Chi sono i reietti, ovvero gli emarginati, dell’attuale sistema di welfare italiano?

– i cosiddetti “esodati”;

– coloro che hanno pagato meno di 20 di contributi previdenziali;

– chi deve ricongiungere i contributi pensionistici.

L.D.

http://it.finance.yahoo.com/notizie/esodati-chi-sono.html

Chi sono gli esodati. Significato, definizione ed origine

Scritto da Yahoo! Finanza – ven 13 apr 2012

In principio fu Mosè con l’Esodo ebraico, in ultimo furono gli esodati italiani, che, secondo i numeri forniti ieri dal ministero del Welfare, sarebbero 65.000. Non escono via mare aperto dall’Egitto, ma di certo sono vittime del naufragio del welfare italiano. Sono quei lavoratori infatti che hanno accettato, prima del 31 dicembre 2011, di lasciare l’azienda anzitempo, con la certezza di ricevere la pensione massimo entro due anni. Con la nuova riforma che innalza l’età per lasciare il lavoro si trovano senza occupazione e senza assegno, non potendo più collegare lo scivolo incentivato alla pensione. Adesso, insomma, sono raminghi nel sistema previdenziale italiano. […]

http://blog.panorama.it/economia/2012/04/13/esodati-65-mila-130-mila-o-300-mila-e-scontro-tra-governo-e-sindacati/

Esodati: 65 mila, 130 mila o 300 mila? È scontro tra Governo e sindacati

Gli esodati sono solo 65 mila. Anzi no, 300 mila. Forse 130 mila. No, scusate. Il numero corretto è quello iniziale: 65 mila. È caos tra governo, Inps e sindacati nel calcolo del numero di quanti hanno lasciato il lavoro con un accordo aziendale prima della pensione e poi si sono trovati senza un assegno mensile, perché, mentre firmavano lo scivolo con l’azienda, il ministro del welfare Elsa Fornero firmava la nuova riforma delle pensioni. Che ha fatto slittare in avanti la data di uscita dal mondo del lavoro. E ha quindi lasciato il popolo degli esodati a casa. Senza niente.

Per il governo sarebbero 65 mila. Per l’Inps 130 mila. Per la Cgil addirittura 300 mila. Dal Ministero del welfare, però ieri sono arrivate indicazioni chiare: sono 65 mila e “l’importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni è adeguato a corrispondere a tutte le esigenze senza dover ricorrere a risorse aggiuntive”.

Tutto risolto, dunque. Assolutamente no. “I numeri sono improbabili” ha detto ieri l’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, deputato del Pd, appoggiato anche dal deputato Pdl Giuliano Cazzola che tagliava corto: “il numero dei 65 mila non dice tutta la verità. I soldi ora ci sono per questi, poi ne verranno altri a cui bisognerà far fronte in altro modo”.

Esattamente quanto pensano i sindacati: i 65 mila sarebbero solo gli esodati del prossimo biennio. Ma se si guarda ai prossimi quattro anni, il numero si avvicinerebbe più a 300 mila. Insomma, puntano il dito Cgil, Cisl e Uil, il ministro Fornero avrebbe sbagliato a fare i conti. […]

  • ilaria.molinari
  • Venerdì 13 Aprile 2012

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http://isegretidellacasta.blogspot.it/2012/04/hai-versato-19-anni-di-contributi-inps.html?m=1

Hai versato 19 anni di contributi Inps? Li hai perduti!

venerdì 13 aprile 2012

Sono tantissimi ma l’Inps non li quantifica o per lo meno si rifiuta di farlo. Parliamo delle “posizioni silenti”, cioè quelle posizioni iscritte all’Inps che hanno versato contributi senza raggiungere i requisiti minimi previsti dalla legge per andare in pensione. Per la pensione di vecchiaia, infatti, legata all’età anagrafica (66 e 67 anni con la riforma Fornero) servono almeno 20 anni di contributi versati nella medesima cassa previdenziale (all’Inps, all’Inpdap, all’Inpgi, etc.). Il problema dei contributi silenti si pone quando un contribuente non raggiunge quel requisito, dando origine a quella che sindacati ed esperti previdenziali definiscono senza giri di parole una truffa, un furto.

Mettiamo il caso, infatti, di chi abbia potuto versare contributi solo per 18 o 19 anni: senza raggiungere il requisito minimo di 20, quegli anni non daranno vita ad alcuna pensione. In realtà, si tratta di un caso limite perché essendo molto ridotto il margine di differenza è possibile colmare il vuoto ricorrendo alla contribuzione volontaria cui si può accedere con un minimo di 5 anni di contribuzione versata. Questa si calcola sulla base dell’ultima retribuzione percepita e quindi sale in relazione a quella. Stiamo comunque parlando di cifre consistenti: su uno stipendio di 1300 euro si versa fino a 8000 euro all’anno. Se gli anni da colmare, quindi, ammontano – come nella maggior parte dei casi – a 7, 9 o anche di più si pagano cifre impossibili.

