Le cause dei continui ritardi nella realizzazione di qualunque tipo di infrastruttura che si voglia realizzare nel nostro paese, sono almeno di due tipi:

1. Da una parte la burocrazia eccessivamente lunga ed un po’ troppo tortuosa e macchinosa, che spesso scoraggia gli investimenti da parte di società sia nazionali che straniere;

2. Dall’altra parte il parere spesso sfavorevole da parte dei cittadini, guidati da ragioni di tipo emotivo ma privi di un solide fondamenta di logica razionale.

Vediamoli un po’ più nel dettaglio.

L.D.

1) Livello 1: la burocrazia

Il “menù” che vi proponiamo riguarda qualche esempio concreto di infrastrutture recentemente abbandonate da investitori stranieri, i quali hanno perso ogni speranza (insieme a diversi milioni di euro…) ed hanno deciso di lasciar perdere tutto, creando dei pericolosi precedenti per l’Italia…

Puntata di Nove in punto – la versione di Oscar “C’è chi investe in Italia e cresce anche fuori” del 14 marzo 2012:

Torniamo a parlare di infrastrutture e di trasporti. Oltre ad essere uno dei gap italiani le grandi opere rivelano inoltre un’altra debolezza del nostro sistema, quello del processo decisionale e della sua infinita incertezza. Insomma tra veti degli Enti locali interessati e ricorsi, è sempre possibile, in qualunque momento, l’interruzione della realizzazione delle opere.

Puntata di Nove in punto – la versione di Oscar “L’Italia del non fare” dell’8 marzo 2012:

Veolia, il gigante francese, abbandona la Calabria dove gestisce il trattamento dei rifiuti. La bassa crescita, una legislazione a dir poco ostile e la difficoltà nel recupero di 100 milioni di crediti tra i motivi dell’abbandono. Sullo sfondo la crisi mondiale che costringe le aziende ad investimenti più selettivi e verso i Paesi più competitivi. Emergenza continua dunque.

Puntata di Nove in punto – la versione di Oscar “L’Italia dei veti” del 7 marzo 2012:

Undici anni non sono ancora bastati a far partire il rigassificatore di Brindisi così British gas Italia decide (forse) di mollare l’investimento. Un impianto gemello a quello brindisino per grandezza e data del progetto è già operante da tempo nel Galles. Fatti tutti i distinguo il caso deve comunque far riflettere.

Un paio di esempi:

“…Il 6 marzo dopo 11 anni e 250 milioni di €uro spesi, British Gas abbandona il progetto del rigassificatore di Brindisi…”

“L’harakiri di Brindisi sul rigassificatore. Storia di un progetto fallito” – Il Sole 24 Ore – 7 marzo 2012

http://frewslvb.blogspot.com/2012/03/la-british-gas-scappa-dallitalia-dopo.html

08/03/12

La British Gas scappa dall’Italia dopo 11 anni di labirinto burocratico

[…] se ne va dall’Italia con queste mortificanti parole del suo numero uno: Noi pensiamo che il governo Monti, così come si rivolge agli investitori finanziari, dovrebbe inviare messaggi altrettanto chiari e rassicuranti agli investitori industriali, che hanno un enorme bisogno di certezze”. […] La Banca Mondiale ci colloca al 96° posto per il livello dei permessi di costruzione concessi, il World Economic Forum al 79° per qualità delle infrastrutture, il Nimby Forum (nimby come acronimo di ‘not in may backyard” cioè “non nel mio giardino”) quantifica in 331 i progetti bloccati per veti locali, per il 60% ad opera di liste civiche. Parliamo di opere essenziali per lo sviluppo del paese: rigassificatori, decisivi per assicurare al paese lo stock energetico necessario (ne abbiamo due, ne servono almeno altri due); centrali energetiche (anche quelle “rinnovabili” vengono contestate); termovalorizzatori; nuovi impianti industriali ; infrastrutture strategiche come la Tav. Dispiace che debba essere la British Gas, che in una zona ambientalmente protetta del Galles ha fatto funzionare in meno di cinque anni un impianto identico a quello abortito di Brindisi, a darci questa lezione: “Il Paese dovrebbe interrogarsi perché, sul piano internazionale, si ha la netta percezione che investire in Italia sia rischioso, veti locali e immobilismo decisionale sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia”. Non è colpa di questo governo nato da tre mesi, sia chiaro, ma proprio questo governo – in quanto sostenuto da una maggioranza parlamentare trasversale- è nelle condizioni di proporre una soluzione legislativa che ponga fine alla dittatura di minoranze rumorose e talora anche violente che paralizzano il Paese impedendo la realizzazione di opere strategiche per lo sviluppo.

