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Italia-Germania nella partita della competitività

di Marco Leonardi

18.07.2005

Dal 2000 a oggi l’Italia ha perso nei confronti della Germania circa il 15 per cento della propria competitività, calcolata come costo del lavoro per unità di prodotto. La spiegazione è solo in parte nella diversa specializzazione dei due paesi. L’incremento della produttività è stato più alto in Germania, mentre i salari nominali tedeschi sono cresciuti meno di quelli italiani. Perché da noi è stata più alta l’inflazione. Eppure, nei prezzi alla produzione la differenza è minima. E dunque il problema è nei margini di profitto della distribuzione e nei prezzi dei servizi.

L’opinione pubblica e la politica italiana sono preoccupate dell’invasione di prodotti importati dalla Cina e dal fatto che le esportazioni cinesi sostituiscono i prodotti italiani nei maggiori mercati mondiali. Ma la riduzione della quota dell’export mondiale a vantaggio della Cina e dei paesi in via di sviluppo è un fatto quasi naturale, globalmente auspicabile, e comunque comune a tutti i paesi industrializzati. Molto più insolita e preoccupante è la perdita di competitività rispetto ai paesi nostri vicini.

Attenzione alla Germania

Secondo i dati della Commissione Europea, l’Italia ha perso circa il 15 percento della propria competitività (calcolata come costo del lavoro per unità di prodotto, CLUP, il rapporto tra retribuzioni lorde e la produttività per dipendente) nei confronti della Germania dal 2000 a oggi. Mentre la nostra quota di esportazioni mondiali ha sostanzialmente tenuto negli ultimi quattro anni (almeno in termini di valore delle merci esportate), il nostro deficit commerciale nei confronti di Berlino è peggiorato. Il confronto con la Germania è ovviamente una valutazione parziale della nostra competitività internazionale, tuttavia è bene ricordare che la Germania è sempre stato il maggior mercato dell’Italia. Circa il 13% del nostro export e il 17% del nostro import va e viene dalla Germania: Germania e Francia insieme fanno il 25 % del volume del nostro export.
Ci sono tre elementi che rendono difficile le valutazioni dell’andamento del commercio internazionale: i tassi di cambio, l’andamento della domanda mondiale e il ciclo economico di un paese. I termini del confronto Italia-Germania sono ideali perché dall’introduzione della moneta unica non ci sono scostamenti del tasso di cambio e entrambi i paesi sono in periodo di bassa crescita (tra lo 0 e l’1% medio annuo tra il 2000 e il 2004): non dovrebbero dunque esserci effetti forti del ciclo economico su importazioni e esportazioni. Inoltre, limitandoci al commercio bilaterale Italia-Germania, eliminiamo l’effetto della domanda mondiale.

Tre fattori da analizzare

Il costo del lavoro per unità di prodotto, CLUP, è una misura di competitività che tiene presente solo i costi del lavoro, la frazione di gran lunga maggiore dei costi complessivi. Facciamo l’ipotesi quindi che gli altri costi (materie prime, energia e beni capitali) non abbiano avuto andamenti fortemente divergenti tra Italia e Germania. Per quanto riguarda l’aumento dei costi dell’energia, è noto che l’Italia ha costi dell’energia maggiori di altri paesi europei: quale che fosse il livello iniziale, l’aumento dei costi dell’energia dovrebbe aver penalizzato l’Italia più della Germania.
Vorrei discutere di tre fattori che possono avere inciso sul costo del lavoro per unità di prodotto:

1) la Germania è specializzata in settori diversi dai nostri

2) la Germania ha fatto meglio di noi in termini di produzione per dipendente

3) la Germania ha fatto meglio di noi in termini di crescita dei salari.

L’Italia è notoriamente specializzata in settori tradizionali come calzature, abbigliamento e mobili. È una nostra caratteristica costante nel tempo ed è un problema in un momento in cui la concorrenza cinese è molto forte in questi settori a bassa qualificazione. La Germania invece è specializzata in meccanica strumentale, prodotti chimici e automobili, settori dove la domanda mondiale cresce più rapidamente. Ma la specializzazione sfavorevole dell’Italia non può essere una spiegazione esaustiva della nostra perdita di competitività. La differente crescita del costo del lavoro si vede anche nei settori dove Italia e Germania competono direttamente.
Nella tabella 1 prendiamo i primi sette prodotti che esportiamo in Germania (non in ordine di importanza) e confrontiamo il costo del lavoro in questi settori con il costo del lavoro tedesco.

