Vi sono lavori vecchi che stanno scomparendo e lavori nuovi che stanno emergendo. Nulla può essere sottovalutato nè tantomeno tralasciato, soprattutto in periodi di crisi come quello attuale. Qui di seguito troverete diversi articoli che analizzano le maggiori potenziali opportunità di lavoro nell’attuale mercato italiano, ma che sottolineano anche l’inadeguatezza sia della nostra mentalità, forse un po’ troppo presuntuosa, che del nostro sistema formativo, decisamente lontano dalle esigenze dell’economia reale. C’è infatti un fenomeno sociale piuttosto inquietante che si sta verificando: il fatto che gli italiani, appartenenti in particolare alle generazioni più giovani, sono effettivamente piuttosto schizzinosi nei confronti dei lavori manuali, li snobbano, li considerano poco dignitosi, vi attribuiscono una scarsa considerazione sociale. E’ un pregiudizio che trova radici evidentemente nella cultura famigliare, nei genitori che vorrebbero vedere i propri figli lavorare in ufficio seduti a una scrivania. Ma la stessa scuola non riesce a trasmettere agli studenti la cultura necessaria per far sì che essi possano apprezzare i lavori manuali, che ad oggi sono spesso lavori che richiedono elevate professionalità e che vengono anche molto ben retribuiti. Tutti i genitori vogliono vedere i loro figli uscire da un liceo e poi iscriversi all’Università, mentre all’estero spesso i ragazzi vengono inseriti in scuole professionali che li preparano adeguatamente a svolgere lavori manuali qualificati. Le famiglie instillano pregiudizi e la scuola è lontana anni-luce dal mondo del lavoro. Con il bel risultato di avere tanti laureati con titoli di studio assolutamente non spendibili sul mercato del lavoro (come psicologia, lettere, storia, filosofia, scienze dell’educazione, della formazione, della comunicazione etc.), poichè i settori di ricevimento sono già più che saturi, e che non possono contribuire all’incremento della produttività del nostro sistema-Paese (come potrebbero fare se fossero invece laureati in ingegneria o in altre facoltà tecnico-scientifiche oppure addestrati nello svolgimento di lavori tecnici specializzati). Quindi non basta lamentarsi perchè non si trova lavoro, bisognerebbe anche fare un piccolo esame di coscienza (soprattutto da parte dei genitori e di chi si occupa dell’istruzione pubblica) e cercare di trovare al più presto degli efficaci rimedi!!!

L.D.

http://www.cgiamestre.com/2011/11/sos-lavoroa-rischio-estinzione-molti-lavori-dellartigianato-e-dellagricoltura/

Sos lavoro: a rischio estinzione molti lavori dell’artigianato e dell’agricoltura

A lanciare l’sos è la CGIA di Mestre: nei prossimi 10 anni sono a rischio estinzione molte professioni manuali dell’artigianato e dell’agricoltura che potrebbero comportare la perdita di almeno 385.000 posti di lavoro.

Quali sono le principali esperienze lavorative che rischiano di scomparire ? Secondo l’elaborazione degli artigiani mestrini, la lista include gli allevatori di bestiame nel settore zootecnico, i braccianti agricoli e una sequela di mestieri artigiani come i pellettieri, i valigiai, i borsettieri, i falegnami, gli impagliatori, i muratori, i carpentieri, i lattonieri, i carrozzieri, i meccanici auto, i saldatori, gli armaioli, i riparatori di orologi e di protesi dentarie, i tipografi, gli stampatori offset, i rilegatori, i riparatori di radio e Tv, gli elettricisti, gli elettromeccanici, addetti alla tessitura e alla maglieria, i sarti, i materassai, i tappezzieri, i dipintori, gli stuccatori, i ponteggiatori, i parchettisti e i posatori di pavimenti.

Infine, in questa mappa delle principali professioni a rischio estinzione, troviamo anche delle figure professionali più “generiche” come gli autisti, i collaboratori domestici, gli addetti alle pulizie, i venditori ambulanti, gli usceri e i lettori di contatori.

Come si è giunti alla mappatura di queste categorie ? Innanzitutto la CGIA ha calcolato il numero di occupati presenti oggi nelle principali professioni manuali compresi nella fascia di età che va tra i 15 ed i 24 anni e in quella tra i 55 ed i 64 anni.

Dopodichè ha misurato il tasso di ricambio, riuscendo così a stilare una prima graduatoria per mestieri. Infine ha stimato  il numero delle figure che, presumibilmente, verranno a mancare nei prossimi 10 anni per ciascuna attività (*).

