Purtroppo si continua a trattare il Sud Italia come se fosse un paese del Terzo Mondo: vengono destinati periodicamente dei finanziamenti per il sostegno sociale, ma si fa ben poco per il sostegno all’imprenditoria ed allo sviluppo infrastrutturale.

Il sud deve diventare autonomo, deve svilupparsi e diventare concretamente produttivo, per dare man forte all’economia nazionale e sostenere attivamente l’uscita dell’intero paese dalla crisi economica. Sarà questa la volta buona? Riusciremo ad uscire rafforzati e finalmente uniti da questa efferata crisi?

N.B. E’ molto importante, e fa davvero ben sperare, il fatto che una parte di questi fondi venga destinata alla realizzazione di asili nido: al sud, purtroppo, la cultura più diffusa vuole che le donne non vadano a lavorare, ma che facciano piuttosto le casalinghe e restino ad accudire la casa ed i figli. Questa mentalità è profondamente sbagliata innanzitutto nei confronti dei diritti delle donne, che in tal modo devono sempre soccombere nelle scelte familiari e subire le volontà di colui che le mantiene, oltre ad essere anti-economica per l’Italia intera e portatrice di ulteriore povertà per le famiglie del sud Italia…

L.D.

http://economiaefinanza.blogosfere.it/2012/05/piano-per-il-sud-monti-23-miliardi-tutte-le-novita.html

Piano per il Sud Monti: stanziati 2,3 miliardi, tutte le novità

Venerdì 11 Maggio 2012
di Anita Richeldi
Il governo sta varando un piano anti-povertà e per la crescita a beneficio soprattutto del Sud.

Il piano, presentato a Palazzo Chigi dal premier Mario Monti ed Elsa Fornero con altri ministri, prevede la riprogrammazione dei fondi per il Sud e un investimento nelle regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania) di 850 milioni complessivi. Altri 167 milioni saranno invece destinati al resto del Paese.

Come precisa il Corriere, le voci più significative del piano riguardano i servizi alle persone non autosufficienti (anziani, malati, disabili), alla cura dell’infanzia, alla dispersione scolastica. 

220 milioni di euro sono destinati in favore dei giovani del Mezzogiorno, contro la dispersione scolastica, il non profit, e nuovi interventi per la crescita come imprenditoria giovanile e apprendistato.

Repubblica informa che 2,3 miliardi di euro dei fondi comunitari nelle regioni Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, sono stati riprogrammati “de-finanziando interventi con criticità di attuazione, obsoleti o inefficaci” riferisce poi palazzo Chigi. Di questi 2,3 miliardi, 845 milioni sono destinati a obiettivi di inclusione sociale: cura dell’infanzia (400 milioni); cura degli anziani non auto-sufficienti (330), integrazione della politica dell’istruzione contro la dispersione scolastica con azioni per la legalità nel territorio (77), progetti promossi da giovani del privato sociale (38 milioni).

Monti ha dichiarato presentando il piano:

Il rigore che abbiamo chiesto al Paese non è stato un cedimento a logiche e politiche decise da altri in altri luoghi ma l’opposto cioè l’invito a condividere uno scatto di orgoglio, un’assunzione di responsabilità per un futuro migliore. Ci sono molti modi per diventare colonie di altri paesi. Noi amiamo il sistema internazionale, siamo protagonisti attivi in Europa ma vogliamo avere lo stesso grado di autonomia e decisione responsabile che hanno gli altri paesi ed eravamo sul punto di perdere questo grado di autonomia.”

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20120511_191324.shtml

Ok del governo a piano per il Sud (2,3 mld) e contro la povertà

845 mln per inclusione e 1,5 mld per crescita. Torna la social card con 50 mln in dotazione. Monti: è prova che siamo attenti ad equità