Tabella 1: Retribuzioni lorde per dipendente, produttività per dipendente e costo del lavoro per unità di prodotto: crescita percentuale complessiva 2000-2004.

Retribuzioni lorde per dipendente

Produttività per dipendente

Costo del lavoro per unità di prodotto

Italia

Germania

Italia

Germania

Italia

Germania

Prodotti alimentari e bevande

12.3

9.6

1.1

8.9

11.2

0.7

Prodotti tessili e calzature

13.1

7.7

3.1

6.9

10

0.8

Prodotti chimici e fibre sintetiche

12.8

9.2

2

11.2

10.8

-2

Macchine e apparecchi meccanici

12.5

9.6

-2.2

6.1

14.7

3.5

Macchine elettriche

12.6

10.2

-10.2

14.5

22.8

-4.3

Autoveicoli

12.5

8.7

-1

10.4

13.5

-1.7

Mobili

13.1

7.8

-4.7

1.9

17.8

5.9

La prima colonna della Tabella 1 indica la crescita percentuale delle retribuzioni lorde dal 2000 al gennaio 2005. Per l’Italia ho usato il dato ISTAT delle retribuzioni contrattuali per dipendente. (1) Per tutti i settori nella tabella le retribuzioni in termini nominali sono cresciute tra il 12 e il 13%. Negli stessi settori la produttività (produzione al costo dei fattori per occupato) è cresciuta nel corso dei complessivi quattro anni tra il 2000 e il 2004 solo nel settore degli alimentari, dei tessili e dei prodotti chimici, è rimasta pressoché ferma nel settore degli autoveicoli. La produttività è sostanzialmente calata nel settore degli apparecchi meccanici (elettrodomestici inclusi), delle macchine elettriche e dei mobili. Questi valori delle retribuzioni e della produttività implicano che il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato dal 10% nel settore tessile al 22.8% nel settore delle macchine elettriche.
I corrispondenti dati per la Germania vengono dall’Ufficio centrale di statistica.(2) In Germania i salari medi mensili per dipendente nel corso dei quattro anni 2000-Gennaio 2005 sono saliti da un minimo del 7.7% nel settore tessile al 10.2% nel settore delle macchine elettriche. La produttività in questi settori è salita da un minimo del 1.9% nel settore dei mobili ad un massimo del 14.5% in quello delle macchine elettriche.
Questo significa che in Germania, nei settori in cui concorriamo direttamente, il CLUP è aumentato solo nel settore dei mobili (del 5.9% contro il 17.8% in Italia) e in quello dei macchinari (del 3.5% contro il 14.7% dell’Italia). Nei settori degli alimentari e dei tessili il CLUP tedesco è rimasto sostanzialmente invariato nel corso dei quattro anni. Nel settore delle automobili e nel settore dei prodotti chimici è calato circa del 2% e nel settore delle macchine elettriche addirittura del 4%. Come è possibile che in 5 anni i tedeschi sono diventati del 15% più efficienti di noi nel fare le stesse cose (prodotti chimici, auto, apparecchi meccanici, elettrodomestici)? (3)

