Perchè siamo così importanti economicamente per l’Europa? Di certo non è solo una questione di simpatia… Nonostante la debolezza della nostra classe politica, che anzichè supportare le imprese le ha sempre più intralciate ed ostacolate, attraverso l’eccessiva burocratizzazione delle procedure, la sovrabbondante pesantezza degli adempimenti fiscali, nonchè la lentezza ed il costante ritardo nel fornire le adeguate infrastrutture, sotto il profilo industriale rappresentiamo una vera punta di diamante per l’Eurozona. Economicamente parlando, l’Italia rappresenta il 19% del PIL europeo, una cosa davvero non da poco, per un paese tutto sommato piccolo come il nostro…

La politica deve aiutare le imprese, non le può distruggere come ha fatto e sta continuando caparbiamente a fare, anche in questo delicato periodo di crisi (vedi l’articolo “La crisi continua a mordere, ma troppo spesso il disagio si trasforma in suicidio…“).

L.D.

http://www.asca.it/news-Eurozona__economisti__Italia_perde_colpi__male_settore_manifatturiero-1149789.html

Eurozona: economisti, Italia perde colpi, male settore manifatturiero

02 Maggio 2012

(ASCA) – Roma, 2 mag – In frenata l’attività manifatturiera nell’Eurozona. Nel mese di aprile l’indice Pmi, rilevato da Markit, è stato rivisto la ribasso a 45,9 punti dai 47,7 di marzo. Si tratta del livello minimo dal giugno 2009.

L’indice si trova dunque abbondantemente sotto la soglia dei 50 punti che divide le fasi di espansione economica da quelle di contrazione. Particolarmente accentuata la caduta dell’attività manifatturiera in Italia, l’indice è sceso a 43,8 punti da 47,9 di marzo, si tratta della maggiore flessione tra i paesi dell’Eurozona.

Una retromarcia che avvicina il Belpaese alla Spagna dove l’indice Pmi viaggia 43,5, ”questi due paesi registrano situazioni molto simili e molto negative per i rispettivi settori manifatturieri, l’Italia è nelle stesse acque della Spagna”, scrive Fabio Fois, economista di Barclays, sottolineando l’andamento deludente dei nuovi ordinativi, ”’dove si registra il secondo maggiore calo dell’ottobre 2008” ”Il sottoindice dei nuovi ordini è sceso da 45,7 a 39,2 punti, il livello più basso dall’aprile 2009, una flessione accompagnata da quella registrata negli ordinativi dall’estero, che è stata molto deludente (l’indice sull’export è sceso da 51,2, sentiero di espansione, a 45,6 punti, sentiero di contrazione, ndr). Il paese è entrato nel secondo trimestre con una debolezza molto maggiore di quanto avessimo previsto, per questo la nostra stima di crescita zero nel secondo trimestre rischia di essere rivista al ribasso”, scrivono Chiara Corsa e Loredana Federico, economiste di Unicredit. Per il primo trimestre Unicredit prevede una variazione trimestrale del Pil pari a -0,6%, anche questa suscettibile di rischi al ribasso. Barclays stima una contrazione fino a -0,8%. Più ottimista Nomura che prevede un calo pari a -0,3%.

men/mau/rob

http://www.e3group.eu/index.php/scelte-strategiche-del-manifatturiero-italiano-nel-primo-decennio-del-21-secolo/

