Fortunatamente Monti ha bocciato la candidatura dell’Italia per ospitare le Olimpiadi del 2020: pericolo scampato! Prima risolviamo i problemi e poi pensiamo a divertirci, come si insegna ai bambini quando non hanno voglia di fare i compiti: prima il dovere e poi il piacere. Ci fosse stato al suo posto Berlusconi, sono convinta che avrebbe fatto di tutto per la celebrità data dal portare le Olimpiadi in Italia. Ma Monti è decisamente più concreto ed assolutamente coerente con il compito che è stato chiamato a svolgere: quello di recuperare il Paese dalla situazione di crisi in cui è stato portato dalla nanoscopica bravura della nostra classe politica. Possiamo solo immaginare la montagna di soldi che sarebbero stati sprecati e/o intascati truffaldinamente da personalità politiche e malavitose per organizzare un evento come le Olimpiadi. Quel che è avvenuto per i precedenti eventi sportivi di rilevanza mondiale sarebbe stato destinato a ripetersi se non ad ingigantirsi. Il tifo per il momento lo dobbiamo fare solo al prof. Monti, che ci ha salvati da questo enorme sperpero di denaro pubblico che avrebbe peggiorato ancor di più le già precarie finanze del nostro povero Stato!

L.D.

http://www.ilgiornale.it/interni/sprechi_ritardi_e_progetti_mai_finiti_torino_e_roma_flop_dimenticare/15-02-2012/articolo-id=572143-page=0-comments=1

Olimpiadi, pericolo scampato. Sprechi e progetti mai finiti: gli altri flop da dimenticare

Monti gela Roma e boccia le Olimpiadi. Le strutture dei Giochi piemontesi ora sono inutilizzate. La città dello sport di Tor Vergata? 400 milioni per nulla

di Orlando Sacchelli – 14 febbraio 2012

[…] Per Roma 2020, andavano dicendo, fino a poche ore fa, i vari olimpici supporter, servivano soltanto oltre 8 miliardi di cui 4,7 sarebbero dovuti arrivare dallo Stato e dei 3,5 dai privati. Il film dell’ottimismo, perché, evidentemente, gli olimpici supporter non consideravano l’esempio di Londra 2012, che hanno proprio sotto gli occhi. Oltremanica i costi per l’organizzazione dell’evento sono già passati dai 10 miliardi previsti a 14, mentre per quanto riguarda gli sponsor chi a Roma pensava di incassare 3,5 miliardi di elargizioni forse non sa che ancora a Londra non si è andati oltre 2,5 miliardi di aiutini. Provate dunque ad immaginare chi avrebbe dovuto ripianare i conti se la raccolta di sponsorizzazioni fosse stata scarsa anche a Roma. Lo Stato, sì lo Stato, quindi noi.
E un altro esempio illuminante di fallimento arriva dai Mondiali di nuoto del 2009, organizzati proprio a Roma, sui quali sta indagando la magistratura. Per un semplice motivo: capire che sono stati spesi i 400 milioni di euro di budget visto che l’ambiziosa Città dello Sport di Tor Vergata che avrebbe dovuto rappresentare la sede privilegiata dell’evento oggi è null’altro che un’opera incompiuta e i nuotatori mondiali furono costretti a immergersi nelle vasche del Foro Italico.

A sei anni dalle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 può essere, quindi, interessante tracciare un bilancio dell’«eredità olimpica». Non solo non c’è stato un ritorno economico ma le cifre sono diventate iperboliche. Pista di Cesana 77,3 milioni di euro, Ski jumping di Pragelato 36 milioni, pista di fondo di Pragelato 20 milioni, Freestyle di Sauze 9 milioni di euro, Atrium Piazza Solferino 12 milioni, impianto biathlon San Sicario 25 milioni. Oltre 190 milioni per sei strutture che hanno anche fatto scempio del paesaggio alpino.
Il Toroc ha chiuso la sua scandalosa gestione con 25 milioni di euro di passivo anche grazie alla elargizione di oltre 40 milioni di euro di «consulenze» ed «incarichi professionali» e la Fondazione XX Marzo, nata per gestire tutto il sistema del «post-olimpico», dopo avere ripetutamente assicurato all’indomani delle Olimpiadi, che si sarebbe arrivati a un surplus economico, si è accorta che «il post olimpico» ha causato invece un deficit di 6 milioni di euro. Già, perché la pista di bob, costata 61,4 milioni di euro, ha chiuso i battenti a causa dell’incapacità gestionale del Comitato Olimpico, prima, e della Fondazione XX Marzo, poi, che non hanno saputo arginare una perdita annua pari a un milione e mezzo di euro. Stessa sorte della Pista di bob di Cesana e per l’impianto di Ski Jumping di Pragelato: l’impianto giace abbandonato a se stesso e oltre a ciò è in condizioni tali da poter rappresentare un sensibile rischio per coloro che intendono avventurarsi nelle sue vicinanze. Il costo di manutenzione è pari ad 1,16 milioni di euro. E anche il Resort di Pragelato, struttura alberghiera con 120 posti letto utilizzata esclusivamente nel periodo della maratona olimpica, oggi è chiuso. Sapete come si è corsi ai ripari? La Fondazione XX Marzo ha passato tutto nelle mani del colosso americano Live Nation. L’agenzia statunitense ha rilevato il 70 per cento degli impianti del Parco olimpico per un totale di 2.150.000 euro, ovvero appena lo 0,4 per cento del costo degli stessi. Vale a dire che il Parco olimpico è stato letteralmente svenduto agli americani. […]