Roma, 11 mag. (TMNews) – Luce verde dal governo ad alcuni interventi per attuare l’equità e l’integrazione sociale. L’esecutivo Monti ha dato via libera ad un piano di investimenti nel Sud da 2,3 mld di euro e stanziato 50 mln in favore di un nuovo esperimento di social card per i cittadini più poveri. Il varo delle misure per il Sud e contro la povertà, ha detto il presidente Mario Monti, “non è minimamente un cambio di marcia” nell’azione del governo, per il fatto che “l’attenzione all’equità e alla crescita fossero iscritte e incastonate anche nelle cose più dure che abbiamo dovuto proporre e imporre”. […] Gli altri interventi per 1,498 miliardi sono rivolti alla crescita attraverso iniziative per i giovani, interventi per promuovere lo sviluppo delle imprese e la ricerca, promozione dell’innovazione, valorizzazione di aree di attrazione culturale. Oltre al piano di azione e coesione per il Mezzogiorno, il governo ha destinato, a valere sulle risorse nazionali, interventi per l’inclusione sociale con 117 milioni per sostenere le politiche familiari. Oltre agli 81 già consegnati di recente alle regioni e agli enti locali per progetti destinati agli asili nido e all’assistenza domiciliare agli anziani, sono stati destinati altri 36 milioni di euro per sostenere altri aspetti: conciliazione famiglia-lavoro, progetti di supporto alle famiglie terremotate dell’aquilano, adozioni internazionali e iniziative per premiare progetti e buone pratiche per l’invecchiamento attivo e il supporto familiare.

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Per approfondire:

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http://www.palermomania.it/news.php?id=37652

L’Italia è il paese delle casalinghe: soprattutto al Sud sempre più giovanissime non cercano lavoro

L’Italia è il paese delle casalinghe: anche nel 2011 il nostro Pase si conferma al primo posto, con quasi 5 milioni di donne non lavoratrici tra i 15 e i 64 anni. Il dato che colpisce è che la maggior parte di queste sono molto giovani; circa 800 mila le under 35 che per mestiere badano alle faccende domestiche. Il che vuol dire che un lavoro fuori dalle mure di casa non lo cercano nemmeno. Lo rivelano i recenti dati Istat contenuti nella rilevazione sulle forze lavoro.

Le massaie in età lavorativa, 4 milioni 879 mila, rappresentano circa la metà del totale delle cosiddette inattive. In certe zone d’Italia, tra cui il Sud, il numero è  addirittura aumentato e si stima che possa ancora screscere. Il 49,6% si trova infatti nel Mezzogiorno, con 2 milioni 419 mila donne casalinghe. Qui il numero delle massaie supera di gran lunga quello delle occupate. Ma se si allarga il campo al totale delle donne over 15, il numero arriva a 7 milioni 806 mila.
Ma con il passare del tempo è cresciuto anche il numero dei cosiddetti “casalinghi” e cioè gli uomini che scelgono di dedicarsi alle sole faccende domestiche. In passato questa era una categoria addirittura considerata inesistente.  Sono 63 mila in età lavorativa e 85 mila dai 15 anni in su: numeri inferiori se paragonati alle percentuali riguardanti le donne, ma pur sempre significativi e secondo gli esperti in crescita. Probabilmente si tratta di famiglie dove l’uomo ha perso il posto mentre la donna lavora.

In questo contesto, bisogna anche sottolineare che vi è un importante fattore che condiziona questo stato di cose, rappresentato dalla forte influenza maschilista, secondo cui “la moglie è anche cameriera” e deve stare in casa per accudire i figli e/o i genitori anziani. Una condizione che potrebbe essere definita anacronistica, ma che invece rispecchia esattamente la realtà.

23/04/2012

redazione palermomania.it

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Aggiornamento del 24 settembre 2012:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-14/squinzi-miliardi-ultima-tranche-174822.shtml?uuid=AbynBidG

Squinzi: i tre miliardi dell’ultima tranche di aiuti Ue? Investiamoli su competitività e occupazione. Il rilancio del Sud in cinque mosse

