Abbiamo già trattato il tema della pressione fiscale in diversi articoli, in questo in particolare: “Tasse o non tasse? Questo è il problema…“. Vorremmo fare qui un breve focus sull’operato del governo Monti fino ad ora, cercando di capire quali potrebbero essere le nostre prospettive future.

Ci sono sicuramente alcune peculiarità che rendono il nostro paese più strano e più peculiare rispetto agli altri paesi dell’Eurozona:

1) l’evasione fiscale è molto elevata (vedi tag “evasione fiscale”);

2) la tassazione (diretta, indiretta e patrimoniale) è molto elevata (vedi gli articoli “La pressione fiscale vera? E’ al 51%, non al 43%” – “Aumento dell’IVA: era proprio necessario?” – “La fiscalità italiana che schiaccia le imprese” – “Assunzioni impossibili in Italia: il problema del CUNEO FISCALE“);

3) la spesa corrente dello Stato è molto elevata (vedi gli articoli “Perchè, nonostante i continui tagli, la spesa pubblica aumenta?” e “Il primato dell’Italia? Quello della moltiplicazione delle Agenzie di Stato!“, nonchè l’articolo “L’ennesima conferma della malafede di chi ci governa: il caso dei rimborsi ai partiti” ed i vari articoli relativi al tag “politici da vergogna”).

In parole povere, tutti e tre questi fattori sono molto più estremizzati che altrove qui in Italia, sono stati portati con gli anni all’eccesso, fino a raggiungere i livelli attuali, ormai insostenibili.

Vediamo ora come ha agito, secondo la nostra modesta e discutibile opinione naturalmente, il governo Monti:

1) positivamente per quanto riguarda la lotta all’evasione fiscale, considerando quanto sono stati fitti i controlli da parte della Guardia di Finanza in questi ultimi mesi, a partire dal primo blitz effettuato a Cortina all’inizio di gennaio – vedi l’articolo “C’è qualcuno che non risente della crisi? Si: sono gli evasori fiscali, i politici ed i calciatori!“;

2) piuttosto negativamente per quanto riguarda la tassazione: nelle intenzioni di questo governo c’è la volontà di spostare la tassazione dalle persone fisiche alle cose, ma in realtà abbiamo visto solo delle tasse che sono state innalzate oppure introdotte ex novo, mentre di riduzione del carico fiscale non ce n’è alcuna traccia, fino ad ora;

3) molto negativamente per quanto riguarda la riduzione della spesa pubblica, della quale sappiamo che meno della metà è rivolta ai servizi per noi cittadini, mentre per la maggior parte viene utilizzata per il pagamento di stipendi e di moltissimi “servizi” solo per i soliti irriconoscenti privilegiati. Per il momento, nell’agenda del governo non è previsto nessun intervento di riduzione della spesa pubblica. La domanda che sorge spontanea è questa: il premier Monti NON VUOLE oppure NON PUO’, a causa di influenze o pressioni esterne, effettuare tagli strategici delle attuali onerosissime spese dello Stato?

La ricetta per uscire dalla crisi e ripartire non è sicuramente semplice. Monti è stato indubbiamente molto efficace nel far scendere lo spread con una tempistica alquanto breve, da una parte introducendo delle riforme strutturali (vedi gli articoli “La manovra Monti e la “manovra” Berlusconi” – “Decreto liberalizzazioni: le novità per i giovani” – “Semplificazioni burocratiche: quali sono i vantaggi per noi cittadini?“, “Quale riforma per le pensioni?“), ma dall’altra parte innalzando il carico fiscale, sia per le imprese che per i privati cittadini.
 

Non dimentichiamoci il fatto che, accanto all’Italia legale che paga onestamente le tasse, esistono una seconda Italia in grigio/nero che paga parzialmente o che addirittura non paga le tasse ed una terza Italia totalmente illegale, rappresentata dalle diverse forme di criminalità organizzata, che aggirano e truffano lo Stato italiano. Purtroppo, la prima Italia sta pagando anche per le altre due. Specularmente, abbiamo quindi a tutti gli effetti tre differenti PIL associati a queste tre Italie parallele, rispettivamente un PIL ufficiale, un PIL illegale ed un PIL criminale. L’obiettivo del Governo dovrà essere quello di fare in modo che i secondi due PIL confluiscano, il più possibile e nel più breve tempo possibile, nel primo PIL…

 
Alla luce di tutto ciò, ci domandiamo se questa stretta fiscale, fatta in nome di una situazione di emergenza che rischiava di culminare con la bancarotta, quest’ultimo giro di vite che stiamo sopportando (dopo una lunga serie di aumenti progressivi della pressione fiscale che da molti anni a questa parte si succedono, indipendentemente dall’orientamento politico dei governi), sia davvero utile ed efficace come il governo si attende. Ma soprattutto, ci domandiamo se questo ulteriore sacrificio che ci stanno chiedendo dovrà andare avanti a lungo oppure no.
 
Certo, nessuno può prevedere il futuro, ma tutti possiamo constatare che si fa sempre più fatica ad andare avanti, visto che gli stipendi sono ridotti all’osso e che le spese e le tasse tendono sempre ad aumentare. Ora l’emergenza, sempre più crescente, è quella della disoccupazione, provocata dal fatto che le imprese stanno facendo seriamente fatica a guadagnare quel che basta per non prostrarsi al fallimento (vedi l’articolo “In difesa del settore produttivo, il solo e unico produttore di ricchezza“). In altre parole: se non salveremo le imprese, non potremo salvare l’Italia.
 
