A 20 anni di distanza da quei tragici anni in cui ebbe inizio la lotta alla mafia ed alle criminalità organizzate, questo cancro è ancora presente, forse anche più forte di allora, nel nostro paese, grazie anche a questa crisi economica che sta tutt’ora contribuendo al loro rafforzamento. Per questo è fondamentale che la lotta continui e che la politica metta a disposizione delle forze dell’ordine e dell’apparato giudiziario degli strumenti più adeguati…

L.D.

Strage di Capaci (da Wikipedia)

La Strage di Capaci è l’attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. […]

Commemorazioni

Ogni anno, il 23 maggio, si tiene a Palermo e Capaci una lunga serie di attività, in commemorazione della morte del magistrato Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo.
I resti dell’auto sono esposti a Roma, presso la scuola di formazione degli agenti di polizia penitenziaria.
Nell’anno della strage è stata creata anche una fondazione intitolata a Giovanni e Francesca Falcone e guidata da Maria Falcone, sorella del magistrato, che si propone di combattere la criminalità organizzata e di promuovere attività di educazione della legalità. La Fondazione ha ottenuto dall’ONU nel 1996 il riconoscimento dello status consultivo in qualità di ONG presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.

Ogni due anni il comune di Triggiano, paese originario di Rocco Dicillo, agente della scorta del magistrato Falcone, ricorda la strage di Capaci organizzando un premio d’arte contemporanea la “Biennale Rocco Dicillo”, ispirata al tema della legalità.

Giovanni Falcone (da wikipedia)

« La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. »

[…]

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria

Medaglia d’oro al valor civile

«Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale componente del ‘pool antimafia’, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni.»
— Palermo, 5 agosto 1992

Il 13 novembre 2006 è stato nominato tra gli eroi degli ultimi 60 anni dal Time magazine. Inoltre, è stato nominato in suo onore l’asteroide 60183 Falcone.

http://www.lettera43.it/attualita/la-crisi-rafforza-la-mafia_4367551520.htm

«La crisi rafforza la mafia»

Gratteri sull’evoluzione della criminalità.

di Gabriella Colarusso

Erano le 17,58 del 23 maggio 1992 quando sull’autostrada A29, a pochi chilometri di distanza da Palermo, 500 chili di tritolo uccisero Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. E sembrarono mandare in fumo, per sempre, le speranze di un’Italia libera e pulita, coltivate nella stagione coraggiosa del pool antimafia.
Vent’anni e centinaia di arresti dopo – tra leggi speciali, confische di beni, battaglie in Parlamento e tra le Procure – la morsa della criminalità organizzata sulla vita politica ed economica del Paese sembra non essersi allentata.
«MAFIE PIÙ RICCHE E ARROGANTI». «Le mafie sono più ricche e quindi più arroganti», dice a Lettera43.it Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, da due decenni in prima fila nella lotta alla ‘ndrangheta, e dal 1989 sotto scorta. «Molto è stato fatto ma tanto di più si poteva fare», sospira.
IL LEGAME CON LA POLITICA. Come spezzare il connubio tra politica e criminalità organizzata. «Oggi sono i politici che vanno a casa dei boss a chiedere i voti non viceversa», spiega invitando a smettere di pensare che le mafie siano solo un fenomeno locale. «C’è ancora qualcuno», osserva, «che dice che a Milano la ‘ndrangheta non esiste».
Ma, soprattutto, occorre adeguare il nostro ordinamento giudiziario alla realtà criminale del Paese. Perché «con questo sistema giudiziario le mafie finiranno quando finirà l’uomo sulla terra».