14 settembre 2012 – di Francesco Prisco

[…]  L’idea del numero uno degli industriali è mettere queste risorse in campo «per fare poche, semplici ma efficaci cose che possono però dare una accelerazione decisiva alle speranze di ripresa». Secondo Squinzi bisonga sostenere innanzitutto «gli investimenti di medio grandi dimensioni, anche per accompagnare la soluzione di crisi industriali complesse». Va inoltre incoraggiato e favorito «l’acquisto di macchinari innovativi da parte delle imprese, per il miglioramento diffuso del tessuto produttivo». Passaggio importante sarà poi sostenere «le reti d’impresa, per favorire la cooperazione di filiera tra imprese di diverse dimensioni». […] ha poi un ruolo centrale «un programma per l’internazionalizzazione delle imprese meridionali, per accrescere la conoscenza del Mezzogiorno presso gli operatori esteri e ad accompagnare le imprese meridionali sui mercati internazionali». Ultimo passaggio: «Rafforzare le garanzie e semplificare gli strumenti di ingegneria finanziaria per favorire l’accesso al credito. […]

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/eppur-uomo-anche-080431.shtml?uuid=AY4lvw7B

Eppur c’è l’uomo (anche al Sud)

15 luglio 2010 – di Margherita Scarlato

[…] la parete da sfondare non è racimolare maggiori risorse, ma costruire politiche migliori. Questo richiede di assumere esplicitamente alcuni principi guida nell’uso delle risorse pubbliche: un mix di vincoli, condizioni e incentivi per correggere il rischio fisiologico di sprechi. Per esempio, il monitoraggio incardinato dentro il disegno delle politiche, la valutazione in itinere per correggere gli errori in corso d’opera, la condizione che le famiglie che ricevono un sostegno pubblico assicurino la partecipazione scolastica dei figli. E così via. Questa riflessione va calata nella realtà meridionale. Pochi dati possono dare la misura dell’emergenza: il numero di abbandoni scolastici è pari al 23 per cento. Le competenze dei quindicenni meridionali, secondo i dati dell’indagine Ocse-Pisa, sono sui livelli di Uruguay e Thailandia. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 36%, valore che schizza al 41% per le giovani donne. La partita però non è persa. […] si può sollevare una bandiera credibile del desiderio di cambiamento: il Mezzogiorno come terreno di sperimentazione di nuove politiche stringenti sul piano dell’efficacia, attente alla qualità della vita della popolazione, consapevoli che il capitale umano è la molla per una crescita non effimera.

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Aggiornamento del 28 settembre 2012:

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=554439&IDCategoria=1

Svimez: il Sud a rischio desertificazione industriale

ROMA – Nel 2412 il Pil procapite del Mezzogiorno potrebbe, forse, raggiungere quello del resto del Paese, secondo le previsioni del Rapporto 2012 della Svimez [Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno]. Crisi permettendo, ci vorranno circa 400 anni. Ma potrebbero essere molti di più, perchè la recessione ha colpito duro sulla parte più povera d’Italia, dove i redditi dei cittadini non raggiungono il 60% di quelli del Centro-Nord, i consumi non crescono da quattro anni e di lavoro non ce n’è.

La disoccupazione reale raggiunge il 25,6% al Sud, appena una giovane donna su quattro risulta ufficialmente occupata, 329mila under 35 hanno perso il posto negli ultimi tre anni e sono impiegati in nero quasi tre milioni di persone. Sono in tanti, così, a cercare fortuna lontano: i pendolari a lungo raggio sono 140 mila nel 2011, il 4,3% in più rispetto al 2010, e nello scorso decennio sono emigrate un milione e 350 mila persone. […] Le chiusure aziendali al Mezzogiorno, intanto, si moltiplicano nel manifatturiero, che vive un calo del 15,5% nel 2011 (-147 mila unità), pari a quasi tre volte quello del resto del Paese. Il direttore della Svimez, Riccardo Padovani, parla di «rischio desertificazione industriale» […]

26 settembre 2012

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Aggiornamento del 22 ottobre 2012:

http://www.ilpost.it/albertomingardi/2013/09/17/governo-letta-cassa-mezzogiorno/

La nuova vecchia Cassa del Mezzogiorno

17 settembre 2013

[…] Nel suoi quarant’anni di vita, si stima che la Cassa del Mezzogiorno abbia speso per lo sviluppo del Meridione 279.763 miliardi di lire (circa 140 miliardi di euro), con una spesa media annuale di 3,2 miliardi di euro. Si stima che mezzo punto di PIL sia stato dedicato, per quarant’anni, anno dopo anno, a rincorrere la balena bianca dello sviluppo delle aree depresse. La Cassa, nata come strumento di finanza straordinaria, interveniva a vantaggio delle sei regioni meridionali, delle isole, e di alcune province del Lazio.