Per questi motivi vorremmo invocare una riduzione delle tasse, sia per le imprese che per i lavoratori, affinchè le prime possano restare in vita ed i secondi possano alimentare un mercato sempre più stagnante, in tutti i settori. Questa è l’ultima chance che abbiamo per farlo. In caso contrario, potrebbe attenderci al varco, tra alcuni mesi, un’ipotesi davvero scoraggiante: se lo spread ricomincerà a crescere, il governo cosa potrà fare? Due cose: decidersi finalmente a ridurre le tasse, oppure, nella peggiore delle ipotesi, aumentarle ulteriormente. In questo secondo caso, sarebbe l’inizio della nostra fine: un ulteriore aumento del carico fiscale sarebbe assolutamente insostenibile, di conseguenza preferisco lasciar immaginare a voi ciò che potrebbe accadere…
 
Quello che vorremmo sapere è questo: fino a quando dovremo sopportare questo gravoso peso fiscale che ci sta schiacciando e soffocando? Quale orizzonte temporale avrà questa gravosa strategia economica? Se si tratta di “tirare la cinghia”, come si suol dire, per un breve periodo, con il solo fine di poter uscire dall’attuale crisi economica, possiamo stringere i denti e tenere duro, magari sapendo che potrebbe aspettarci in futuro un alleggerimento dei prelievi fiscali in busta paga. Ma se si tratta, al contario, di una morsa che tende a stringersi sempre di più, senza avere la benchè minima prospettiva di miglioramento, allora la situazione, per il nostro futuro, ci sembra piuttosto critica…
 
Perchè non prendere invece esempio da paesi come l’Irlanda e la Gran Bretagna?
 
N.B. In Italia la revisione della spesa pubblica (spending review) iniziò nel 1981, con l’allora Ministro del tesoro Andreatta. Risultato: non è cambiato nulla. Si sa perfettamente dove sarebbe necessario tagliarla, ma si continua a far finta di non saperlo. Questa è pura ipocrisia…
 

Aggiornamento del 17 aprile 2012:

Nella delega fiscale, approvata il 16 aprile dal Governo, è sparito il fondo taglia tasse che era stato inizialmente proposto, il quale prevedeva di destinare i proventi della lotta all’evasione a futuri sgravi fiscali. Nemmeno questa ci sembra una buona notizia…
 

Aggiornamento del 17 agosto 2012:

Da La Repubblica del 16 agosto 2012:

Monti: “Rendere il fisco meno gravoso”. Ma la riduzione dell’Irpef “è prematura”

[…] Il carico fiscale sulle persone fisiche e sulle imprese in Italia è “senz’altro eccessivo, ma in questo momento l’attenzione per il riequilibrio della finanza pubblica non può essere allentata”. […] “Fin dall’inizio del suo mandato il governo, con il costante e essenziale appoggio del Parlamento, ha avviato riforme strutturali dell’economia e dello Stato che renderanno possibile conseguire un bilancio strutturalmente in pareggio”. Una nota che fa ripartire il dibattito sul fisco. Certo, l’esigenza è quella di rendere meno gravosa la pressione fiscale per i cittadini. “Renderlo concretamente possibile, senza fare promesse irrealizzabili, è un obiettivo tra i più importanti del governo”. Ma una “distribuzione dei benefici, ad esempio riducendo l’Irpef, sarebbe prematura”. […]
 
http://www.repubblica.it/politica/2012/08/16/news/monti_rendere_il_fisco_meno_gravoso_ma_una_riduzione_dell_irpef_prematura-41035369/
 
 
L.D.
 

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=16&id=00655530&part=doc_dc-ressten_rs-ddltit_ddddl3184st-intervento_baldassarrirelatore:1&parse=no

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 704 del 03/04/2012

MARIO BALDASSARRI, relatore.

[…] Dopo 31 anni dall’inizio della spending review, cominciata con l’allora ministro del tesoro Andreatta e con l’allora Commissione tecnica sulla spesa pubblica, dove il sottoscritto, insieme al professor Piero Dino Giarda, lavorava come economista e dove già da allora si erano individuate le sacche di sprechi, di malversazioni e di ruberie nella voce acquisti di beni e servizi di tutte le pubbliche amministrazioni, esplosa negli ultimi cinque anni nei dati ufficiali, è possibile applicare quello che nei Paesi civili si chiama zero-based budgeting. È una misura molto semplice che consiste nell’assegnare budget di spesa e non pagare a piè di lista e a babbo morto: perché il babbo è già morto e le cambiali di 31 anni fa sono sulle spalle nostre, ma soprattutto dei nostri figli, e ci costano 100 miliardi di euro di interessi all’anno su quel macigno di debito pubblico!

Mi permetta di dire, signor Presidente, che il primo scambio politico è: meno ruberie e meno tasse alle famiglie attraverso una proposta di deduzione per i membri della famiglia, come i figli e i nonni a carico. […]


http://www.newnotizie.it/2012/04/crisi-480mila-italiani-costretti-a-mantenere-i-figli-senza-lavoro/

Crisi: 480mila italiani costretti a mantenere i figli senza lavoro

04/04/2012

Molte famiglie in condizione di povertà – L’allarme è stato lanciato oggi dal direttore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, al convegno di Genova ‘La famiglia, un pilastro per l’economia e il paese’. Dati alla mano, il reddito delle famiglie nell’anno in cui si è registrato il picco maggiore di recessione, cioè il 2008-2009, sarebbe diminuito del 4%, a fronte di una riduzione del Pil del 6%. Dato in controtendenza rispetto ai paesi più avanzati, nei quali il reddito lordo a disposizione delle famiglie è cresciuto.

Addio alle piccole ricchezze accumulate – Secondo i dati raccolti, la capacità di risparmio delle famiglie è  stata gravemente compromessa dalla crisi, anzi le piccole ricchezze accumulate nel corso degli anni sono state utilizzate per fronteggiare le difficoltà economiche sempre maggiori.

