Con riferimento e come prosecuzione degli articoli “Uno sguardo sull’Italia da bonificare“, “Discariche: l’UE avvia una procedura di infrazione contro l’Italia” e “Il problema dei rifiuti: le responsabilità della politica e dei cittadini“, vorremmo qui sottolineare ulteriormente l’importanza del saper monitorare e tenere efficacemente sotto controllo tutte le potenziali cause di inquinamento.

La notizia positiva è che la scienza ci può aiutare, grazie anche agli studi effettuati da una disciplina denominata “MUTAGENESI AMBIENTALE“…

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/quando-linquinamento-industriale-accorcia-vita

Quando l’inquinamento industriale accorcia la vita

(Nell’articolo originale troverete anche grafici e tabelle che qui non abbiamo riportato).

8 novembre, 2011

Finalmente abbiamo una mappa dell’”Italia da rifare”. L’Italia ammalata per industrie insalubri e discariche abusive. L’Italia avvelenata dall’amianto e dalla diossina, e che da troppi anni aspetta di essere risanata. E’ l’Istituto Superiore di Sanità a regalarci questa mappa con lo studio Sentieri […]. Si tratta di un ambizioso progetto, finanziato dal Ministero della salute, che ritrae la situazione sanitaria di 44 luoghi altamente inquinati, sparsi per tutta la penisola e le isole maggiori, in cui le condizioni ambientali fanno ammalare e morire la popolazione più della media. Località – da Porto Marghera a Gela, da Taranto a Porto Torres solo per citare le più note – in cui il livello di contaminazione dei suoli e delle falde, spesso dovute al pesante retaggio industriale, mettono a serio rischio la salute di chi ci lavora e ci abita.
Proprio per questo motivo questi luoghi sono stati battezzati da varie leggi con la sigla SIN, che sta per “Siti di bonifica di interesse nazionale”, dove però nella maggior parte dei casi le bonifiche sono ancora di là da venire. I SIN sono 57. Di questi, il pool di epidemiologi ambientali di Sentieri ne ha scelti 44 più interessanti sotto il profilo sanitario, per i quali sono stati analizzati i dati di mortalità in un arco di tempo che va dal 1995 al 2002.

Nel loro complesso, queste aree sono caratterizzate da una mortalità in eccesso rispetto alle medie regionali. Vale a dire che le morti “osservate” sono, in quasi tutte le località, maggiori di quelle “attese”. Sentieri ha definito le esposizioni ambientali sulla base dei decreti di perimetrazione di queste aree di bonifica, caratterizzate dalla presenza di impianti chimici, petrolchimici, raffinerie, industrie siderurgiche, centrali elettriche, miniere e cave di amianto e altri minerali, porti, discariche e inceneritori. Insomma, l’Italia dell’industria pesante e delle pattumiere, dove generazioni di lavoratori hanno prodotto benessere e ricchezza spesso a costo della loro salute.

Quanti i morti da contaminazione industriale?

3.508 in otto anni: ecco a quanto ammontano i morti in più per malattie riconducibili alle esposizioni industriali. Se invece si considera il surplus complessivo dei decessi in queste aree si sfiorano per lo stesso periodo le 10 mila persone (su 403mila morti complessivi), di cui non si può dire con certezza se la componente ambientale abbia giocato un ruolo più o meno rilevante.
C’è insomma un pezzo non piccolo d’Italia, pari a 298 comuni con 5,5 milioni di abitanti (un decimo della popolazione) che sta decisamente peggio degli altri. Non solo perché, abitando in aree industriali o comunque degradate (come il litorale domizio flegreo e l’agro aversano interessato dal fenomeno delle discariche abusive), la popolazione ha in media un reddito e una scolarizzazione più bassa dei loro vicini. Ma anche perché, alle diseguaglianze economiche e sociali, si aggiunge un ambiente più insalubre, tanto da far correre più rapidamente il pallottoliere della mortalità, soprattutto nel Sud Italia. […] “I prossimi passi di Sentieri prevedono l’analisi in queste aree delle malattie e dei ricoveri per vedere se a una aumentata mortalità corrisponde anche – come è prevedibile – una maggior carico di malattie di natura ambientale, e quanto questa situazione perduri ancora oggi”.

