Dobbiamo tutti avere la consapevolezza che le varie forme di inquinamento industriale vanno tenute sotto osservazione e sotto controllo, sia da parte delle autorità che da parte di noi cittadini. Vi sono forme di inquinamento più o meno pericolose, ma tutte vanno monitorate in modo serio e responsabile.

La responsabilità e la consapevolezza sono le armi che abbiamo a disposizione, siamo in un paese civile e sviluppato, pertanto non hanno senso le forme di protesta estremiste mirate alla chiusura a priori o al rifiuto della costruzione di qualunque tipo di impianto. Occorre verificare la reale pericolosità degli impianti ed eventualmente protestare affinchè tutte le normative vigenti in materia di inquinamento vengano fatte rispettare. Questo compito tocca a tutti noi. Come fare? Ci sono molte associazioni ambientaliste, è sufficiente tenersi aggiornati e dare sostegno, con cognizione di causa, alle iniziative promosse, premurandosi di segnalare i casi di inquinamento di cui siamo a conoscenza. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, vi posso dire che frequento un’associazione presente nella mia città e che sono molto rattristata dal fatto che la più giovane del gruppo sia io, che ho 28 anni. Le altre persone, tutti uomini, hanno almeno più di 40 anni e quasi tutti ne hanno più di 50. Siamo noi giovani che dobbiamo proteggere e salvaguardare le nostre città e campagne dalle varie fonti di inquinamento, siamo noi giovani che dovremmo lottare in prima linea. Invece sembra che i giovani se ne freghino e che siano i nostri padri e addirittura i nostri nonni ad interessarsene di più….

In questo articolo troverete anche un clamoroso caso di inquinamento che coinvolge la Sardegna, che ho deciso di inserire come manifestazione esemplare di eventi realmente accaduti, che stanno verosimilmente ancora accadendo e che ancora accadranno, se nessuno si interesserà di queste questioni.

Troverete infine, come corollario, un elenco delle principali associazioni ambientaliste attive in Italia, alle quali potersi rivolgere e prestare il proprio aiuto.

L.D.

http://www.linkiesta.it/le-principali-aree-da-bonificare-italia

L’elenco delle principali aree da bonificare in Italia

Sono 57, e sono 2,2 i miliardi di euro stanziati dal ministero dell’Ambiente dal 2001 a oggi. Dal petrolchimico di Gela all’amianto di Casale Monferrato senza dimenticare Bagnoli e i gasometri di carbon coke alla Bovisa di Milano.

18 aprile 2012

Principali aree da disinquinare

Sono 57 i cosiddetti Sin (siti di interesse nazionale) da disinquinare.
2,2 miliardi di euro l’importo stanziato dal ministero dell’Ambiente dal 2001 a oggi. La somma è destinata agli interventi pubblici o di interesse pubblico. I privati sono tenuti a intervenire con propri investimenti. Su circa 20 Sin il ministero ha concluso la sua parte di attività, ma l’attività non è finita. Anzi, spesso non è nemmeno cominciata. Difatti per legge (decreto 152 del 2006) la competenza è passata a Province e Arpa. E lì, spesso, tutto si è fermato.

Aree perimetrate

Pari a circa 500mila ettari le aree a terra perimetrate. Corrispondono a poco meno del 2% del territorio nazionale. Pari a circa 90mila ettari la perimetrazione delle aree a mare.

