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Il settore chimico in Italia

Anno di pubblicazione: 2004

In una fase in cui il sistema economico italiano subisce la stagnazione internazionale e perde in competitività, posizioni innovative e quote di mercato nei confronti degli altri Paesi sviluppati, il CNEL ha ritenuto di proporre al decisore politico la necessità di avviare un programma di rilancio della chimica nazionale, in quanto settore ad alta intensità di ricerca e sviluppo, in grado di incidere sull’impostazione di una politica industriale coerente con il ruolo del Paese nel contesto internazionale.

L’indagine del CNEL si pone l’obiettivo di offrire un quadro approfondito del settore, dei cambiamenti intervenuti e delle linee di tendenza che si vanno sviluppando, ed avanza alcune proposte per stimolare interventi coerenti di politica industriale, evidenziando i fattori che influenzano il grado di competitività dell’industria chimica e verificando l’idoneità del comparto a svolgere una funzione di stimolo dell’innovazione e della ricerca.

Documento: IL SETTORE CHIMICO IN ITALIA

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/perche-germania-leconomia-va-meglio-che-italia

Perché in Germania l’economia va meglio che in Italia

Pietro Greco

Lo sappiamo, a Berlino sono un po’ egoisti e alquanto ossessionati dal “rigore dei bilanci”. Ormai, quel “fiscal compact” che pretendono i tedeschi con prussiana determinazione, sta un po’ stretto agli altri europei. Tuttavia dobbiamo riconoscere che in Germania l’economia va molto meglio che in Italia. Non solo – e forse non tanto – in termini di stabilità finanziaria. Ma anche – e forse soprattutto – in termini di economia reale. Nella produzione di beni e servizi.

La Germania è ancora la locomotiva della lenta Europa.

L’industria tedesca si è fortemente rinnovata. Le fabbriche teutoniche producono più beni e di più elevata qualità che non quelle italiane. Le imprese esportano di più. E pagano salari maggiori ai loro dipendenti. Insomma, il sistema industriale tedesco funziona bene e ha retto benissimo alle sfide della nuova globalizzazione.

Perché?

Non lo so. Sono un giornalista scientifico, non un economista. Per questo ho deciso di chiedere un po’ in giro a persone meglio informate. Così ho posto la domanda a un amico chimico, che sa di scienza e d’industria. È un amico cui tutti, in Italia e all’estero, riconoscono uno sguardo lungo. Proiettato verso il futuro.

Ecco, in sunto, la risposta.

L’industria chimica ha assunto in breve tempo un’importanza considerevole nell’economia delle nazioni più evolute […]. Il valore commerciale annuo dei prodotti delle industrie chimiche in Germania è salito [moltissimo, ndr]. Per ottenere un simile risultato devono concorrere molte circostanze che non è facile conoscere e valutare […].

In Italia il movimento delle industrie chimiche accenna a un notevole risveglio che speriamo sia foriero d’un fecondo avvenire […]. Ma per elevarsi a nazione industriale mancano all’Italia ancora molti coefficienti, che dipendono più dagli uomini che dalle cose e però per potere basterebbe volere. Anzitutto vi dovrebbe contribuire l’azione del Governo e del Parlamento. Le nuove industrie sono delicate pianticelle che nel loro primo sviluppo hanno bisogno di assidue cure e magari della serra calda della protezione […].

 Alle industrie chimiche sono poi naturalmente necessari i chimici. Ed è questo per noi un tasto assai doloroso. Non v’ha dubbio che in Germania esse devono la loro attuale floridezza al capitale, che da Liebig in poi è stato investito nelle scuole delle chimica,  perché in nessun’altra disciplina il lavoro scientifico e quello industriale stanno in così stretto rapporto. Ora la Germania spende nelle sole università, senza contare i politecnici, in dotazione ai laboratori di chimica annualmente [molti milioni di euro, ndr], cifra che sta in triste contrasto con [gli spiccioli, ndr] assegnati allo stesso scopo dal nostro bilancio dell’istruzione superiore […]. Finalmente anche agli industriali incombono considerevoli oneri, senza di cui ogni progresso diverrebbe impossibile. Il tempo in cui una fabbrica poteva menare fruttuosa esistenza lavorando sulla base di alcune ben sperimentate ricette è finito […]. Le industrie non possono fiorire se abbandonate agli empirici, ci vogliono chimici educati alla ricerca, molti e ben retribuiti. La Germania ne impiega circa 4mila, di cui la maggior parte possiede cultura accademica.