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http://www.ilgiornale.it/interni/ancora_oggi_paghiamo_conto_italia_90/stadio_alpi-mondiali_calcio_1990-sprechi_italia_90/14-02-2012/articolo-id=572129-page=0-comments=1

Ancora oggi paghiamo il conto per Italia ’90

Nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi, del 2011, una voce faceva riferimento ai mutui accesi con una legge del 1987 per costruire gli stadi del mondiale di calcio Italia 1990: 55 milioni di euro, 60 milioni l’anno prima. Il Delle Alpi di Torino, costato 226 miliardi di lire, dopo neanche 20 anni fu raso al suolo

di Orlando Sacchelli – 14 febbraio 2012

L’esempio più eclatante dello spreco di denaro pubblico, legato ai Mondiali di calcio del 1990, è lo stadio Delle Alpi di Torino: 69.041 posti a sedere, tre anelli, una pista di atletica, molto contestata perché allontanava troppo il pubblico dai giocatori. Vi si giocarono cinque partite dei mondiali, compresa la semifinale Germania-Inghilterra. Nel 2008 partì la demolizione dell’impianto e su quel terreno, dopo due anni e mezzo, ha visto la luce il nuovo stadio di proprietà della Juventus (41mila posti, senza pista di atletica). Si calcola che per il Delle Alpi si spesero circa 226 miliardi di lire, tra impianto e opere connesse. E’ solo un esempio dei soldi pubblici gettati al vento. E lo Stato ancora oggi continua a pagare il conto.

Ancora oggi paghiamo per Italia ’90

Nel bilancio di previsione 2011 di Palazzo Chigi c’era un capitolo sui mutui accesi con la legge 65 del 1987, quella che diede il via alla costruzione degli stadi per Italia ’90: 55 milioni di euro. L’anno prima erano 60 quelli messi in bilancio. In totale per gli stadi lo Stato spese 1.248 miliardi di lire, molto di più – ovviamente – di quanto preventivato all’inizio: l’incremento dei costi rispetto al preventivo è stato calcolato nell’84%.

Il problema non erano solo gli stadi (quelli nuovi e quelli restaurati). Basti pensare alle clamorose opere incompiute, come l’enorme albergo a Ponte Lambro, Milano, iniziato e mai terminato. Ed è solo uno degli esempi più clamorosi di soldi buttati al vento. Oppure la stazione ferroviaria romana di Farneto, di cui si sono occupati molti servizi in tv: costò 15 miliardi di lire e fu utilizzata solo quattro giorni. […] Finiamo prima di pagare i conti di Italia ’90, poi ne riparleremo…

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Aggiornamento dell’11 settembre 2013:

Complimenti a Letta, che invece vorrebbe promuovere la candidatura di Roma o Milano per le Olimpiadi 2024: come se non avessimo niente di meglio a cui pensare…

http://www.corriere.it/sport/13_settembre_08/olimpiadi-letta-candidatura-italia_a1ad9c52-187e-11e3-9feb-01ac3cd71006.shtml

Olimpiadi, Letta: «Ci candideremo per il 2024». Tra Roma e Milano già partita la corsa

8 settembre 2013

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Aggiornamento del 24 novembre 2014:

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=14882&level1=2166&codice=10