Tipologia principali aree da bonificare

Marghera: polo industriale
Napoli orientale: ex raffineria Mobil
Gela: petrolchimico Eni
Priolo: petrolchimico Eni-ex Esso–Isab-Lukoil
Manfredonia: polo chimico
Brindisi: petrolchimico e 2 centrali elettriche a carbone
Taranto: acciaieria Ilva e raffineria Eni
Cengio (Savona): ex Acna (industrie chimiche)
Piombino: siderugia
Massa e Carrara: siderurgia e amianto
Casale Monferrato: amianto
Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano: cimitero di rifiuti della camorra
Pitelli (La Spezia): discarica rifiuti a ridosso dell’arsenale della marina militare
Balangero (Torino): miniera di amianto e discarica di altri tossici nocivi
Pieve Vergonte (Val d’Ossola): vecchia chimica
Sesto San Giovanni: siderurgia
Pioltello Rodano: ex Sisas (acetilene e derivati; discarica cancerogena di circa cinquant’anni fa)
Napoli Bagnoli: acciaieria dismessa e stabilimento Eternit
Trieste: raffineria Aquila (primi del Novecento)
Cogoleto: stabilimento Stoppani (cromo esavalente per la concia delle pelli)
Cerro al Lambro: impianto abbandonato di chimica militare (gas nervini)
Milano Bovisa: gasometri di carbon coke
Sulcis: polo di alluminio a Portovesme
Livorno: raffineria Eni
Trento nord: piombo tetraetile per benzina rossa (cancerogeno)
Brescia: industrie Caffaro (diossina)
Falconara marittima: raffineria Api
Laghi di Mantova: polo chimico Eni ex Montedison
Porto Torres: polo chimico (Eni e altri) (si segnala il progetto di investimenti nella chimica verde)
Bacino del fiume Sarno: inquinamento da concerie
Milazzo: raffinerie Q8
Pianura (Napoli): discarica
La Maddalena: base Usa con sommergibili atomici
Bari: amianto Fibronit (concorrente Eternit)
Broni (Pavia): amianto

SENTIERI – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento – 2011 (pdf)

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OIL: il documentario sulla Saras di Sarroch che Moratti voleva far sequestrare

