Che cos’è la spending review? La traduzione di questo termine è letteralmente “revisione della spesa“. In parole semplici, si tratta di fare quello che tutti noi, presumibilmente, facciamo quotidianamente a casa: significa tenere la contabilità di ciò che si spende, valutarne l’entità e lo stato di necessità ed eventualmente decidere di tagliare le spese ritenute superflue o comunque eccessive rispetto alle proprie possibilità. Tutto qui? Sostanzialmente si.

Ora la domanda è: se per tutti noi è logico e banale fare il conto, in genere mensilmente o al limite annualmente, delle proprie entrate e delle proprie uscite, allo scopo di sapere se abbiamo un guadagno effettivo oppure no, perchè I GOVERNI ITALIANI che si sono succeduti fino ad ora non hanno mai tenuto in considerazione questo fatto? E’ proprio per questo motivo, grazie alla loro superficialità ed incoscienza, se abbiamo accumulato questo debito pubblico sproporzionato che ora pesa sulle nostre spalle come una zavorra (vedi gli articoli “Storia del debito pubblico italiano” e “Dati Istat: i governi di Berlusconi hanno creato più di un quarto del Debito Pubblico italiano“).

 

Ogni buon padre di famiglia deve, al principio della giornata, sapere quanto la famiglia ha in cassa e quanto può spendere. Einaudi [Luigi Einaudi] conosce a memoria le cifre dell’economia italiana, come i re che lo precedettero conoscevano a memoria i nomi e i motti dei reggimenti.

Indro Montanelli

 

 

«La chiave della crescita non è quanto ma come si spende». Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa sintetizza in una frase il futuro passo della politica economica del governo anche in linea con il memorandum firmato col sindacato sulla riforma del pubblico impiego: non più tasse e nemmeno tagli alla spesa pubblica che «non è in posizione anomala rispetto alla media europea». E allora occorre «spendere meglio» introducendo il concetto anglosassone di spending review, vale a dire analisi e valutazione della spesa in virtù dell’italica assenza della cultura del «rendere conto».
Roberto Bagnoli, Corriere della sera, 30 gennaio 2007, p. 29.
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Prima nota: la spesa pubblica attuale è pari al 51% del Pil, ma per il welfare ed i servizi ai cittadini viene speso meno del 25% sul totale della spesa pubblica. Eppure c’è sempre qualche politico che si ostina nel sostenere che la spesa pubblica non si può tagliare. Grazie quindi per la presa in giro…

http://www.cgiamestre.com/2011/10/boom-della-spesa-pubblica-in-italia/

Boom della spesa pubblica in Italia

Tra il 2000 ed il 2010, la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 mld di euro (*), pari al +24,4%. L’anno scorso la spesa ha raggiunto quota 723,3 mld di euro: in rapporto al Pil, sempre nel 2010, le uscite pubbliche dello Stato hanno raggiunto il 46,7%,  6,8 punti in più rispetto a 10 anni prima. Sempre nel 2010, lo Stato ha speso 11.931 euro per ciascun cittadino italiano: 1.875 euro in più rispetto  a quanto spendeva nel 2000.

Le spese correnti (per quasi 2/3 riconducibili ai stipendi dei dipendenti del pubblico impiego e alle prestazioni sociali) costituiscono il 93,2% del totale della spesa pubblica. La CGIA, che ha elaborato questi dati,  segnala che i redditi dei  dipendenti del pubblico impiego, nonostante in questi ultimi 10 anni lo stock dei lavoratori sia decisamente diminuito, sono aumentati del +12,9%. I consumi intermedi (manutenzioni, affitti, energia elettrica, acqua, gas, materiale di consumo, etc.), hanno subito un incremento del +24,9%, gli acquisti di beni e servizi da destinare ai privati (medicinali, apparecchiature sanitarie, etc.) sono lievitati del +34,6%, mentre le prestazioni sociali hanno registrato una crescita del +24,6%. […]

(*) l’importo riferito al 2000 è stato rivalutato al 2010.

