Ammetto di non essere troppo un’amante del supermercato. Addirittura, ultimamente, mi prende una sorta di stato di angoscia mentre mi trovo tra le corsie dedicate ai generi alimentari ed in particolare ai prodotti freschi, quelli maggiormente deperibili. La mia piccola angoscia nasce dal pensiero che buona parte della merce in vendita finirà inesorabilmente nella spazzatura…

“In Italia si bruciano in un anno 11.201.521.410 euro di prodotti alimentari  perfettamente consumabili. E’ lo 0,72 del pil, tre volte quanto spendiamo in cooperazione internazionale, la metà di quanto dedichiamo alla ricerca”

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2012/02/03/news/lotta_contro_lo_spreco_quei_cibi_buttati_via-29228943/

Il mio desiderio sarebbe quello di poter ottimizzare l’incontro tra la domanda e l’offerta in questo settore. E’ assurda la smisurata esposizione di prodotti alimentari che viene fatta nei supermercati, esclusivamente allo scopo di invogliarci a comprare il più possibile. Vorrei che questo sistema di mercato, votato all’eccesso sproporzionato di offerta, si trasformasse in un sistema più vicino alla logica dell’on-demand, nel quale la produzione e la vendita della merce deperibile siano il più possibile commisurate alla domanda.

Ad esempio, non si potrebbe inventare un sistema di prenotazione on-line della spesa, attraverso il quale poter prenotare gli alimenti freschi che abbiamo intenzione di consumare? Si potrebbe prenotare comodamente la spesa da casa o dall’ufficio e, magari, si potrebbe recarsi al supermercato e trovare la propria spesa già pronta nelle borsine da portare a casa, spendendo giusto il tempo di pagare il conto e senza perdere tempo girovagando per le corsie, facendo la coda alla cassa, spostando tutti i prodotti dal carrello al tappeto della cassa e rispostando poi tutto quanto, un articolo alla volta, nelle borsine, per spostare infine le borsine dalla cassa di nuovo nel carrello… non so come la pensiate, ma io mi eviterei volentieri, se potessi, tutta questa trafila…

Un altro sistema per evitare l’eccessivo spreco di merce, potrebbe essere quello di dare priorità di vendita ai prodotti con la cosiddetta logica “FIFO, acronimo di First In First Out (primo ad entrare, primo ad uscire), facendo in modo che il prezzo dei prodotti freschi si riduca man mano che si avvicina la data della loro scadenza, favorendo così la loro vendita anzichè il loro scarto. In alcuni supermercati (anche se fin’ora ne ho trovato soltanto uno, a dire la verità) una strategia di questo tipo, in cui i prodotti prossimi alla scadenza vengono venduti in offerta, vengono già applicate. Questo è certamente un segnale di sensibilità, ma è logico che preferiscono non gestire la vendita in questo modo, poichè naturalmente va a discapito del loro guadagno.

E’ nato da poco anche il progetto “Last Minute Market”, che potrete trovare meglio descritto nel seguente articolo:

Problema dei rifiuti: le responsabilità della politica e dei cittadini“:

“Il meccanismo virtuoso studiato dal Last Minute Market mette in collegamento l’impresa che vuole donare il prodotto con le Associazioni no-profit che lo possono ricevere per fornire pasti a persone in condizioni di disagio economico o sociale. I primi ci guadagnano perché non devono sobbarcarsi i costi di trasporto e smaltimento, i secondi perché non devono acquistare la materia prima pur potendo assicurare alimenti validi e buoni. E’ una soluzione win-win in cui entrambi gli attori in campo vincono.”

E’ tanto innegabile quanto assurdo ed illogico il fatto che si continuino a produrre forsennatamente cibi che non vengono consumati e che vengono poi gettati via. Non sarebbe meglio avere meno quantità ma più qualità dei prodotti che consumiamo? Non possiamo poi lamentarci del fatto che gli alimenti non siano sani e sicuri, nè tantomeno del fatto che gli animali che vengono utilizzati per produrre carne, latte e uova vengono sfruttati al massimo delle loro potenzialità (anche grazie al largo uso di farmaci e prodotti chimici), a discapito sia delle loro condizioni di vita che della qualità dei prodotti che ci vengono venduti.

