Il premier Mario Monti è riuscito, con una breve frase (“Che monotonia il posto fisso“), a scatenare un casino infernale di polemiche. Del resto, le frasi shock sono da sempre quelle che più colpiscono giornalisti ed opinione pubblica. Forse Berlusconi gli ha dato qualche lezione sul tema “come scatenare le risse polemiche”, visto che le affermazioni di questo tipo, create ad hoc per creare scalpore, sono sempre state le sue preferite. Lui si che ha del talento, talento da one-man-show, per questo sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, se avesse intrapreso il mestiere del presentatore televisivo anzichè quello del politico.

Ma torniamo al povero Monti. La sua frase non è poi così sbagliata, anche Emma Marcegaglia ha preso le sue difese. Il delirio di prese in giro e video denigranti che sono stati infilati nei vari siti e su YouTube dimostrano solo due cose:

1. quanto siamo superficiali nel considerare le affermazioni, di un politico o di un qualunque opinionista: ci fermiamo giusto alla prima frase, perchè seguire l’intero discorso ed approfondire l’argomento, prima di partire con il lancio degli insulti, è probabilmente troppo difficile e complicato…

2. quanto Berlusconi abbia capito tutto del suo popolo di elettori e ci abbia per anni presi in giro con le sue frasi stupidamente provocatorie, tirandosi addosso gli altrettanto stupidi insulti degli italiani, i quali, da bravi pesci quali evidentemente sono, ogni volta abboccavano tempestivamente all’amo lanciatogli… secondo me, Berlusconi si è anche divertito parecchio in questi suoi anni da politico…

L.D.

http://www.tvblog.it/post/32395/mario-monti-a-matrix-posto-fisso-che-monotonia

Mario Monti a Matrix: «Posto fisso? Che monotonia!» Il premier ancora senza contraddittorio

Pubblicato: 02 feb 2012 da Malaparte

Mario Monti è ospite, per la prima volta, in un programma Mediaset. Intervistato a Matrix da Alessio Vinci, Monti ha sviscerato per l’ennesima volta le linee guida del suo Governo (dopo essere apparso al Tg5). E proprio a Matrix, fra le altre cose, ha fatto una dichiarazione che fa già molto discutere:

«Tutte le cose che stiamo cercando di fare sono operazioni di creazione di consapevolezza, perché il mondo non è più quello che era dieci anni fa. I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia, un posto fisso per tutta la vita. E’ bello cambiare, avere delle sfide, purché siano accettabili».

http://www.giornalettismo.com/archives/195802/monti-e-il-posto-fisso-e-se-avesse-ragione/

Monti e il posto fisso: e se avesse ragione?

Maddalena Balacco – 2 febbraio 2012

Ha sorpreso e indignato la battuta con cui ieri Mario Monti ha espresso la sua visione del mondo del lavoro moderno, ovvero un enorme mercato in cui aziende e forza lavoro sono sullo stesso piano e non deve sembrare ai giovani un punto d’arrivo il fatto di avere un “posto fisso” ma devono e possono esigere di più da loro stessi, anche per una questione di successo personale.

Apriti cielo: le parole del Premier hanno scatenato l’indignazione online e offline, creato ironie, stuzzicato una ferita ancora dolorosamente aperta: quella della disoccupazione. In realtà lo stesso Monti aveva sottolineato che la sua “battuta infelice” era più una speranza sul futuro, e che bisognava in ogni caso occuparsi a livello legislativo di quanti nel mondo del lavoro non riescono proprio ad entrarci. Ma fatto salvo questo, Monti ha torto?

Il mito del posto fisso, preferibilmente statale, è una di quelle chimere lascito della nostra sciagurata prima Repubblica, uno dei termini di ricatto che per anni ha contribuito al nostro giogo. “Vuoi il posto fisso per tuo figlio o per te? Portami mille voti”. “Vuoi il posto fisso? Fai 6 mesi di stage gratis?” “Vuoi il posto fisso? Portami tua sorella”. La sicurezza di uno stipendio, anche minimo, per sempre, ci ha fatto sottostare alle peggiori richieste, è diventato il nostro problema primario, ci ha fatto perdere di vista i cambi della società e del mondo intorno a noi, e come al solito oggi più che il lavoro in sé difendiamo un concetto retaggio del nostro passato culturale come se ad essere attaccato non fosse lui ma noi. Certo, parole: e le parole non si mangiano a pranzo con il pane. Le ultime statistiche parlano di una generazione tragicamente senza lavoro, né fisso né mobile. Ma la colpa di chi è?