Mappa con le zone di bonifica in italia

Delle 63 cause di morte prese in considerazione dalle statistiche, alcune emergono come indubitabilmente legate a contaminazioni ambientali e malattie lavorative. Il caso più palese è rappresentato dalle 416 morti in eccesso per tumore alla pleura nei siti contaminati da amianto, per la presenza di cave di estrazione del minerale o di impianti di lavorazione (Balangero, Casale Monferrato, Broni, i dintorni dello stabilimento Fibronit di Bari, Biancavilla, Massa Carrara, Priolo, Pitelli e alcuni comuni lungo il litorale vesuviano). Più sfumato il quadro nei grandi complessi petrolchimici e siderurgici, dove alle emissioni di questi stabilimenti si associano altri fattori critici, come il traffico pesante e i fumi delle centrali termoelettriche. Tuttavia non è difficile ricondurre alle raffinerie di Porto Torres e Gela, alle acciaierie di Taranto, alle miniere del Sulcis-Iglesiente e alla chimica di Porto Marghera l’aumento di mortalità per tumore al polmone e malattie respiratorie non tumorali. O i decessi in più per insufficienza renale e altre malattie del sistema urinario alle emissioni di metalli pesanti, composti alogenati e idrocarburi degli stabilimenti di Piombino, Massa Carrara, Orbetello o la bassa valle del fiume Chienti.
Sempre nel Chienti, come nella Laguna di Grado-Marano e nella zona Nord di Trento (sede di impianti di produzione del piombo tetraetile fino alla fine degli anni settanta) si segnalano invece incrementi di malattie neurologiche come il morbo di Parkinson che potrebbero essere attribuite alle emissioni di piombo, mercurio e solventi organoalogenati. Anche un discreto aumento di decessi legati a malformazioni congenite è stato associato all’inquinamento da metalli pesanti e altre sostanze a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres. “Da notare che per il sito di bonifica di Massa Carrara, nel quale le industrie più inquinanti sono state chiuse negli anni ’80 ma la bonifica non è stata ancora effettuata, si registra l’eccesso maggiore di mortalità per cause ambientali: oltre 170 decessi in più ogni anno (13% in più dei decessi attesi)” commenta l’epidemiologo Fabrizio Bianchi del CNR di Pisa. La lunga storia dello stabilimento Caffaro di Brescia, infine, con la vasta contaminazione di PCB nei terreni circostanti in piena città, ha lasciato il segno nei dati di mortalità con un aumento di casi di linfomi non-Hodgkin.

Sommando tutti questi casi si arriva quindi al totale di 3.508 morti in più dal 1995 al 2002 rispetto alle rispettive medie di mortalità regionale, pari a 439 casi eccedenti all’anno, che rappresentano solo la punta dell’iceberg dell’impatto sanitario da cause ambientali. La stima, infatti, da un lato considera solo un decimo della popolazione italiana, dall’altro si limita a considerare le malattie che possono essere associate con un certo grado di certezza a cause ambientali in base alla letteratura scientifica consolidata. In questo modo sono stati esclusi, per esempio, malattie come il tumore al seno, il diabete e alcuni disturbi neurologici che secondo alcune ipotesi potrebbero avere almeno in parte una spiegazione ambientale. L’analisi, infine, considera solo la mortalità, quindi non misura adeguatamente le malattie non letali.

Se invece si considera il complesso delle cause di morte, l’eccesso sale a 9.969 casi (oltre 1.200 casi all’anno), quasi tutti concentrati nel Sud Italia (8.933 decessi). Come sapere se queste morti non riguardano solo o soprattutto gli operai che hanno lavorato nelle industrie interessate dallo studio? “Ce lo dice il fatto che per quasi tutte le malattie considerate la mortalità ha riguardato sia gli uomini sia le donne e tutte le classi d’età. Tutta la popolazione quindi è stata più o meno interessata dalla contaminazione diffusa” spiega l’autrice di Sentieri Roberta Pirastu, della Sapienza di Roma. “Una popolazione che, già penalizzata da condizioni socioeconomiche sotto la media, deve per giunta fare i conti con una maggiore concentrazione di attività inquinanti” aggiunge Francesco Forastiere del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio. “Loro pagano in prima persona con morti e malattie, mentre le bonifiche, in forte ritardo, le paga tutta la collettività e quasi mai i privati che hanno determinato queste situazioni”.