www.oilfilm.it

Sarroch è un piccolo paese di cinquemila anime situato ad una trentina di chilometri da Cagliari. La strada che dal capoluogo sardo porta a questo piccolo comune costeggia ed accarezza, in quasi tutta la sua lunghezza, lo splendido Golfo. Abbandonato il capoluogo ed imboccata un’ampia strada a quattro corsie verso Pula ci si imbatte in splendidi paesaggi sottolineati da suggestivi nomi: prima s’incontra Frutti d’Oro e subito dopo Torre degli Ulivi. Una volta lasciato a destra il comune di Capoterra si giunge senza troppe difficoltà nel centro storico di Sarroch. Senza troppe difficoltà dal momento che ci sono dei buoni punti di riferimento che consentono d’orientarsi in modo preciso ed univoco: gli stabilimenti industriali dell’Air Liquid, della Polimeri Europa e della Saras. Ed è proprio l’attività di quest’ultima che ci interessa. La Saras viene fondata da Angelo Moratti nel 1962 e rappresenta tuttora l’azienda di famiglia (“fondata quando il petrolio era tutto; e oggi è ancora di più”, recita il sito internet). Il complesso industriale di questa società coincide con la più grande ed estesa raffineria petrolifera del Mediterraneo. Ogni anno vengono trattate 15 milioni di tonnellate di petrolio (il 15% della raffinazione complessiva nazionale), da vendere poi alle compagnie che si occupano della distribuzione: come la Shell, la Repsol, Q8, la Tamoil…Insomma, la Saras lavora, e nel suo campo è tra i migliori. Ma sempre all’interno dell’immenso polo industriale, che ormai ha fagocitato il paese di Sarroch, trova comodamente posto una centrale elettrica: la Sarlux, posseduta totalmente dalla Saras e quindi proprietà diretta dei Moratti. Questa centrale produce energia grazie alla combustione degli scarti di lavorazione del petrolio della raffineria adiacente. Bruciare gli scarti della lavorazione del petrolio non è né semplice né pulito: infatti devono essere prima abbondantemente trattati con gas e ossigeno ed una volta bruciati rilasciano nell’atmosfera sostanze come anidride carbonica, azoto, zolfo e nichel. La Sarlux è una delle centrali elettriche più grandi d’Europa ed è in grado di produrre 4 miliardi di chilowattora annui. Non male se pensiamo che per una casa sono solitamente sufficienti 3 chilowattora. Tutto questo sarebbe da archiviare sotto una buona e oculata gestione industriale da parte della famiglia Moratti se non fosse che nel 1992, per alcuni scopi ambientali non meglio precisati in seguito, il Comitato Interministeriale Prezzi stabilisce con il cosiddetto “Cip 6” un aumento nella bolletta dell’elettricità degli italiani pari grossomodo al 10%, quale contributo atto a sovvenzionare le fonti di energia rinnovabili. L’energia prodotta dalla Sarlux viene comperata da un ente pubblico: il Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) che, come recita il suo sito, dovrebbe avere “un ruolo centrale nella promozione e nello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia, predisposto dal provvedimento “Cip 6” del 1992”. In sintesi queste fonti rinnovabili vengono sovvenzionate pagando la presunta energia pulita, derivante da quest’ultime, il doppio o anche il triplo dei prezzi del mercato. Ma il problema più grosso si verifica quando nel testo di questo “Cip 6” si stabilisce che entrano a far parte del progetto le “fonti rinnovabili o assimilate”. Tra le “fonti assimilate” trovano posto gli scarti di raffineria petrolifera non biodegradabili, proprio come quelli utilizzati dalla Sarlux. Con la conseguenza di finanziare ed incentivare un’energia che non è affatto pulita, e questo impegnando e sprecando soldi a scapito di altre tecniche davvero rinnovabili. E’ inoltre singolare il fatto che la centraleMorattiana sia entrata in funzione nel 2000, e la convenzione,sulla base del “Cip 6”, sia partita l’8 Gennaio 2001. E stranamente la convenzione che il “Cip 6” accorda alla Sarlux è ventennale (anche se il provvedimento stabilirebbe un massimo di 15 anni), e quindi gli utenti elettrici italiani sembrano davvero destinati a pagare i sovrapprezzi fino al 2020. A meno che non intervenga il governo per fermare questa attività lucrativadecisamente mirata sulle incertezze del “Cip 6”. Ai Moratti viene ingiustamente pagata l’energia, prodotta con gli scarti inquinanti della sua stessa raffineria, il doppio del valore di mercato, come si trattasse di fonti rinnovabili e di energia pulita. IGCC è l’acronimo di Integrated Gasification Combined Cycle, e indical’integrazione di un processo di gassificazione e un processo di produzione dienergiacon ciclo combinato gas-vapore. […] L’impianto IGCC di Sarlux converte circa 142 tonnellate/ora di idrocarburi pesanti (TAR), prodotti dalle lavorazioni della raffineria Saras, in 4,5 miliardi di kWh/anno di energia elettrica, 185 tonnellate/ora di vapore, 40.000 Nm3/ora di idrogeno, 45.000 tonnellate/anno di zolfo e 1000 tonnellate/anno di concentrato di nickel e vanadio (“filter cake”). I prodotti della raffinazione sono prevalentemente gpl (gas di petrolio liquefatto), benzine, jet fuel (carburante per aerei), gasoli, oli combustibili e cariche per gli impianti petrolchimici. All’interno del sito di raffineria opera un gassificatore del TAR della società Sarlux. Rifiuti tipici della raffineria sono prevalentemente i fondami di serbatoio, i catalizzatori esausti e le terre contaminate da scavo. Tali rifiuti vengono attualmente trattati ed inertizzati all’interno del sito produttivo dall’azienda Ecotec, con un sistema che utilizza silicati liquidi quali agenti inertizzanti. In tale unità di trattamento (uno dei rari esempi di innovazione tecnologica nel nostro Paese) vengono trattati fondami di serbatoi […]. Come la Commissione ha avuto modo di appurare, nel corso del sopralluogo in raffineria, la società Ecotec impiega anche un’altra tecnologia detta TOR, molto simile a quella di inertizzazione dei fondami oleosi, ma che fa anche ricorso a particolari additivi chimici per il trattamento, tra l’altro, dei catalizzatori esausti a base di metalli come il cobalto e il molibdeno. L’impianto di gassificazione del TAR consiste nel trattamento termico di un residuo pesante, detto TAR, che, in virtù di una favorevole delibera, la CIP 6/92, viene attraverso la riclassificazione considerato materiale assimilabile alle fonti rinnovabili. Dal trattamento termico del TAR origina un gas di sintesi, che viene lavato per rimuovere polveri e metalli: la gassificazione permette l’ottenimento di energia elettrica, che viene venduta all’Enel. Sia il TAR che il filter cake (ricco di nichel e vanadio) che residua dalla gassificazione non sono considerati rifiuti dalla raffineria, che quindi non ha richiesto alle autorità regionali l’autorizzazione prevista per gli impianti di smaltimento di rifiuti pericolosi. La procura di Cagliari, anche a seguito di un’ispezione dei Noe, ha ritenuto che i filter cake esportati all’estero per il recupero del vanadio siano rifiuti e che si configuri quindi uno smaltimento illecito, non essendo stati tali materiali dichiarati rifiuti nei documenti di trasporto. Essa pertanto ha proceduto al sequestro dell’area di infustaggio dei filter cake in big bags. Tale area, a seguito del ricorso della Saras, è stata successivamente dissequestrata dal tribunale della libertà: la procura di Cagliari ha fatto ricorso avverso tale decisione alla Corte di cassazione, chiedendo nel contempo un parere al ministro dell’ambiente in merito alla classificazione del TAR e del filter cake. Nel corso di un’audizione resa in Commissione il 20 febbraio scorso dal ministro dell’ambiente Bordon, è emerso che la nuova lista rifiuti, approvata con decisione 2000/532/CE, chiarisce la classificazione del TAR, inquadrandolo nell’elenco dei rifiuti pericolosi. […] Ne consegue che il TAR è attualmente incluso in modo chiaro nella lista dei rifiuti pericolosi.