I maggiori disagi per i giovani – Inoltre 480mila famiglie si sono fatte carico del mantenimento dei figli che, proprio a causa delle difficoltà delle imprese, avevano perso il posto di lavoro. Molto minore la quota di famiglie titolari di finanziamenti, prendendo in esame il biennio 2008-2012, non perché siano diminuite le richieste, quanto perché gli intermediari finanziari hanno dato un giro di vite ai prestiti facili. Le famiglie considerate povere, in base al reddito dichiarato, sono aumentate dell’1% su base generale, ma il picco sale del 5% tra i nuclei familiari composti dai giovani.

Marta Lock

http://www.linkiesta.it/blogs/cittadini-non-sudditi/maggiore-tassazione-delle-persone-sulle-cose-italia-4-europa

Maggiore tassazione delle persone sulle cose: Italia 4° in Europa

Enrico Zanetti – 3 marzo 2012

Spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose, ossia dalle imposte dirette alle imposte indirette. Questo il proclama fatto proprio da Mario Monti, in perfetta continuità con quanto già oltre un anno fa dichiarava a sua volta Giulio Tremonti, da Ministro dell’Economia. Nel 2010, l’incidenza delle imposte dirette sulle entrate tributarie complessive dell’Italia è stata pari al 50,69%. A livello europeo, l’Italia si colloca al decimo posto di una classifica che vede nelle prime tre posizioni la Svizzera (68,37%), la Danimarca (63,68%) e la Norvegia (63,23%).

L’Italia risale però fino al quarto posto, con una incidenza che schizza al 57,87%, se l’IRAP, che nei dati di contabilità pubblica figura tra le imposte indirette, viene riclassificata tra le imposte dirette. Al di là del dato formale, l’IRAP è assolutamente un’imposta diretta che, nella percezione di imprese e lavoratori autonomi, si aggiunge all’IRES, oppure all’IRPEF e relative addizionali.Del resto, anche la sua base imponibile è rappresentata, in estrema sintesi, dal reddito di impresa e di lavoro autonomo, incrementato dei costi per i dipendenti e per gli interessi passivi, in quanto indeducibili ai fini IRAP. [NdItaliaCheRaglia: l’IRAP è l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive, che esiste SOLO IN ITALIA!!!]

E, se si guarda all’indietro, se ne ha la conferma: fino al 1997 l’incidenza delle imposte dirette sul prelievo tributario italiano si attestava intorno al 55%, per poi scendere di colpo al 48% nel 1998, ma soltanto per effetto della sostituzione di alcune imposte “ufficialmente” dirette come l’IRAP e il contributo al servizio sanitario nazionale con una imposta solo formalmente indiretta come l’IRAP: In Francia, l’incidenza delle imposte dirette sulle entrate tributarie del 2010 è stata del 40,89%; in Spagna del 46,92% e in Germania del 49,43%.

Tutti numeri che confermano come, rispetto alla media europea, il peso della tassazione in Italia è troppo sbilanciato sul versante delle imposte dirette, anche se, dopo le tre manovre del secondo semestre 2011, prima del Governo Berlusconi e poi del Governo Monti, l’incidenza delle imposte dirette si è già ridotta di quasi due punti percentuali, posto che, tra aumento delle accise, IMU, mini-patrimoniali su attività possedute all’estero e, soprattutto, aumenti delle aliquote IVA previsti a partire dal prossimo 1 ottobre, il maggior gettito da imposte indirette sarà all’incirca di 16 miliardi sul 2012 e 28 miliardi a partire dal 2013.

Non si è però trattato di uno spostamento di carico fiscale, bensì di una stratificazione e di un aggravio: le imposte dirette non sono affatto diminuite e si sono pesantemente incrementate quelle indirette, portando la pressione fiscale complessiva dal 42,43% del 2011 a superare il 45% già a decorrere dal 2012. Dati questi precedenti, sentire parlare ora, nuovamente, di spostamento del carico fiscale dalle persone alle cose, suscita l’inevitabile timore che, alla fine, tutto rischi di risolversi in un nuovo aumento delle imposte indirette senza diminuzione alcuna di quelle dirette.

La verità che, fino a quando non si avrà il coraggio di recuperare 30 o 40 miliardi di risparmi di spesa pubblica, operando scelte dolorose e incisive con la stessa soavità con cui si è pronti ad operarle quando è il momento di aumentare le imposte, la miglior garanzia per il cittadino finisce per diventare, paradossalmente, che, si smetta di toccare il sistema fiscale.

http://www.businessonline.it/news/15684/Riforma-Fiscale-2012-Monti-meno-tasse-e-piu-incentivi-famiglie-Iri-imprese-ma-non-cambia-Irpef-e-Irap.html

Riforma Fiscale 2012 Monti: meno tasse e più incentivi famiglie. Iri imprese ma non cambia Irpef e Irap

Le novità fiscali per le imprese: cosa prevedono

Si parla in questi giorni molto del ritorno dell’Ici sulla prima casa, diventata Imu e che presenterà un conto abbastanza salato ai cittadini italiani, soprattutto per quanto riguarda seconde e terze case; ma arrivano anche nuovi rincari e nuove tasse anche i propri prodotti finanziari, senza considerare la partita ancora aperta sull’aumento dell’Iva al 23% che potrebbe scattare dal prossimo mese di ottobre. In questo contesto che penalizza il cittadino, però, il governo assicura un calo del pagamento delle tasse grazie ai proventi della lotta all’evasione e alle risorse che potrebbero arrivare anche dalla revisione della spesa, la cosiddetta Spending Review.

La novità è contenuta nella nuova delega della riforma fiscale e prevede, appunto, un fondo per la riduzione delle imposte, la prima toccherebbe l’Irpef e quindi la riduzione delle imposte dirette per spostare il peso sulle imposte indirette, quelle sui consumi e sui patrimoni.