Oltre la mortalità

Lo sconsolante quadro sanitario di questa “Italia da rifare” non si ferma qui. Lo studio condotto fino ad ora estenderà il periodo in alcuni casi fino al 2008, analizzerà le schede di dimissione ospedaliera, i registri tumori, delle malformazioni congenite e di altre malattie per avere un quadro anche del carico di malattie di origine ambientale. Nelle sue raccomandazioni finali, inoltre, il gruppo di Sentieri indica anche la necessità di approfondire alcune situazioni specifiche, come la contaminazione diffusa di DDT, pesticidi e metalli pesanti a Pieve Vergonte, nella Val d’Ossola, dove fino al 1997 ha operato una fabbrica del pericoloso insetticida, riscontrato sopra i livelli di guardia anche nei pesci del non lontano Lago Maggiore. Oltre agli eccessi di mortalità per tumore al colon-retto e allo stomaco registrati da Sentieri, studi analitici studieranno anche i casi di tumore alla mammella, il diabete, il ritardo mentale nei bambini e la qualità dello sperma: tutti effetti imputabili all’esposizione al DDT. Uno studio dovrà essere effettuato anche nella Valle del Sacco (Lazio), costellata da industrie chimiche e discariche, dove si andranno ad approfondire gli effetti sanitari (tumori e salute riproduttiva) conseguenti alla esposizione ad alti livelli dell’insetticida lindano prodotto nella valle.

Più in generale, nei prossimi anni partirà una serie di studi di biomonitoraggio umano e analisi di alcuni alimenti proprio per colmare le lacune della ricerca attuale. Lo studio Sentieri è infatti di tipo geografico-descrittivo e non ha potuto misurare direttamente l’esposizione delle popolazioni ai diversi inquinanti. I morti in più sono un importante campanello d’allarme di una situazione degradata. Manca però la “pistola fumante”, l’individuazione puntuale delle sostanze killer e del modo in cui queste – dal suolo, dalle falde e dai corsi d’acqua – abbiano contaminato le persone. Delle ipotesi, ovviamente, esistono. “Escludendo il consumo di acqua potabile, che in tutta Italia è controllata nel rispetto delle soglie di legge, si ipotizza che questi inquinanti in specifiche situazioni possano migrare dai terreni agli ambienti indoor sotto forma di vapori” spiega Loredana Musmeci, dell’Istituto Superiore di Sanità. “Un’altra via importante di contaminazione è attraverso il consumo di alimenti, in particolare verdure e pesce”. Una caratterizzazione chimica dei terreni inquinati e campagne di analisi del sangue e di altri liquidi biologici della popolazione esposta consentiranno di formulare un quadro preciso della contaminazione ambientale, nonché un piano efficace di risanamento di questa Italia avvelenata.

Bonificare conviene

Finora si è fatto troppo poco per bonificare i SIN oggetto di questo studio. Eppure converrebbe, a giudicare da i conti fatti da uno studio italo-inglese pubblicato recentemente su Environmental Health. Solo considerando i comprensori petrolchimici di Priolo e Gela (dove per ora sono stati spesi in opere di bonifica rispettivamente a 744 e 127 milioni di euro) si potrebbero risparmiare 10 miliardi di euro in 50 anni in morti e malattie ambientali evitate a seguito di una completa bonifica delle areee. Gli studi epidemiologici condotti finora attribuiscono alla contaminazione ambientale delle due aree siciliane un eccesso ogni anno di 47 morti premature, 281 ricoveri per cancro e 2.700 ricoveri per altre malattie. Applicando a questi numeri un sistema di calcolo costi-benefici ne esce appunto quella cifra miliardaria. “Il calcolo si basa sulla cosiddetta willingness to pay, vedendo cioè quanto si è disposti a pagare per evitare malattie o l’accorciamento della vita per cause ambientali” spiega il responsabile del progetto Fabrizio Bianchi del CNR di Pisa. La stima è inevitabilmente incerta, ma ha il pregio di dare un valore economico alla bonifica dei siti inquinati.