Scelte strategiche del manifatturiero italiano nel primo decennio del 21° secolo

Posted on 22 febbraio 2012 by Enrico Espinosa

Riprendo un articolo di Paolo Carnazza ed Enrico Martini intitolato “IL SISTEMA MANIFATTURIERO ITALIANO NEL PRIMO DECENNIO DEGLI ANNI DUEMILA: I PRINCIPALI MUTAMENTI” [1] per sintetizzare dai numeri pubblicati alcune riflessioni e conclusioni. Nell’articolo vengono riportati alcuni dati ISTAT che riporto qui di seguito.
La produzione manifatturiera dei settori classici del Made in Italy – includendo abbigliamento, tessile, prodotti in cuoio, industria del legno e mobili – è passata dal 20% al 17% e come percentuale di tutti gli occupati dal 28% al 24%.
La produzione manifatturiera nei settori di trasformazione, dove l’innovazione e la ricerca applicata trovano maggiore riscontro, è cresciuta, come è cresciuta l’occupazione ed il valore aggiunto. Mi riferisco ai settori della Chimica, Metallurgia, Meccanica, Apparecchiature Elettriche e per le Comunicazioni, Apparecchiature Medicali, di Precisione e Mezzi di Trasporto non Autoveicoli (classificazione ATECO2001). In cifre la produzione di tali settori passa dal 43,8% al 47,3%, l’occupazione dal 42,9% al 47,1% ed il valore aggiunto dal 47,1% al 50,1%.
La prima conclusione che traggo dai dati è che l’industria reale è meglio di quella descritta.
Nel decennio precedente era forte la presenza di  una “lobby” influente di esperti e consulenti economici che spingeva il tessuto economico Italiano ad abbandonare la manifattura e buttarsi sulla finanza e sui servizi, lasciando questo lavoro “sporco” ai paesi emergenti, l’Italia industriale al contrario ha reagito come avrebbe dovuto, modellando un set di scelte strategiche: ottimizzazione dei costi, innovazione, internazionalizzazione, variazione dei prodotti offerti e investimenti in marchio che le permetteva di recuperare e consolidare una posizione nel mercato europeo ed internazionale ed in particolar modo nell’area dei paesi emergenti denominata BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Tali scelte strategiche sono di fatto riportate nello studio di Brandolini e Bugamelli : “Rapporto sulle tendenze nel sistema produttivo italiano”, pubblicato per la Banca d’Italia nel 2009 [2]
L’altra riflessione che ritengo importante sui dati riportati è che i settori che crescono sono settori tradizionali del sistema industriale italiano, più tradizionali ancora del settore ritenuto per eccellenza tale ovvero il “Made in Italy” (fashion luxury e mobile). Emerge dunque una vocazione industriale tradizionale e contemporaneamente tecnologica che sembra sostituire il declino manifatturiero – si spera temporaneo – dei settori vincenti degli anni 80 e 90.
Le due riflessioni sui dati riportati dimostrano come una parte delle aziende italiane abbia fatto scelte coraggiose, anche in controtendenza al senso comune, lasciandosi guidare da una sorta di “mano invisibile” che, in assenza di una reale politica industriale da parte delle istituzioni, ha indirizzato verso la soluzione industriale più consona per un paese di trasformazione come l’Italia.


[1] pubblicato nel novembre 2010  nel sito www.nelmerito.com
[2] Brandolini A., Bugamelli M. 2009. “Rapporto sulle tendenze nel sistema produttivo italiano”, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, Occasional Paper, n.45.

http://www.italiafutura.it/dettaglio/111179/lelogio_del_manifatturiero_non_solo_privato

L’elogio del manifatturiero (non solo privato)

Intervenire sulle regole del sistema per essere sempre più competitivi

di Alberto Ribolla, pubblicato il 28 gennaio 2011

Il settore manifatturiero italiano degli anni Duemila, letto attraverso le statistiche ufficiali, offre di sé un’immagine tutto sommato rassicurante che, per alcuni versi, invita al compiacimento e ad una relativa tranquillità.

Ad una prima lettura i dati dell’ultimo decennio evidenziano che, nonostante il radicale cambiamento in atto negli scenari geo-economici mondiali la capacità manifatturiera italiana, almeno misurata a valori correnti, ha dimostrato una elasticità di tenuta insospettata ai più. A fronte di un radicale mutamento degli equilibri mondiali che, dal finire dell’ultimo millennio, hanno dovuto fare i conti con gli effetti di una crescita esponenziale del numero dei produttori internazionali e dei consumatori – questi ultimi sono cresciuti di circa 2 miliardi per il solo effetto demografico – il manifatturiero italiano ha reagito meglio di quello americano, giapponese e anche francese o inglese. Mentre i Brics – Cina in testa – scalavano le classifiche mondiali, le quote italiane a valori correnti, pur scontando la contrazione nelle dinamiche di crescita produttiva del 2007-2009, si sono mantenute intorno al 4%.

Il posizionamento italiano è di assoluto riguardo: seconda economia manifatturiera in Europa in valore assoluto (dopo la Germania), secondo paese per occupazione manifatturiera con circa 5 milioni di lavoratori dedicati alla produzione, secondo paese esportatore in Europa sempre in valore assoluto (dopo la solita Germania), primo in assoluto come capacità manifatturiera pro-capite.

In termini di nicchie di eccellenza manifatturiera, ossia di produzioni in cui deteniamo un primato riconosciuto dai mercati, siamo al quarto posto, sopravanzati da Germania, Cina e USA ma davanti a Giappone e Francia che contano circa due terzi delle nostre nicchie di eccellenza.