Documento: Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia (pdf)

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Seconda nota: già nel 1981, quindi 31 anni fa, il governo allora in carica decise di effettuare una spending review. Qualcuno ne ha forse visto i risultati?

http://www.chicago-blog.it/2012/04/30/spending-review-vintage/

Spending review vintage

Ugo Arrigo
30 aprile 2012
Nel giorno del debutto della spending review 2012, segnalo la spending review vintage del 1981:

“Art. 32 legge 30 marzo 1981, n. 119:
È istituita, presso il Ministero del tesoro, una Commissione tecnica per la spesa pubblica. La Commissione opera, sulla base delle direttive del CIPE con il compito di:
a) compiere studi ed effettuare analisi sui metodi di  impostazione del bilancio pluriennale programmatico e sulla struttura della spesa per i programmi e progetti (…);
b) trasmettere al Parlamento, ogni anno, una relazione sui costi e sugli effetti finanziari derivanti da provvedimenti e da leggi di spesa;
c) effettuare l’analisi del funzionamento di organi ed enti pubblici e della speditezza delle relative procedure di spesa;
d) svolgere le ricerche, gli studi e le rilevazioni richieste dal CIPE e dalle competenti Commissioni parlamentari, fornendo le informazioni, le notizie e i documenti ritenuti utili allo svolgimento delle rispettive competenze;
e) studiare ed aggiornare i metodi ed i criteri di valutazione tecnico-economica necessari alla predisposizione della nota illustrativa relativa ai costi e ai benefici, da allegarsi al rendiconto del bilancio dello Stato (…).
La commissione è nominata con decreto del Ministro del tesoro ed è composta da undici membri, scelti tra persone che abbiano particolare competenza in materia di analisi di spesa e di flussi finanziari (…).”

Nel marzo 1981 il governo in carica era quello di Forlani, sostenuto dal quadripartito Dc-Psi-Psdi-Pri. Pochi mesi dopo sarebbe arrivato a Palazzo Chigi il primo Presidente del consiglio non democristiano, Giovanni Spadolini. A marzo 1981 era Ministro del Tesoro Nino Andreatta, del Bilancio Giorgio La Malfa, del Tesoro Franco Reviglio. Nell’anno precedente la spesa pubblica totale era stata il 42% del Pil (49,9% nel 2011), la pressione fiscale il 31% (45% atteso nel 2012), il debito pubblico il 56% del Pil (120,1% nel 2011). Il Pil reale era cresciuto nel 1980 del 3,1% (-1,9% previsto dall’Ocse in Italia nel 2012).

Il 30 aprile 2012 il governo Monti rinomina una commissione dedicata alla revisione della spesa pubblica. La nostra speranza, naturalmente, è che stavolta questa benedetta revisione venga fatta sul serio e che se ne possano, in un futuro non troppo lontano, apprezzare i risultati. La commissione è così costituita:

  • Enrico Bondi: supercommissario

  • Giuliano Amato e Francesco Giavazzi: consiglieri

Enrico Bondi (da Wikipedia)

Laureato in chimica, vanta grande esperienza nel risanamento di imprese in crisi, essendosi occupato prima del recupero della Montedison e quindi, in qualità di commissario straordinario, dell’amministrazione straordinaria speciale per il risanamento della Parmalat e delle altre società del Gruppo in seguito al crac del 2003. Bondi è stato anche il primo amministratore delegato della nuova Parmalat S.p.A., quotata in borsa. Dopo il risanamento di Montedison, fu chiamato nel 2001 alla guida di Telecom Italia e nel 2002 divenne amministratore delegato di Premafin (holding della famiglia Ligresti). L’incarico dura poco, visto qualche dissapore con Salvatore Ligresti. Nel 2003 torna a collaborare con Luigi Lucchini, che era stato Presidente di Montedison durante gli stessi anni nei quali Bondi era Amministratore Delegato, ma stavolta al risanamento del gruppo industriale dello stesso Luigi Lucchini. Il Gruppo Lucchini supera la crisi e Bondi, ad inizio del 2004, lascia e inizia la sua operazione in Parmalat. Quale amministratore straordinario delle società del Gruppo Parmalat, Bondi, ha esperito azioni revocatorie e risarcitorie nei confronti di banche, sia italiane che estere, al fine di ristabilire la par condicio creditorum e di saldare i debiti delle società del Gruppo Parmalat in amministrazione straordinaria (quantificati in circa 14 miliardi di euro). L’11 ottobre 2006 viene nominato presidente del Parma Calcio, carica che ricopre sino alla cessione della società, avvenuta a gennaio 2007. […]