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http://www.lescienze.it/news/2012/04/23/news/discariche_abusive_evidente_lo_stress_ossidativo_nel_sangue_delle_gestanti-982086/

23 aprile 2012

Discariche abusive in Campania: rischio invecchiamento precoce per le donne

[…] In un recente studio ora pubblicato sulla rivista “Gene”, i ginecologi Carmine Nappi dell’Università «Federico II» di Napoli, Bruna De Felice della II Università di Napoli e colleghi hanno raccolto campioni di sangue di donne in salute che si sono rivolte ai loro reparti per un aborto terapeutico, riscontrando una correlazione significativa tra esposizione a sostanze smaltite illegalmente in Campania e stress ossidativo nelle pazienti che hanno abitato in prossimità di discariche.

L’area della campagna tra Acerra, Nola e Marigliano è stata soprannominata triangolo della morte per l’alto numero di casi di tumore e di decessi. Questi sono probabilmente legati all’inquinamento di circa 1230 fusti di rifiuti pericolosi stoccati in modo illegale nel sottosuolo. […]

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Mutagenesi Ambientale

Che cos´è la mutagenesi

Si definisce Mutagenesi Ambientale una disciplina molto vasta e in continua evoluzione che nasce dalla Genetica con la scoperta dei supermutageni e attualmente è collegata a diversi settori scientifici quali: la Medicina, l’Ecologia, la Chimica e la Fisica. Tale disciplina studia i meccanismi molecolari e biochimici di insorgenza di mutazioni spontanee a livello del DNA o prodotte da agenti chimici o fisici esterni all´organismo in esame e le conseguenze da esse derivanti.

La Mutagenesi Ambientale nasce nel 1900, con la scoperta delle leggi fondamentali della genetica moderna e con lo studio approfondito dei meccanismi e delle strutture genetiche, ed ha avuto un forte impulso nel periodo bellico dopo la scoperta degli effetti genetici negativi di alcune sostanze chimiche, che portò ad un incremento della ricerca in questo campo.

Lo sviluppo di tale disciplina è divenuto inarrestabile, le possibili applicazioni pratiche dei test sono divenute numerosissime e spaziano nei campi della biologia molecolare, della terapia genica, della tossicologia industriale e del monitoraggio ambientale.

I test di mutagenesi rilevano in modo rapido l’effetto di una sostanza, e/o di una miscela, sul materiale genetico ed evidenziano i meccanismi cellulari, citogenetici e molecolari che lo determinano.

In Italia il settore classico di applicazione della Mutagenesi Ambientale è la tossicologia genetica, l’utilizzo dei test di Mutagenesi è obbligatorio per legge per lo screening preventivo e l’autorizzazione all’immissione sul mercato di sostanze di nuova sintesi, in specifico per i farmaci (D.Lgs. n°219/2006).

Principali mutageni nell´ambiente:

ARIA:
– benzene
– idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e loro derivati
– idrocarburi idrogenati

ACQUA:
– pesticidi
– idrossifuranoni
– trialometani
– idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e loro derivati

CIBO:
– aflatossine
– amine aromatiche
– idrocarburi policiclici aromatici

SUOLO:
– idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e loro derivati
– pesticidi
– metalli pesanti

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 Aggiornamento del 15 luglio 2013:

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2013/07/10/news/tumori_prima_conferma_del_legame_con_l_inquinamento-62703995/

Tumori al polmone, prima conferma del legame diretto con l’inquinamento

10 luglio 2013

Arriva la prima conferma della stretta relazione fra inquinamento atmosferico e tumori del polmone. Il risultato si deve a una ricerca europea pubblicata sulla rivista Lancet Oncology alla quale partecipa anche l’Italia con un gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, guidato da Vittorio Krogh.