“Premesso che  non siamo in grado di prevedere se nei prossimi anni cambieranno i fabbisogni occupazionali del mercato del lavoro italiano – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – siamo comunque certi di tre cose. La prima: fra 10 anni la grandissima parte degli over 55 censiti in questa mappa lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età. La seconda: visto il forte calo delle nascite avvenuto in questi ultimi decenni,  nel prossimo futuro si ridurrà ancora di più il numero dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro, accentuando così la mancanza di turn-over. La terza: se teniamo conto che i giovani ormai da tempo si avvicinano sempre meno alle professioni manuali, riteniamo che il risultato ottenuto in questa elaborazione sia molto attendibile.

Come si può invertire questa tendenza ?

“Difficile trovare una soluzione – prosegue Bortolussi – che in tempi ragionevoli sia in grado di colmare un vuoto culturale che dura da più di 30 anni. Innanzitutto bisogna rivalutare, da un punto di vista sociale, il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità.

Per molti genitori – prosegue il segretario della CGIA – far intraprendere un mestiere al proprio figlio presso un’azienda artigiana è l’ultimo dei loro pensieri. Si arriva a questa decisione solo se il giovane è reduce da un fallimento scolastico, per cui l’occupazione presso un laboratorio artigiano diventa un ‘refugium peccatorum’.

Per questo è necessario avvicinare la formazione scolastica al mondo del lavoro. Attraverso le riforme della scuola avvenute in questi ultimi anni e, soprattutto, con il nuovo Testo unico sull’apprendistato approvato nel luglio scorso – conclude Bortolussi – qualche passo importante è stato fatto. Ma non basta. Bisogna fare una vera e propria rivoluzione culturale per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo di perdere”.

(*) risultato ottenuto dalla differenza tra il n° di occupati fra gli over 55 e quelli fra gli under 24.

http://lelepinknews.wordpress.com/2012/02/17/lavoro-nel-2011-rimasti-vacanti-45-250-posti-senza-candidati/

LAVORO, NEL 2011 RIMASTI 45.250 POSTI SENZA CANDIDATI

febbraio 17, 2012

[…] Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese hanno dichiarato di non essere riuscite a reperire sul mercato del lavoro, vuoi per il ridotto numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni (pari a circa il 47,6% del totale), vuoi per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%). E’ questo il principale risultato emerso da una elaborazione effettuata dalla CGIA di Mestre su dati Excelsior-Ministero del Lavoro. A livello professionale, le figure più difficili da rinvenire sono state quelle dei:

commessi (quasi 5.000 posti di lavoro di difficile reperimento);

camerieri (poco più di 2.300 posti);

parrucchieri/estetiste (oltre 1.800 posti);

informatici e telematici (quasi 1.400 posti);

contabili (quasi 1.270 posti);

elettricisti (oltre 1.250)

meccanici auto (quasi 1.250 posti);

tecnici della vendita (1.100 posti);

idraulici e posatori di tubazioni (poco più di 1.000 posti);

baristi (poco meno di 1.000).

[…] è alquanto paradossale che in una fase economica in cui la disoccupazione giovanile ha toccato negli ultimi mesi il punto più alto, vi siano 45.250 posti di lavoro “inevasi” tra i giovani sino a 29 anni. Professioni che, nella  maggioranza dei casi, richiedono una grossa preparazione alla manualità.

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Libro “Futuro artigiano” di Stefano Micelli

Il nuovo immaginario dell’industria italiana: una virtuosa contaminazione tra artigianato e globalizzazione. Il lavoro artigiano è un ingrediente essenziale della competitività della nuova media impresa che rappresenta il Made in Italy nel mondo. Ma il suo contributo non è, come si potrebbe immaginare, rivolto necessariamente al mercato di lusso. Le storie dei jeans Met, delle scarpe Nero Giardini, delle confezioni Cantarelli non parlano di un prodotto italiano “esclusivo”, ma di prodotti di qualità che cambiano rapidamente nel tempo e hanno bisogno di competenze artigiane per stare al passo con la dinamica del mercato. Il lavoro artigiano viene comunicato in modo nuovo (lavorazioni specifiche affidate a fornitori locali, “passaporti” che certificano la produzione italiana fase per fase), valorizzato come strumento per aprirsi alla globalizzazione (Geox, Intimissimi, Max Mara), inserito in una proposta di valore più sofisticata che si confronta senza timori con la tecnologia (Zamperla, produttore di giostre per i grandi parchi Disney). Avvalendosi di esempi concreti e dell’analisi delle esperienze più significative di questi ultimi anni, il libro mostra come il “quarto capitalismo” italiano, ovvero le nuove multinazionali tascabili che portano il prodotto italiano nel mondo, non solo non hanno rinnegato il saper fare con le mani, ma danno oggi nuovo valore alla competenza artigiana, offrendo infinite possibilità per mettere in moto dinamiche di crescita assolutamente originali e sorprendenti. L’artigiano contemporaneo rappresenta il legame tra passato e futuro: fra la nostra storia nazionale e il nostro modo di stare nell’economia e nella società globali.