Vi proponiamo qui di seguito del materiale che potrebbe aiutarci a riflettere, poiché evitare quanto più possibile gli sprechi dovrebbe essere visto come un piacere, non come un dovere…

L.D.

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http://www.agricoltura24.com/zootecnia-carne-e-latte-i-paradossi-dell-import/p_2104.html

12 marzo 2010

ZOOTECNIA. Carne e latte, i paradossi dell’import

Da fuori Ue prodotti di origine animale ottenuti con pratiche qui non ammesse.

Ginevra, fine 2009, seduta interministeriale Wto: la stessa organizzazione mondiale del commercio ammette che la globalizzazione dei mercati è andata avanti senza parallelamente armonizzare le norme sulla sicurezza alimentare. Nello stesso incontro, il rappresentante Onu per l’alimentazione sollecita il Wto a rendere gli attuali accordi commerciali più coerenti con le politiche che i singoli Paesi stanno varando in materia di protezione della sanità degli alimenti.

A sua volta, la Ue, nell’import, ha dovuto spesso accettare le norme sulla sicurezza alimentare dei paesi esportatori, per non essere accusata di discriminazione e subire ritorsioni commerciali (come quelle subite nella famosa “guerra” con gli Usa per il mancato import nella Ue della carne proveniente da animali trattati con ormoni). Così, recentemente, negli accordi con Cile, Australia e Usa sul vino, la Ue ha dovuto prevedere la possibilità di importare prodotti ottenuti con pratiche non ammesse in Europa.

Il problema acquista particolare evidenza nella produzione di alimenti di origine animale. Da una parte infatti gli allevatori europei, e soprattutto italiani, devono adeguare i propri processi produttivi al pacchetto igiene, alle norme sulla sicurezza degli operatori, al rispetto del benessere animale e dell’ambiente.

Dall’altra vedono arrivare sui mercati interni carne bovina ottenuta con auxinici o conservata con lattobacilli o cloro; oppure prodotti lattiero caseari derivanti da allevamenti dove strutture produttive e procedure veterinarie sono al livello in cui erano in Italia quarant’anni fa.

CONCORRENZA SLEALE

Nella migliore delle ipotesi, i produttori esteri che possono operare senza questi vincoli ottengono dalla situazione costi di produzione più bassi, quindi prezzi d’offerta slealmente più competitivi rispetto a quelli dei prodotti ottenuti con tutte le precauzioni. Nella peggiore, la qualità scade in caratteristiche antitecnologiche o peggio in situazioni a rischio sicurezza alimentare.

Dice per esempio Roberto Arru, direttore dell’Associazione regionale produttori latte Piemonte: «Nessuno può mettere la mano sul fuoco sulla sicurezza alimentare del latte ottenuto nell’Europa dell’Est, dove la zootecnia è ancora arretrata. Questo vale anche per Paesi che ora stanno nella Ue, come Polonia o Romania. Non è infrequente che il latte proveniente da questi Paesi finisca per far registrare livelli elevati di carica batterica o di cellule somatiche».

DA SUDAMERICA E USA
Problemi anche nel caso della carne bovina importata dal Sudamerica. Eclatante il caso del monensin sodico, un farmaco antimicrobico che controlla le fermentazioni ruminali e che ha proprietà coccidiostatiche, dunque in grado di migliorare le performance produttive. E’ stato bandito nella Ue nel 2003 ma non nel resto del mondo. Per prevenire l’insorgenza di antibiotico-resistenze la Ue lo aveva escluso dagli allevamenti con il reg. 1831/2003, che vieta la somministrazione agli animali di prodotti auxinici. Ma i produttori di carne bovina di Brasile, Argentina, Uruguay, Stati Uniti hanno continuato a usarlo.