Il tumore del polmone rappresenta la prima causa di morte nei Paesi industrializzati. Solo in Italia nel 2010 si sono registrati 31.051 nuovi casi. La ricerca mostra che più alta è la concentrazione di inquinanti nell’aria maggiore è il rischio di sviluppare un tumore al polmone. Inoltre dalla misurazione delle polveri sottili, l’Italia è risultata essere tra i paesi europei più inquinati. […]

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Aggiornamento del 13 marzo 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/luisa-alessio-viola-bachini-milly-barba-micaela-ranieri/puglia-al-check

Puglia al check-up: inquinamento e ‘paradosso di Lecce’

[…] Cosa sta succedendo realmente in Puglia? I dati sulla salute della popolazione non sono certo confortanti. Il Rapporto Sentieri, che ha valutato la mortalità dei residenti nelle 44 aree industriali più inquinate del Paese, mostra che in Puglia la situazione è indubbiamente complessa. E che i problemi vanno ben oltre l’acciaieria di Taranto.

INQUINAMENTO IN PUGLIA

L’ultimo Studio sullo Stato dell’Ambiente curato dall’ARPA, infatti, evidenzia che la Puglia è ancora la regione con le maggiori emissioni industriali in Italia, nonostante le norme sulla qualità dell’aria (per esempio sulla diossina) siano più stringenti del resto del Paese. Se le condizioni dell’aria sono preoccupanti, quelle delle acque di certo non sono migliori. Solo pochi mesi fa i biologi di Legambiente hanno analizzato venti campioni di acque litoranee pugliesi riportando risultati critici tra le provincie di Taranto, Bari, Brindisi, Barletta-Andria-Trani e Foggia. Sotto accusa le foci di fiumi e canali, che scaricano in mare acque parzialmente depurate. A destare preoccupazione in Puglia, dunque, non è solo l’ILVA. Oltre a Taranto, nella regione esistono altri tre Siti di Interesse Nazionale, in cui la situazione ambientale versa in gravi condizioni. Si tratta delle aree contaminate di Manfredonia, Brindisi e Bari.

Inoltre, nella regione sono presenti impianti industriali che emettono ingenti quantitativi di inquinanti. A soli 12 chilometri di distanza da Brindisi si trova la centrale ENEL Federico II di Cerano, attiva dal 1991 e da tempo al centro delle inchieste per la nocività delle emissioni prodotte. Nella classifica delle 662 industrie pesanti che inquinano di più in Europa, redatta dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), la centrale è diciottesima, ben 34 posizioni prima dell’ILVA. Nel rapporto dell’EEA sono state considerate tutte le emissioni di sostanze dannose provenienti dalla centrale, dai metalli pesanti (derivati dal processo di combustione industriale) agli inquinanti biologici (benzene, diossine e idrocarburi policiclici aromatici). […] Nel corso degli anni gli inquinanti rilasciati hanno contaminato vaste aree intorno alla centrale. Già nel 2007, il sindaco di Brindisi ha dovuto imporre con un’ordinanza il divieto di coltivazione su un’area di 400 ettari adiacente alla centrale, la distruzione dei frutti contaminati e la chiusura delle attività per 60 imprenditori agricoli. Solo dopo vari ricorsi alla magistratura e tentativi di riqualificazione del territorio si è giunti all’annullamento dell’ordinanza. Sono state inoltre richieste numerose perizie per spiegare le elevate percentuali di cancerogeni presenti: arsenico, cadmio, cromo, idrocarburi policiclici aromatici e benzene ricoprono la zona e vengono trasportati dai venti anche a lunga distanza. Il 7 gennaio scorso è iniziato il processo a 13 dirigenti ENEL e due responsabili delle aziende appaltatrici dei nastri trasportatori del carbone per fare finalmente chiarezza sulle responsabilità della dispersione delle polveri inquinanti.

PARADOSSO DI LECCE: LE IPOTESI

[…]

Paradosso di Lecce: tasso di mortalità oncologica più elevato in Salento che a Taranto.