http://www.capoterra.net/news_singola.asp?IDNews=1210

Intervista al regista di OIL, Massimiliano Mazzotta

di Bettina Camedda per ArtReport

1 dicembre 2009 – Oleandri dai fiori bianchi e rosa. E dietro il candore dei fiori un lungo muro di cinta. È questo lo scenario che accoglie turisti, abitanti, lavoratori di passaggio che ogni giorno vedono il cartello “Benvenuti a Sarroch”. Lo stesso scenario che ha visto Massimiliano Mazzotta, nell’estate del 2007 mentre andava a Pula, in vacanza. Il suo occhio di fotografo, la sua curiosità di regista impegnato, si sono spinti oltre quel muro che divide Sarroch, paese di 5224 abitanti, dalla Saras S.p.A., fondata da Angelo Moratti nel 1962, una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo. La supersite d’Occidente che produce 300.000 barili di grezzo al giorno. È nato così Oil, la forza devastante del petrolio, la dignità del popolo sardo”, un lungometraggio di 77 minuti, interamente autoprodotto, che cattura 40 anni di storia in immagini, voci, suoni, e testimonianze di chi vive ogni giorno a stretto contatto con il lato oscuro dell’oro nero. Patologie respiratorie e tumorali, inquinamento, sicurezza sul lavoro: tematiche forti affrontate nei due anni di lavorazione del film-inchiesta che è valso il premio per il miglior documentario italiano e la menzione speciale di Legambiente a “Cinemambiente” di Torino e miglior documentario ex-equo all’Ecologico Film Festival nel Salento. Incontriamo Massimiliano Mazzotta a Sassari, prima della proiezione di Oil.

Parlaci di Oil.

Oil è stato un grande lavoro di ricerca, sia per quanto riguarda le leggi che i dati medici e scientifici. È suddiviso in capitoli: ambiente, salute, in cui è presente il Professor Biggeri, sicurezza e un capitolo dedicato alla Polimeri Europa (ENI), perchè lì non c’è solo la Saras. Forse la chimica è anche peggio di quello che tira fuori l’impianto di raffinazione. Nel film ho preferito non citare numeri, perchè credo che l’immagine sia più forte rispetto al dato: l’immagine parla da sé perchè resta impressa. Il dato rilevante è che nessuno ha mai contestato quanto viene detto.