Situazione simile quella di alcuni metodi per conservare le carcasse, vietati nella Ue ma consentiti in Sudamerica e negli Usa, che esportano in Europa e in Italia grandi quantità di carne bovina. Tra questi metodi preclusi ai nostri produttori c’è l’irradiazione delle carcasse con raggi gamma, molto diffusa negli Stati uniti, oppure il loro trattamento con acque ricche di cloro (operazione vietata dalla direttiva 98/83/Cee), oppure l’uso di lattobacilli.

L’incredibile durata del sottovuoto delle carni argentine, fino a 120 giorni, è dovuta anche al fatto che nelle relative confezioni i produttori locali possono utilizzare i lattobacilli. I produttori europei invece non possono usare lattobacilli a causa dei vincoli del pacchetto igiene (quattro regolamenti Ue del 2004 entrati in vigore nel 2006), che dice che il prodotto agroalimentare fresco non può subire trattamenti, quindi il loro sottovuoto non riesce a superare i canonici 30-40 giorni.

Giorgio Setti – Terra e Vita n.10/2010

Documento “Allevare gli animali: le conseguenze sull’ambiente e sulle persone” (pdf)

“[…] Vi  siete  mai  chiesti  come  viene  prodotta  la  carne  che  trovate  al  supermercato,  ben impacchettata e ordinatamente disposta sugli scaffali? Se ripercorriamo al contrario la filiera, possiamo scoprire molte informazioni interessanti su come vengono allevati gli animali e sui danni  ambientali  che  derivano  dalla  produzione  della  carne,  delle  uova,  del  latte  e  dei formaggi che quotidianamente mangiamo.

Negli ultimi decenni, a livello mondiale ha preso piede un metodo di allevamento che molto si allontana dalle tradizionali tecniche usate dall’uomo. Si tratta dell’allevamento industriale, un  metodo  intensivo  di  produzione  che  consente  di  diminuire  i  costi  di  produzione  e parallelamente di aumentare la quantità di carne prodotta: in pratica consente di produrre di più in modo più economico e veloce! Questo consente di vendere la carne, che è sempre stato un bene che in pochi potevano concedersi il lusso di mangiare, a prezzi più bassi. Non bisogna  farsi  trarre  in  inganno  però,  infatti  il  costo  della  carne  è  basso  solo  per  il consumatore, ma non lo è per l’ambiente, né tanto meno per gli animali, che scontano un prezzo molto alto: negli allevamenti spesso non viene rispettato il benessere degli animali e vengono prodotte sostanze inquinanti dannose per l’ambiente […]”

PAUL CRUTZEN (Premio Nobel per la chimica 1995):

“La natura non esiste, o almeno non esiste più: io ero partito per studuarla, ma col tempo mi sono accorto che ormai dovunque c’è lo zampino dell’uomo. Per questo ho coniato la parola “antropocene” per indicare l’era in cui viviamo, in cui più che essere la natura a determinare il destino degli uomini, è l’uomo a determinare il destino della natura.”

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Libro: “Benvenuti nell’Antropocene. L’uomo ha cambiato il clima. La Terra entra in una nuova era” di Paul J. Crutzen

http://www.peacelink.it/ecologia/a/10462.html

[…] “Nel secolo scorso la popolazione è quadruplicata fino a raggiungere i 6 miliardi di individui attuali“, scrive Crutzen. “La superficie coltivata è raddoppiata, quella irrigua è quintuplicata, la produzione industriale è aumentata di 40 volte, mentre diminuivano le foreste e le specie dei grandi animali“.

Il prezzo pagato per quest’espansione è stato pesante: l’attività umana ha accresciuto di una o due volte l’erosione del suolo rispetto ai ritmi naturali degradando circa due miliardi di ettari, una superficie che equivale alla somma di Stati Uniti e Canada. In poco più di due secoli, l’Antropocene ha lasciato un’impronta devastante sull’equilibrio del pianeta.