  • Centrale di Mercure

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-08-02/stop-centrale-mercure-224425.shtml?uuid=AbpozWIG

Stop alla centrale di Mercure

di Federico Rendina – 3 agosto 2012

Dodici anni di tormenti autorizzativi e poi la fucilata burocratica. Che rischia di mettere la parola fine a quella che sembrava una buona idea dell’Enel: trasformare la vecchia e inquinante centrale a lignite e olio combustibile di Mercure, nel comune calabrese ma ai confini della Basilicata di Laino Borgo (Cosenza), in un moderno impianto a biomasse capace di produrre energia riciclando il copioso legname prodotto dalla manutenzione del Parco del Pollino, aggiungendo magari un po’ di sottoprodotti agricoli. di Federico Rendina – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/5tHHa

http://www.gazzettadelsud.it/news/cosenza/7259/Il-comitato-pro—E–sicura-.html

Il comitato pro: “E’ sicura”

03/08/2012

Manifestazioni di proteste proclamate dal comitato pro-centrale del Mercure che ha rivolto anche un appello al presidente del consiglio Monti e al ministro all’ambiente Clini per la riattivazione della centrale del Mercure dopo lo stop arrivato dal Consiglio di Stato

[…] “In questo modo – sostiene il comitato – si mandano in fumo migliaia di preziosi posti di lavoro nella filiera delle biomasse che vive già una profonda crisi,  devastando le aspettative di tante famiglie e si vanificano 10 anni di lavori e autorizzazioni”. La centrale riconvertita a biomasse, realizzata con tecnologie all’avanguardia e dotata di tutte le misure di sicurezza, dalla provata compatibilità ambientale  poteva segnare , secondo il comitato, una svolta per lo sviluppo del territorio. “Si butta al vento una importante opportunità non per anomalie tecniche, ma per cavilli burocratici”. […] “Che Paese è mai questo? Non bastassero i problemi in cui ci troviamo per gli effetti di una crisi globale; non bastassero i problemi per una gestione precedente del Paese che a definirla allegra si rischia di passare per buonisti e che ha portato la gestione attuale a deliberare misure di ‘lacrime e sangue’ per le famiglie, adesso ci si mette anche la burocrazia ad annullare quelle piccole cose buone che, nonostante le difficoltà, stavano vedendo la luce“. […] “Dopo anni di ricorsi e controricorsi dei signori del ‘no’ – prosegue la nota – che, approfittando del fatto che non sopportano alcuna conseguenza quando non si vedono riconoscere le loro puerili ragioni, continuano a godere masochisticamente delle mancate occasioni di sviluppo, allungando a dismisura i tempi degli investimenti, col rischio di far fuggire le aziende che intendono investire sul territorio. Nonostante tutto la Centrale del Mercure, sita nel Comune di Laino Borgo stava per essere riportata nelle condizioni di partire in produzione. Pronta per partire lo era già da sette anni, ma dopo un periodo così lungo di fermo, dovuto sempre ai ricorsi presentati, c’é stato bisogno di oltre un anno di manutenzione per rimetterla in sesto con conseguente ulteriore esborso economico a carico dell’azienda“. […]

2) Livello 2: i cittadini

Sindrome NIMBY (da Wikipedia):