A proposito di immagine, nella locandina del film hai utilizzato una foto simbolo.

La foto con il pastore che indossa la maschera antigas è stata scattata da Andrea Manunta, un operaio che ha lavorato per 30 anni nello stabilimento, morto all’età di 48 anni di adenocarcinoma stenosante del cardias. Andrea fece quello scatto per un concorso fotografico. Era già un fotografo perchè la foto è stata pensata, nell’abbigliamento, nella posa, e così nello sfondo. Se non avesse fatto l’operaio, perchè doveva essere così, forse avrebbe fatto il fotografo e magari non sarebbe morto così giovane.

Nel film-documentario sono presenti numerose testimonianze: alcuni operai della Saras, abitanti di Sarroch, politici e soprattutto i parenti dei lavoratori che hanno perso la vita per gravi malattie tumorali. È stato difficile abbattere “il muro di silenzio” tra la gente?

Durante le prime interviste dovevo inquadrare il muro o per terra perchè alcuni avevano paura di parlare, poi dopo aver visto altri che lo facevano, molte persone si sono fatte coraggio e hanno rilasciato l’intervista a volto scoperto. Nei due anni di lavorazione ho avuto modo di conoscere quasi tutti gli abitanti di Sarroch e con me sono stati sempre gentili e disponibili. “A volte erano gli uomini i più reticenti, quelli che lavorano in raffineria. Le donne no, sono sempre state più coraggiose, una volta che avevano capito di potersi fidare tiravano fuori tutti i problemi, con franchezza, ed erano anche le più incazzate.”

Quanto può incidere la comunicazione delle multinazionali nella popolazione?

La comunicazione si studia a tavolino. Quando avverrà il cambio generazionale, che sicuramente sarà un processo lungo, cambierà anche il modo di pensare rispetto alle persone che oggi lavorano nei complessi petrolchimici, perchè i ragazzi sono mentalmente più aperti, hanno studiato, parlano diverse lingue, hanno una cultura. Questo concetto si supererà solo combattendo con le loro stesse armi. Nessuno nel documentario ha detto che la Saras deve chiudere, perché tutti sono consapevoli che se non c’è più l’impianto petrolchimico metti a terra più di 5000 famiglie.

C’è quindi anche un problema di disinformazione?

C’è grande disinformazione tra i ragazzi delle ditte esterne che lavorano nello stabilimento. Ad esempio, in uno stabilimento petrolchimico si hanno due rilevatori, uno per l’H2S uno per il CO2. Ho chiesto ad un ragazzo a quanti PPM si deve lasciare il posto di lavoro quando uno dei due suona e lui ha risposto “boh, mi sa 12, 24 non so. A volte è arrivato anche a 300”. Parlando con un ingegnere ho scoperto che il limite è 5-10 PPM. Ben diverso da quello che diceva il ragazzo. Una delle soddisfazioni maggiori è stata sapere che un ragazzo, dopo aver visto il documentario, appena i PPM sono arrivati a 10, ha lasciato il posto di lavoro come di regola dovrebbero fare tutti ogni volta che si supera il limite. A mio avviso c’è un problema di comunicazione con i lavoratori delle ditte esterne. Per questo motivo nel documentario ho cercato di rendere note più informazioni possibili e nel modo più semplice.

Si è parlato di censura, di ritorsioni, di divieti di proiezione in Sardegna e non solo. Di personaggi importanti che rilasciano dichiarazioni e che poi ti citano per diffamazione. Quanto c’è di vero?

Posso dirti che una giornalista di un’emittente televisiva mi ha fatto un’intervista che poi è stata censurata, così come è accaduto per la proiezione di Oil ad Arenzano (GE) e a Cagliari. A Sarroch il film è stato proiettato nel bar “Tre Piramidi”. Durante le riprese però alcune persone mi hanno fatto capire che stavo rischiando. Molte persone hanno avuto paura di comparire nel film o solamente di parlarmi, per via delle ritorsioni a livello professionale e personale.

E tu? Hai avuto paura?