Ad esempio, nel 1970 la quantità di azoto fissata dall’uomo, attraverso l’uso di fertilizzanti, era pari a circa 90 milioni di tonnellate l’anno (un intervento analogo a quello della natura): oggi si è arrivati a 120 milioni di tonnellate. Buona parte di questi fertilizzanti va a inquinare le falde idriche e ad esasperare i processi di eutrofizzazione di laghi e fiumi.

Se l’azoto abbonda, l’acqua scarseggia in 80 paesi che ospitano il 40 per cento della popolazione mondiale. Il consumo globale di acqua è triplicato dal 1950 ed è previsto un aumento del 40 per cento nei prossimi vent’anni. Il corso dei fiumi è stato stravolto con 45 mila dighe che trattengono 7 volte più acqua di quella che si trova nei bacini idrici naturali, ma molti rubinetti continuano a restare a secco.

La minaccia più grave, tuttavia, viene dal clima. La quantità di gas serra emessi dall’uomo “ha superato i livelli dell’intero Quaternario e nessuno sa quali potranno essere le conseguenze. Il cambiamento, inoltre, è stato decine di volte più rapido dei cambiamenti più bruschi avvenuti negli ultimi 740 mila anni (…) I livelli di anidride carbonica e metano sono i più alti mai registrati negli ultimi 15 milioni di anni“. […]

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http://www.scienzainrete.it/consumi-e-ambiente-europa

Consumi e ambiente in Europa

[…] 13 marzo, 2012

Cibo e bevande

Se consideriamo l’analisi del ciclo di vita dei prodotti che ogni giorno troviamo sulla nostra tavola, questa comprende alcune tappe ognuna delle quali incide, seppur in maniera differente, sull’inquinamento ambientale. Il consumo di cibo e bevande è responsabile del 15% delle emissioni di gas serra e, fra le categorie di impatto dovute al consumo, contribuisce al 20-30% dell’inquinamento ambientale in Europa. La produzione agricola è senza dubbio la fase che pesa in misura maggiore, seguita poi dai processi industriali. Un’analisi delle abitudini alimentari degli europei indica che carne e formaggio sono i prodotti che più spesso si trovano sulle loro tavole. Proprio quegli alimenti che hanno un’impronta ecologica più grande. Altri fattori che incidono sull’ambiente sono il dispendioso uso di acqua in regioni che soffrono di siccità, il sovrasfruttamento della pesca e l’elevata quantità di alimenti che ogni giorno finiscono nella spazzatura, perché scaduti o non consumati. […]

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http://www.cittanuova.it/contenuto.php?TipoContenuto=web&idContenuto=36078

Il boom della vendita diretta

26-08-2011  di Chiara Andreola

Sempre più clienti per gli agricoltori italiani. Un fenomeno che rivela  una sofferenza ormai nota di questo settore. Ma anche un – genuino, è il caso di dirlo – interesse dei consumatori.
Se parlate con gli anziani, specie nelle campagne, vi diranno che avete scoperto l’acqua calda: loro a comprare – o scambiare – latte, frutta e verdura direttamente dall’agricoltore ci sono sempre andati. Eppure quando, partendo dagli Stati Uniti, i farmer’s markets (mercati dell’agricoltore) sono diventati quasi una moda, si erano posti come la grande novità del momento: in un mondo dove la lunghezza della filiera finiva per stringere sia il produttore che il consumatore in una morsa di prezzi in calo nel campo e in crescita al banco – nonché in una qualità del cibo spesso scadente – far incontrare direttamente le parti sembrava la quadratura del cerchio. Finalmente gli agricoltori avrebbero potuto farsi pagare il giusto, e i consumatori gustare un prodotto genuino.