DOMANDA. Eppure il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si è detto entusiasta per i risultati raggiunti dal precedente governo Berlusconi in tema di lotta alla mafia.
RISPOSTA. Non so cosa abbia detto esattamente Grasso. So però che il governo Berlusconi ha fatto due cose importanti per la lotta alle mafie: con il primo decreto sicurezza ha abolito il patteggiamento in appello che era uno scandalo. Poi ha reso possibile il sequestro e quindi la confisca dei beni anche agli eredi del mafioso morto. Altro non ricordo.
D. È sufficiente per assegnare un premio all’ex premier per la lotta alla criminalità?
R. Si poteva fare e si può fare di più per meritare un premio per la lotta alla criminalità.
D. Vent’anni fa le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Cosa è cambiato da allora?
R. Le mafie sono diventate più ricche, quindi più arroganti. La ‘ndrangheta in particolare ha quasi totalmente il monopolio dell’importazione di cocaina in Europa. Il suo problema è quello di giustificare la ricchezza non di arricchirsi. E questa grande disponibilità di denaro l’ha resa molto più forte. Soprattutto alla luce di questa crisi finanziaria.
D. Perché?
R. Sono gli unici ad avere grandi capitali in contanti. Le banche per prudenza o mancanza di liquidità non prestano soldi alle imprese e la mafia si è sostituita a loro.
D. La mafia si presenta come creditore.
R. Sì. La ‘ndrangheta in particolare presta denaro a interessi non molto più alti rispetto a quelli degli istituti di credito e così riesce a entrare nella proprietà delle aziende come socio di minoranza. Il passo per rilevare poi completamente un’impresa è breve.
D. Con le banche in crisi di liquidità e costrette a ricapitalizzare è possibile che denaro di provenienza illecita entri anche nel sistema degli istituti di credito?
R. Per quello che sappiamo dalle nostre indagini, che sentiamo dalle intercettazioni dei mafiosi, in Italia il sistema bancario è considerato molto attento. Anche perché c’è una normativa anti-mafia e anti-riciclaggio molto evoluta.
D. Eppure siamo l’unico stato al mondo ad avere quattro mafie.
R. Dal punto di vista normativo siamo attrezzati. Questo però non vuol dire che abbiamo un sistema giudiziario, penale, processuale, detentivo proporzionato alla realtà criminale, tutt’altro.
D. Servono nuove norme?
R. Malgrado tutti gli sforzi che abbiamo fatto in questi anni, gli arresti di latitanti, i sequestri, non stiamo vincendo la partita. Al massimo, la stiamo pareggiando.
D. Com’è possibile vincere la battaglia?
R. Per arrivare al giro di boa, bisogna rivoluzionre il codice di procedura penale e l’ordinamento penitenziario. Altrimenti continueremo a fare convegni, ma le mafie non le sconfiggeremo mai.
D. Qual è questa rivoluzione copernicana?
R. Intanto, va detto, che se i tribunali fossero delle imprese private domani mattina fallirebbero tutti. Abbiamo un sistema processuale farraginoso, ancora andiamo in udienza con i faldoni, facciamo le notifiche del processo penale con l’ufficiale giudiziario. Solo perché vadano a buon fine mediamente ci vogliono tre mesi.
D. Soluzioni?
R. Informatizzare il codice. Per le notifiche di avvisi di indagine, per esempio, con la posta elettronica certificata dimezzeremmo tempi e costi.
D. Intanto però dai tempi di Falcone e Borsellino le organizzazioni criminali sono diventate più abili.
R. Le mafie si evolvono, come la società, utilizzano gli stessi suoi strumenti, per questo le norme vanno adeguate. Non capisco perché si debba perdere tanto tempo a discutere di leggi inutili che si trasformano in problemi tali da mettere a volte in crisi la tenuta stessa di un governo.