In questa condizione si trovano moltissime donne – spiega Luigina De Santis, esperta previdenziale dell’Inca- Cgil – perché sono quelle dall’attività lavorativa più incostante e frammentata”. Chi ha versato, ad esempio, 12 anni di contributi, quando arriva all’età per la pensione non si ritrova nulla in mano. “E’ un furto. E’ scandaloso e lo è ancora di più il fatto che l’Inps non dia le cifre esatte di questo fenomeno: si fanno morti e feriti ma non li si vogliono dichiarare” commenta ancora De Santis. […] Altre stime calcolano in circa 600 mila le donne casalinghe che hanno pochi anni di contribuzione all’attivo e così via.

Formalmente la riforma Fornero dovrebbe sanare la ferita con il sistema contributivo. Infatti, con questo nuovo sistema di calcolo tutti i contributi versati saranno accumulati per calcolare una pensione finale e, se non si raggiunge il requisito minimo dei 20 anni, si potrà comunque andare in pensione a 70 anni oppure se la stessa supera di 1,5 volte l’assegno sociale. “In ogni caso c’è il limite dei 5 anni di contributi – commenta però De Santis – e se non si raggiungono, si regalano all’Inps”. “E poi, aggiunge, chi può vantare un importo pari a 1,5 volte l’assegno sociale (tra i 7 e gli 800 euro) con meno di 20 anni di contributi è solo chi ha avuto retribuzioni molto alte”. Inoltre i casi sono destinati a crescere con il sistema delle ricongiunzioni onerose deciso dal governo Berlusconi nel 2010 e avallato dall’attuale governo. In questo caso ricadono quelle posizioni previdenziali aperte in istituti diversi. Un’insegnante che abbia lavorato in una scuola privata, ad esempio, per un certo numero di anni e poi in una pubblica per il resto della sua vita lavorativa avrà una parte di contributi all’Inps e un’altra parte all’Inpdap. Per riunificarli (tecnicamente: ricongiungerli) dovrà pagare una somma molto elevata e se non la possiede utilizzerà la posizione più favorevole lasciando “silenti” gli altri contributi. Che restano lì, a disposizione dell’Inps che, ovviamente, li utilizzerà – lo sta già facendo –per pagare le pensioni in essere. “Le ricongiunzioni onerose sono uno scandalo” aggiunge Luigina De Santis. Intervenendo su questo nella trasmissione Report su Rai3, “la ministra Fornero ha detto cose inesatte perché le ricongiunzioni non servono ad avere pensioni più alte ma semplicemente commisurate ai contributi versati”.

[…]

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Aggiornamento del 18 dicembre 2012:

Il ministro Fornero fortunatamente ha cercato di risolvere il problema delle ricongiunzioni onerose:

http://economia.panorama.it/lavoro/pensioni-ricongiunzione-gratis

Pensioni: chi potrà fare la ricongiunzione gratis e chi no

Il ministro Fornero trova una soluzione per non far pagare cifre astronomiche a chi deve rimettere assieme tutti i contributi versati durante la carriera. Ecco cosa cambierà

di Andrea Telara – 14-12-2012

[…] Il governo e il ministro del welfare, Elsa Fornero, sono riusciti a trovare un rimedio al problema delle ricongiunzioni onerose, che rischiava di impedire a molti lavoratori italiani (almeno 600mila entro il 2022) di mettere assieme tutti i contributi previdenziali versati nel corso della carriera, per poi andare in pensione e ricevere un unico assegno dall’Inps.

IL REBUS DELLE RICONGIUNZIONI

Questa procedura, che in gergo tecnico si chiama appunto ricongiunzione e che un tempo era completamente gratuita, da un paio di anni a questa parte può essere svolta soltanto a pagamento, dopo l’approvazione della legge n. 122 del 2010, voluta dall’ex-ministro del welfare, Maurizio Sacconi. E così, molte persone che oggi hanno la necessità di ricongiungere tutti i versamenti previdenziali effettuati nel corso della carriera, si sono viste richiedere dall’Istituto nazionale della previdenza delle cifre a dir poco folli: qualche decina di migliaia di euro, nei migliori dei casi, o addirittura 200 o 300mila euro nelle fattispecie più clamorose. […]

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