Una crescita continua

In effetti oltreoceano il successo è stato anche troppo: secondo quanto riferisce il New York Times, il numero di farmer’s market ha ampiamente superato la domanda, tanto che il loro incremento – oltre 7 mila in tutto il Paese, di cui un migliaio aperti solo quest’anno – finirebbe semplicemente per “mascherare” il fatto che gli agricoltori devono piazzare i loro prodotti in sempre più punti vendita per garantirsi un guadagno accettabile. Secondo una ricerca della Oregon State University, peraltro, circa la metà dei mercati aperti nello Stato tra il 1998 e il 2005 hanno chiuso.

In Italia i farmer’s market sono arrivati con la Finanziaria 2007, che consentiva agli agricoltori di vendere direttamente i propri prodotti. A dispetto delle accuse di concorrenza sleale da parte dei commercianti, basate soprattutto sui dubbi in merito all’effettivo rispetto di normative igienico-sanitarie e fiscali, hanno prosperato: secondo l’ultimo rapporto presentato da Coldiretti e Campagna Amica, nel 2010 in Italia i mercati aperti hanno toccato quota 705, con una crescita del 28 per cento rispetto all’anno precedente. Il 60 per cento di questi si trova al Nord, con il Piemonte in testa a quota 105. A servirsene sono stati 8,3 milioni di italiani e 16 mila imprenditori agricoli, con un aumento dei giorni di apertura che sfiora il 150 per cento e un fatturato totale di 320 milioni di euro.

Gli agricoltori italiani, tra provocazioni e strategie anticrisi

Anche in Italia, tuttavia, queste iniziative hanno dato sfogo ad una difficoltà più ampia del settore agricolo: quella legata alla caduta dei prezzi, che ha spinto anche quest’estate ad iniziative provocatorie come la distribuzione gratuita di frutta e verdura in piazze e spiagge italiane allo slogan “meglio regalarla che svenderla”. O, peggio, lasciarla marcire nei campi, come è accaduto a 2 milioni di quintali di angurie nel Salento. Gli ultimi dati Ismea e Istat evidenziano un calo del 29 per cento nel prezzo pagato all’origine, ma un aumento dell’1,6 sugli scaffali del supermercato: il caso più eclatante è quello della lattuga, che lievita da 0,23 a 1,50 euro al chilo; ma non sono da meno le pesche, che da 30 centesimi passano a quasi 2 euro. «La vendita diretta – affermano dall’ufficio stampa di Coldiretti –, partita in azienda e poi allargata alle piazze, sta diventando sempre di più il modo per farsi conoscere ed affrontare questo problema». Sono circa 60 mila, ormai, gli imprenditori che hanno intrapreso questa strada, «cercando sempre nuovi modi, luoghi e canali per proporsi. E il riscontro è buono». Tanto che, secondo le stime di Campagna Amica, i punti vendita sarebbero ormai saliti ad 800.

Indubbiamente c’è una motivazione economica, e non solo per il produttore. Secondo i dati elaborati da Nomisma, su 100 euro di spesa alimentare in Italia, il trasporto si porta via 5 euro e 70, le spese promozionali 5, e il packaging ben 8 euro e 50: comprando prodotti a km 0, sfusi e non pubblicizzati, dunque, avremmo tagliato quasi 20 euro di costi. Non sarà molto, ma in tempi di crisi non si butta via niente. Però nel Bel Paese, che vanta una tradizione enogastronomica famosa in tutto il mondo, c’è ben di più: secondo un sondaggio condotto da Coldiretti, il 60 per cento di chi è andato in vacanza ha scelto un goloso prodotto tipico come souvenir, e secondo un’indagine Swg la buona tavola è un ingrediente fondamentale nel successo delle ferie per il 35 per cento degli italiani. Dati che fanno pensare che l’interesse per il cibo sano e genuino, nonché la fiducia nell’agricoltore e nel suo aver davvero coltivato ad arte il suo prodotto, non è soltanto una questione di prezzo – peraltro, fa notare Confcommercio, non sempre e necessariamente più basso –: tanto che su internet si trovano facilmente motori di ricerca che consentono di trovare il farmer’s market più vicino a casa propria, come www.mercatidelcontadino.it. Anche se l’estate, stagione di frutta e verdura per eccellenza, è ormai alla fine, non è troppo tardi per approfittarne.

http://www.mercatidelcontadino.it/

Cosa sono?