In alcuni settori e in alcuni territori (tutto il Nord e parte del Centro, laddove il quarto capitalismo, che origina direttamente e con l’indotto circa il 40% del PIL nazionale, ha maggiormente prosperato) vi sono casi di eccellenza nell’eccellenza europea, sia nel “Made in Italy“ più tradizionale (beni per la persona e la casa) come nella meccanica strumentale.

Un dato su tutti: la meccanica italiana vale come tutta la chimica europea.

In sintesi, l’Italia è un paese profondamente manifatturiero e insieme alla Germania e alla Francia (oltre ad alcune tigri dell’Est, come la Polonia, anche se in misura minore) consente all’Europa di poter competere con i grandi blocchi emergenti.

Questa è la fotografia statica: peccato che il film del nostro futuro contenga, nei suoi fotogrammi successivi, uno sviluppo potenzialmente diverso.

Questa struttura produttiva manifatturiera, che ci viene invidiata da molti, non è cresciuta per caso: deriva dall’impegno di migliaia di imprenditori che, dal Dopoguerra ad oggi, hanno consentito il consolidamento della propria attività e dalla caparbia volontà di reagire alla forte pressione competitiva di paesi low-cost, affiancata ad un’indubbia capacità.

Ma tale capacità, che sin qui ci ha accompagnato, deve essere ben compresa nelle sue componenti per poter far fronte a pressioni competitive crescenti. Sicuramente gli imprenditori hanno la prima responsabilità nel rispondere e reagire a fronte del radicale cambiamento nella geografia industriale mondiale, ma questa capacità non va data per scontata e non può più essere l’unica componente per assicurare la tenuta competitiva di sistema. L’imprenditore può singolarmente impegnarsi nell’aumento della produttività della propria impresa, ma la competitività di un paese non si misura come somma algebrica delle produttività dei singoli. La competitività di un paese si migliora intervenendo sulle regole del sistema.
L’impresa va protetta dal “fuoco amico” della burocrazia, delle diseconomie esterne generate da un sistema che deve essere reso più moderno ed adeguato ai tempi ed ai nuovi bisogni. Questa capacità va assecondata e opportunamente fertilizzata ai vari livelli amministrativi, dalla periferia (territorio) al livello nazionale per arrivare, in primis, al livello europeo.

Per le imprese manifatturiere occorre creare le condizioni favorevoli di contorno perché esse possano crescere, trascinando il settore dei servizi, di cui esse stesse hanno bisogno, e di cui hanno bisogno coloro che in esse lavorano per soddisfare le proprie necessità crescenti, frutto del benessere economico creato e di una conseguente crescita culturale e civile.

Spesso ci si chiede perché le imprese straniere non investono in Italia: ci si dovrebbe chiedere, parimenti, come ancorare le imprese che già abbiamo, di cui molte sono già “internazionalizzate” (e non solo de-localizzate). Quelle imprese che riuscirebbero ad operare più facilmente (e certamente non solo per un più basso costo della mano d’opera) altrove: per questioni fiscali, burocratiche, del diritto civile, per una diversa declinazione delle politiche del lavoro. In sintesi in paesi dove è oggettivamente più facile, più redditizio fare l’imprenditore e, per certi versi, professionalmente più appagante e sfidante.

Qualora si profilasse questo scenario, probabilmente non si registrerebbero i clamori della cronaca. Sarebbe un fenomeno molto più subdolo, silenzioso e che solo le statistiche ex-post, tra qualche anno, quando ormai ci sarebbe poco da fare per limitare i danni, riuscirebbero a cogliere.

Questo sarebbe una perdita per il paese tutto, ovviamente, ma soprattutto per le fasce più deboli, che non hanno la possibilità di percorrere autonomamente percorsi virtuosi di internazionalizzazione: qui sono e qui sono obbligate a rimanere.

In uno scenario di non-evoluzione del sistema, oltre a dare agli italiani scuole in progressivo ritardo di sviluppo per i propri figli […], li condanneremmo inesorabilmente ad un tenore di vita economico, sociale e culturale via via più dimesso […]. E’ un film, questo, che non dovrebbe appartenere ad una delle prime economie mondiali. […]

Alberto Ribolla è Amministratore delegato di Sices Group e Coordinatore del Club dei 15 di Confindustria, il network delle associazioni provinciali di Confindustria dove è più alta l’incidenza del manifatturiero nella formazione del Pil, da aprile 2007. Componente della Giunta di Confindustria da giugno 2003 e del Consiglio Direttivo di Confindustria da maggio 2007.

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