Che sia necessario uscire dalla crisi è logico e scontato, ma non è per tutti logico e scontato il fatto che sia meglio fare tutto il possibile per rimanere all’interno del sistema economico Euro anzichè tornare ad un’economia basata su una moneta nazionale, che si tratti della vecchia Lira o di qualunque altra strana invenzione. Uscire dall’Euro significherebbe perdere un mucchio di soldi, perdere moltissime imprese e con esse  perdere il lavoro e lo stipendio, perdendo così ancora più soldi dal punto di vista dello Stato (riduzione del PIL) eccetera eccetera, entrando in una spirale negativa che sarebbe per diversi anni devastante per tutti quanti. Poi, con il tempo, ci potrebbe anche essere la possibilità di riprendersi e di tornare ai livelli di benessere attuali, ma ripeto, la terribile svalutazione a cui sarebbe soggetta una qualunque ipotetica moneta su base nazionale diversa dall’Euro ci renderebbe tutti molto molto molto poveri. Per non parlare poi del fatto che il nostro debito pubblico è in buona parte in mani estere, di conseguenza dovremmo lavorare il doppio per poterlo ripagare!!!

L.D.

http://www.alternativa-politica.it/dibattito-politico/uscire-dalleuro-e-dalleuropa-non-ci-conviene/

Uscire dall’Euro e dall’Europa? Non ci conviene

di Andrea Raggiotto*

Ho letto in questi giorni, all’interno del nostro laboratorio politico, una corrente di pensiero che spinge affinché Alternativa sposi la linea dell’uscita dall’Euro e dall’Europa. Vorrei contribuire  al miglioramento dei dati e della strategia da adottare, su quanto potrebbe costarci in termini economici e politici un’uscita dell’Italia dall’Euro e dall’Europa. A tal proposito  vi è uno studio della Svizzera UBS, la quale ha realizzato un’analisi sui costi di un’ipotetica uscita dall’euro.

Quest’analisi – se corretta – è da brividi. UBS dichiara che l’uscita dall’euro di una economia debole come la nostra costerebbe a ogni cittadino un salasso tra circa 9.500 euro e 11.500 euro per il primo anno e tra i 3.000 euro e i 4.000 euro per gli anni seguenti.

Solo nel primo anno andrebbe bruciato il 40/50% del PIL, senza contare la perdita di peso politico internazionale, in quanto un’economia debole come la nostra potrebbe essere in balia delle più forti economie mondiali come Cina, Russia o addirittura Brasile (vedi già caso Battisti) senza contare gli USA; la lista sarebbe lunga.

Per non parlare della svalutazione in termini di valore economico delle nostre aziende che sarebbero territorio di conquista da parte di stati e multinazionali più potenti o addirittura dalla mafia, che nel frattempo si è tenuta in saccoccia l’Euro.

Saremo depredati della nostra sovranità una volta per tutte (altro che trattati), dovremmo stare al giogo di nazioni e multinazionali più forti ed economicamente più salde.

Qualcuno potrebbe correggermi dicendo: ma noi avendo una sovranità monetaria, avremo la possibilità di svalutare la nostra “Nuova Lira” (mi piace chiamarla così) quindi esportare maggiormente i nostri manufatti e, di riflesso, le nostre aziende lavorerebbero di più creando nuovi posti di lavoro.

Siamo sicuri?

In un’economia globale  dove l’Italia uscisse da tutti i trattati firmati con l’Europa, quali azioni  potrebbero fare  gli altri stati per non farsi sommergere di prodotti italiani? Quasi sicuramente alzare barriere doganali, con la conseguenza che le nostre aziende oltre a dover  pagare ad un prezzo più alto il petrolio e le materie prime quotate in dollari, si troveranno di fronte a un muro di dazi doganali enorme, con la “Nuova Lira” svalutata.

Se l’Italia uscisse dall’Euro, sicuramente l’Europa entrerebbe in una crisi economica e finanziaria ancora più grave di quella attuale (nonostante tutto, siamo ancora la terza economia dell’Eurozona), portando tutto il nostro sistema economico a uno stallo con conseguenze sociali inimmaginabili, come licenziamenti a causa della mancanza di lavoro, perdita di potere di acquisto, iperinflazione etc.

Quasi sicuramente le poche industrie rimaste in vita saranno costrette a stipendiare i dipendenti con salari da India o Cina per sopperire al costo altissimo delle materie prime importate e pagate in dollari.

Detto questo, ragionando in termini macro politici e ed economici, l’uscita dall’Euro sarebbe un suicidio politico oltre che strategico per il nostro movimento e per il Paese stesso.

Chi si assumerebbe la responsabilità di gestire una fuoriuscita dall’Euro (oltre alla Mafia?) Chi spiegherebbe a milioni di pensionati con la minima, a lavoratori precari e non, che uscire dall’Euro non avrà nessun effetto negativo sullo stile di vita?

Chi avrà la sicurezza  che il passaggio dall’Euro alla Lira  non comporterà nessuna ulteriore cessione di sovranità?

Quindi la domanda da porre è: come possiamo uscire da una situazione così drammatica, segnata dal dover  pagare un debito che non abbiamo fatto noi cittadini?