La nuova delega fiscale contiene anche la cosiddetta Iri (imposta sul reddito imprenditoriale) per le imprese e insieme alla sostituzione dell’imposta sul reddito delle società con l’imposta sul reddito imprenditoriale, c’è la revisione sistematica dei regimi fiscali e l’attesa norma sull’abuso di diritto.

L’Iri nasce con l’intento di separare il reddito di impresa da quello dell’imprenditore, sostituendo di fatto l’Ires con l’Iri, che sarà applicata a tutte le attività di impresa dove il reddito che l’imprenditore percepisce dall’impresa come remunerazione sarà sottoposto all’Irpef, che manterrà la sua progressività. La doccia fredda per le imprese sarà però rappresentata dalla non abolizione, tante volte annunciata, dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive), che non verrà tagliata.

Non è possibile, infatti, rinunciare al gettito di 35 miliardi di euro destinato alle regioni per finanziare la sanità e stesso discorso varrà per l’Irpef. Prevista, inoltre, la revisione di alcune imposte tra cui:sulle concessioni governative, di bollo, ipotecarie e catastali. Si va incontro, infatti, a una profonda riforma del catasto che dice  addio ai vani e accoglie i metri quadri.

http://www.senzasoste.it/politica/tagliate-le-tasse-ai-ricchi-e-aumentate-agli-altri-vademecum-dei-provvedimenti-di-mario-monti

Tagliate le tasse ai ricchi e aumentate agli altri. Vademecum dei provvedimenti di Mario Monti

12 Marzo 2012

[…] Monti, malgrado le promesse, ha lasciato intatta l’aliquota più alta dell’Irpef, cioè le imposte sui più ricchi, ed ha aumentato le imposte sui consumi, quelle che gravano principalmente sui redditi più bassi. L’Iva era già stata aumentata da Berlusconi di un punto, dal 20% al 21%. Ora, l’Iva (le aliquote del 10% e del 21%) verrà aumentata, nella seconda metà del 2012, di due punti percentuali e, nel 2014, di un ulteriore 0,5%.  Inoltre, sono state aumentate le accise sui carburanti, quella della benzina a 704,20 euro per mille litri, quella del gasolio a 593,20 euro. Tali aumenti hanno provocato un aumento dei costi del trasporto e, a cascata, di molte merci. Possiamo immaginare quanto saranno pesanti gli effetti sull’inflazione, quando gli aumenti dell’Iva si sommeranno a quelli delle accise.

Non è del tutto corretto dire che Monti non ha toccato l’Irpef. Ha toccato l’Irpef regionale (addizionale Irpef). Però, nell’Irpef regionale Monti ha aumentato l’aliquota di base, che grava sui più poveri. Questa è stata ritoccata dello 0,33%, portandola dallo 0,9% all’1,23%. Dal momento, però, che molte regioni avevano già introdotto delle maggiorazioni alla vecchia aliquota base, gli aumenti effettivi sono maggiori. […] Da notare, che il provvedimento di aumento dell’Irpef è retroattivo, cioè riguarda il 2011.
Viceversa, le imposte sono state diminuite alle imprese di capitale. L’Ires è l’imposta pagata sul reddito delle società (imprese di capitale, enti pubblici e privati, trust), che fu ridotta dal governo Prodi dal 33% al 27,5% nel 2007. Monti ha introdotto una nuova deduzione dall’Ires. Le imprese potranno dedurre dall’Ires l’imposta sulle attività produttive pagata sul costo del lavoro (Irap). Una impresa con 200 dipendenti risparmierà fino a 75.171 euro su una Irap totale di 237.900 euro.

Questa deduzione beneficerà soprattutto le grandi imprese, che hanno più dipendenti [ma non le le PMI – nota di I.C.R.]. Inoltre, va precisato che l’Irap non è una vera e propria imposta, perché al suo interno è compresa una parte del salario, quella indiretta, che va a pagare le spese sanitarie dei lavoratori. In questo modo si va a diminuire il salario due volte. Si riduce la parte indiretta, e, per compensarla, si aumentano le tasse sui consumi che gravano proporzionalmente di più sui lavoratori. In questo modo Monti ha recepito il programma della Confindustria, che da molto tempo si era impuntata sull’abolizione/riduzione dell’Irap, e sulla sua compensazione con lo spostamento della pressione fiscale verso i consumi.

Il governo Monti ha, infine, ha inserito anche una imposta patrimoniale, reintroducendo l’imposta comunale sulla prima casa, ora denominata Imu, prevista dal decreto sul federalismo fiscale. Peccato che, contrariamente a quanto si richiedeva da parte di molti a sinistra, tale tassa ha colpito tutti, compresi i piccoli patrimoni. Infatti, in Italia molti lavoratori salariati sono proprietari della casa dove vivono. Anche l’Imu è una tassa non progressiva ma proporzionale, perché si applica la stessa aliquota a patrimoni di diverso valore.

Si vede chiaramente che, in contrasto con quanto stabilisce la Costituzione, si ha uno spostamento della pressione fiscale dalle imposte dirette (progressive) a quelle indirette (regressive) e da quelle pagate dalle imprese a quelle pagate dai lavoratori. Tale tendenza era presente anche nei governi precedenti, ma è con Monti che raggiunge il suo picco. Inoltre, una parte di questo aumento iniquo avviene sul piano locale, favorito proprio dal federalismo fiscale, che nella propaganda delle Lega, e con l’assenso di molti altri partiti, avrebbe dovuto portare ad una diminuzione della pressione fiscale. […]

In sintesi, appare evidente che si è aumentata la pressione fiscale sui più poveri, cioè sulla stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti e sui lavoratori autonomi più poveri, mentre si è diminuita quelle sulle imprese e sui più ricchi. Anche sul piano della fiscalità il Governo Monti si rivela essere il governo della Confindustria.