Intervista a Giuseppe Serravezza (LILT, Lega Italiana Lotta contro i Tumori – Lecce) di Milly Barba

Quali sono le ragioni del paradosso di Lecce? 
L’Ilva, distante 100 chilometri dalla città salentina, è realmente la causa del tasso di mortalità oncologica più elevato rispetto a Taranto? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Serravezza, presidente della LILT di Lecce

Da quanto tempo siete a conoscenza del paradosso di Lecce? 
Dal 1994, quando nell’ambito di uno studio di fattibilità condotto dal dirigente dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, confrontammo i tassi di mortalità di Lecce, Brindisi e Taranto. Da Lecce attendevamo dati migliori, ma la mortalità per cancro risultò nettamente più elevata.

Esattamente di cosa si muore a Lecce? 
Siamo i primi in Italia per tasso di mortalità dovuto al cancro al polmone. Sono presenti alti livelli di mortalità anche per il tumore della vescica e i tumori del sangue (come le leucemie). Inoltre dal 1990 al 2009 la mortalità per cancro globale è stata dell’11% superiore rispetto a quella attesa dalla media pugliese. 

Se le malattie descritte sono implicate anche nella contaminazione ambientale dell’Ilva, perché a Lecce si muore più che a Taranto? 
Il problema che affligge il Salento non è solo l’Ilva. Prima di guardare ai “topolini”, però, occorre preoccuparsi degli “elefanti”. Un altro grande problema è stato il Petrolchimico di Brindisi e, tutt’oggi, la Centrale termoelettrica di Cerano è la diciottesima peggior centrale d’Europa in termini di emissioni di CO2  e di altri agenti inquinanti. Gli studi condotti sui venti chiamano in causa proprio l’Ilva e Cerano.

La teoria dei venti quindi è attendibile? 
Sì. Gli studi eseguiti da Cristina Mangia del CNR imputano agli spostamenti d’aria l’inquinamento a sud di Cerano. Inoltre particelle precedentemente marcate, emesse dall’Ilva, sono state rilevate 160 chilometri a sud. Per tre quarti della giornata i venti che interessano le nostre zone spirano da nord verso Lecce.

Sono state avanzate altre ipotesi per spiegare l’elevato tasso di mortalità in Salento? 
Molte ipotesi. Perché oltre all’Ilva e a Cerano in Salento ci sono tanti “cerini”. Situazioni critiche sono emerse quando si è andato a vedere dove si addensano i casi di tumore ai polmoni. Un esempio è la Coopersalento, il sansificio di Maglie, nella cui area numerose persone sono state colpite da questo tipo di cancro.

In Salento, fino dieci anni fa, era diffusa la coltivazione e lavorazione del tabacco. Esiste un legame effettivo con l’incremento di neoplasie polmonari? 
Da tempo non ci sono più tabacchifici né coltivazioni ma, circa trent’anni fa, ho riscontrato dei casi in donne anziane. Erano“ex-tabacchine”, avevano lavorato le foglie per anni. Fu insolito per l’epoca. Oggi questi tumori sono imputabili principalmente all’uso di tabacco, in Salento come altrove. Mi sono battuto affinché si capissero gli effetti del fumo, ma non può essere questa la causa del paradosso di Lecce, o almeno non l’unica.

Si può imputare l’eccesso di morti per tumore polmonare alla presenza di radon in Puglia? 
Il ruolo del radon è codificato. È la prima causa di tumore al polmone in soggetti non fumatori e la seconda nei fumatori. Il Salento non è stato ritenuto un’area ad alto rischio, tuttavia negli ultimi anni si stanno rivedendo queste posizioni. Attualmente non esistono prove di un particolare stato di emergenza.

Alla fine quale idea si è fatto sulla causa reale del paradosso di Lecce?
Questa è una domanda difficile. Il cancro è una malattia multifattoriale per eccellenza. È arduo trovare la “pistola fumante” che chiarisca definitivamente la correlazione fra l’eccesso di tumori e una sola causa ambientale, o di altro genere. Sappiamo che, dove sono cambiati i modelli di sviluppo e gli stili di vita è mutata l’epidemiologia dei tumori. A Londra, per esempio, si registra da dieci anni una riduzione dei casi dell’1,5 % l’anno, in controtendenza con quanto accade nel Sud Italia. Ciò non è determinato da una migliore offerta di cura: la gente si ammala di meno. Non esiste un’unica causa, ma una serie di concause e problemi da risolvere con estrema urgenza.