Ringrazio il mio amico chimico. Trovo sia la sua diagnosi sia la sua terapia di grande lucidità. E soprattutto di interesse generale. Non riguardano solo la chimica, ma l’intera industria italiana. Il mio amico, infatti, sostiene che la crisi nel nostro paese è strutturale. Dipende dal rapporto tra scienza e industria. L’Italia, a differenza della Germania, persegue ancora un modello di «sviluppo senza ricerca». E questo modello non è più sostenibile.

Questa situazione può essere cambiata, però. Gli ostacoli, infatti, sono più negli uomini che nella cose. Perché possiamo diventare una nazione industriale competitiva nell’era della nuova globalizzazione. Però tutti dobbiamo volerlo. E tutti dobbiamo agire in concerto. Il Governo e il Parlamento, che devono prendersi cura di quelle delicate pianticelle che sono le nuove industrie. Investendo di più. Ma, soprattutto, “credendoci” di più e agendo di conseguenza. Le università e i centri di ricerca, che devono raggiungere i livelli quantitativi e qualitativi tedeschi. E devono formare molti più giovani tecnici preparati.

Ma anche gli industriali devono darsi una mossa. Devono rendersi conto che «il tempo in cui una fabbrica poteva menare fruttuosa esistenza lavorando sulla base di sperimentate ricette» è finito. Che occorre innovare il prodotto e il metodo produttivo. Non sulla base di scelte empiriche. Ma investendo nella scienza. E favorendo l’ingresso in azienda di tecnici laureati con alta qualificazione scientifica. Perché questa e non altra è la strategia (è la sinergia) che consente alla Germania di avere successo nell’economia  del nuovo secolo. E questi e non altri sono i motivi per cui l’industria italiana ha difficoltà a interpretare il secolo nuovo.

Ah, dimenticavo. Il mio amico è un triestino. Lavora presso l’università di Bologna, dopo essersi formato all’estero e a Roma. Si chiama Giacomo Ciamician. E ha scritto queste cose in un saggio intitolato, appunto, I problemi chimici del nuovo secolo.

Il saggio è stato pubblicato nel 1905. È stato poi ripreso da Antonio di Meo nel volume su La storia della chimica italiana, Vignola, 1996. E poi ancora da Lucio Russo ed Emanuela Santoni nel libro Ingegni minuti, Feltrinelli, 2010.

10 maggio, 2012
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Aggiornamento del 16 ottobre 2014:

CHIMICA LOMBARDA ECCELLENZA DEL MANIFATTURIERO ITALIANO

02 ott 2014

Si è tenuta a Milano il 2 ottobre la terza tappa della campagna di sensibilizzazione “La chiMIca MI piace” promossa dal Gruppo Chimici di Assolombarda, in collaborazione con Federchimica, per far conoscere all’opinione pubblica la rilevanza che l’industria chimica e farmaceutica riveste a livello locale e nazionale, specialmente in un’ottica di sviluppo sostenibile.

Durante l’incontro, che è stato un’occasione di confronto tra imprese, consumatori e istituzioni locali, sono stati presentati i dati del Rapporto “Perché la chimica?” che offre una dettagliata analisi del settore chimico-farmaceutico con un particolare focus su Milano e la Lombardia.

Dall’analisi emerge che il settore chimico in Italia conta oltre 2.800 imprese con una produzione pari a 52,2 miliardi di euro e 108 mila addetti. Includendo anche la farmaceutica, il valore della produzione supera gli 81 miliardi di euro e l’occupazione raggiunge i 169 mila addetti.

All’interno del panorama nazionale l’industria chimica e farmaceutica lombarda riveste un ruolo di primo piano: con oltre 1.300 unità locali, e 69 mila addetti (di cui 45 mila nella sola chimica) rappresenta, infatti, oltre il 40% di tutta l’occupazione del settore in Italia, una quota decisamente più rilevante che per il totale manifatturiero (24%). La provincia di Milano pesa da sola circa la metà della regione, con più di 600 unità locali e 32 mila addetti, e un conseguente peso di tutto rispetto sul totale nazionale (quasi il 20% sull’occupazione, 15% sul numero di unità locali).