D. A cosa si riferisce?
R. Negli anni passati abbiamo discusso per mesi di processo breve, processo lungo, cercando di far ricadere sulle lungaggini dei tribunali. Non è così. La parola magica è informatizzazione. Certo, avremmo anche bisogno di modifiche serie nella legislazione internazionale: le mafie non sono più un problema italiano come qualcuno continua a sostenere.
D. A chi allude?
R. Mi riferisco a chi si chiede ancora se quella delle mafie nel Nord Italia sia infiltrazione o radicamento. Qualche uomo delle istituzioni negli anni passati ha detto persino che la mafia a Milano non c’è.
D. Il prefetto Lombardi.
R. E infatti s’è visto che non esiste la mafia a Milano. Con le ultime inchieste sono stati arrestati 300 fantasmi.
D. Falcone e Borsellino si tenevano lontani dalla tivù mentre oggi in Italia c’è una magistratura antimafia molto mediatica. Lei stesso si è definito una «soubrette». Non servirebbe più discrezione?
R. Non mi voglio prendere molto sul serio e cerco di stare con i piedi a terra. Definirmi una «soubrette», visto che giro molto per le scuole, è un modo per entrare in connessione con i ragazzi, parlare il loro linguaggio.
D. Crede sia opportuno che un magistrato antimafia partecipi a comizi politici come ha scelto di fare Ingroia?
R. A questa domanda non rispondo. È una cosa delicata, non mi va di alimentare polemiche.
D. Falcone è morto nell’isolamento e circondato da calunnie. La solitudine è il destino dei magistrati antimafia?
R. Per quello che mi riguarda ho migliaia e migliaia di persone che mi vogliono bene e mi seguono, che vengono ad ascoltarmi, vogliono capire, sapere. Non mi sento solo. Quanto a Falcone, bè, era un fuoriclasse e i fuoriclasse suscitano le invidie dei mediocri.
D. In 20 anni come è cambiato il rapporto tra mafia e politica?
R. Le mafie sono una minoranza, ma una minoranza qualificata. Con il sistema elettorale attuale anche un pacchetto di voti che rispecchi il 10-15% dell’elettorato attivo può determinare la vittoria di un sindaco o di un consigliere comunale. Quindi condizionare il governo della città. Oggi sono i politici che vanno a casa dei mafiosi a chiedere i voti e non viceversa.
D. Come si spezza questo connubio tossico?
R. Intanto il sistema penale, processuale e detentivo, dovrebbe essere proporzionato alla realtà criminale per far sì che non sia conveniente delinquere. Nel lungo periodo poi avremmo bisogno di cambiare le regole elettorali in modo tale che la gente cominci a scegliere i propri candidati.
D. Fini ha proposto di eliminare gli indagati dalle liste elettorali. Il Pd si è speso per aumentare le pene per la corruzione. Sono provvedimenti utili?
R.
Mi sembrano piccoli passi rispetto alla vastità del problema dei reati contro la pubblica amministrazione. Non capisco perché in Italia non ci sia la volontà, la forza, la libertà per fare in pochi giorni modifiche strutturali del sistema.
D. Per esempio?
R. Un diverso apparato sanzionatorio. Se ho condannato un amministratore a due anni, pena sospesa, la condanna resta sulla carta, non ha alcun effetto. Se io invece condannassi un sindaco per due anni a fare lavori socialmente utili all’interno del comune dove ha commesso il reato, forse sarebbe più terapeutico non solo per lui ma anche per gli altri.
D. La lezione più bella di Falcone e Borsellino.
R. Erano persone oneste, pulite. La loro grande virtù è stata la coerenza.