SITO: futuroartigiano.com/

BLOG: futuroartigiano.com/blog/

 

Libro “Artigiani, visionari e manager. Dai mercanti veneziani alla crisi finanziaria” di  Giorgio Brunetti

L’Arsenale veneziano del Cinquecento non fu solo un’enorme struttura produttiva, ma anche la sede in cui si discusse del maneggio, ovvero di come rendere il più possibile funzionale un’organizzazione complessa. E fu di nuovo a Venezia, con la prima scuola italiana di economia e management di Ca’ Foscari, che nell’Italia unita si tentarono di affrontare, con criteri di avanguardia, i problemi che l’economia contemporanea aveva reso urgenti. Dal dopoguerra il discorso sul management in Italia si è fatto più articolato. Giorgio Brunetti ce ne racconta in questo libro le peculiarità, le potenzialità, i punti di criticità, le conquiste e le sfide continue, forte della sua pluridecennale attività di docente a Ca’ Foscari e alla Bocconi di Milano e presso numerosi enti e società di formazione aziendale. L’evoluzione della cultura manageriale italiana ha visto lo sviluppo del miracolo economico del dopoguerra, l’ascesa e il declino delle grandi aziende pubbliche, l’affermazione del potere produttivo delle piccole e medie imprese, disperse sul territorio, e il crescente peso specifico della finanza degli ultimi anni. Dietro a ciascuno di questi passaggi ci sono storie di persone vere, docenti, imprenditori, “artigiani”, “visionari” e “manager”, che hanno influenzato col loro operato il tessuto produttivo del nostro paese. Per capire la struttura della nostra economia è importante conoscerne la storia, ed è questo che Brunetti ci offre: un percorso nella cultura d’impresa.

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http://www.adnkronos.com/IGN/Lavoro/Formazione/Confartigianato-rilanciare-lapprendistato-per-occupazione-giovani_4194767387.html

Confartigianato, rilanciare l’apprendistato per occupazione giovani

Roma, 13 gen. (Labitalia) – Un’impresa artigiana su quattro ha avuto difficoltà, nel 2009, a reperire personale qualificato. Con il risultato che lo scorso anno, rispetto ad un fabbisogno occupazionale di 93.410 persone, i piccoli imprenditori hanno dovuto rinunciare ad assumere il 25,1% della manodopera necessaria, pari a 23.446 persone. Il dato è stato reso noto in occasione del convegno organizzato a Roma dalla Confartigianato per approfondire i contenuti del ‘Piano di azione per l’occupabilità dei giovani attraverso l’integrazione tra apprendimento e lavoro’ messo a punto dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

“Il piano ‘Italia 2020’ – ha detto il segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli – è finalmente l’occasione per rilanciare l’apprendistato, offrendo ai giovani uno strumento formativo fondamentale per entrare nel mondo del lavoro. L’apprendistato rappresenta infatti il principale strumento di inserimento nelle imprese artigiane attraverso un percorso di formazione e lavoro. Nel 2008 (ultimo dato disponibile, ndr) gli apprendisti nelle imprese artigiane erano 218.344, vale a dire circa un terzo rispetto al totale dei 640.863 apprendisti”.

“L’apprendistato – ha precisato – ha a che fare con il nostro futuro economico perchè è rimasto l’unico istituto a causa mista, ‘titolato’ a doppia forma: quella del lavoro e quella dell’apprendere. Sono caratteristiche che portano a costruire quelle figure professionali che, ancora oggi, nell’artigianato mancano”.

