta per il «dimezzamento» dei rimborsi che era la proposta originaria del segretario Pierluigi Bersani ma in realtà di dimezzamento si può parlare solo quest’anno.

Aumentano le detrazioni fiscali – Dall’anno prossimo infatti il risparmio per le casse dello Stato sarà decrescente: da un lato perché la quota destinata ai partiti sarebbe già diminuita per effetto delle ultime manovre economiche, dall’altro perché in realtà la legge che l’Assemblea di Montecitorio sta esaminando prevede anche l’aumento della detrazione fiscale per chi effettua donazioni in favore di partiti, tra i 50 e i 10mila euro, e Onlus (dal 19% attuale al 24% nel 2013 e al 26% dal 2014): parte del risparmio che deriverà dal taglio del finanziamento pubblico infatti andrà a coprire l’aumento delle detrazioni previsto.

A regime lo Stato risparmierà 11 milioni di euro – I conti li ha fatti la Ragioneria dello Stato stimando che, a regime, nel 2016, i risparmi derivanti da questa legge per lo Stato saranno di 11 milioni di euro. Se è vero che nel 2012 i rimborsi passeranno da 182 milioni circa a 91 milioni circa, infatti, nel 2013 la riduzione sarà dai previsti 160 milioni circa ai 91 circa, con un risparmio di poco più di 69 milioni di euro; nel 2014 il risparmio sarà di 58.440.548 euro e nel 2015 e 2016 di 50.193.278. Una parte di questi risparmi però servirà a coprire l’aumento delle detrazioni previsto dalla legge. Dunque, la Ragioneria stima che «gli effetti finanziari complessivi», ovvero il risparmio effettivo per le casse dello Stato, sarà di 69 milioni nel 2013 (quando non ‘peseranno’ ancora le detrazioni), ma di poco più di 2 milioni nel 2014 (quando le detrazioni sono stimate in 56 milioni), di 5 milioni nel 2015 (detrazioni per 44 milioni) e 11 milioni a regime, dal 2016 (detrazioni per 39,3 milioni). […]

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Aggiornamento del 21 settembre 2012

In questi giorni c’è stata una certa agitazione in Parlamento, sulle modalità di controllo dei bilanci dei partiti. La decisione verteva tra la possibilità di far certificare i bilanci da una società esterna oppure quella di fare un controllo interno. Come al solito, i nostri politici ci hanno provato, a tenere tutto nascosto, cercando di far intendere che non ci sarebbe stato bisogno di una certificazione esterna ma che sarebbero stati sufficienti dei controlli interni. Fortunatamente, e giustamente, sono stati assaliti dai giornalisti, cosicché, dopo essersi resi conto che così facendo avrebbero fatto una pessima figura e si sarebbero trovati a dover affrontare le ire degli italiani, si sono arresi ed hanno dovuto rassegnarsi ad accettare la certificazione esterna. I problemi e i dubbi, però, non finiscono qui:
  • innanzitutto anche una società esterna potrebbe diventare a sua volta un soggetto corrotto, capace di approvare anche bilanci falsificati;
  • in secondo luogo, riteniamo che il problema della certificazione e del controllo dei bilanci NON DOVREBBE SUSSISTERE, in quanto i partiti NON DOVREBBERO RICEVERE FINANZIAMENTI PUBBLICI (a meno che questi non vengano utilizzati per finanziare progetti di utilità pubblica, come avviene in Germania)!!!

Bilanci, salta la certificazione esterna
Pd-Udc-Idv: “Noi invece la faremo”

Bocciata la possibilità di affidare a società di revisione i conti dei gruppi parlamentari, come chiesto da Fini, che però non dispera: “Alla luce degli interventi di oggi possibile ripristinare il testo iniziale”. Il Pd si distingue: “Noi ce ne avverremo”. Stessa scelta da parte dell’Udc e dell’Idv. La bozza sarà votata domani

18 settembre 2012

Camera, verifica esterna bilanci
ok unanime da gruppi parlamentari

La Giunta del Regolamento ha approvato il testo dei relatori Gianclaudio Bressa (Pd) e Antonio Leone (Pdl) e ha deciso di integrarlo con il principio della verifica da parte di una società esterna. Giarda: “Alla fine prevarrà saggezza”. Fini: “Colmata grande lacuna senza scontro

19 settembre 2012

L.D.

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