Un confronto sui salari

La maggior parte della spiegazione della perdita di competitività rispetto alla Germania sta nella maggior crescita della produttività in Germania e dunque da più grandi dimensioni d’impresa, da una maggiore innovazione e da una più efficiente organizzazione del lavoro. In un’economia che cresce poco, ovviamente, una maggior crescita della produttività implica una più forte riduzione dell’occupazione. L’Italia, pur crescendo poco negli ultimi quattro anni, ha visto un aumento dell’occupazione .
Tuttavia, una parte importante della perdita di competitività rispetto alla Germania è spiegata dalla differente crescita delle retribuzioni lorde nei due paesi. Nel corso di questi ultimi quattro anni le retribuzioni lorde in Italia sono cresciute almeno del 2-3 percento in più rispetto alla Germania. Bisogna chiedersi se in un mercato a moneta unica è possibile mantenere una crescita delle retribuzioni lorde superiore ai paesi nostri concorrenti, almeno nei settori dove siamo diretti concorrenti.
Un ulteriore diminuzione dei salari nominali in Italia è molto difficile e poco auspicabile, visto che negli ultimi anni la crescita dei salari reali è stata pressoché nulla . L’unico modo per ridurre il costo del lavoro per dipendente è con l’abbattimento degli oneri sociali, che ha ovviamente ripercussioni serie sul bilancio pubblico.
I tedeschi possono permettersi una crescita dei salari nominali inferiore alla nostra perché il loro tasso di inflazione è di un punto percentuale inferiore al nostro. L’indice dei prezzi al consumo è cresciuto in media del 1.3% in Germania e del 2.6% in Italia negli ultimi quattro anni. Di conseguenza, a parità di crescita dei salari reali (sempre intorno allo zero in questi ultimi quattro anni sia in Italia sia in Germania), i salari nominali tedeschi sono cresciuti meno dei nostri.

La questione dei prezzi al consumo

Ma quel che conta nella competizione internazionale è proprio l’andamento del costo del lavoro in termini nominali. Quindi, se non vogliamo perdere ulteriori posizioni rispetto ai tedeschi nei mercati dell’export, dovremo concentrarci sulle ragioni per cui i nostri prezzi al consumo crescono più dei loro e quindi i nostri salari nominali crescono più dei loro. Nei prossimi anni possiamo certamente auspicare che la ripresa tedesca aumenti i salari in Germania e la nostra ripresa aumenti la produttività del lavoro in Italia, in tal modo recuperando parte della nostra competitività rispetto alla Germania. Tuttavia dovremo continuare a chiederci perché in Italia i prezzi al consumo crescono 1% in più all’anno che in Germania, perché questo sarà sempre un motivo di svantaggio competitivo.
La risposta è semplice nelle sue linee generali. I prezzi al consumo dipendono dai prezzi alla produzione, dai margini di profitto della distribuzione e dai prezzi dei servizi. L’indice dei prezzi al consumo italiano indica al dicembre 2004 un aumento del 11% rispetto alla media del anno 2000, il corrispondente tedesco indica un aumento del solo 7.3%. I prezzi alla produzione dei prodotti industriali si sono discostati di molto meno: l’indice dei prezzi industriali alla produzione tedesco nel dicembre 2004 segna un aumento dei prezzi del 7.2% rispetto alla media dell’anno 2000, il corrispondente indice italiano segna 8.1%. Se la differenza nei prezzi alla produzione è piccola, ne segue che la maggior crescita dei prezzi al consumo è interamente dovuta ai margini di profitto della distribuzione e ai prezzi dei servizi (banche, assicurazioni, energia etc.).
Se non vogliamo perdere posizioni sui mercati internazionali e non vogliamo (o non possiamo) ridurre ulteriormente i salari reali nei settori aperti alla competizione, dobbiamo sconfiggere quelle forze che tengono alta l’inflazione nei settori della distribuzione e dei servizi.

(1) Il numeratore del CLUP è il costo del lavoro complessivo, ho usato le retribuzioni lorde per ragioni di comparazione con il dato tedesco. I dati sulle retribuzioni lorde italiani hanno come base il Dicembre 2000, contrariamente ai dati tedeschi che hanno come base la media nell’anno 2000, quindi il dato italiano sottostima la crescita delle retribuzioni nominali rispetto al dato tedesco. I dati sulle retribuzioni sia tedeschi che italiani sono al Gennaio 2005 invece che al valore medio del 2004 perché il dato italiano ha come base il Dicembre 2000 e non la media dell’anno 2000. L’utilizzo dei dati medi del 2004 anche per i salari non cambia qualitativamente i risultati del confronto Italia-Germania.

(2) Statistiches Bundesamt.

(3) I dati aggregati, di fonte Commissione europea, confermano il quadro disegnato sopra a livello di singoli settori del nostro export. In Germania nel periodo 2000-2004 i salari nominali sono cresciuti in media 1,2 per cento all’anno e il prodotto interno lordo per occupato a prezzi costanti è cresciuto in media del 0,8 per cento all’anno. Nello stesso periodo i salari nominali in Italia sono cresciuti in media del 3 per cento all’anno e il prodotto interno lordo per occupato a prezzi costanti è calato in media del 0,1 per cento all’anno.