[…] La nuova Agenzia per la coesione territoriale non ha, ovviamente, a disposizione le risorse pubbliche che aveva la Cassa. Il suo scopo è il«“monitoraggio sistematico e continuo dei programmi operativi e interventi della politica di coesione», nonché «il sostegno e l’assistenza alle amministrazioni che gestiscono programmi europei e nazionali». Detto piatto: evitare che le amministrazioni si lascino scappare preziosi fondi europei, coordinandone le iniziative spese. L’antesignano storico è l’ultima reincarnazione della vecchia cassa, l’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno nata sulle sue spoglie nel 1986, che come principale ragion d’essere aveva «il finanziamento delle attività di partecipazione, assistenza e formazione svolte dagli altri enti di promozione per lo sviluppo del Mezzogiorno oltre che dai soggetti pubblici e privati». Venne chiusa da Luigi Spaventa […]. Si dirà che è importante che le pubbliche amministrazioni italiane smettano di farsi sgusciar via di mano i fondi strutturali europei («riusciamo a utilizzare poco più del 50% della quota a cui potremmo aspirare», dichiarò il ministro Moavero Milanesi). Ciò parrebbe essere una cosa buona: sono dopotutto fondi già stanziati, per giunta dal contribuente europeo e non “solo” italiano, perché non spenderli?

A parte il fatto che per spendere un euro di quei fondi bisogna aggiungerne uno di fonte italiana, mi sembra che dalla storia della Cassa del Mezzogiorno si dovrebbe trarre l’impressione opposta. Non si “sprecano” fondi nel momento in cui non li si utilizzano, si genera “spreco” qualora vi si attinga. Bisogna infatti ragionare pensando all’ecosistema dell’economia meridionale, e non all’entusiasmo un po’ infantile che ciascuno di noi deriva “dall’avere denaro da spendere”. Su un piano individuale, è sempre bello ricevere un regalo (anche quando per metà l’ha pagato la nonna e per l’altra metà invece papà e mamma). Ma se è un’intera società che si abitua a ricevere regali, e orienta la propria economia alla ricezione dei regali piuttosto che ad attività produttive che sappiano trovare consumatori in carne e ossa, il regalo si rivela velenoso.

La dipendenza da fondi pubblici genera competizione per accaparrarsi quelle risorse: diventa razionale disputarsi, con tutti i mezzi, la manna dal cielo. Il fiume di denari drenato dalla Cassa del Mezzogiorno ci regalò le famose “cattedrali nel deserto”, oggi cattedrali fatiscenti nel deserto. Avrebbe potuto essere speso meglio, generando invece effetti realmente positivi? È possibile, chi dice di no? Eppure ci sarà una ragione se le cose sono andate come sono andate: se il denaro pubblico non ha accompagnato il Sud verso il “decollo industriale”, quanto piuttosto verso un’economia clientelare. Perché dovrebbe essere probabile che oggi s’ingenerino meccanismi diversi, rispetto a quelli che per quarant’anni hanno caratterizzato l’operato della Cassa? Perché la classe politica è migliorata, opera seguendo standard etici più elevati, mostra nelle sue decisioni un grado maggiore di competenza rispetto a quello dei governanti dell’Italia postbellica?

Il governo Letta ci ha ridato la Cassa del Mezzogiorno. I suoi nostalgici saranno contenti. I partigiani della spesa pure: mal che vada, sono già 120 stipendi in più.

«Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi»

(Albert Einstein)

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Aggiornamento del 15 maggio 2014:

https://www.leoniblog.it/2014/05/14/lottimismo-di-troppo-sullo-spread-e-quel-che-davvero-serve-al-sud/

L’OTTIMISMO DI TROPPO SULLO SPREAD E QUEL CHE DAVVERO SERVE AL SUD

14 maggio 2014 – di Oscar Giannino

[…] in Italia il numero di disoccupati è prossimo ai 2,6 milioni di unità, con un tasso di disoccupazione oltre il12% e oltre il 40% per i giovani. Ma in Italia abbiamo perso stabilmente a oggi circa il 15% del potenziale manifatturiero, con le 91 mila imprese scomparse al netto delle nuove create, e al Sud il declino di occupazione e imprese resta drammaticamente doppio e triplo che al Nord. Di conseguenza, molti ripetono che abbiamo e avremo bisogno di “politiche industriali” , un’espressione che è accettabile solo a patto che siano molto diverse da quelle nei decenni praticate – sbagliando – dalla politica, con la convinzione cioè di potere e volere indicare e pianificare i settori e concentrandovi risorse discrezionali.

Facciamo degli esempi. Rispetto ai principali paesi europei, la diffusione delle imprese innovative, valutata come la quota di imprese che hanno introdotto nel periodo 2008-2010 innovazioni di prodotto, di processo, organizzative o di marketing, vedeva una media italiana (56,3%) superiore a quella della UE a 27 (52,9%). Ma mentre le innovative del Nord Est italiano erano il 62% del totale, e quelle settentrionali il 60%, i valori del Sud e delle Isole erano di 15 punti inferiori. Considerando la spesa per innovazione, il Centro risulta simile alle regioni del Nord, mentre nel Mezzogiorno sia l’investimento per impresa che quello per addetto sono inferiori alla metà delle altre macroaree italiane. Se consideriamo i brevetti depositati nell’anno di inizio crisi, il 2008, il Nord superava i 110 brevetti per milione di abitanti, il Centro era a meno della metà, nel Sud erano meno di 15. I brevetti a maggiore contenuto innovativo, quelli high-tech e ICT, erano nel Nord Ovest il triplo che al Sud. La geografia della diffusione dei marchi è analoga a quella dei brevetti. Tra il 2003 e il 2011 sono stati depositati circa 11 marchi ogni mille addetti nel Nord Ovest e nel Nord Est, 7 nel Centro , solo 2 per mille addetti del Sud e Isole. Il ricorso al design industriale vedeva 21,5 marchi depositati per mille addetti nel Nord, 3,3 al Sud e isole.

Ecco, la politica di sviluppo del Sud ha bisogno di un aggancio strutturale tra università e imprese meridionali all’orizzonte europeo di ricerca 2020, incentrato sulla diffusione di brevetti, marchi e innovazione. Serve molto più questo che le vecchie anticaglie dei nostalgici della Cassa per il Mezzogiorno. E non servono affatto incentivi a fondo perduto, scissi dall’avanzamento verificato di piani d’impresa seri. Serve il riaccorpamento “centrale” delle risorse europee che le regioni del Sud continuano in percentuali elevatissime a non saper usare.

E servono infrastrutturazione digitale e cultura, servono anche al turismo e allo sfruttamento dei beni culturali. Al Sud è minore la diffusione e la familiarità con le nuove tecnologie: nel 2011 solo l’8% della popolazione meridionale usava Internet per acquistare beni e servizi, rispetto al 19% nazionale. Solo il 5% della popolazione meridionale tra i 25 e i 64 anni era impegnata in attività di formazione e riorientamento al lavoro, più del 20% in meno rispetto alla media nazionale.  per attenuare disoccupazione e deserto d’impresa serve più tutto questo, insieme a meno tasse ed energia meno cara, che mille sia pur opportune riforme delle regole.

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Aggiornamento del 31 luglio 2015:

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/07/30/sud-svimez-mai-cosi-pochi-occupati-pagano-donne-e-giovani_6a13b196-9b3c-4d8b-8d2d-36e345f3afb9.html

Svimez, ‘Per il Sud c’è un rischio di sottosviluppo permanente’

Dal 2000 a 2013 il Mezzogiorno cresciuto metà della Grecia

31 luglio 2015

[…] “Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è la deriva e scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%”. […] Tutto questo si riflette nel rischio povertà che coinvolge una persona su tre al Sud e solo una su dieci al Nord. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%) ma in generale al Sud è aumentata rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord. “Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili”. Sono le previsioni contenute nel Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2015.[…]

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