Considerando anche i posti di lavoro creati indirettamente attraverso i suoi acquisti e investimenti, si stima che la chimica e farmaceutica attivi sul territorio circa 195 mila posti di lavoro di elevata qualità. Spiccata anche la vocazione internazionale (+14% l’export nel 2013 rispetto al 2007, il doppio della media manifatturiera), con l’area milanese che si distingue in particolare per una maggiore esposizione relativa verso i mercati extra-UE (56,4% sul totale export chimico provinciale), in forte crescita e più dinamici rispetto ai tradizionali partner commerciali italiani.

“In Lombardia l’industria chimica rappresenta un’assoluta eccellenza non solo a livello italiano, ma anche nel contesto europeo – ha dichiarato Riccardo Bellato, Presidente del Gruppo Chimici di Assolombarda – La Lombardia è, infatti, la seconda regione chimica europea per numero di addetti, dietro soltanto a un territorio avanzato come la Renania-Vestfalia e addirittura la prima per numero di imprese. Questa vocazione chimica deriva dalla presenza di un network virtuoso, fatto di imprese chimiche e clienti industriali, università e centri di ricerca, imprese di impiantistica e servizi avanzati, che va valorizzato e potenziato.”

“Occorre puntare – ha aggiunto Bellato – a un miglioramento del contesto normativo e alla promozione, da parte della Pubblica amministrazione, di un approccio nell’applicazione delle norme volto a facilitare lo sviluppo delle imprese nel pieno rispetto dell’ambiente, della salute e della sicurezza. Inoltre, bisogna agire per accelerare i tempi di rilascio effettivi delle autorizzazioni, come l’Autorizzazione Integrata Ambientale che oggi presentano differenze abissali rispetto ai competitor stranieri e penalizzano l’operatività delle imprese. Sul tema della semplificazione – ha concluso Bellato – attiveremo presto con Regione Lombardia un progetto pilota specificamente dedicato alle aziende chimiche”.

Milano e la Lombardia sono il cuore pulsante della chimica in Italia – ha sottolineato Paolo Lamberti, Vicepresidente di Federchimica – Purtroppo, le politiche per lo sviluppo sostenibile vedono in Italia spesso operare le Istituzioni locali ancora a troppi livelli, con il rischio di conflitti, ritardi e incertezze. Per questo motivo la nostra Regione deve essere all’avanguardia anche nelle politiche sulla sostenibilità, dando cioè l’esempio che si può fare, si deve fare, una politica che tenga conto nella stessa misura di aspetti economici, sociali e ambientali”.

“I numeri dimostrano che la chimica è un settore su cui puntare, una ricchezza per il nostro territorio e per il Paese – ha dichiarato Alessandro Spada, Consigliere incaricato Assolombarda per lo Sviluppo del Manifatturiero e Internazionalizzazione – Innovazione, ricerca e sostenibilità sono caratteristiche di un settore fondamentale anche per lo sviluppo del manifatturiero, tema al quale Assolombarda dedica particolare attenzione nell’ambito del Piano strategico ‘Far volare Milano’”.

“Regione Lombardia considera la creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese il primo obiettivo della propria politica industriale – ha infine dichiarato Paola Negroni, Dirigente Unità organizzativa Competitività di Regione Lombardia – come dimostrano l’approvazione della legge regionale 11/2014 Impresa Lombardia, approvata all’unanimità dal Consiglio regionale in seguito ad un ampio processo di consultazioni, e il percorso di approfondimento con i protagonisti del sistema economico avviato con il contributo del prof. Sapelli, che ha originato alcune proposte innovative quale la sperimentazione degli angeli amministrativi: giovani laureati , con esperienza e specifica formazione, che saranno chiamati a rendere più facili le relazioni tra pubblica amministrazione e imprese, anche entrando in azienda per comprendere al meglio le necessità e i problemi e poter così stimolare l’adozione di normative e prassi amministrative chiare, trasparenti e semplificate. Il settore chimico, per la rilevanza che riveste in Lombardia e anche per la complessità che lo caratterizza, rappresenta certamente un ambito di interesse. Regione Lombardia avvierà, tramite gli angeli amministrativi, un “progetto pilota”, sulla semplificazione specifico per il settore chimico”.

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