Che fare?

[…] il primo principio da tenere presente è che la crisi del debito non può essere fatta pagare a chi ha sempre pagato e perde capacità d’acquisto da vent’anni. Essa va fatta pagare a chi si è arricchito da sempre, e in modo maggiore negli ultimi anni di forte crescita dei profitti, che per le banche e non poche grandi imprese industriali non si è ridotta neanche dopo lo scoppio della crisi dei mutui. Il secondo punto di una proposta di nuova ed equa fiscalità è che va ristabilita la progressività dell’imposizione fiscale e la centralità delle imposte dirette su quelle indirette. Quindi, da una parte:

a) vanno ridotte le aliquote delle accise e dell’Iva;

b) va abbassata la aliquota di base dell’Irpef regionale;

c) vanno esentate dal pagamento dell’Imu le prime case, fino ad un valore che escluda le abitazioni non di lusso.

Dall’altra parte, vanno:

a) aggiunti almeno altri due/tre scaglioni di reddito all’Irpef, che portino l’aliquota massima almeno al 50%, come nel Regno Unito;

b) va innalzata l’aliquota dell’Ires sulle società di capitali e ritirata la deduzione Irap;

c) vanno aumentate le imposte sulle case di lusso e sui veri grandi patrimoni immobiliari. […]


http://www.repubblica.it/economia/2012/03/05/news/fisco_entrate_2011-30973320/

Il gettito fiscale è in crescita (+1,2%)

Ma l’Italia resta il paradiso degli evasori

Lo scorso anno le entrate tributarie hanno superato i 411 miliardi di euro. Nella seconda parte dell’anno si è registrata una flessione. Decisivo l’apporto delle imposte dirette. Nonostante questo in nessun paese europeo si evade tanto (180 miliardi all’anno).

MILANO Nel 2011 le entrate tributarie erariali hanno fatto registrare una crescita dell’1,2% sull’anno precedente. Lo comunica il ministero dell’Economia precisando che il gettito totale è stato pari a 411,79 miliardi di euro (+4,823 miliardi rispetto all’anno precedente). […] Il contributo più importante al risultato delle entrate erariali, si legge nella nota del Tesoro, viene dalle imposte indirette che hanno chiuso il 2011 con +4,413 miliardi di euro rispetto al 2010 (+2,3%); le imposte dirette si sono, invece, attestate sostanzialmente allo stesso livello del 2010 (+410 milioni,pari a + 0,2%).

Secondo uno studio presentato al parlamento europeo da Tax Research London il nostro paese è il primo in Europa per evasione fiscale. L’ammontare complessivo delle tasse non pagate non ha paragoni tra i partner europei: ben 180 miliardi di euro, il 27% del gettito fiscale complessivo. Dai dati raccolti emerge che l’evasione totale nei 27, sommata all’elusione, ammonta a circa mille miliardi di euro ogni anno: un importo che, se fosse completamente recuperato, consentirebbe di ripagare tutto il debito pubblico dell’unione nell’arco di nove anni.
Alle spalle dell’Italia ci sono Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. L’evasione tedesca ammonta a 158 miliardi (il 16% del totale delle entrate fiscali). Al terzo posto la Francia, dove il mancato gettito è di circa 120 miliardi, poi Spagna con un’evasione di 72,7 miliardi e la Gran Bretagna con 74 miliardi di euro.

05 marzo 2012

http://www.eutekne.info/Sezioni/Articolo.aspx?ID=376434

Liberalizzazioni, lavoro, delega fiscale, ma il problema resta lo Stato

Enrico ZANETTI – 21 marzo 2012

Nel secondo semestre 2011, Berlusconi prima e Monti poi hanno confezionato un aumento di 2,6 punti percentuali di pressione fiscale.
C’era da salvare l’Italia, ma forse è più giusto dire che c’era da salvare l’Italia così come si trovava.
L’Italia dei mille parlamentari e della moltitudine di assessori e consiglieri regionali.
L’Italia della corruzione dilagante negli incarichi pubblici.
L’Italia dei superstipendi degli alti dirigenti pubblici e degli ottimi stipendi, paragonati a quelli del settore privato, dei dirigenti intermedi.
L’Italia della galassia di partecipate pubbliche e dell’opacità amministrativa.
L’Italia dei rimborsi elettorali dei partiti e dei ristorni di fondi pubblici alle fondazioni private dei vari big sulla breccia da oltre vent’anni.

Per salvare tutto questo, ma al contempo raggiungere il pareggio di bilancio, è stato inevitabile un salasso fiscale, gran parte del quale, peraltro, lo sentiremo concretamente solo a partire da giugno 2012: ebbene sì, il peggio deve ancora venire.

Messa la toppa e garantita la salvezza di quell’Italia, si è iniziato a pensare a come far crescere l’altra Italia, quella dell’economia privata.
Perché, anche se l’obiettivo principale è stato, evidentemente, a posteriori, salvare quell’Italia, tornerebbe comodo a tutti, anche a quell’Italia, se l’altra Italia, nonostante tutto, crescesse un po’.

Si è partiti con le liberalizzazioni, ma poi, al netto di alcune incaute e trionfalistiche affermazioni iniziali del Governo, si è preso atto che le liberalizzazioni, da sole, non possono fare il miracolo: sono moltiplicatori, non fattori di crescita e, se il fattore di crescita sta a zero, zero per mille è comunque uguale a zero.
Si è quindi passati alla riforma del mercato del lavoro, ma anche qui, con la quadratura del cerchio ancora tutta da trovare, il Governo già comincia a mettere le mani avanti: questa riforma, di per se stessa, non può certo garantire il rilancio dell’occupazione.
A breve toccherà alla riforma del sistema fiscale, la cui bozza di delega è in discussione in Consiglio dei Ministri in questi giorni.

