La filiera agroalimentare italiana è un pilastro molto importante, anzi fondamentale, per la nostra economia. Tuttavia, la tutela dei nostri prodotti e dei nostri marchi non sembra essere sufficiente, considerando quanto è facile mettere a segno delle truffe ai danni dei nostri marchi di qualità (per approfondire “Quanto vengono danneggiati i prodotti alimentari “Made in Italy” dalla pirateria?“).

L.D.

http://www.conipiediperterra.com/lagroalimentare-italiano-vale-il-15-del-pil-0507.html

L’agroalimentare italiano vale il 15% del Pil

7 maggio 2012

Vale il 15% del Pil e muove ogni anno 245 miliardi di euro tra consumi, export, distribuzione e indotto: questi i numeri dell’agroalimentare italiano, ricorda la Confederazione italiana agricoltori, in occasione dell’apertura del Salone Cibus di Parma […]. Un settore, sottolinea la Cia, che ha continuato a crescere oltreconfine, specie verso i mercati emergenti, nonostante la crisi. Se lo scorso anno le esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+22%), pasta (7,4%), olio, prodotti da forno e salumeria (+7%) hanno registrato incisivi aumenti, anche il 2012 sembra essersi aperto con risultati incoraggianti. Ma per mantenere alti tassi di crescita e penetrare in maniera capillare sulle nuove piazze strategiche, osserva la Cia, occorre rafforzare la filiera, l’attività promozionale e la lotta alla contraffazione (un danno da 60 miliardi l’anno).

http://www.winenews.it/i-capolavori-dell-agroalimentare-d-italia/27097/cibus-2012-se-il-15-del-pil-arriva-dallagroalimentare-italiano-sempre-pi-export-oriented-e-con-un-fatturato-in-crescita-del-23-nel-2012-e-che-dice-il-ministro-delle-politiche-agricole-catania-fondamentale-per-il-rilancio-del-paese

07 Maggio 2012

CIBUS 2012 – SE IL 15% DEL PIL ARRIVA DALL’AGROALIMENTARE ITALIANO, SEMPRE PIÙ EXPORT ORIENTED, E CON UN FATTURATO IN CRESCITA DEL 2,3% NEL 2012. E CHE – DICE IL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE CATANIA – È FONDAMENTALE PER IL RILANCIO DEL PAESE

[…] Un settore fondamentale tanto per l’impresa privata che per il settore cooperativo, che incide per il 24% sul fatturato dell’industria di trasformazione alimentare del Paese, con il 26% delle realtà presenti sui mercati esteri, con punte del 58% nel settore vitivinicolo e del 39% nell’ortofrutta. E se nel vino, ricorda ancora Coldiretti, la quota delle esportazioni ha addirittura superato in valore (4,4 miliardi di euro) quella del mercato interno, a crescere di più all’estero sono stati i settori più tradizionali del made in Italy come i formaggi, a partire da Grana e Parmigiano Reggiano che sono i più esportati con una crescita del 21%, ma anche il vino (+12%), l’olio di oliva (+9%), la pasta (+8%), i prodotti da forno (+7%) e di salumeria (+7%). E pur con qualche difficoltà sul mercato interno, e con un leggero calo nel numero delle imprese, degli addetti e della produzione nel 2011, il fatturato è previsto in crescita, nel 2012, del 2,3% secondo le stime di Federalimentare. Un comparto, l’agroalimentare, “fondamentale per il rilancio del Paese – ha detto il Ministro Catania – di cui per molto tempo ci siamo dimenticati. Ma ora vogliamo accompagnarlo al meglio per il bene di tutto il sistema Italia”

http://www.winenews.it/i-capolavori-dell-agroalimentare-d-italia/27111/cibus-2012-i-supermercati-esteri-a-sostegno-dellexport-italiano-pur-essendo-penalizzati-dallassenza-di-insegne-italiane-cresce-esponenzialmente-linteresse-da-parte-delle-catene-internazionali-per-lofferta-dellindustria-italiana

08 Maggio 2012

CIBUS 2012 – I SUPERMERCATI ESTERI A SOSTEGNO DELL’EXPORT ITALIANO … PUR ESSENDO PENALIZZATI DALL’ASSENZA DI INSEGNE ITALIANE, CRESCE ESPONENZIALMENTE L’INTERESSE DA PARTE DELLE CATENE INTERNAZIONALI PER L’OFFERTA DELL’INDUSTRIA ITALIANA