Non dobbiamo dimenticarlo mai: i nostri strali vanno rivolti, se vogliono avere un senso, contro chi ci ha condotti a questo sfacelo sociale. E’ inutile prendersela con Monti, che fra sobrietà e battute infelici cerca almeno di farcene uscire. L’errore che ha commesso non è tanto nella frase in sé, ma nell’aver permesso ai nostri vecchi politici di cavalcarla per accreditarsi nuovamente ai nostri occhi come interlocutori politici seri. Mettiamo bene le cose in chiaro: se alla fine della parentesi Monti a governarci tornerà la “vecchia scuola” come purtroppo plausibile, abbiamo finito. Finito come sistema sociale, finito come paese, finito come cittadini. Perché questi hanno rubato, si sono fatti i fatti loro, ci hanno affamato e non hanno pagato. Ogni tanto qualche povero capro espiatorio viene sacrificato all’altare della nostra indignazione, e tanto ci facciamo bastare. E questa è una nostra precisa colpa e responsabilità. Chiunque lo neghi, non vuol vedere la realtà e ad oggi è pericoloso non volerlo fare.

Guardiamo in faccia la realtà. Punto primo: se vogliamo avere una speranza dobbiamo fare tabula rasa di questa gente. Come? Ascoltando gli altri. Guardando a gente nuova. Informandoci e spingendo chi merita. Meritocrazia, deve diventare il nostro mantra, prima che esigiamo lo diventi per i nostri rappresentanti. E’ così che funziona. Punto secondo: dobbiamo smetterla di rimanere ancorati agli ultimi venti anni, e alle chimere che li hanno coccolati. Quando abbiamo scelto di essere un Paese moderno e globalizzato, dall’economia flessibile, abbiamo anche scelto di abbandonare il sistema del posto fisso prevalente. Non lo abbiamo scelto noi? Beh in fondo sì. Noi abbiamo sopportato quelli che lo hanno fatto, e poi malamente applicato. Abbiamo sopportato la parte di Legge Biagi messa in atto (male), abbiamo sopportato che pian piano il mondo del lavoro diventasse il mondo dello sfruttamento, sognando un posto fisso che nei fatti noi stessi allontanavamo, supportando una classe politica che distruggeva pian piano ogni nostro futuro. E quella classe politica, ad oggi, è ancora là. Che aspetta di tornare a strapparci le carni come un avvoltoio, per le cui fauci Monti ci sta ingrassando nuovamente. Dobbiamo decidere noi se essere il Prometeo sempre pronto a sfamarli, o l’eroe che distrugge la catena e riesce a scacciare i suoi aguzzini.

Non dobbiamo dimenticare il passato né i colpevoli del nostro presente. E a Monti, che vi piaccia o meno ci sta aiutando, invece di rivolgere strali che non merita, ascoltiamolo. Non torniamo al giochino della polemica che ha contribuito ad affossarci. Fermiamoci a riflettere sul senso delle sue parole e vediamo se c’è qualcosa da imparare che ci sfugge. Cerchiamo di riflettere anche sui nostri errori, perché ne abbiamo fatti anche noi. Quando abbiamo taciuto, quando ci siamo fatti cullare dalla demagogia senza andare a fondo, quando non abbiamo protestato contro cose assolutamente al di fuori della vita democratica e civile di un paese moderno. Senza false ipocrisie, riflettiamo su come migliorarci per migliorare chi ci rappresenta. E arriviamo al prossimo voto con una nuova consapevolezza: quella che questi sacrifici, gli ultimi, saranno serviti a renderci un paese migliore. Dove a tenere banco sono i problemi della comunità e le loro soluzioni, non le presunte nipoti minorenni di un presidente estero o i conti occulti di questo o quel tesoriere di partito. Se si deve sognare, tanto vale farlo in grande.