“Con NIMBY (acronimo inglese per Not In My Back Yard, lett. “Non nel mio cortile”) si indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili. L’atteggiamento consiste nel riconoscere come necessari, o comunque possibili, gli oggetti del contendere ma, contemporaneamente, nel non volerli nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni sull’ambiente locale.[…] La facile attribuzione della qualifica di NIMBY alle opposizioni ad un progetto può squalificare a priori le eventuali valide argomentazioni portate contro il progetto, ad esempio le critiche su vari aspetti del piano, dall’impatto ambientale alle valutazioni sulla sua effettiva utilità fino alle osservazioni in merito agli interessi economici che lo supportano. […] Se la sindrome NIMBY colpisse ogni abitante della Terra diventerebbe di fatto impossibile prendere quei provvedimenti indispensabili a ogni comunità che risulterebbero fastidiosi per la relativa zona coinvolta. Si arriverebbe così al paradosso che pur riconoscendo un impianto come essenziale, o comunque valido, non si riuscirebbe ugualmente a erigerlo. D’altra parte anche la possibilità opposta, per cui nessun abitante della Terra fosse motivato a tutelare il territorio in cui vive, risulterebbe devastante dal punto di vista non solo ambientale. Gli anglofoni, per indicare la degenerazione estrema della sindrome NIMBY, utilizzano l’acronimo BANANA che sta per Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything (lett. “Non costruire assolutamente nulla in alcun luogo vicino a qualunque cosa”).”

Per approfondire: www.nimbyforum.it

Nel nostro Paese lo sviluppo infrastrutturale incontra continui ostacoli e ritardi, con conseguenti perdite economiche, tensioni sociali e incertezze. Nimby Forum® si pone l’obiettivo di sensibilizzare i diversi stakeholder verso un percorso che concili progresso e tutela del territorio, interessi pubblici e privati, impresa e governo, sviluppo e sostenibilità. […]

Per superare diffidenze e opposizioni è essenziale intraprendere opportune azioni di informazione basate sulla trasparenza e sul dialogo, sulla negoziazione e sulla partecipazione. È indispensabile creare un clima di fiducia reciproca tra l’impresa/ente proponente il progetto e il territorio, con l’obiettivo di rendere i cittadini partecipi delle decisioni.

Oggi i grandi progetti devono confrontarsi con una molteplicità di attori che hanno, ciascuno, il proprio interesse specifico sul territorio: comitati di liberi di cittadini, associazioni ambientaliste, associazioni di categoria, media. Diventa quindi prioritario avviare fin da subito una politica del consenso intrinseca al progetto stesso, che ne faciliti l’iter burocratico di approvazione e renda possibile la successiva fase costruttiva. Il ruolo della comunicazione – intesa come interazione tra soggetti – e in particolare delle relazioni pubbliche territoriali, è fondamentale per allentare le tensioni sociali sul territorio.

Tutto questo a patto che le politiche di programmazione territoriale siano correttamente impostate. L’esigenza di un nuovo impianto o di una nuova infrastruttura deve nascere a valle ed essere coordinata con il Piano Territoriale Regionale, la pianificazione urbanistica, paesistica e delle infrastrutture, la valutazione dell’impatto urbanistico di rilevanti opere pubbliche e insediamenti produttivi e con l’ottenimento delle necessarie autorizzazioni per quella tipologia di impianto (Valutazione di Impatto Ambientale, Valutazione Ambientale Strategica, eccetera). Inoltre, l’impianto o l’infrastruttura deve rispondere a tutti i requisiti tecnico progettuali in grado di garantire la massima sicurezza e il minimo impatto nella direzione della cosiddetta BAT (Best Available Technology).

Nimby Forum® è un progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall’associazione no profit Aris – Agenzia di Ricerche Informazione e Società.

Nato nel 2004 con l’obiettivo di analizzare l’andamento della sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), Nimby Forum® costituisce oggi il primo e unico database nazionale delle opere di pubblica utilità che subiscono contestazioni e si è accreditato come importante think tank sul tema.

Secondo i risultati della settima edizione del progetto, in Italia sono 331 le infrastrutture e gli impianti oggetto di contestazioni.