Per aumentare l’export dei prodotti alimentari è prioritario il coinvolgimento della grande distribuzione estera: il messaggio arriva da Cibus, che ha presentato il primo studio quali-quantitativo mai realizzato sulla presenza del food “made in Italy” sugli scaffali dei supermercati di Europa, Stati Uniti ed Asia. Una squadra di “osservatori” ha lavorato per mesi per studiare e classificare l’esposizione dell’alimentare italiano nella gdo estera; in sintesi, pur essendo penalizzati dall’assenza di insegne italiane, cresce esponenzialmente l’interesse da parte delle catene internazionali per l’offerta dell’industria italiana.

“Cibus Global Award”, organizzato dal gruppo Food e Fiere di Parma, ha anche premiato le catene distributive estere che si sono distinte per parametri di valutazione vanno dall’ampiezza dell’assortimento al numero di referenze a scaffale, dalle promozioni alle attività informative instore (per effettuare le rilevazioni, il gruppo Food si è avvalso della collaborazione dei migliori esperti nei rispettivi mercati di riferimento: Retail Watch per il mercato europeo, Mra per quello americano, Btg group per quello asiatico). Per la gdo in Europa, il primo classificato è la catena tedesca Edeka, per il vasto assortimento, per l’eccellente ordine e visibilità del prodotto italiano in scaffale, specie nelle merceologie dei salumi e dei formaggi (secondo e terzo classificato l’inglese Waitrose e la francese Carrefour); per la gdo Usa, il primo classificato è la catena Central Market, premiata per il grande coinvolgimento del consumatore nell’esperienza di acquisto del food italiano, con assaggi e corsi (secondo Whole Foods e terzo Kings/Balducci’s); per la gdo asiatica (Cina, Corea e Giappone), il primo premio è andato alla catena giapponese Isetan, per la gran cura messa nelle promozioni del prodotto italiano come le settimane delle Italian Fairs, seguita dalla cinese City Super e dalla giapponese Kinokunya.

Le osservazioni sulla gdo europea hanno evidenziato che le industrie italiane dovrebbero privilegiare l’investimento sui prodotti a marchio commerciale delle varie catene, che stanno aumentando molto il livello qualitativo tanto da competere con i prodotti di marca, cercando però di evidenziare al massimo sulla confezione la tipicità italiana, accompagnandola possibilmente con informazioni sul prodotto.
Negli Stati Uniti il problema è rappresentato dalla vastità del prodotto imitativo, tanto che sugli scaffali spesso convivono prodotti autentici italiani e prodotti falsi. La domanda di prodotto italiano è crescente in tutto il Paese, non limitandosi a New York ed alle grandi città, con una grande richiesta di pasta, sughi e formaggi. Ma il popolo dei “foodies”, il cui numero sale costantemente, reclama anche l’arrivo di insaccati, il prosciutto fresco in primis, penalizzato da una legislazione particolarmente protezionista. Le migliori catene puntano su assaggi, informazione e servizio particolare in corsia, cioè personale in grado di spiegare il prodotto ed aiutare il consumatore ad orientarsi.
Più complesso il discorso sulla gdo asiatica, dove il prodotto italiano se non viene spiegato rischia di non essere venduto, con l’eccezione della pasta che è un prodotto dove l’italianità trionfa. Si vende bene anche l’olio, cui fa concorrenza l’olio spagnolo, e stanno conquistando spazi anche i formaggi ed i salumi. Esemplare l’esempio della Cina dove la presenza radicata di catene francesi ed inglesi favorisce il consumo dei prodotti di quei Paesi. Anche in Asia la chiave è la formazione, quindi la illustrazione del prodotto, attraverso assaggi, degustazioni, corsi e personale qualificato in grado di spiegare. Per quanto riguarda Cina (l’analisi si è limitata alle catene di Shangai) e la Corea il cibo italiano è acquistato solo dalle fasce alte della popolazione, attratte dal lifestyle italiano, mentre in Giappone, dove la cucina europea è molto conosciuta da anni, tutti i prodotti italiani hanno grandi potenzialità di penetrazione, anche i prodotti bio.

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