All’inizio. Poi ho pensato che questo lavoro può essere di aiuto ad oltre 5000 persone e la paura è svanita.

di Bettina Camedda per ArtReport

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Dal sito  www.apat.gov.it

Associazioni ambientaliste

La seguente lista contiene le associazioni ambientaliste riconosciute dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio ex Art.13 della L.349/86.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: www.minambiente.it

  • A.C.L.I – Anni Verdi
  • Agriambiente
  • Agriturist
  • Ambiente e/é vita
  • Amici della terra
  • ANEV – Associazione Nazionale Energia del Vento
  • ANIS – Associazione Nazionale Istruttori Subacquei
  • Associazione ambiente e lavoro
  • Associazione Nazionale dei Rangers d’Italia
  • Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente (A.N.T.A.)
  • Associazione Verdi Ambiente e Società (V.A.S.)
  • A.S.T.R.Ambiente
  • Club Alpino Italiano
  • Centro per la Conservazione della Natura
  • Centro Turistico Studentesco giovanile (C.T.S.)
  • Codacons-Onlus
  • Ekoclub international
  • Ente Nazionale Democratico di Azione Sociale (ENDAS)
  • Fondo per l’Ambiente Italiano (F.A.I.)
  • Fare Verde
  • Federazione Nazionale Pro Natura
  • Federazione Ornicoltori Italiani – F.O.I.
  • F.I.A.B. – Federazione Italiana Amici della Bicicletta – Onlus
  • F.I.E. – Federazione Italiana Escursionismo
  • F.I.P.S.A.S. – Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee
  • Greenpeace Italia
  • Gruppi ricerca ecologica (GRE)
  • Istituto Nazionale di Urbanistica (I.N.U.)
  • Italia Nostra
  • Kronos
  • L’altritalia Ambiente
  • Lega Abolizione Caccia (L.A.C.)
  • Legambiente
  • Lega Italiana dei Diritti dell’Animale (L.I.D.A.)
  • Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU)
  • Lega Navale Italiana
  • L’Umana Dimora
  • Mareamico
  • Marevivo
  • MOUNTAIN WILDERNESS ITALIA – Alpinisti di tutto il mondo in difesa della montagna
  • Movimento Azzurro
  • MSP Italia – Movimento Sport Azzurro Italia
  • Nimpha onlus
  • Societa’ Geografica Italiana
  • Società Speleologica Italiana
  • Terranostra
  • THE JANE GOODALL INSTITUTE – Italia / Roots & Shoots – Italia
  • Touring Club Italiano (T.C.I.)
  • UGAI – Unione Nazionale Garden Clubs e Attività Similari d’Italia
  • V.A.S. – VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ Onlus
  • WWF Italia

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Aggiornamento dell’11 maggio 2014:

http://www.lescienze.it/news/2014/05/09/news/rapporto_sentieri_siti_contaminati_italia-2135125/

Siti contaminati e rischio salute, i nuovi dati nazionali

09 maggio 2014

[…] A partire dalla metà degli anni novanta, l’Italia, recependo alcune normative europee in materia, ha definito e censito i cosiddetti siti di interesse nazionale (SIN) per le bonifiche, in cui la contaminazione risulta di particolare rilevanza per tipologia e diffusione, vi siano rischi per la salute, ed eventualmente una condizione di allarme sociale. Grazie a questo censimento, sono stati individuati 44 SIN, nei cui territori, a partire dal 2005, l’ISS ha avviato una valutazione dello stato di salute dei residenti, che ha trovato compimento nel progetto SENTIERI. 

Dopo il primo rapporto del 2010, dedicato alle considerazioni metodologiche dello studio, e il secondo rapporto, uscito nel 2011, focalizzato sui dati relativi alla mortalità, il nuovo rapporto fornisce una valutazione più esauriente dello stato generale della salute delle popolazioni per 18 dei 44 SIN sotto la lente del progetto SENTIERI, valutando tre i parametri epidemiologici: mortalità (con dati aggiornati rispetto alle precedenti edizioni del rapporto) incidenza dei tumori e ricoveri ospedalieri. […]

 

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