Trenta punti sotto Berlino è sulla produttività lo spread più pericoloso

27 febbraio 2012
Eppure di flessibilità nei contratti di lavoro ne abbiamo immessa tanta, dal “pacchetto Treu” in poi. E abbiamo fatto male, anche per gli effetti sulla produttività. John Van Reenen guida il Centre for Economic Performance alla London School of Economics, e, in una recente intervista, ha sostenuto che il dualismo nel nostro mercato del lavoro (tra iperprotetti e precari), «è un freno alla produttività». «Che interesse ho – ha detto – a lavorare meglio se so che tra un anno non avrò più quell’ impiego o, viceversa, se sono sicuro che lo manterrò a vita?». Tre economisti della lavoce.info (Andrea Ricci, Mirella Damiani e Fabrizio Pompei) si sono messi a calcolare gli effetti negativi della precarietà sulla produttività totale dei fattori. Bene, secondo i loro conti, nel periodo 1995-2007, quello nel quale abbiamo costruito un mercato del lavoro parallelo, tutto flessibile, la produttività totale dei fattori è precipitata del 3,77%. L’ Italia ha puntato tutto sulla flessibilità esterna all’ impresa. La Germania, che oggi è diventato il modello di riferimento, ha fatto il contrario. Un’ analisi comparativa di grande interesse è stata fatta da due economisti della Sapienza di Roma, Giuseppe Ciccarone e Enrico Saltari, ed è stata pubblicata sulla rivista il Mulino (“Si fa presto a dire Germania”). Con il “pacchetto Hartz”, le aziende tedesche «hanno mirato ad accrescere la flessibilità interna all’ impresa, ovvero la sua capacità di variare l’ impiego di lavoro già presente al suo interno». Hanno giocato sull’ elasticità dell’ orario di lavoro e hanno spostato, utilizzando la formazione e la riqualificazione, i singoli lavoratori. «L’ intento delle riforme tedesche scrivono Ciccarone e Saltari è stato proprio quello di rendere più flessibile il mercato del lavoro, non solo e non tanto attraverso una sua deregolamentazione, ma soprattutto con misure utilizzate per favorire il lavoro a tempo parziale (kurzarbeit, l’ equivalente della nostra cassa integrazione) e la flessibilità degli orari di lavoro individuali». Così la Germania conosce oggi un vero boom dell’ occupazione. In sostanza l’ Italia non avendo più a disposizione l’ arma della svalutazione competitiva ha provato a recuperare competitività riducendo i costi del fattore lavoro, senza investire e senza innovare. Morale noi siamo tornati a livelli di produttività di poco inferiori a quelli del 2000, la Germania ha superato di otto punti il tasso di produttività di inizio secolo. Ciccarone e Saltari hanno proposto di agganciare i salari alla produttività programmata e non a quella effettivamente realizzata. Un altro economista, da sempre vicino agli ambienti della Cgil, come Marcello Messori, è andato oltre. Ha suggerito un patto sociale per la produttività programmata del lavoro, così come si fece con l’ inflazione programmata nei primi anni Novanta per uscire da quella recessione. Ha scritto Messori: «Si tratta di fissare quegli incrementi medi di produttività del lavoro che possano ridurre i ritardi italiani rispetto ai paesi concorrenti; di trasferire una quota rilevante di tali presunti incrementi alle remunerazioni correnti dei lavoratori. Le imprese più efficienti, capaci di “battere” il tasso medio di aumento della produttività programmata, realizzerebbero elevati profitti». Servirebbe, insomma, una cambio di politica economica e un’ azione di tutti verso un obiettivo comune. Tra le righe, ma senza dichiarazioni reboanti e senza totale convinzione, potrebbe essere questo l’ obiettivo del governo Monti. Perché se si guarda al modello che sottende le proposte del ministro del Welfare, Elsa Fornero, al tavolo della riforma del lavoro, si ritrovano molti punti di contatto con quanto è accaduto in Germania: meno precarietà, più stabilità, più formazione. Ma senza risorse aggiuntive è difficile raggiungere l’ obiettivo tedesco. Forse anche per questo ci siamo condannati tutti alle “sconfitte eroiche” sull’ altare dell’ articolo 18. L’ ossessione dell’ articolo 18 per nascondere la nostra vera malattia: quella del bassa, bassissima, produttività. Ogni dieci anni lo scontro aspro sulla norma dello Statuto dei lavoratori confonde le acque, inquina la discussione, esalta i conservatori. Si combatte così una battaglia inutile, una battaglia persa per tutti, per sviare lo sguardo dalla ragione del nostro progressivo declino. Che riguarda tutti, nessuno escluso e che non dipende e non dipenderà dall’ articolo 18. Abbiamo alle spalle due decenni persi: bassa crescita, bassi salari, bassa competitività. Scivoliamo in fondo in quasi tutte le classifiche globali sulle performance economiche, senza riuscire a risalire. Siamo immobili, con il Pil che, a parte le flessioni per le ripetute recessioni, non arriva più al 2%. Abbiamo perso quasi 30 punti di competitività rispetto alla Germania. Viviamo aggrappati a un modello di sviluppo che da anni non crea occupazione, che esclude i giovani, che dà a pochi una seconda chance. La ragione prima di tutto ciò sta proprio nel tracollo della produttività. Indossiamo da tempo la maglia nera in Europa. Servirebbe un patto per rilanciarla. Ma allora ciascuno (sindacati, industriali, banchieri e partitici politici) dovrebbe rimettere in gioco se stesso, uscire dalle rendite di posizione. Troppo rischioso. Sergio Marchionne aveva saputo porre il problema, ma non ha saputo risolverlo. Ha fatto il cowboy. Ed è una colpa. Nell’ intervista della scorsa settimana al Wall Street Journal, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ricordato che in Europa ci sono paesi, tra cui l’ Italia, nei quali «i salari aumentano automaticamente con l’ anzianità, non con la produttività». Bruno Trentin, leader carismatico dell’ autunno caldo e comunista eretico l’ aveva detto ancora meglio, molti anni fa, quando non era affatto popolare sostenerlo: «Gli scatti di anzianità sono una forma tipica di premio alla anzianità di servizio, alla fedeltà all’ impresa, costituendo un ostacolo alla mobilità professionale. Sono il premio dato all’ impiegato d’ ordine senza prospettive di carriera». Siamo nel nuovo Millennio ma non siamo andati molto avanti. Il fattore lavoro è solo una componente della produttività. Importante però. La Banca d’ Italia ha calcolato che nel primo decennio dell’ Unione monetaria (1998-2008) la produttività è aumentata del 22% in Germania, del 18% in Francia e solo di uno striminzito 3% in Italia. Nello stesso arco di tempo il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto del 24% in Italia, del 15% in Francia ed è addirittura sceso in Germania. E ancora: in quel decennio il costo nominale di un’ ora lavorata è cresciuto in Italia del 29%, contro il 20% tedesco, mentre in Francia c’ è stata un’ impennata del 37%. Siamo malati da tempo dunque. L’ Istat ha preso in esame un decennio diverso: dal 2000 al 2010. Il risultato cambia di poco. Perché nulla è stato fatto per guarire. La produttività del lavoro si legge nell’ ultima ricerca dell’ Istat, “La dinamica della produttività” è cresciuta «moderatamente» solo nel biennio 2006-2007, ed è caduta del 3,6% nel biennio successivo, con un recupero del 2,2% nel 2010. Alla fine del decennio si è tornati ai livelli del 2000. Un decennio, appunto, del tutto perso. Siamo gli ultimi in classifica tra i paesi dell’ Unione Europea, dopo Belgio, Danimarca e Portogallo, con la differenza che da noi il calo è stato, come si è visto, costante, mentre negli altri paesi si è registrata un’ accelerazione per effetto della recessione mondiale. Le ragioni della nostra bassa produttività sono note: troppe piccole imprese (il numero medio di addetti per azienda è di 8, contro gli 11 della Spagna, i 14 della Francia e i 35 della Germania), pochi investimenti in innovazione e ricerca anche per il predominio del capitalismo familiare, scarsa concorrenza nei servizi, una pressione fiscale da record, incertezze sul piano normativo e sui tempi dei giudizi civili, debolezza della formazione.
ROBERTO MANIA

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