23 febbraio, 2013

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 Aggiornamento del 9 ottobre 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/news/nuovo-approccio-analizzare-linquinamento-ambientale/ottobre-2014

Un nuovo approccio per analizzare l’inquinamento ambientale

Geni e Ambiente. Questa relazione è alla base di un’idea innovativa per la ricerca scientifica al servizio delle comunità urbane che vivono in prossimità di discariche, di industrie chimiche, di inceneritori, siti ambientali ad alto rischio inquinamento. Siamo quello che facciamo, respiriamo, mangiamo. E sempre di più si rende necessario capire dal punto di vista scientifico le cause dell’aumento delle neoplasie, delle malattie respiratorie e cardiache, di una diminuzione della fertilità umana.

Alcune risposte arrivano dai laboratori del centro di ricerca genetica Biogem, ad Ariano Irpino, dove è stata sviluppata una metodica per monitorare il grado di tossicità ambientale, affiancando alle classiche analisi chimiche valutazioni sull’effetto che l’inquinamento ambientale può determinare su più generazioni di organismi viventi. Come? Utilizzando colonie murine che vengono trattate con acqua proveniente dalle prossimità del sito potenzialmente contaminato. Questo permette ai ricercatori di valutare in progress la salute del gruppo di topi.

Concetta Ambrosino, responsabile della struttura di tossicologia ambientale presso il centro di ricerche irpino presieduto dall’ex Ministro Ortensio Zecchino e ricercatrice dell’università del Sannio spiega “che lo studio degli effetti dell’esposizione alle falde acquifere interessate spesso utilizzate per l’irrigazione dei campi e la produzione agricola sui topi contribuisce ad identificare percorsi molecolari alterati sull’uomo, candidandosi a diventare un nuova strategia di prevenzione attraverso il monitoraggio dei siti, ad esempio è quello che potrebbe essere fatto per l’ormai tristemente nota Terra dei Fuochi”.

Lo studio è stato condotto utilizzando colonie murine (maschi e femmine in uguale numero) a cui, a partire dal 4° mese di età, viene somministrata acqua proveniente dalla falda acquifera interessata dalla discarica, accompagnata da un gruppo di controllo con acqua potabile, fino al raggiungimento del dodicesimo mese di età. “Le acque prelevate a monte e a valle del sito – sottolinea Concetta Ambrosino – sono state analizzate precedentemente dal punto vista chimico e risultano simili tra di loro, contengono metalli pesanti e composti aromatici. Lo scopo è stato verificare in seguito a esposizione cronica gli effetti fenotipici.  Analisi sierologiche hanno da subito evidenziato un significativo aumento  rispetto al controllo degli enzimi epatici (ALT, AST), della fosfatasi alcalina, e dei livelli di urea. Questo tipo di analisi, supportata poi da studi molecolari, mostrano danni sui geni coinvolti nella catena respiratoria mitocondriale, geni coinvolti nel ciclo cellulare e nel riparo del DNA candidandoli a una maggiore probabilità di sviluppare un tumore”. La colonia murina si è riprodotta ottenendo così una generazione filiale a cui è stata somministrata acqua inquinata già in utero. La generazione successiva non mostra steatosi epatica, probabilmente come risposta all’adattamento ambientale. “Certamente di grande valore scientifico – conclude la ricercatrice di Biogem – è stato scoprire che la seconda generazione di topini è infertile e presenta alterazione dei geni coinvolti nello sviluppo delle ovaie e dei testicoli. Sia la generazione parentale che la generazione filiale non hanno sviluppato neoplasie. L’assenza di masse tumorali in un contesto genotipo-predisposto e tempo di esposizione più lungo potrebbero svolgere un ruolo importante nel loro sviluppo e i geni identificati in questo studio potrebbero rappresentare biomarcatori predittivi per la popolazione a rischio”.​

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