Giuliano Amato (da Wikipedia)

[…] è un politico, giurista e docente italiano, presidente del Consiglio dei ministri dal 1992 al 1993 e dal 2000 al 2001. Giurista costituzionalista, membro dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, docente universitario. Un tempo esponente del Partito Socialista Italiano, ha aderito poi all’Ulivo ed infine al Partito Democratico. Negli anni ottanta il giornalista Eugenio Scalfari trovò per lui il soprannome dottor Sottile, con doppio riferimento al suo acume politico e alla gracilità fisica. Il 2 giugno 2008 ha pubblicamente annunciato il suo allontanamento definitivo dalla politica italiana. Nel 2009 è nominato presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Nel febbraio 2010 viene nominato senior advisor in Italia della Deutsche Bank.Nel giugno 2010 diviene Presidente onorario della Fondazione “Ildebrando Imberciadori”, istituzione impegnata nella ricerca storica e dedicata al noto studioso Toscano. Il 21 febbraio 2012 è stato designato Presidente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. […]

Francesco Giavazzi (da Wikipedia)

[…] è un economista italiano, autore di libri d’economia nonché editorialista del Corriere Della Sera. Laureato in ingegneria elettrica al Politecnico di Milano nel 1972, ha conseguito il dottorato in economia presso il Massachusetts Institute of Technology (Mit) nel 1978. Già Professore all’Università di Padova e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, attualmente insegna politica economica all’Università Bocconi di Milano, della quale è stato pro-rettore alla ricerca fra il 2000 ed il 2002; inoltre è un regolare visiting professor al Massachusetts Institute of Technology (Mit). Fra il 1992 e il 1994 è stato dirigente generale del Ministero del Tesoro, responsabile della ricerca economica, gestione del debito pubblico e delle privatizzazioni. È stato membro del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (Ina), dal 1992, quando fu privatizzata, fino alla conclusione dell’offerta pubblica di acquisto (opa) lanciata dalle Assicurazioni Generali. Successivamente è stato vice-presidente del Banco di Napoli (1998-2000) in rappresentanza dello stesso Istituto Nazionale delle Assicurazioni (Ina). Dal 1998 al 2000 è stato anche consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri durante il Governo D’Alema. Adesso fa parte del gruppo di consiglieri economici del presidente della Commissione Europea. È research fellow e membro del comitato esecutivo del CEPR (Centre for Economic Policy Research) di Londra, e associato di ricerca del National Bureau of Economic Research (Nber) di Boston (Massachusetts). Collabora con il Corriere della Sera dal 2004 di cui è editorialista economico ed è fra i fondatori del sito di critica politica ed economica lavoce.info. Dal 2004 inoltre è membro del Comitato dei garanti della Scuola Galileiana di Studi Superiori. Nel 2006 ha aderito al Tavolo dei volenterosi promosso da Daniele Capezzone. Dopo alcuni convegni, il progetto è stato però abbandonato proprio dall’ex segretario di Radicali Italiani per la creazione di Decidere.net. Ha vinto, nel 2007, l’undicesima edizione del premio “È giornalismo”, riconoscimento ideato e fondato da Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Giancarlo Aneri. […]

Ora siamo nelle loro mani.

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Terza nota: sembra comunque un po’ tirchina la previsione del risparmio che si otterrà grazie alla spending review. I tagli preventivati sono di soli 4,2 milardi, a fronte di una spesa complessiva che supera, come abbiamo visto, i 700 miliardi di euro. Forse dovrebbero impegnarsi un po’ di più. Complessivamente, il governo prevede di risparmiare solo 20 miliardi (cioè l’1% del nostro debito pubblico di quasi 2000 miliardi) in 3 anni…

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2012/5/28/SPENDING-REVIEW-Pubblica-amministrazione-tagli-per-4-2-miliardi/285019/