22 Maggio 2012

http://www.antimafiaduemila.com/2012052237300/focus/oggi-lanm-ha-fatto-il-punto-a-palermo-per-vincere-serve-limpegno-di-tutti.html

Anniversario Falcone: l’Anm fa il punto della lotta alla mafia a Palermo

di AMDuemila – 22 maggio

[…] Sul fronte del contrasto ai rapporti tra la mafia e la politica è intervenuto anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo: “I risultati non sono incoraggianti. Resta un legame forte, come dimostrano i processi in corso e gli scioglimenti di diversi comuni. Restano improprie relazioni ed illeciti contatti, che testimoniano la perdurante attrattiva di Cosa nostra per la politica”. Tuttavia  Messineo lancia un messaggio “moderatamente ottimista sul fronte della lotta alla mafia” in quanto “pur essendo in continua evoluzione per Cosa nostra è iniziato il principio della fine”.
Piuttosto forti e critiche sono state le dichiarazioni di Alfredo Morvillo, procuratore di Termini Imerese e fratello di Francesca: “Una parte della società civile che è affascinata dalla criminalità organizzata e che lungi da allontanare i mafiosi li corteggia, una parte della società per cui la mafiosità non è un discrimine, questi soggetti sono la palla al piede della lotta alla mafia”. Inoltre ha fatto un appello al legislatore perché introduca “norme per l’incompatibilità e la decadenza” perché i “Codici etici adottati dalla politica non sono adeguati, perché ancora una volta contengono una delega alle scelte della magistratura.  La politica ha il dovere di assumersi le proprie responsabilità. Invece si guarda bene dal fare pulizia al suo interno e sbandiera le assoluzioni come fossero una patente di purezza d’animo” .
Quindi ha continuato: “La politica deve fare pulizia al proprio interno da un lato, valorizzando il momento etico e di servizio nei confronti della collettività e del bene comune; dall’altro, impedendo ai sospetti di accedere ad incarichi pubblici. La mancanza di sanzioni giudiziarie definitive non significa l’estraneità agli interessi di Cosa nostra. L’incompatibilità soggettiva a rivestire certi incarichi deve diventare un ostacolo insormontabile. Ma anche noi cittadini non possiamo stare a guardare, ritenendo che la lotta alla mafia sia compito di altri per evitare che il sacrificio dei giudici Falcone e Borsellino e di tutti gli altri fedeli servitori dello Stato uccisi dalla mafia per essere stati tali sia stato inutile”.
Sull’impegno della società civile ha battuto molto anche Leonardo Guarnotta, presidente del Tribunale di Palermo: “La partita della lotta alla mafia, che non possiamo permetterci di perdere, si gioca nelle quotidianità delle relazioni umane, nelle scuole, nelle facoltà universitarie, negli ospedali, negli uffici pubblici, nelle imprese commerciali, negli istituti di credito, nelle scelte individuali e collettive. Non sono escluse neanche le scelte elettorali e le scelte che vengono fatte dai segretari di partito nel selezionare i candidati da inserire nelle liste, quindi quelle degli elettori nell’esercizio del diritto-dovere di designare i loro rappresentanti in Parlamento e delle altre istituzioni”. […] “Per sconfiggere la mafia è necessario uno sforzo comune da parte tutte le componenti della società civile per operare quella modifica morale e sociale che consenta a noi tutti, ma soprattutto ai giovani che sono il nostro futuro, di vivere ed operare in una società migliore di quella in cui ci troviamo, e nelle quale non si è costretti a chiedere per favore quello che loro spetta di diritto. Per far ciò è anche indispensabile che il governo ed il parlamento si facciano carico di dotare le forze dell’ordine e della magistratura, di quegli strumenti e delle risorse umane e materiali indispensabili per svolgere al meglio il loro compito. Perché, sia chiaro, la lotta alle mafie si combatte in Sicilia, Calabria e Campania ma la guerra si vincerà a Roma”.
Successivamente è stata la volta del ministro della Giustizia Paola Severino che ha sottolineato come anche la lotta alla criminalità e alla corruzione siano “due fronti su cui combattere con grande fermezza e piglio forte. La proposta del procuratore (di Termini Imerese, ndr), Alfredo Morvillo di tipicizzare il concorso esterno in associazione mafiosa, e quella di prevedere l’incompatibilità dalle cariche istituzionali per chi ha rapporti con la criminalità organizzata sono due proposte che vanno esaminate con grande attenzione, due proposte sensate e da approfondire. Il giudice Giovanni Falcone è un giudice di spessore internazionale. Il suo modo di operare, con professionalità ed equilibrio, è rimasto a tutti noto come ‘metodo Falcone’, un metodo fatto di criterio investigativo ed umanità”. “Ancora oggi il ‘metodo Falcone’ -ha aggiunto- è efficace ed è considerato un esempio nel contrasto per diversi Paesi. Se si guarda ai provvedimenti voluti da Falcone nel suo periodo ministeriale ci si accorge di quanto incisiva sia stata la sua azione nell’elaborare regole forti, efficaci e moderne a sostegno dell’azione antimafia. Dalla disciplina in favore dei collaboratori di giustizia alle previsioni sulla custodia cautelare obbligatoria in carcere per i mafiosi colpiti da gravi indizi di reato”.
Dal canto suo il presidente Nino Di Matteo ha ricordato la propria scelta fatta prima da studente, tenendo come riferimento il pool antimafia, e poi da magistrato, vestendo la toga proprio alla camera ardente di Falcone. “In questa lotta è importante che si mantenga inalterata la norma sulle intercettazioni e che non vada in porto quel progetto nefasto che è legato ad essa – ha aggiunto Di Matteo – Per fare il salto di qualità è necessaria un’ inversione di rotta e creare le condizioni per recidere quel rapporto mafia-politica-istituzioni tenendo ben presente che la lotta alla mafia e la lotta alla corruzione sono due facce della stessa medaglia”.
Di Matteo ha quindi ribadito la necessità di un riformulazione dell’articolo 416 ter del codice penale nella seguente maniera: “La pena stabilita dal primo comma dell’articolo 416 bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416 bis in cambio della promessa di denaro o di altre utilità per sé o per un terzo”. Quindi ha ricordato l’incontro di Borsellino, nel 1989, con alcuni studenti di Bassano del Grappa dove proprio Borsellino  aveva detto: “L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso”. “Però – aveva ulteriormente ribadito – siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto”. Infine, rivolgendosi anche allo stesso ministro della Giustizia Paola Severino ha auspicato che la lotta alla mafia diventi davvero priorità della politica “perchè quelle morti dei martiri delle mafie non sono state vane ed inutili”.