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Libro: “Generazione Tuareg. Giovani, flessibili e felici” di Francesco Delzìo

I trentenni e i quarantenni di oggi si sono formati in un deserto, causato dal rapido e imprevedibile dissolvimento delle certezze che avevano caratterizzato il Novecento. Sono i protagonisti della Generazione Tuareg. Costretti a vagare in un mare senz’acqua come i nomadi del deserto, privi delle bussole che avevano guidato padri e nonni. Proprio come i Tuareg, hanno una sola chance per sopravvivere: affrontare il deserto in gruppo, abbandonando l’iper-individualismo di fine Novecento. Colpita e marginalizzata dalle conseguenze della rivoluzione del ’68 e della cultura dello spot televisivo, dai mercati dei servizi chiusi alla concorrenza e dalla riforma Dini, la Generazione Tuareg può riscattarsi solo costruendo una nuova mappa di valori, un nuovo pensiero comune. Coltivando visioni più ampie del proprio interesse, può rovesciare l’approccio di chi oggi è al potere in Italia. Battendo la “sindrome dell’alieno”: l’idea – straordinariamente diffusa tra dirigenti pubblici e privati, intenditori, opinion maker, accademici – che le sorti dell’Italia siano qualcosa di altro rispetto ai propri comportamenti, ai propri giudizi, alle proprie ambizioni. Riaccendere la speranza, ricostruire il “sogno italiano”. È la grande missione della Generazione Tuareg. Flessibile per necessità, felice per scelta.

http://economiaefinanza.blogosfere.it/2008/01/generazione-tuareg-giovani-flessibili-e-precari-intervista-a-francesco-delzio.html

Generazione Tuareg: giovani, flessibili e precari. Intervista a Francesco Delzìo

 Pubblicato da Eleonora Bianchini

Giovani, flessibili e felici. Mezza realtà e mezzo sogno. E invece secondo Francesco Delzio, 33 anni, oggi direttore dei Giovani Imprenditori di Confindustria e ieri giornalista Rai, ha pubblicato Generazione Tuareg (Rubbettino), dedicato ai 30/40enni di oggi, “costretti a vagare in un mare senz’acqua come i nomadi del deserto, privi delle bussole che avevano guidato padri e nonni”.

Generazione Tuareg dipinge un’Italia realistica, dove i giovani sono considerati marginali e la Casta (diffusa in tutte le professioni e a tutti i livelli sociali) riesce a imporre le sue condizioni. Facciamo chiarezza su due grandi riforme che hanno cambiato il mercato del lavoro italiano: la riforma Dini e la Legge Biagi. Dove hanno sbagliato e cosa devono perfezionare?

Sono leggi molto diverse, ma hanno un destino comune: entrambe hanno alimentato nel dibattito pubblico italiano una serie di falsi miti e di letture “mistiche”, che non corrispondono alla reale portata delle due riforme.
La riforma Dini è stata elogiata negli anni ’90 – ed è ricordata tuttora – per aver razionalizzato il sistema previdenziale italiano, garantendone la sostenibilità: è una delle pochissime riforme economico-sociali che goda nel nostro Paese di apprezzamenti bipartisan.

Nessuno ricorda, però, che la riforma Dini è stata la “madre” di tutte le ingiustizie generazionali. Ha diviso le generazioni italiane in buone e cattive – premiandone alcune e punendole altre – perché ha inquadrato i lavoratori e futuri pensionati in tre distinte categorie, trattate in modo radicalmente diverso: senza alcuna logica, almeno sul piano tecnico.

Le “vittime sacrificali” della riforma Dini sono stati i giovani italiani, entrati nel mercato del lavoro a partire dal 1996. Sono, inspiegabilmente, gli unici ai quali si applica il (penalizzante) sistema contributivo e che quindi hanno un’unica certezza nel proprio futuro: quella di non aver diritto neanche alla certezza più granitica delle generazioni precedenti, una buona pensione. Sarebbe stato molto più equo – e più incisivo sotto il profilo della razionalizzazione dei conti pubblici – applicare a tutti i lavoratori il metodo contributivo, fatti salvi naturalmente i diritti acquisiti fino all’entrata in vigore della riforma.

La legge Biagi è stata, invece, demonizzata nel dibattito pubblico come causa di una profonda “discriminazione generazionale”: in realtà, ha disegnato in Italia un mercato del lavoro molto simile a quello esistente negli altri grandi Paesi europei. Non ha causato una precarizzazione del lavoro superiore a quella esistente in Francia, Germania o Spagna, ha prodotto anzi un numero significativo di posti di lavoro in più.