  • priorità ai piccoli produttori
  • mercati ‘senza mercanti’, che accorciano la filiera in quanto permettono l’incontro diretto tra produttore e consumatore
  • luoghi di convivialità, dove è possibile fermarsi, parlare, consumare un pasto e un bicchiere di vino in compagnia, dove fare la spesa non è più solo un atto “funzionale” ed alienante, ma un tempo riconquistato al piacere e alla socialità
  • vendita di prodotti su scala locale (provinciale-regionale): l’idea è anche quella di evitare il trasporto su lunghe distanze e di riscoprire il rapporto con il proprio territorio
  • apertura puntuale anche alle “agricolture di fatto”: piccolissimi produttori, come chi coltiva per l’autoconsumo, ma periodicamente ha delle eccedenze da vendere (ad. es. agriturismi…)
  • tecniche biologiche di coltivazione dei prodotti
  • rispetto delle stagionalità: i mercati contadini permettono di ritrovare immediatamente il senso delle stagioni, in quanto il prodotto coltivato fuori stagione richiede consumi eccessivi di energia

Monteveglio città di transizione

Monteveglio è la prima città in Italia in cui nasce un’iniziativa di Transizione sul modello delle tante già avviate in Inghilterra e in altri paesi del mondo.

Siamo ora nella primissima fase di un processo che cercherà di immaginare e creare una comunità in grado di superare felicemente la sfida e i rischi connessi ai fenomeni combinati del Riscaldamento Globale e del Picco del Petrolio.

Il movimento di Transizione crede che solo con il coinvolgimento diretto di ogni comunità in tutte le sue componenti, cittadini, attività commerciali e produttive, amministrazione locale, associazioni, scuole si possano fare emergere le soluzioni più innovative ed efficaci per rispondere alle difficili sfide dei prossimi anni.

Ma soprattutto crediamo che riorganizzando il nostro modo di vivere in forme più sostenibili, solidali, responsabili e in armonia con la natura produrremo prospettive di ricchezza e benessere davvero desiderabili da tutti.

Il nostro lavoro è appena cominciato, ma ci confortano i risultati già raggiunti da chi è partito prima di noi. In questo blog raccoglieremo il diario di questa avventura, sperando che molte altre comunità italiane possano seguirci al più presto.

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http://oggiscienza.wordpress.com/2012/03/23/i-costi-dellinazione/

I costi dell’inazione

Pubblicato da Marta Picciulin – 23 marzo 2012

AMBIENTE – La strategia dello struzzo ci costerebbe 1.4 miliardi di dollari da qui a fine secolo. A tanto, infatti, ammonterebbe il costo dei danni creati dai cambiamenti climatici nel caso in cui non venisse presa alcuna misura efficace di riduzione dei gas serra in atmosfera. A dirlo è il rapporto Valuing the Ocean Environment: Economic perspectives pubblicato in questi giorni dal SEI (Stockolm Environmental Institute).

Per giungere a una simile conclusione Frank Ackerman e Elizabeth A. Stanton, autori del rapporto, hanno preso in considerazione due possibili scenari futuri, descritti in precedenza dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC).

Il primo (low emission scenario) prevede una rapida riduzione delle emissioni di gas serra e quindi il raggiungimento di una temperatura media di “solo” 2.2 °C al di sopra dei livelli pre-industriali entro il 2100. Il secondo (high emission scenario) assume il mantenimento delle emissioni al livello attuale, con un conseguente aumento di 4 °C della temperatura per fine secolo.