Una bozza che non prevede alcun tipo di riduzione delle imposte (nemmeno l’IRAP), semmai ne prevede di nuove (imposte ambientali per favorire la green economy) e per il resto formula vaghe promesse di restituzione dei maggiori introiti derivanti dalla lotta all’evasione fiscale, tema su cui la bozza si concentra in larga parte.

Tra il 2000 e il 2008, la spesa pubblica è cresciuta del 20%

Inutile dire che, quando arriverà il momento, verrà precisato che una riforma fiscale con queste caratteristiche, di per se stessa, può razionalizzare il prelievo e magari renderlo più equo, ma certamente non può rilanciare l’economia.
Dai e dai, a qualcuno verrà in mente che, per poter riprendere un percorso di crescita economica di questo Paese, sia necessario intervenire sul suo settore pubblico e parapubblico che non funziona, invece che sul suo settore privato che, nonostante una simile zavorra, ancora riesce a non collassare del tutto?
Dal 2001 al 2008, la spesa pubblica è cresciuta in termini reali di oltre il 20%: basterebbe riportare le lancette all’anno 2000, aggiornato con l’inflazione, e avremmo le risorse per fare qualsiasi cosa.

Non vi è da stupirsi che, per quanto accaduto sino ad oggi, il Governo tecnico abbia il pieno sostegno dei partiti, delle istituzioni e, in senso più ampio, dell’establishment.
Vi sarà da stupirsi se, in assenza di questo auspicabile cambiamento di rotta, il Governo tecnico avrà domani il sostegno della gente.

http://www.liberoquotidiano.it/news/974997/Affitti-casa-automobili-voli-nuova-raffica-di-tasse.html

Affitti casa, automobili, voli: nuova raffica di tasse

Per trovare la copertura della riforma del lavoro il governo Monti non cambia modus operandi: tasse, tasse e ancora tasse. In arrivo un balzello pari a 2 euro per ogni passeggero aereo a partire da luglio 2013. Ma la vera stangata è ancora una volta sulla casa: la mazzata colpirà i proprietari degli immobili che non applicano la cedolare. Inoltre nel mirino il mercato auto, con un taglio delle deduzioni per l’uso delle vetture aziendali, e le assicurazioni, con una stretta sulla deduzione riconosciuta sulla tassa al servizio sanitario nazionale. […]

05/04/2012

 

http://www.finanze.it/tributi_on_line/2003/luglio/irlanda.htm#up2

Tasse in Irlanda

Principali caratteristiche del sistema tributario irlandese

La politica fiscale dell’Irlanda ha rappresentato un modello di riferimento per gli altri Paesi europei per la sua strategica applicazione che ha contribuito a favorire la grande crescita economica del Paese. Anche se alcune specifiche pratiche sono state “bocciate” nel rapporto Primarolo del 2000, ancora oggi la bassa pressione fiscale caratterizza la fiscalità di questo Paese.

La politica fiscale dell’Irlanda ha rappresentato un modello di riferimento per gli altri Paesi europei per la sua particolare evoluzione. Infatti da diversi anni il Governo ha diminuito progressivamente la pressione fiscale allo scopo di attirare o trattenere i capitali e pertanto ha favorito gli investimenti.
Attualmente la suddetta pressione fiscale del Paese si rileva tra le più basse della UE intorno al 30,01% .
Inoltre a Dublino è situato un importante Centro Internazionale dei Servizi Finanziari, che ha contribuito ad attirare i capitali esteri, e il Governo ha, inoltre, stipulato numerosi trattati per evitare la doppia imposizione (circa 41) allo scopo di favorire le relazioni commerciali.
Se esaminiamo le aliquote degli ultimi cinque anni per imprese esposte nella tabella sottostante, rileviamo una progressiva diminuzione delle stesse:

Anni Aliquota
1999 28%
2000 24%
2001 20%
2002 16%
2003 12,5%

Fonte: www.taxireland.ie

Questo tipo di tendenza si è verificata in tutti i campi della tassazione del Paese.

Per le persone fisiche, ad esempio, il sistema impositivo tiene conto del tipo di composizione del nucleo familiare, favorendo ad esempio le famiglie mono-reddito o le famiglie mono-genitoriale, mentre per i contribuenti a basso reddito sono previste totali esenzioni o particolari riduzioni.

Anche la tassazione dei redditi da capitale ha seguito questa evoluzione. Dal 6 aprile 1999 l’Irlanda ha adottato, nei confronti dei dividendi, un sistema classico di tassazione in cui le società che distribuiscono gli stessi applicano una ritenuta alla fonte e ha quindi abbandonato il sistema del credito di imposta. La ritenuta alla fonte, attualmente è pari al 20% (nel 2000 era pari al 24%).
Una ritenuta alla fonte è applicata anche sui “relevant deposit takers” ossia le banche, le casse di risparmio, i libretti di risparmio postali, ecc.. Gli interessi sui depositi dei non residenti sono esenti.