SPENDING REVIEW/ Pubblica amministrazione: tagli per 4,2 miliardi

28 maggio 2012
[…] è stato deciso il programma con cui si metterà in atto la cosiddetta spending review, una serie di tagli pari a 4,2 miliardi di euro, su un totale di spesa considerata “aggredibile” di 100 miliardi complessivi. […]
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Quarta nota: se la spending review avrà i risultati sperati, ad ottobre il governo non aumenterà ulteriormente l’IVA. Ci leghiamo un nodo al fazzoletto, sperando che tutto vada per il meglio e che, in tal caso, il governo sappia mantenere la propria parola…

Aggiornamento del 14 ottobre 2012: il Governo ha già ritrattato, l’aumento dell’IVA non verrà cancellato ma soltanto rimandato…

Queste sono le idee che sono state fin’ora messe in campo:

http://www.leggo.it/news/soldi/per_colle_e_parlamento_nessun_taglio_il_governo_sul_web_segnalate_sprechi/notizie/178010.shtml

PER COLLE E PARLAMENTO NESSUN TAGLIO. IL GOVERNO SUL WEB: “SEGNALATE SPRECHI”

Giovedì 03 Maggio 2012 – 07:12
di Claudio Fabretti

ROMA – Il governo mette mano alla spesa pubblica. La bozza del decreto legge sulla spending review prevede un risparmio di 4,2 miliardi nel 2012, per evitare l’aumento dell’Iva previsto per la fine dell’anno. «La spesa pubblica rivedibile nel medio periodo è di circa 295 miliardi di euro, a breve termine è stimabile in 80 miliardi». Tra le misure previste, eliminazione di spese di rappresentanza e per convegni, ridimensionamento delle strutture dirigenziali esistenti, riduzione degli enti strumentali e vigilati e delle società pubbliche. Tagli anche a sanità, giustizia e trasporti. Preservati, invece, Parlamento e Quirinale perché organi autonomi di disciplina costituzionale. Ecco, in 8 punti, le principali direttive.

SANITÀ
Nel medio periodo un terzo della spesa pubblica considerata «rivedibile» (295,1 miliardi di euro in totale) è attribuita alla sanità: 97,6 miliardi. Rivedibili soprattutto i consumi intermedi, per 69 miliardi di euro. In 20 anni la spesa per la sanità è passata dal 32,3% del totale al 37%.

ISTRUZIONE
Si punta soprattutto a snellire la struttura centrale attraverso l’utilizzo dei sistemi informatici, la riduzione dal 2014 del 50% di spese per fitti passivi e gestione immobili, la riduzione degli organici dirigenziali. Possibile la riorganizzazione sul territorio, anche con trasferimenti di funzioni.

GIUSTIZIA
Gli uffici del giudice di pace passeranno da 848 a 174 (28 milioni l’anno di risparmi). Saranno ridotti tribunali, sedi distaccate e uffici di procura, per un totale di 3.600 unità amministrative da riassegnare. L’intervento permetterà il recupero di 600 magistrati togati; risparmio: 45-60 milioni di euro l’anno.

TRASPORTI
Si punta alla ristrutturazione della struttura territoriale, in relazione al carico di lavoro e alla dimensione della scala di attività. E ancora: riforma della motorizzazione civile. Tra le indicazioni del governo, la riforma del trasporto pubblico locale con il trasferimento alle Regioni di alcuni servizi.

INTERNO
L’analisi riguarda strutture periferiche pari all’80% della spesa, in particolare prefetture, vigili del fuoco, polizia. La spesa stimata è di 8 miliardi. L’organizzazione su base provinciale comporta un costo di 400 milioni. La spesa pro capite è maggiore, a causa dell’incidenza dei costi fissi, nei territori con meno popolazione.

ENTI LOCALI
Nella classifica degli enti la cui spesa può essere rivista, al primo posto i Comuni con 44,2 miliardi di euro. A seguire le Regioni (20,2 miliardi di spesa rivedibile) che però hanno diverse voci considerate «rivedibili»: contributi alla produzione (6,3 miliardi), consumi intermedi (5,5 mld) e retribuzioni lorde (4,5 mld).