FONDAZIONE PROGETTO LEGALITA’

http://progettolegalita.it/

La Fondazione Progetto Legalità in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia è nata il 28 febbraio 2005, ereditando scopi e attività dal Progetto Legalità: una serie di iniziative portante avanti nelle scuole dall’Associazione Nazionale Magistrati – sezione distrettuale di Palermo. Dal marzo 2008 è Onlus (Organizzazione non lucrativa sociale).

La Fondazione supporta le scuole offrendo loro gratuitamente metodologie, percorsi, materiali per fare educazione alla cittadinanza, alla Legalità, alla convivenza civile.

La partecipazione delle scuole ai percorsi del progetto è cresciuta anno dopo anno nella diffusione e nel grado di partecipazione: ha sinora coinvolto oltre 4.000 classi di tutta Italia in percorsi di educazione alla legalità, aperti, a partire dall’a.s. 2003-2004 anche alle scuole carcerarie, importante filone dedicato a Luca Crescente, magistrato prematuramente scomparso, tra i fondatori del Progetto Legalità.

Questa crescita di iscritti ai percorsi della Fondazione, molti dei quali fidelizzati negli anni, testimonia da un lato la validità di quanto offerto alle scuole (e la continua ricerca di miglioramenti, in risposta alle istanze che ci vengono proposte), dall’altro è indice dell’impegno della Scuola nell’offrire un’azione di supporto sociale alla formazione del cittadino.

È proprio questo che la Fondazione vuole: non lasciare la scuola da sola e coinvolgere istituzioni, società civile e i genitori nel processo educativo.

Tutti i percorsi del progetto prevedono una fase di studio e una di approfondimento del tema proposto (mafia e criminalità organizzata, racket e usura, la Costituzione, etc.), una fase di riflessione e una di azione in cui gli alunni devono elaborare quanto appreso.

Tutti i percorsi del progetto propongono incontri-confronto tra scuola e società in modo da favorire uno scambio di conoscenze e fare in modo che gli alunni abbiano la possibilità di interrogare e confrontarsi direttamente e la società abbia modo di comprendere le difficoltà della scuola nell’affrontare, in solitudine, l’educazione e la formazione dei giovani cittadini.

Tutti i percorsi prevedono poi il diretto coinvolgimento dei genitori, sia chiedendo l’espressa partecipazione al momento della realizzazione degli elaborati richiesti, sia tramite questionari e altre azioni volte e rendere la famiglia consapevole di ciò che i propri figli imparano a scuola, di quali questioni si pongono e della valenza che il modo di rispondere assume: chi non dà il buon esempio, non può pretenderlo dai propri figli.

Fumetto “Un fatto umano. Storia del pool antimafia”

Autori: Giffone Manfredi, Fabrizio Longo ed Alessandro Parodi

Tra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, Cosa Nostra è l’organizzazione criminale più potente al mondo, e la Sicilia il crocevia in cui le trame del potere si intrecciano in un nodo scorsoio che prende al collo l’Italia intera. Palermo è il teatro dell’ascesa dei Corleonesi di Totò Riina, che scatena una guerra interna alla mafia e contemporaneamente lancia un assalto frontale allo Stato. Chiunque provi a ostacolarlo viene annientato. In questo clima di violenza, nonostante tutto, un manipolo di uomini intraprende una lotta per contrastare la mafia e recidere i legami che l’avviluppano alle istituzioni. Gli effetti di questa lotta si proiettano tuttora nella vita pubblica italiana. “Un fatto umano” è la ricostruzione a fumetti di quegli anni, e unisce, nell’inconsueta bellezza delle tavole acquerellate, una vastissima ricerca documentale e una narrazione visionaria. Le immagini prendono vita grazie alla voce del puparo e cuntista Mimmo Cuticchio, che mette in scena l’epopea del pool antimafia di Palermo – Falcone e Borsellino in testa – sullo sfondo di una Prima Repubblica avviata al tramonto. Nel volgere di appena un decennio, una serie di scandali e di inchieste giudiziarie (dal caso Moro alla vicenda Sindona alla Loggia P2, fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio) stravolge gli assetti politici e apre una nuova imprevedibile stagione. “Un fatto umano” è una storia di vittorie e sconfitte pagate col sangue. È la storia degli anni più oscuri del nostro Paese…