Al fine di compiere un’analisi dell’andamento del fenomeno Nimby (Not In My Back Yard) a livello nazionale, Nimby Forum® ha creato l’Osservatorio Media Permanente, che attraverso il monitoraggio quotidiano di una rassegna stampa tematica censisce e analizza gli impianti contestati in Italia, e ha costituito un Tavolo di confronto, che annovera i Delegati rappresentanti delle maggiori organizzazioni nazionali (istituzioni, imprese, associazioni) coinvolte dal fenomeno. […]

Oggi Nimby Forum® è depositario del più importante patrimonio informativo in Italia sul tema delle contestazioni territoriali in opposizione alla realizzazione di nuovi impianti e si pone come centro di raccolta e analisi di dati e informazioni al fine di trasformarli in conoscenza condivisa. L’area riservata di questo sito contiene il database degli impianti monitorati e contestati, le analisi dell’Osservatorio Media e tutta la documentazione prodotta in seno a Nimby Forum®, nonché contributi esterni e atti che possono completare l’informazione sui temi oggetto del Forum.

http://www.energiaspiegata.it/component/content/article/38-primo-piano/965-dati-nimby-

In fieri. L’Italia che vuole cambiare

12 marzo 2012

di Alessandro Beulcke, presidente Aris

A fine febbraio l’Osservatorio Nimby Forum® ha presentato i dati del 2011 sull’evoluzione del fenomeno Nimby nel nostro Paese. Dati ancora in crescita, purtroppo, che segnalano quanto sia radicato il problema. Ma qualcosa comincia a muoversi. Nuove modalità di coinvolgimento si stanno facendo largo: tutte esperienze da mettere a frutto per elaborare nuove regole condivise che facilitino il confronto pubblico e aprano una nuova stagione di crescita per il paese.

Il nostro tempo è liquido – da una felice definizione di Zygmunt Bauman – ma è in crisi di liquidità, segnato dalla pesante crisi strutturale che si è determinata negli anni per il sommarsi di fattori diversi e concomitanti. La crisi finanziaria è un fenomeno globale e rappresenta soltanto uno di questi, ma se nel nostro Paese ha colpito più duro che altrove è perché il Paese è fragile, strutturalmente fragile.

In ogni edizione dell’Osservatorio Nimby Forum®, e siamo ormai giunti alla settima pubblicazione, abbiamo visto confermarsi dati che disegnavano, anno dopo anno, un paese fermo, un’economia stagnante, veti reciproci, politiche di corto respiro.

Alcuni indicatori internazionali ufficiali descrivono chiaramente la situazione: la Banca Mondiale ci colloca al 96° posto al mondo nella categoria “Dealing with construction permits” mentre secondo il Worl Economic Forum ci posizioniamo al 79° posto per qualità delle infrastrutture. I dati del Nimby Forum®, le case story e le testimonianze che raccogliamo, analizzano gli stessi dati che gli organismi internazionali ci restituiscono così duramente, ma ci forniscono qualche dettaglio, qualche spiegazione in più. Alla fotografia si unisce un racconto. Al globlale, uniamo l’esperienza locale e puntuale.

Gli impianti e i progetti contestati e bloccati sono oggi 331, con un trend in crescita rispetto all’anno scorso. Infrastrutture di rete e infrastrutture viarie, impianti per la produzione di energia, da qualunque fonte: dalle tradizionali all’eolico e alle biomasse, dal fotovoltaico all’idroelettrico. E poi ancora termovalorizzatori e rigassificatori: il fenomeno Nimby ha attecchito ovunque. Di questi impianti e progetti circa la metà sono presenti nei dati dell’Osservatorio da più edizioni: si tratta quindi di progetti fermi da anni, di opere che tra contestazioni, corsi e ricorsi, pronunciamenti e contropronunciamenti, restano al palo e rappresentano, affatto simbolicamente, una della cause che ci relegano al fondo della classifiche internazionali. E soprattutto, miliardi di euro di investimenti bloccati alle frontiere, o che comunque riscontrano serie difficoltà a iniettarsi nel Paese.