RAPPRESENTANZA
Il governo chiede la eliminazione, salvo casi eccezionali riferibili per esempio a rapporti con autorità estere, di spese di rappresentanza e tutte le spese per i convegni. Nella direttiva firmata dal presidente del Consiglio Monti, vengono date indicazioni anche per il ridimensionamento delle strutture dirigenziali esistenti.

COLLE E CAMERE
Sono esclusi dall’applicazione del decreto legge sulla spending review «la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale e il Parlamento». Una scelta che già fa discutere, ma che il governo motiva con l’autonomia di questi organi, che si estende anche agli aspetti economici ed è riconosciuta a livello costituzionale.

GOVERNO CHIEDE AIUTO AI CITTADINI Il governo chiede aiuto anche ai cittadini contro gli sprechi della spesa pubblica. Con un modulo, inserito nella pagina della spending review, viene chiesto ai cittadini di «dare suggerimenti, segnalare uno spreco, aiutando i tecnici a completare il lavoro di analisi e ricerca delle spese futili».
La segnalazione non potrà essere anonima. I cittadini dovranno compilare obbligatoriamente il campo relativo al nome e al cognome, indicando anche la propria mail e la città di provenienza. La compilazione del modulo autorizza formalmente il governo al trattamento dei dati personali. I cittadini dovranno quindi indicare l’oggetto dell’informativa e potranno inserire il testo indirizzato alla «redazione del governo».

LE SPESE RIVEDIBILI Nel medio periodo un terzo della spesa pubblica considerata «rivedibile» (cioè dei 295,1 miliardi di euro in totale) è attribuita al settore sanità: 97,6 miliardi. In questo comparto sono rivedibili soprattutto i consumi intermedi, per 69 miliardi. È quanto emerge dalla documentazione diffusa dal governo sulla ‘spending review’.
Un altro terzo di spesa rivedibile, pari a 95,9 miliardi di euro, riguarda lo Stato e in questo comparto si guarda soprattutto alle retribuzione lorde (rivedibili 61,8 miliardi di euro). Nella classifica degli enti, la cui spesa pubblica può essere rivista, figurano poi i Comuni: 44,2 miliardi di euro, di cui 25,3 miliardi di consumi intermedi.
A seguire le Regioni (20,2 miliardi di spesa rivedibile) che però hanno diverse voci che potrebbero pesare nel processo di ‘spending review’: contributi alla produzione (6,3 miliardi), consumi intermedi (5,5 mld) e retribuzioni lorde (4,5 mld), tutte voci, queste, considerate rivedibili.

IMMOBILI INUTILIZZATI AL DEMANIO Gli immobili di proprietà pubblica che eccedono i fabbisogni delle amministrazioni andranno restituiti all’Agenzia del Demanio. È una delle indicazioni della direttiva del premier Mario Monti e del ministro Piero Giarda alle amministrazioni pubbliche. Le amministrazioni dovranno fare una ricognizione degli immobili in uso e ridurre la spesa per le locazioni assicurando il controllo di gestione dei contratti. Andrà anche verificata la superficie usata dagli uffici in rapporto al numero degli occupanti.

STOP A SPESE PER CONVEGNI Eliminazione di spese di rappresentanza e spese per convegni, ridimensionamento delle strutture dirigenziali esistenti, riduzione anche mediante accorpamento degli enti strumentali e vigilati e delle società pubbliche. Sono alcune delle 11 attività di revisione della spesa contenute nella direttiva firmata dal presidente del Consiglio Mario Monti e dal ministro Piero Giarda per raggiungere, con la spending review, 4,2 miliardi di risparmi nel 2012.
Nella direttiva, contenuta in quattro pagine, Monti spiega che «nell’attuale situazione economica il governo ritiene necessario un intervento volto alla riduzione della spesa pubblica per un importo complessivo di 4,2 miliardi per l’anno 2012 al quale tutte le amministrazioni pubbliche devono concorrere». Per ridurre la spesa pubblica vanno riorganizzate le attività con l’obiettivo di: «una più efficiente erogazione dei servizi; l’eliminazione degli sprechi, la definizione delle linee di attività ritenute prioritarie nell’attuale congiuntura, la realizzazione di economie di bilancio».