Libro “Da che parte stare. I bambini che diventarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” di Alberto Melis

http://www.gliamantideilibri.it/archives/7997

23 maggio 2012

By Riccardo Barbagallo

Oggi ricorre l’anniversario della strage di Capaci, il terribile attentato che ha provocato la morte del magistrato Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Laura Morvillo e dei tre giovani agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. E’ proprio con questa vicenda che Alberto Melis comincia la narrazione. Una narrazione diversa con lo scopo di spiegare ai bambini ciò che è accaduto quel terribile 23 maggio e poi, solo due mesi più tardi, il 19 luglio. Nell’intervista, pubblicata qualche giorno fa sul nostro giornale online, l’autore ci spiegava che ai bambini non si può mentire, mai. E allora bisogna raccontare loro i fatti, così come sono realmente accaduti, avvalendosi di un linguaggio appropriato, ma senza nascondere la verità.

L’insegnante cagliaritano spiega ai suoi giovani lettori gli avvenimenti di quelle due giornate di vent’anni fa che tanto hanno segnato la storia del nostro paese. Ma non è questo il tema centrale del libro. Le sorelle dei due magistrati, Maria Falcone e Rita Borsellino, raccontano i loro fratelli in una versione inedita, ovvero quando erano loro stessi bambini.

Giovanni Falcone da piccolo aveva l’argento vivo addosso, soprannominato “Biddicchiu” (bellino) il suo sguardo  era sempre attento agli altri, soprattutto ai suoi familiari.

“Una volta, era ancora molto piccolo, mentre giocava nel giardino della casa di Sferracavallo, una grossa pietra gli cadde su un piede e gli maciullò l’alluce. Ma, anche se il dolore doveva essere lancinante, soprattutto durante la medicazione nell’ambulatorio medico, strinse i denti e non versò una lacrima.”

“Spesso litigava con gli altri ragazzi, aveva la tendenza a buttarsi nella mischia, soprattutto se si trattava di difendere qualcuno. Si metteva alla prova, s’imponeva il coraggio. E non si lasciava intimidire nemmeno dai ragazzi più grandi e grossi di lui.”

Paolo Borsellino non abitava lontano da Giovanni, ma da piccoli non erano molto amici, questo sentimento che li legava sarebbe nato più tardi nel corso della loro vita. Anche Paolo era un bambino molto sveglio e vivace che non si faceva scrupoli ad aiutare gli altri bambini, come ricorda la sorella Rita.

“Paolo portava a casa i suoi compagni di scuola. Li aiutava a fare i compiti e poi prima di andare a giocare facevano merenda tutti insieme.”

Il senso di giustizia lo ha sempre contraddistinto, un episodio raccontato nel libro ci aiuta a capirlo.

“A scuola, a volte, si accorgeva della differenza tra l’atteggiamento paziente e premuroso che gli insegnanti manifestavano nei confronti di ragazzini benestanti e la severità che riservavano ai compagni più poveri. E si rendeva conto che, per esempio, non aveva senso rimproverare un bambino che si addormentava sui banchi, se quel bambino aveva dovuto passare la notte a bordo della barca di suo padre, per aiutarlo a tirare su le reti della pesca.” 

“Da che parte stare” si può scegliere anche da ragazzi e il ricordo di Maria e Rita ci fa riflettere su quanto Giovanni e Paolo fossero uomini, uomini che avevano saputo scegliere.

Questo libro dovrebbe essere adottato come testo di lettura in tutte le scuole. Non lo facciamo mai, ma questa volta ci sentiamo di scriverlo: un ringraziamento alla casa editrice Piemme che in questi 20 anni di Battello a Vapore ha dimostrato  una sempre maggiore attenzione e  vicinanza ai ragazzi. E un ringraziamento all’autore Alberto Melis che con Alice Fornasetti ha avuto l’idea di questo libro.