L’errore politico è stato quello di non realizzare l’altra metà del disegno di Marco Biagi: il rafforzamento e la riforma degli ammortizzatori sociali da passivi in attivi, necessari per trasformare la precarietà in flessibilità. Sono convinto, comunque, che non abbia senso concentrare sulla legge Biagi l’intero dibattito sulla condizione dei giovani italiani: la vera differenza tra i giovani italiani e quelli europei non riguarda il mercato del lavoro.

Gli italiani sono ossessionati dal lavoro precario perché non possono fare progetti per il futuro. Come vivono la stessa condizione all’estero, dove il lavoro a termine non è necessariamente uno svantaggio?

E’ proprio questo il punto. Flessibilità in Italia vuol dire insicurezza e sfiducia verso il futuro, ma non è così negli altri Paesi avanzati. Da cosa nasce questa differenza? In Generazione Tuareg sostengo una tesi nuova: il vero problema non è il grado di flessibilità del mercato del lavoro – molto simile in tutta Europa – ma la mancanza in Italia della “flessibilità positiva”. E’ quel tipo di flessibilità che, per esempio, consente al giovane francese, tedesco o spagnolo di ottenere dalle banche un finanziamento per un master all’estero – se ha un bel curriculum scolastico – o per aprire un’impresa – se ha avuto una buona idea per fare business – a prescindere dalle condizioni economiche della famiglia di provenienza. Queste chances oggi non sono date ai giovani italiani, a causa della scarsa apertura alla concorrenza dei mercati dei servizi a rete.

Sulla condizione dei giovani in Italia, Padoa Schioppa rimarrà negli annali per la sua boutade sui bamboccioni e la Melandri ha appena firmato per i finanziamenti ai giovani fino a 6.000 euro. La politica è sensibile al tema giovani o piuttosto cerca di rimandarlo?

Le misure volute dal ministro Melandri, così come alcune previsioni in materia previdenziale  del protocollo sul welfare, sono segnali positivi che si muovono – finalmente – nella direzione giusta. Ma non dobbiamo dimenticare il punto di partenza. L’intero sistema Italia è una piramide rovesciata che si regge sulla punta: gli anziani sono più dei giovani, le risorse pubbliche sono destinate per la stragrande maggioranza alle generazioni più anziane, gli under 40 sono di fatto assenti dai luoghi decisionali della politica e delle istituzioni, l’assenza di merito blocca l’ascensore sociale e rende terribilmente difficile per i giovani di talento emergere. Rispetto ad una condizione del genere, non c’è ancora nella politica italiana né un’adeguata consapevolezza né il coraggio delle scelte necessarie.

Nel libro paragono i giovani italiani ai piloti che corrono un Gran Premio di Formula Uno, ma con la safety car fissa per tutti i giri di pista. Siamo tutti in fila: chi tenta l’accelerazione, il sorpasso, lo spunto innovativo è irrimediabilmente squalificato, bruciato, relegato ai margini. Colpevole di aver violato le regole della gerontocrazia italiana, di aver infranto i sacri principi del perverso rapporto tra le generazioni che si è impadronito dell’Italia di oggi. E’ questo il triste destino dei giovani italiani, belli e brutti, capaci e inconsistenti. Comunque pazienti: costretti ad attendere il turno di gloria, omologati dalla dura legge dell’anagrafe made in Italy.

Le statistiche dicono che in Italia il lavoro a tempo determinato è in % inferiore alla media europea. Lei aggiunge inoltre che la flessibilità non è un male, ma il welfare non è adeguato. Non è da meno la questione salari: infatti, se all’estero un lavoro a termine è retribuito più equamente rispetto al servizio offerto, in Italia il potere d’acquisto degli stipendi (con l’inflazione che ha sfiorato il 2.6%) è sempre più debole. In questo scenario, quali sono i cambiamenti più urgenti?

E’ decisivo e urgente un grande cambiamento di fondo: creare un sistema che consenta di premiare e di incentivare chi lavora più e meglio, chi acquisisce competenze puntando sulla propria formazione, chi investe sul merito.

Per farlo è necessario “rivoluzionare” l’assetto della Pubbliche Amministrazioni: non è più ammissibile che chi lavora 12 ore al giorno sia pagato esattamente allo stesso modo di chi lavora 3 ore al giorno. I dirigenti pubblici devono assumersi la responsabilità di premiare chi merita e di sanzionare chi non fa nulla, e devono essere dotati degli strumenti contrattuali per poterlo fare.