LE 11 ATTIVITA’ Vengono quindi indicate le 11 attività per la revisione della spesa chiedendo loro di concentrarsi su:
1. revisione dei programmi di spesa e dei trasferimenti, verificandone l’attualità e l’efficacia eliminando le spese non indispensabili;
2. ridimensionamento delle strutture dirigenziali esistenti;
3. razionalizzazione delle attività e dei servizi offerti sul territorio e all’estero, riducendo costi e razionalizzando la distribuzione del personale;
4. riduzione, anche mediante accorpamenti, degli enti strumentali e vigilati e delle società pubbliche;
5. riduzione in termini monetari della spesa per l’acquisto di beni e servizi anche mediante l’individuazione di responsabili unici;
6. ricognizione degli immobili in uso; riduzione della spesa per contratti di affitto, definizione di precise connessioni tra superficie occupata e numero degli occupanti;
7. ottimizzazione dell’utilizzo degli immobili di proprietà pubblica anche attraverso compattamenti di uffici e amministrazioni;
8. restituzione all’Agenzia del Demanio degli immobili di proprietà pubblica eccedenti i fabbisogni;
9. estensione alle società in house dei vincoli in materia di consulenza;
10. eliminazione, ad eccezione di casi eccezionali riferibili per esempio a rapporti con autorità estere, di spese di rappresentanza e spese per convegni;
11 proposizione di impugnazioni di sentenze di primo grado che riconoscano miglioramenti economici o progressioni di carriera per dipendenti pubblici, onde evitare che le stesse passino in giudicato«. I progetti dovranno essere presentati entro il 31 maggio e, se non arriveranno risposte, il presidente del consiglio potrà adottare decisioni. La direttiva, tra l’altro, costituisce un comitato di ministri, presieduto da Monti, che avrà proprio il compito di coordinare l’attività di spending review.

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Ultime note:

Molto pregevole, ma molto criticata, è stata l’idea di chiedere l’aiuto dei cittadini nello stilare la lista dei tagli potenziali. Potete trovare l’apposito modulo a questo link:Scrivi alla redazione di Governo.it

Molto criticabile, al contrario, è il fatto che «la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale e il Parlamento», che avrebbero dovuto essere le prime voci da inserire nella revisione, sono invece state rese immuni ed intoccabili. Gli stipendi, le agevolazioni, nonchè le pensioni d’oro di coloro che fanno parte o che hanno fatto parte della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica e del Quirinale avrebbero dovuto essere rivisti e tagliati. Perchè il governo invece li ha esonerati? E dall’altra parte, ipotizzando che il governo abbia preso questa decisione volontariamente, perchè i politici, essendo a conoscenza della grave situazione delle nostre finanze pubbliche, non hanno alzato responsabilmente la manina chiedendo una ragionevole decurtazione delle spese di cui sono stati sin’ora fautori? Oppure sono stati loro a ricattare in qualche modo il governo, costringendolo ad eludere questo capitolo della spesa? Ed ancora: perchè nemmeno i finanziamenti ai partiti, dopo tutte le polemiche che ci sono state, sono stati rivisti e tagliati, rimandandone il dibattito solo in seguito alle prossime elezioni? Potete leggere, a questo proposito, l’articolo “Rimborsi ai partiti: la dimostrazione della malafede di chi ci governa!“. Nel nostro archivio potrete poi trovare numerosi articoli relativi proprio ai vari sprechi di denaro pubblico che si sono fin’ora protratti e propagati proprio grazie all’indifferenza e/o alla disonestà della classe politica tutt’ora vigente.

Altra domanda: perchè non sono stati presi in considerazione i contributi a fondo perduto destinati alle imprese (vedi l’articolo “Contributi statali (a fondo perduto) alle imprese: perchè non vengono tagliati?“)?