I ricercatori hanno quindi calcolato l’impatto economico dei cambiamenti climatici su pesca e turismo, sulla gestione del territorio (a seguito degli uragani e dell’innalzamento del livello del mare) e sulla capacità degli oceani di assorbire il carbonio atmosferico per ognuno di essi. Ne emerge una discrepanza di 1,4 miliardi di dollari: il costo dell’inazione.

Il fardello maggiore spetterebbe agli stati tra i più poveri, soprattutto quelli africani e asiatici, dove è prevedibile una riduzione delle catture di pesca e un innalzamento del livello del mare (ad es. in Vietnam e Bangladesh) con conseguenze severe sulle popolazioni locali e sul turismo.

Tutto questo, ovviamente, senza calcolare l’incalcolabile, cioè il valore delle specie e degli habitat che finirebbero inesorabilmente persi.

http://www.greenme.it/informarsi/citta/7259-venezia-sommersa

Venezia è destinata ad affondare prima del previsto

23 Marzo 2012, Verdiana Amorosi

Venezia scende ogni anno di 2 mm e tende a spostarsi verso est. Il capoluogo veneto avrà lo stesso destino della mitica Atlantide, sommersa dalle acque e sprofondata negli abissi?

A far porre questa domanda sono i dati allarmanti provenienti dall’ultimo studio sulla città lagunare portato avanti da un team di studiosi dello Scripps Institution of Oceanography dell’università della California, dell’università di Miami e dell’azienda italiana Telerilevamento Europa, che hanno evidenziato come la città veneta tenda non solo ad abbassarsi di 2 mm ogni anno, ma a spostarsi anche progressivamente verso est. […]

Risultato delle analisi?

Venezia sprofonda circa 2 millimetri l’anno, le isole della laguna calano di 2-3 millimetri nella parte nord e 3-4 in quella sud, mentre il movimento verso est è di 1-2 millimetri.

L’unione delle misure Gps e satellitari ha catturato i movimenti degli ultimi 10 anni con una precisione impossibile con uno solo dei due mezzi – ha fatto sapere Shimon Wdowinski, dell’università di Miami – è uno spostamento minimo ma significativo“.

Di diverso avviso invece gli esperti del CNR, che da anni seguono la situazione della laguna:

Sono d’accordo con i numeri trovati dalla ricerca, ma non con l’interpretazione che si dà dei dati – spiega Luigi Tosi, geologo dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr – il fatto che la laguna si abbassi di pochi millimetri l’anno era stato già osservato da diverse ricerche precedenti, per cui la conclusione che “Venezia ha ricominciato ad affondare” mi sembra forzata“.

Secondo i ricercatori italiani, quindi, ciò che scaturisce dallo studio californiano era già noto, ma questo non è un buon motivo per sottovalutare il problema, soprattutto perché il Mose (che entrerà presto in funzione) non sarà sufficiente ad impedire lo sprofondamento:

L’abbassamento va sommato all’innalzamento delle acque, che potrebbe arrivare addirittura a 50 centimetri entro fine secolo – ha continuato Tosi – il Mose è progettato per entrare in azione solo per maree superiori a 110 centimetri, quindi 10-20 volte l’anno. In caso di un innalzamento così grande delle acque, però, la quota di 110 centimetri verrebbe superata molto più spesso, fino a 200 giorni l’anno“.

Per questo lo stesso Tosi, con l’aiuto di alcuni matematici dell’università di Padova, sta studiando un nuovo metodo per impedire lo sprofondamento della città lagunare attraverso un pompaggio di acqua dal sottosuolo:

“Il modello teorico funziona molto bene, ma ancora servirà molta ricerca per metterlo in pratica – ha sottolineato l’esperto – si potrebbe aiutare il Mose con un innalzamento di circa 10 centimetri”. Insomma, la città continua a sprofondare, ma la soluzione sembra ancora lontana!

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