Nel settore privato, invece, è necessario incentivare la diffusione dei contratti aziendali, che consentono di legare i salari alla produttività e ai risultati d’impresa, pagando meglio i lavoratori che costruiscono ogni giorno il successo delle aziende in cui operano.

Rimane troppo alta in Italia, infine, la differenza tra lordo e netto in busta paga: premiare il valore del lavoro vuol dire anche, per tutti i lavoratori, diminuire la tassazione che incide sulle buste paga.

Che Italia sarà quando la generazione Tuareg sarà, per ragioni anagrafiche, costretta a sostituire la Casta nei centri di potere?

E’ difficile dire quando avverrà il ricambio. Il “mercato” più carente, oggi in Italia, è proprio quello della classe dirigente: non c’è possibilità di mettere a confronto competenze e visioni diverse, nella politica e nelle istituzioni, nelle nomine pubbliche e in ampi settori della società. La Generazione Tuareg ha quindi un compito difficilissimo: riaccendere la speranza, ricostruire il sogno italiano. Ce la faremo? Solo se avremo il coraggio di praticare valori nuovi, gli unici che potranno consentirci di interpretare il nuovo Secolo: il rischio come leva dello sviluppo e dell’innovazione, il nomadismo come capacità inesausta di scoprire le opportunità del mondo, il pragmatismo come rifiuto delle verità pre-confezionate, la trasversalità come ricerca del confronto con l’altro, la flessibilità come strumento per la crescita continua.

Sembra un sogno. Ma come cantava Jim Morrison, il vincitore é semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.

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Aggiornamento del 30 novembre 2014:

http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/2014/11/17/sei-pagato-di-piu-quando-non-pensi/

Sei pagato di più quando non pensi

Nell’era della conoscenza la tragedia capitale è avere così tante persone demotivate nello svolgere le proprie mansioni. Uno studio della Gallup calcola che in Italia solo il 14% della forza lavoro è “engaged”.

Fa riflettere: siamo pagati molto più quando pensiamo ad altro rispetto a quando siamo focalizzati sulla nostra mansione.

È stato sempre così? Forse, ma oggi è peggio, perché prima l’attività era più manuale, ora il lavoro è cognitivo e soprattutto ad alta intensità di comunicazione con altre persone. Pensiamo alle potenzialità nelle mani di ogni lavoratore, quanta potenza computazionale disponiamo e quante possibilità di comunicazione? Immense, eppure non vediamo l’ora di finire di lavorare per “lavorare” su altro. […]

Per questo motivo anche aumentare l’orario di lavoro non farà aumentare la produttività, in quanto le persone appena possono si metteranno in contatto con altri, basta uno smartphone. Peter Drucker diceva che la conoscenza se non sfidata e non alimentata è destinata a deperirsi in fretta. E il livello dello stipendio c’entra fino a un certo punto, poiché non soddisfa la motivazione di chi intende lavorare mettendoci del suo. Una soluzione, non economica, ma politica deve essere trovata. Il telelavoro, ad esempio, può essere uno strumento per migliorare la motivazione di chi lavora, altrimenti tutte le pressioni per migliorarsi sono vane. […]

Non si può più lasciare al cartellino orologio la misura del lavoro svolto, come ancora si vede richiedere la presenza fisica del lavoratore. Non serve più. Vedere migliaia di giovani fare file chilometriche ai concorsi per pochi posti da amministrativi nella pubblica amministrazione fa male al cuore. Perché pur di prendere uno stipendio (ancora sicuro?) si lasciano controllare il loro tempo dalle 08.00 alle 17.00. È il tema del #lavorobenfatto, così caro ai sociologi del lavoro come Vincenzo Moretti.

Come può un Millennian, cioè coloro che sono nati dal ‘80 al 2000, così legati alla tecnologia e all’autonomia avere la motivazione con metodi di inizio Novecento? La noia, la perdita di senso su quello che serve davvero fare prevale fino a quando si fa il necessario per far “sembrare” importante il lavoro.

Questo è grave perché se le persone non lavorano al loro meglio vuol dire che abbreviano il tempo in cui saranno rimpiazzate dalle macchine, anche se oggi sono oberati dal lavoro. Senza considerare l’impatto negativo sulla soddisfazione dei clienti e la profittabilità dell’impresa. Anche queste sono le ragioni per le quali un Paese non cresce, forse le più importanti.

17 novembre 2014

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