Ed infine: perchè non è stata messa almeno in previsione una riduzione dei dipendenti pubblici laddove essi sono ampiamente in esubero, con un intervento magari graduale (per non lasciare a casa bruscamente il personale in eccedenza) ma definitivo e strutturale? Anche questo è un problema grave, una voragine che continua a divorare denaro pubblico, di cui la regione Sicilia costituisce l’esempio più eclatante (ma di certo non si tratta di un caso isolato):

Libro: “La zavorra – Sprechi e privilegi nello stato libero di Sicilia” (2010) di Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria

La Regione Sicilia conta 3.500 geometri e ingegneri che non hanno mai esaminato una pratica di condono; ha un parlamento regionale i cui membri si fregiano del titolo di onorevole e guadagnano quanto i senatori della Repubblica, con un bonus da 6.400 euro annui spettante agli ex deputati a titolo di aggiornamento culturale; permette che gli amministrativi vadano in pensione anticipata anche con meno di 25 anni di servizio, guadagnando una cifra fino al 108 per cento dell’ultimo stipendio; concede all’ex segretario generale di mettersi a riposo a 47 anni per accudire il papà malato e subito dopo di fargli fare l’assessore regionale; ammette che l’ex presidente dell’agenzia per i rifiuti, con i suoi 41.600 euro al mese – 1.469 al giorno – si guadagni la palma di pensionato pubblico più ricco d’Italia. Una cifra dietro l’altra, una pagina dietro l’altra, ed ecco ricostruito nel dettaglio il caso-scandalo della Regione Sicilia a cominciare dal 1946, con la creazione dello Statuto autonomista, ai giorni nostri, non senza uno sguardo lontano (già dal Cinquecento la sede siciliana del Santo Uffizio godeva di particolari e unici privilegi). La Sicilia è di fatto la prima forma di federalismo e la più avanzata finora esistente in Italia con competenze esclusive in tema di tasse, personale, urbanistica, perfino di ordine pubblico. Una incredibile macchina che divora soldi e produce privilegi senza limiti perché mamma Regione assiste i suoi figli prediletti dalla culla (bonus per ogni neonato) alla bara (contributi per i funerali dei deputati regionali). Due giornalisti sul campo della “Repubblica” di Palermo svelano le pastoie, le inefficienze, le ruberie, gli sprechi di un caso di autonomia italiano.

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1771800&codiciTestate=1

La Sicilia cerca camminatori per spostare le pratiche da un ufficio all’altro

 di Antonio Calitri – 18 Maggio 2012

La tecnologia non avanza in Sicilia e la regione cerca camminatori per spostare le pratiche tra gli uffici. In tempi di web 2.0, di partiti che nascono su Internet e di amministrazioni che movimentano tutto con un clic, Vincenzo Falgares, dirigente generale del dipartimento trasporti dell’assessorato alle infrastrutture e alla mobilità della Regione Sicilia, cerca 20 protocollisti e archivisti e ben 30 camminatori, esattamente «operatori per garantire il servizio di portierato commesso di piano, movimentazione pratiche, nonché qualunque altra attività di supporto al servizio di ufficio».

Insomma mentre il web avanza in una buona parte della pubblica amministrazione, nell’assessorato che porta la mobilità nel nome, si punta sul passato. Le pratiche vanno portare a mano da un ufficio all’altro e siccome nessuno vuole fare questo «sporco lavoro» e i documenti languono sulle scrivanie, servono rinforzi. Sarcasmo a parte, nella regione governata da Raffaele Lombardo, dove si contano oltre 16 mila dipendenti e ben 1.200 dirigenti con il rapporto di uno a 13, tra i più alti d’Italia, sembra si stiano facendo gli ultimi assestamenti. La legislatura sta arrivando davvero al termine per il prossimo autunno e come spesso accade, arrivano le ultime infornate di nomine e assunzioni. […]
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Aggiornamento del 30 marzo 2014:

NESSUNO TOCCHI I BILANCI REGIONALI

26 marzo 2014 – di Giacomo Lev Mannheimer

In questi giorni decisivi per il riassetto istituzionale del Paese, è passata sotto silenzio una sentenza della Corte Costituzionale che, poche settimane fa, ha spuntato le armi della Corte dei Conti nei confronti delle Regioni spendaccione e fatto emergere palesi carenze e criticità della riforma del titolo V della Costituzione (o, quantomeno, della sua applicazione e delle sue conseguenze). Per arrivare alla sentenza, però, bisogna fare un passo indietro, precisamente allottobre del 2012.