E’ con lo sguardo rivolto ai più piccoli che la nostra redazione ha scelto di ricordare in questa giornata l’interruzione di 5 vite esemplari: oggi come  vent’anni fa.

http://www.gliamantideilibri.it/archives/7993

Salone Torino: A tu per tu con… Alberto Melis

15 maggio 2012

By Riccardo Barbagallo

Si sta avvicinando l’anniversario della stragi del ’92, di Mafia si sente parlare, è vero, ma non abbastanza. Abbiamo incontrato  Alberto Melis, insegnante sardo che ha avuto il coraggio di parlarne, soprattutto rivolgendosi ai destinatari più difficili con cui si potesse interloquire di questo argomento: i bambini. Eh già… i bambini vanno educati alla civiltà, al sentire comune, al sentirsi parte di un tutto. Alberto Melis prova a spiegarcelo.

Come nasce l’idea di questo libro?

L’idea nasce dalla casa editrice Piemme che aveva il desiderio di partecipare al ricordo dei due magistrati di Palermo morti negli attentati di vent’anni fa. Da questa volontà è nato un progetto editoriale e con il senior editor di Battello a Vapore, Alice Fornasetti, abbiamo deciso di rivolgerci ai ragazzi con un punto di vista particolare, cioè quello di raccontare infanzia e adolescenza di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. 

Lei è un’insegnante, come si spiega la Mafia ai bambini? 

Con grande difficoltà. Il principale problema che si presenta è quello di raccontare fatti noti con un certo tipo di linguaggio, è necessario essere chiari e precisi con l’obbiettivo di non mentire mai, ai bambini non si raccontano bugie, magari si tralasciano i particolari più truci, ma è impensabile tradire la loro fiducia. Ricordiamoci che la Mafia si esprime con molta ferocia. Non si può spiegare ai bambini la complessità di questo fenomeno, le complicità, le trame oscure da parte dello Stato. Con i ragazzini delle scuole medie invece si possono cominciare ad affrontare certi temi, anzi direi che si deve. Oggi la ferocia della Mafia si manifesta di meno perchè ci troviamo in una fase storica diversa, non perchè non esista. La mafia non ha più alcun interesse alle manifestazioni violente e stragiste. Oggi è più silenzioso ma di certo non meno presente.

Che reazioni hanno?

Se il loro interlocutore è una persona che sa raccontare c’è grandissimo interesse. Certo, i bambini e i ragazzi vanno interessati. Ricordiamo che la Mafia è un fenomeno come ce ne sono tanti altri, per esempio le guerre civili, i bambini soldato… I bambini sono capaci di ascoltare e di interessarsi, bisogna solo saper narrare. 

E’ importante far capire ai bambini il messaggio dei due magistrati?

Assolutamente sì! Il messaggio è molto più elementare di quanto si pensa… è quello di sentirsi cittadini, appartenenti ad una comunità, agenti di una partecipazione sentita. I due giudici sono stati sicuramente cittadini esemplari, ma prima di tutto erano due uomini che vivevano con particolare forza il sentimento della vita comune. Io mi occupo di te e tu ti occupi di me. Oggi, grazie a loro, questo sentimento c’è ancora, c’è maggiormente. In Sicilia da vent’anni fa ad oggi le cose sono cambiate in maniera sostanziale, c’è più partecipazione comune e si sta diffondendo sempre di più la ribellione al fenomeno mafioso.

Rimanendo sui destinatari del suo libro le chiedo: come si possono entusiasmare i bambini alla lettura?

L’amore per la lettura avviene sempre tramite un contagio. Questa è la realtà. Se in una famiglia si leggono molti libri è naturale che nell’individuo nasca una propensione alla lettura. In altre parole, se gli adulti leggono i bambini leggono. Un elemento che può sopperire a questa mancanza è la scuola. I modi per avvicinare un bambino alla lettura sono tanti, bisogna far capire loro che non è un sacrificio ma che le storie riescono ad appassionare più del giochino o del videogioco. Penso comunque che non sia corretto paragonare la propensione alla lettura e quella all’uso del pc, è dimostrato anzi che i ragazzini che leggono sono quelli che hanno maggior praticità con il calcolatore elettronico. Leggere apre la mente. La passione masochistica per i videogiochi invece è un’altra cosa.

Cosa vorrebbe dire ai lettori del nostro sito?

La letteratura per ragazzi ha sicuramente un qualcosa di magico che da accesso a mille mondi, ha però un altro risvolto che è quello di consentire l’accesso alle chiavi di decodificazione della realtà e quindi ti consentono di affrontare temi difficili come quello della Mafia.

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