Relativamente ai costi, ha ricordato Fumagalli, “dal 2007 è stata introdotta una contribuzione a carico delle aziende: 1,5% il primo anno, 3% il secondo anno e 10% per gli anni successivi eventuali di apprendistato“. “Ma – ha rimarcato – c’è un costo di formazione a carico delle aziende che noi abbiamo stimato in 1 miliardo e 600 milioni all’anno che e’ il valore del tempo sottratto alla produzione”.

Le occasioni di lavoro perse dunque sono state rilevate da Confartigianato in un paese come l’Italia che, tra settembre 2008 e settembre 2009 ha visto crescere il tasso di disoccupazione dei giovani under 25 dal 19,5% al 23,5%. Senza dimenticare che l’Italia è al terzo posto in Europa per il più alto tasso di disoccupazione dei giovani under 25, preceduti soltanto da Spagna e Grecia. Ancora più negativo il record italiano per il tasso di occupazione per i giovani under 29: siamo al penultimo posto tra 9 paesi Ue con un valore del 39,3% rispetto alla media europea del 51,2%.

Per i giovani l’inserimento delle piccole imprese, rappresenta un’opportunità di formazione e di occupazione stabile e qualificata. Secondo le rivelazioni di Confartigianato, negli ultimi quattro anni, gli imprenditori artigiani hanno speso molto tempo e denaro per insegnare il mestiere ai giovani: hanno dedicato alla formazione sul lavoro 64 milioni di ore. Il 53% degli apprendisti, concluso il percorso di formazione, ha poi continuato a lavorare nell’azienda.

“L’occupazione giovanile – ha detto il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi – è resa problematica nel nostro Paese da cattivi percorsi formativi e dall’assenza di servizi di orientamento che devono collegarsi all’analisi dei fabbisogni occupazionali delle aziende”. ”Dobbiamo rilanciare – ha ribadito – la formazione tecnico-professionale per far riscoprire ai giovani l’intelligenza che hanno nelle mani che non è inferiore al percorso liceale. Dobbiamo rivalutare il lavoro pratico e manuale, la cultura tecnico-professionale dando così sostegno alla crescita del nostro Paese che registra ancora deboli competenze del settore”.

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Libro “Giovani al lavoro – Significati, prospettive e aspirazioni” di Piero Amerio

Come si relazionano oggi i giovani con il lavoro? Quali sono le loro aspettative e aspirazioni? Il lavoro è “solo” uno strumento di guadagno o anche occasione di autorealizzazione? Riproduce antiche disuguaglianze o rivela tracce di mobilità sociale? A partire da un’indagine nella città di Torino, l’autore traccia un quadro articolato e multiforme del rapporto dei giovani con il lavoro. Amicizia, famiglia, successo, futuro vengono qui analizzati a tutti i livelli: tra giovani laureati e diplomati, operai e impiegati, occupati a tempo indeterminato, con contratti a progetto, disoccupati o in attesa di prima occupazione, single, ancora in famiglia o con una propria famiglia. Tutto ciò diviene occasione di riflessioni ben più allargate sulla condizione giovanile, sui mutamenti nell’era post-industriale e post-moderna e sulla relazione individuo e società in un contesto mutevole e sfaccettato ben rappresentato dalla prima città industriale italiana.

Da un’intervista al Professor Piero Amerio pubblicata su La Stampa del 2/12/09 – “Ormai ci sono pochi sbocchi anche per i sogni”:

Domanda: La crisi non solo chiude le porte del lavoro, ma cambia anche la percezione del lavoro stesso.

Risposta: Dalla nostra indagine è emerso che il giovane percepisce il lavoro anzitutto come guadagno. Poi come fatica, obbligo, ma anche come luogo dove impegnarsi. E questo soprattutto le donne. Non è vero quindi che le nuove generazioni siano aride, composte da fannulloni. Il problema è un altro: dove mettere questo impegno? Così, ci si riduce a navigare a vista, incapaci, impossibilitati a elaborare un progetto a lungo termine sulla propria vita. E se la speranza progettuale è minima a vent’anni…

Domanda: Non guardano al futuro, al successo?

Risposta: Dalla loro percezione del lavoro la componente del futuro è letteralmente scomparsa. E così quella del successo: uno dei ragazzi intervistati ci ha detto che si può raggiungere solo entrando nl mondo dello spettacolo, facendo il calciatore, oppure conoscendo qualcuno: con la furbizia, ma non lavorando […]. Se i giovani sono pessimisti e fanno progetti piccoli e corti, probabilmente c’è una ragione, no? Forse sono semplicemente realisti.

 

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