Allora il Governo Monti, ormai prossimo ad affrontare la crisi che ne avrebbe decretato la fine, emanava uno dei provvedimenti più  simbolicamente rilevanti del suo mandato: il decreto legge sui costi della politica (DL 174/2012). […] Una delle principali misure contenute nel decreto era il deciso potenziamento dei poteri accordati alla Corte dei Conti nel controllo dei bilanci delle Regioni; tema, in quel periodo, quanto mai scottante e inserito nel DL sulla scia emotiva dei tanti scandali avvenuti nei mesi immediatamente precedenti.

Per tentare di rammendare le tasche bucate di Regioni ed enti locali, il Governo intervenne usando le maniere forti, affidando alla Corte dei Conti il controllo preventivo di legittimità su tutti i singoli atti delle amministrazioni, nonché la verifica del rispetto del pareggio di bilancio. In caso di violazioni, qualora avesse rilevato spese sprovviste della dovuta copertura, la Corte avrebbe potuto bloccarle e obbligare le amministrazioni a modificare gli atti contestati.

Dall’iter parlamentare, tuttavia, la legge ne uscì amputata del controllo preventivo sui singoli atti. Alla Corte rimaneva, fra le varie previsioni, il potere-dovere di verifica semestrale sulla legittimità e regolarità delle gestioni, nonché sul funzionamento dei controlli interni e sul rispetto delle regole contabili e del pareggio di bilancio. All’accertamento della mancata adozione di misure correttive a violazioni commesse nella predisposizione di bilanci preventivi e rendiconti consuntivi poteva seguire la facoltà di bloccare i programmi di spesa scoperti (e quindi le relative leggi) e l’obbligo, per i governatori, di “adottare i provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarità e a ripristinare gli equilibri di bilancio” (art. 1, comma 7).

Al prevedibile grido disperato delle regioni ha fatto seguito un primo ricorso del Friuli-Venezia Giulia, a febbraio 2013, seguito di lì a poco da Sardegna e Provincia autonoma di Trento.

Le varie contestazioni sono state raccolte ed esaminate dalla Corte nella sentenza 39/2014, depositata in cancelleria il 6 marzo scorso, che ha depotenziato, praticamente azzerandolo, il ruolo dei magistrati contabili. Questi ultimi, infatti, potranno e dovranno continuare a esaminare i bilanci (preventivi e consuntivi) delle regioni per monitorare il rispetto del patto di stabilità e l’assenza di irregolarità in grado di portarle al dissesto, ma non avranno più alcun potere di intervento, cioè non potranno più, una volta accertati squilibri finanziari o violazioni del Patto, costringere i governatori a riscrivere i bilanci prima di sostenere le spese contestate.

Secondo la Consulta, infatti, i poteri della Corte dei Conti non possono spingersi fino al punto di vincolare e inibire la potestà legislativa dei Consigli regionali “che, in base all’assetto dei poteri stabilito dalla Costituzione, la esercitano in piena autonomia politica, senza che organi a essi estranei possano né vincolarla né incidere sull’efficacia degli atti che ne sono espressione”.

La sentenza è solo l’ultimo degli episodi che svelano la fragilità del sistema regionalistico italiano, dove il riconoscimento di maggiore autonomia (legislativa, tributaria, amministrativa) non è andato di pari passi con il conferimento di maggiore responsabilità e, quindi, sanzionabilità.

Probabilmente la Corte non poteva concludere diversamente, dovendo asserire, Carta costituzionale alla mano, che il controllo di legittimità è unico e ad essa affidato. Nella sentenza, infatti, si legge che “la disposizione impugnata ha introdotto una nuova forma di controllo di legittimità costituzionale delle leggi che illegittimamente si aggiunge a quello effettuato dalla Corte costituzionale, alla quale l’art. 134 Cost. affida in via esclusiva il compito di garantire la legittimità costituzionale della legislazione (anche regionale) attraverso pronunce idonee a determinare la cessazione dell’efficacia giuridica delle leggi dichiarate illegittime”.

Se così è, è evidente, ancora una volta, l’inadeguatezza del disegno regionalistico del 2001 a costruire bilanciamento tra poteri non solo verticale, ma anche orizzontale, e la necessità di prendere sul serio la riforma del titolo V, rendendo l’autonomia inscindibile dalla responsabilità.

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