Anche il settore della tassazione dei Capital Gain ha avuto uno sviluppo simile. Il Governo, negli anni pregressi, ha rilevato che il mercato borsistico era molto stabile e le contrattazioni languivano. Ha quindi pianificato con una decisione che, da un certo punto di vista, si potrebbe definire sperimentale perché non vi è una certezza sui risultati attesi, di rivitalizzare gli scambi e in questo modo incrementare in maniera indiretta il gettito, diminuendo l’aliquota di tassazione dei Capital Gains (in pochi anni è stata dimezzata) sino a fissarla al 20%. Questo tipo di intervento ha avuto l’effetto di rivitalizzare il mercato. Ma per verificare se questo tipo di misura abbia avuto un effetto positivo anche sul gettito si dovrebbe studiare un metodo di rilevazione capace di misurare la quota di reddito convertito in Capital Gain e valutare se detta quota di reddito impiegata in un altro modo avrebbe originato un gettito maggiore.
Nonostante comunque questa aliquota così vantaggiosa, nell’ultima Legge Finanziaria approvata quest’anno è stata stabilita una misura anti elusione per coloro che spostano la residenza temporaneamente per non pagare la tassa sui Capital Gain (per alcuni contribuenti anche il 20% è troppo esoso) e rientrano nei successivi cinque anni usando a loro favore l’esenzione dei non-residenti sui Capital Gain.
Per quanto concerne la loro tassazione con riferimento ai guadagni dei contribuenti che sono residenti o altresì domiciliati in Irlanda realizzati dalla compravendita di azioni, essi sono valutati su base annuale. I contribuenti non residenti in Irlanda sono tassati soltanto per le azioni locate in Irlanda o nel Regno Unito. Le perdite di guadagno possono essere compensate con i guadagni nell’anno o in qualsiasi anno seguente, ma non possono essere compensate con altri redditi.
Altri tipi di guadagni, ad esempio la compravendita di terreni, sono soggetti ad una tassazione separata con una aliquota del 40%.
Alcuni guadagni, ad esempio quelli che provengono dalla vendita di investimenti commerciali (es. impianti e macchinari), sono esenti se i ricavi della vendita sono pienamente reinvestiti in altri investimenti commerciali e la loro la tassazione è differita sino alla vendita dell’investimento rimpiazzato. Se tali ricavi sono parzialmente reinvestiti, è prevista una parziale esenzione.

Il sistema tributario irlandese è, inoltre, dotato di un buon sistema di fisco on-line denominato Revenue On-line Service (ROS) a cui si può accedere mediante il sito www.revenue.ie e di una efficiente amministrazione finanziaria chiamata Irish Revenue, che quest’anno compie 80 anni di attività. Detta amministrazione si è impegnata a facilitare gli adempimenti fiscali e a offrire una immagine trasparente, pubblicando molti documenti che riguardano la loro attività e i loro programmi.

Molti studiosi, come abbiamo già detto, hanno osservato con interesse quanto avveniva in questo Paese che è stato caratterizzato da una grande crescita economica. Oltre comunque ad una strategica politica fiscale, il Paese è stato favorito nella comunicazione con gli imprenditori esteri anche per l’uso della lingua inglese.

di Paola Maddaluno

http://www.investireoggi.it/news/gran-bretagna-taglia-tasse-per-attrarre-investimenti/

Gran Bretagna taglia tasse per attrarre investimenti

La parola d’ordine del governo inglese è battere sui tempi la vecchia, lenta e inconcludente Europa Continentale

22-03-2012

Se in Italia si continua a parlare dell’eccessiva pressione tributaria che contribuisce a frenare produttività e sviluppo, la Gran Bretagna avvia un programma di riduzione della “corporate tax”, la tassa alle imprese. Dal 1° aprile la tassa sarà portata al 24 per cento, per poi subire un ulteriore abbattimento di due punti percentuali a partire dal 2014. E non finirà qui visto che l’esecutivo ha in programma di portare la tassazione al 20 per cento, aumentando ancora di più la differenza tra al tassazione applicata in Regno Unito ed il resto del mondo. In Usa infatti il livello di tassazione è il 18 per cento in più, in Giappone è il 16 per cento in più e anche in Francia e Germania la tassazione è notevolmente più alta.

TASSE GRAN BRETAGNA: UNA RIDUZIONE PROGRESSIVA –  Tali riduzioni operate alla corporate tax di fatto allineano intorno al 20 per cento le aliquote di tassazione previste per persone fisiche, della tassazione per le Pmi ed appunto per la corporate tax. I livelli di tassazione britannici non raggiungono quindi il livello di Dublino ( che prevede un prelievo pari al 12,5 %), ma sono molto sfidanti per il resto dei paesi europei. L’obiettivo è quindi attrarre investimenti e per questo l’Inghilterra ha confermato i programmi di ampia deducibilità degli investimenti per le Pmi, sgravi per l’industria della creatività e per le imprese che si occupano delle esplorazioni energetiche in Scozia. Inoltre verrà abbassata anche l’aliquota marginale  dell’imposta sui redditi per i guadagni oltre 150 mila euro, la quale passerò dal 50 per cento al 45 per cento a partire dal 1° aprile 2013. Le motivazioni della riduzione della riduzione sono da ricercarsi nel fatto che l’aliquota ha prodotto introiti minori rispetto a quanto preventivato, infatti le entrate sono state pari a circa 1 miliardo di euro rispetto ai tre miliardi di euro preventivati. Alla fine la riduzione di aliquota, tenuto conto dei meccanismi di elusione che sono attuati, costerà alle casse britanniche circa 100 milioni di sterline, una cifra tutto sommato modesta.

TASSAZIONE GRAN BRETAGNA: SALE LA TASSA DI REGISTRO PER GLI IMMOBILI D’ORO – Tuttavia il legislatore inglese non ha effettuato solo tagli alle imposte ed introdotto nuove agevolazioni  in quanto ha inserito, ad esempio  una disposizione legislativa che prevede l’innalzamento della tassa di registro sulle abitazioni di valore superiore ai 2 milioni di sterline ( l’aliquota passa dal 5 al 7 per cento). Modificate anche le norme che nel tempo hanno consentito a molte società di comodo di acquistare abitazioni pagando imposte tutto sommato modeste. Pertanto in futuro chi compra casa intestandola ad una persona non fisica pagherà un’imposta di registro pari al 15 per cento ed inoltre verranno potenziati i controlli per contrastare l’evasione e l’elusione fiscale.