Crediamo però che qualcosa stia cambiando. Un’Italia che vuole cambiare, crescere e innovare, esiste, ed è sempre esistita. Oggi forse questa Italia ha qualche opportunità in più. Innanzitutto perché il Governo “tecnico” in carica è interessato ovviamente dalla composizione e dal dibattito parlamentare ma, a oggi, disinteressato dal consenso elettorale. E paradossalmente, proprio per questo ottiene maggiore consenso. È un Governo chiamato a fare, dalle esigenze ormai pressanti e ineludibili, come raramente nella storia repubblicana. Per il “Paese del non fare” è una novità importante. Confidiamo, come Osservatorio, che il Governo abbia in animo di fare anche sul tema dello snellimento delle procedure, della definizione di un quadro normativo nazionale per la gestione efficace del confronto pubblico.

Ma questo non è l’unico segnale positivo, anzi se non ci fosse un Paese reale e pronto ad accogliere la sfida, la determinazione del Presidente Monti e dei suoi Ministri a poco servirebbe.

Abbiamo scelto in questo volume di raccogliere gli stimoli positivi che vengono dalle realtà più vive, dai territori. Abbiamo scelto di dare un ampio spazio a quanto di innovativo sta accadendo nelle nostre città e nelle nostre regioni sotto la spinta di una politica europea improntata all’efficienza e alla drastica e rapida riduzione delle emissioni per contrastare il cambiamento climatico.

Patto dei Sindaci e Smart Cities Initiative sono senza dubbio occasioni importanti per rimettere in moto l’economia dei territori, e con essi del Paese, mirando a obiettivi concreti di sostenibilità ambientale, sociale, economica. Uno sviluppo che da locale diventa nazionale.

Ci sembra però che il fattore più significativo che sta dietro questi progetti sia una nuova modalità di azione e di interazione tra gli attori del territorio chiamati a strutturare partnership innovative che coinvolgono alla stessa stregua pubblico e privato, a definire un modello di interazione tra ricerca, impresa, pubblica amministrazione, a sviluppare pratiche di dialogo con i cittadini del tutto nuove, in un confronto responsabile e partecipe che è quanto di più lontano possiamo immaginare da quel “no” a priori che caratterizza molti movimenti. Esperienze che diventano precedenti, prassi “contagiose”, attitudini e abitudini al confronto che possono rivelarsi positive anche per affrontare i molti casi di Nimby che ancora segnano, e mortificano, il Paese.

______________________________________________________

Aggiornamento del 18 aprile 2016:

http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/1902-il-cervello-accenderlo-non-consuma-petrolio

[…] Prendere ad esempio Costa Rica e Danimarca per il grado di indipendenza energetica è esercizio contorto sotto molteplici aspetti. Le due nazioni messe insieme non fanno la popolazione della sola Lombardia, la quale ha per giunta un livello di industrializzazione molto più alto della somma delle succitate Costa Rica e Danimarca. Se non si ha il senso delle proporzioni, qualsiasi affermazione rischia perciò di cadere nel ridicolo. In Costa Rica, peraltro, hanno moltiplicato l’idroelettrico, costruendo dighe sulle loro montagne per meglio sfruttare l’abbondante pluviometria del Paese. In Danimarca hanno invece riempito il mare davanti alle loro coste di pale eoliche, sfruttando il vento costante e robusto che spira gagliardo nel Mare del Nord. Qui in Italia se proponi di costruire dighe per produrre idroelettrico gli ambientalisti ti sbranano. Come pure sorgono pugnaci comitati del No per i parchi eolici, sulla terraferma e off-shore. Vedesi i cinque grandi progetti di parchi eolici off shore bloccati dai summenzionati feudatari politici locali, col supporto di associazioni e comitati di cittadini. Si protesta pure contro le biomasse, contro il geotermico e contro il fotovoltaico se questo non sia posizionato esclusivamente sui tetti delle case nelle città. Ovvero uno sputo di superficie rispetto a quella che servirebbe all’Italia. A parole gli pseudo-ambientalisti vogliono quindi le rinnovabili, ma nei fatti si oppongono costantemente alla loro realizzazione fisica (tranne i succitati pannelli solari sui tetti). […]

Tags: , , , , , , ,