Olimpiadi: l’importante è partecipare. Perché rinunciare a Roma 2024

di Massimiliano Trovato
I grandi eventi sportivi rappresentano quasi sempre un costo netto per i paesi che li ospitano. Data la situazione dei conti pubblici italiani, l’Italia non può permettersi di ospitare le Olimpiadi del 2024
[…] Ha destato perplessità e dibattiti – anche all’interno dello stesso esecutivo – la scelta con cui, nel febbraio 2012, Mario Monti ha negato a Roma il sostegno finanziario del governo, di fatto escludendo la città dalla corsa per l’assegnazione dei Giochi olimpici del 2020. Tra le reazioni più veementi, com’era prevedibile, quelle del comitato organizzatore e del sindaco Alemanno – che ha rilanciato, nella sfortunata campagna per la propria rielezione, la candidatura della capitale ai Giochi del 2024; un’idea eminentemente bipartisan, dato che il suo successore Ignazio Marino e il presidente del Consiglio Enrico Letta l’hanno prontamente raccolta.
La discussione pubblica sul tema si è concentrata su nodi almeno in parte fuorvianti: il valore culturale ed emotivo dei Giochi e l’attitudine dell’Italia a farsene carico: valutazioni – si è detto – che richiedono considerazioni e confronti di natura politica, poco consoni al profilo di un governo tecnico. Si sono chiamate in causa la reputazione internazionale del paese e persino la necessità d’infondere ottimismo e fiducia nei cittadini. I sostenitori del progetto hanno genericamente invitato a cogliere «un’occasione irripetibile per il rilancio e lo sviluppo»; i suoi detrattori hanno alluso ai vizi endemici di cui questo paese ha dato prova – senza allontanarci dal contesto sportivo – con l’organizzazione dei Mondiali di nuoto del 2009 e, prima ancora, dei Mondiali di calcio del 1990. Scarsa attenzione si è dedicata, insomma, a una seria analisi dei profili economici del dossier, esercizio che avrebbe forse fornito indicazioni meno opinabili sulla convenienza dell’iniziativa.
Uno dei rari sforzi in tal senso è stato compiuto da Lawrence Bartolomucci, che ha analizzato la relazione di compatibilità economica predisposta dalla commissione Fortis, su incarico del comitato promotore, e ne ha criticato gli assunti eccessivamente ottimistici: 1) si contemplava un aumento dell’occupazione, senza specificare se si trattasse di posti di lavoro temporanei o permanenti; 2) non si considerava l’eventualità di uno spiazzamento dei consumi, in particolare nel settore turistico; 3) si assumeva apoditticamente che gli investimenti in infrastrutture come il villaggio olimpico potessero essere recuperati dai privati; 4) non si conteggiava la riduzione di spesa in altri settori economici. Più in generale, Bartolomucci contestava la rilevanza del confronto, che considerava un’ipotesi alternativa con investimenti nulli e dunque non riusciva a catturare l’effettivo valore aggiunto delle Olimpiadi.
La difesa di Marco Fortis è alquanto significativa: il compito della commissione non sarebbe stato quello di giudicare della bontà della candidatura e nemmeno della ragionevolezza delle stime di spesa, ma unicamente quello di valutare l’impatto della spesa – pubblica e privata – quantificata dal comitato promotore. Il che equivale a dire che gli unici dati rilevanti della relazione erano stati fissati arbitrariamente dal comitato promotore e che la commissione si è limitata a un vuoto esercizio statistico.
Su queste basi, il gran rifiuto di Monti appare come una scelta obbligata di onestà intellettuale prima ancora che di sobrietà. A chi sostiene che l’esecutivo tecnico avrebbe dovuto procedere comunque, lasciando la scelta definitiva a un successivo governo politico, si può rispondere rilevando che nessun paese potrebbe declinare l’assegnazione
dei Giochi, una volta effettuata, senza coprirsi di ridicolo. La scelta in merito alla garanzia pubblica era, dunque, una scelta a tutti gli effetti definitiva. Occorre, però, ricordare che non solo organizzare i Giochi ha un costo, ma nemmeno la mera candidatura è gratis. La vana candidatura di Madrid per le Olimpiadi del 2016, per esempio, è costata 37 milioni di euro, oltre la metà dei quali di provenienza governativa. (Madrid ci ha riprovato per le Olimpiadi del 2020, uscendone nuovamente sconfitta.) Nel caso di Roma 2020, si è parlato di 42 milioni, un terzo dei quali allocato alla fase di pre-candidatura, alla definizione del progetto, alla messa a punto dell’iter.
Un esempio numericamente quasi irrilevante ma significativo: la commissione regionale “Giochi olimpici e grandi eventi”, istituita nel Lazio, è costata ai contribuenti oltre 200.000 euro: nei circa quattrocento giorni della sua esistenza, la commissione non ha prodotto alcun documento e si è riunita la bellezza di tre volte; e, all’indomani della bocciatura del governo, si è persino proposto di tenerla in vita, dopo un marginale restyling, salvo rinunciarvi in seguito all’interessamento degli organi di informazione. Come detto, ai piani per Roma 2020 sono subentrati – senza soluzione di continuità – i progetti per Roma 2024. La sensazione è che nuovamente si stia mettendo il carro davanti ai buoi: è auspicabile che prima si proceda a una valutazione accurata e metodologicamente fondata dell’eventuale candidatura, invece di porre i numeri a servizio di opzioni politiche già definite. […]

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Aggiornamento del 21 dicembre 2014:

http://www.huffingtonpost.it/2014/12/15/matteo-renzi-olimpiadi-2024-italia-si-candida_n_6325694.html

Olimpiadi 2024 in Italia, Matteo Renzi annuncia la candidatura: “Vogliamo vincere, non partecipare”. Nel progetto sono previste gare in tutto il Paese

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