La riforma non ha avuto costi significativi  per le casse inglesi visto che il pareggio di bilancio è sempre previsto per il 2017, e gli obiettivi di crescita del Pil sono stati confermati con un più 0,8 per cento nel 2012 ed un più 2 per cento nel 2013.

www.bravosolution.com

[Video] Intervista a Ezio Melzi – Class TV CNBC – Focus Spending Review

Il giornalista Sergio Luciano affronta il tema della razionalizzazione della spesa pubblica  attraverso l’esperienza di BravoSolution, azienda italiana che – nel Regno Unito – sta collaborando al programma di Spending Review del Governo Cameron. Il modello potrebbe essere replicato in Italia?  Risponde Ezio Melzi, DG di BravoSolution.

Argomenti trattati:

  • Efficienza e trasparenza nella gestione online degli appalti per le Olimpiadidi Londra 2012 grazie
  • Spending Review UK: il programma di razionalizzazione dei costi del Governo Cameron “affronta” la voce beni & servizi con il supporto delle soluzioni di Analisi della Spesa  di BravoSolution. Si parte con i costi dei principali Ministeri, per 60 Miliardi di sterline/anno
  • Scenario italiano
  • Benchmarking di spesa: oltre i costi standard

 

Mentre in Italia andiamo avanti così…

http://www.iltempo.it/2012/04/08/1333710-partiti_milioni.shtml?refresh_ce

08/04/2012

[…] Soltanto per restare in Europa, le Camere basse di Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna insieme spendono quanto l’Italia. Un onorevole del Belpaese costa il doppio rispetto a un tedesco o un francese. E si capisce perché. Altro che tagli. Camera e Senato hanno deciso piccole riduzioni che non intaccano il tenore di vita dei nostri rappresentanti o, nel migliore dei casi, sono sforbiciate che comporteranno modesti risparmi nel futuro. Come la storia dell’abolizione dei vitalizi, sbandierata come esempio di addio ai privilegi. In realtà non avranno l’assegno soltanto quelli che saranno eletti per la prima volta nella prossima legislatura mentre gli italiani continueranno a pagare i vitalizi di 1.464 ex deputati e 843 ex senatori. Per coprire gli assegni, compresi quelli di reversibilità, ogni anno la Camera impegna 138 milioni di euro, il Senato 79 milioni. Qualcuno ha provato pure a guardarsi indietro ma non c’è stato niente da fare. L’ordine del giorno presentato da Borghesi (Idv) a Montecitorio chiedeva di abolire il vitalizio sia per i nuovi sia per i vecchi parlamentari. Voti favorevoli: 22. Voti contrari: 498. Muro di gomma. Ogni anno la Camera dei deputati spende quasi 1 miliardo di euro, il Senato più di 650 milioni. Alcune spese sono stravaganti: più di 7 milioni per stampare gli atti parlamentari della Camera, 743 mila euro di pedaggi autostradali, 530 mila euro per l’organizzazione di mostre e conferenze, 143 mila per i servizi di guardaroba. I gruppi parlamentari di Montecitorio ottengono più di 36 milioni: 11 milioni e 869 mila per il «funzionamento», 13 milioni 420 mila per il «personale» e altri 11 milioni per le «segreterie».
Ma non potrebbero sborsarli i partiti, visto che ottengono centinaia di milioni di euro come rimborsi elettorali e hanno un avanzo mostruoso? Contiamo soltanto quelli assegnati ai movimenti per le elezioni politiche del 2008. Sono 503 milioni di euro. Troppi, dato che i partiti hanno dichiarato spese per 136 milioni. Gli altri 367 milioni sono rimasti nel loro portafoglio. Anzi, in quello dei loro tesorieri che, spesso, come nei casi della Margherita (Luigi Lusi) e della Lega Nord (Francesco Belsito) li hanno distratti per affari privati. Un arricchimento netto del 456 per cento. Pazienza se nello stesso periodo, come ha verificato la Banca d’Italia, il reddito delle famiglie italiane è diminuito del 6 per cento. Cose che capitano. Solo nei partiti. Ma c’è di più. Negli ultimi diciotto anni i partiti hanno avuto 2,25 miliardi di rimborsi, ma hanno documentato uscite per un quarto della cifra, 579 milioni. Geni della finanza. Mal di testa? Preparate l’aspirina. I partiti hanno incassato più di quanto costerà la riforma del mercato del lavoro. Ma quella la pagano i contribuenti con le tasse sulle case in affitto, sulle auto aziendali, sulle imposte d’imbarco all’aeroporto. Monti tassa, i partiti incassano e i politici spendono. Pagano sempre gli stessi: gli italiani onesti. Magna magna? Massì, tanto che il Senato impegna 40 mila euro all’anno solo per le posate. Sì, per forchette, coltelli e cucchiai. Spariscono ogni anno. Si mangiano pure quelli. Va tutto alla grande. Perché sono già due Parlamenti che vengono votati con il «Porcellum», cioè con la legge elettorale che prevede la lista bloccata che ha cancellato collegi e preferenze, eppure deputati e senatori fino al mese scorso hanno continuato ad avere in busta paga 3.690 euro al mese (4.180 per i senatori) come «rapporto eletto-elettori»: per coprire i costi di manifestazioni nel proprio collegio e per pagare i portaborse. Tra l’altro fino al 1° marzo 2012 non erano previsti controlli. Tanto che su 630 deputati soltanto 236 avevano contratti di lavoro con i collaboratori. Grande sacrificio. Hanno tagliato i benefit degli ex presidenti della Camera e del Senato. Prima avevano uffici, auto blu e segreteria a vita, adesso «soltanto» per dieci anni dopo la fine del mandato. Hanno litigato pure su questo.

 

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