[…]

 *Andrea Raggiotto (Alternativa Friuli Venezia Giulia)

Per lo studio della UBS banca il link è:

http://www.banknoise.com/2011/09/lanalisi-di-ubs-sui-costi-di-uscita-dalleuro.html

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Aggiornamento del 26 luglio 2012:

http://www.marsalaviva.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=5465:se-tornassimo-alla-lira-di-paolo-carden%C3%A0&Itemid=121

SE TORNASSIMO ALLA LIRA

13 maggio 2012  – di Paolo Cardenà

Quali sarebbero gli effetti di un ritorno alla lira? In molti  evocano questa possibilità, ma temo che non comprendano fino in fondo cosa potrebbe significare ritornare alla vecchia valuta. Senza la pretesa che questo articolo possa considerarsi esaustivo per l’ampiezza del tema trattato,  di seguito, vi propongo un  contributo che descrive quali sarebbero gli effetti immediatamente percepibili  di un ritorno alla Lira.

Prima di tutto occorre precisare che si creerebbe  non poca confusione  nel periodo transitorio del passaggio dall’euro alla nuova Lira poiché,verosimilmente, si avrebbe un periodo di doppia circolazione delle due valute. Ma ciò è poca cosa. Prima si sarebbe dovuto affrontare il tema del cambio euro-lira e dei meccanismi di conversione delle attività finanziarie (ma non solo) in euro, denominandole nuovamente in Lira italiana. A tal riguardo è opportuno riflettere su quelli che potrebbero essere i livelli di concambio.
E qui arriverebbe subito la prima stangata. Infatti se è vero che la valutazione di una moneta dipende, tra l’altro, dalla forza dell’economia che essa rappresenta e dal capitale reputazionale di cui dovrebbe godere una nazione, se consideriamo  che il concambio stabilito  nel 2001 all’atto dell’entrata in vigore dell’euro (1936,27 lire per un euro) è apparso subito svantaggioso, c’è davvero da disperarsi perché, certamente, in caso di re-introduzione della Lira, avremmo  un cambio molto più svantaggioso. Ciò in quanto nel corso dell’ultimo decennio, per i motivi noti alla narrativa economica,  l’economia italiana ha dimostrato tutta la sua debolezza  strutturale aggravata peraltro, nello stesso periodo, da una crescita  incontrollata del debito pubblico. E’ evidente che l’economia nazionale oggi è significativamente più debole di quanto lo fosse nel 2001; senza considerare poi che lo stato italiano è comunque uno stato con una non più remota possibilità di andare in default. Anzi, a dirla tutta, le probabilità di una eventuale ristrutturazione del debito crescono di giorno in giorno.
Elementi , questi, che con scontata ovvietà favorirebbero l’applicazione di un cambio manifestatamente sfavorevole con l’effetto di determinare un drammatico  impoverimento generalizzato  di tutta la popolazione, e colpendo soprattutto gli investimenti dei risparmiatori denominati in euro che, a quel punto, si troverebbero  con un capitale abbondantemente  ridotto in termini di potere di acquisto.
La svalutazione che ne seguirebbe metterebbe comunque fuori mercato interi settori economici e in particolare tutti quei settori che, per la produzione di beni e servizi, necessitano di materie prime provenienti dall’esterno. Le aziende si troverebbero ad acquistare fuori dall’Italia dei beni che dovrebbero comunque essere pagati ancora in euro o in dollari e, con una moneta nazionale fortemente svalutata, non occorre frequentare corsi avanzati di economia per ipotizzare che le stesse imprese avrebbero un notevole aggravio di costi per approvvigionarsi di materie prime, rendendole ancor meno competitive e determinando migliaia di licenziamenti che acuiranno ancora di più gli effetti recessivi della crisi in atto e fallimenti a catena.

Inoltre la popolazione subirebbe subito  un ulteriore stangata con l’aumento dei prezzi dei beni importati. Si pensi ad esempio all’Iphon, che costerebbe magari il doppio o ai carburanti, oppure alle automobili o addirittura i pezzi di ricambio per le auto straniere. Pagheremmo molto di più ad esempio l’elettricità, il gas estero,  i computer dalla Corea e gli Ipad e, dall’oggi al domani, gli stipendi subirebbero una perdita di potere di acquisto almeno del 30 o addirittura del 40-50%  che, sommato al taglio di valore subito in seguito all’introduzione della nuova Lira, renderebbe salari , pensioni e risparmi poco più che carta straccia.

Ma la svalutazione della nuova lira renderebbe felice anche  lo stato spendaccione che a quel punto potrebbe apparentemente  rallegrarsi della svalutazione intervenuta anche nel debito pubblico, che resterebbe comunque sulle spalle di una popolazione drammaticamente più povera e con conflitti sociali che potrebbero portare a tumulti e rivolte. Lo Stato sarebbe costretto comunque ad operare una ristrutturazione massiccia  del suo debito  (default) a seguito della crisi di sfiducia di cui è stato investito minando l’interesse della comunità finanziaria internazionale, che non vorrà più investire sul debito Italiano . Anzi, nel giro di poche ore, gli investitori venderebbero a mani basse i titoli di stato in portafoglio, al fine di scampare alla svalutazione valutaria che subirebbero i loro soldi.

Tuttavia è doveroso ricordare anche che la nuova lira determinerebbe anche degli effetti positivi per le esportazioni e più in generale per il Made in Italy, poiché i prezzi dei beni italiani venduti all’estero risulterebbero molto competitivi per effetto della svalutazione dei salari  nazionali rispetto ai salari dei paesi europei. Magari avremmo anche turisti che torneranno ad affollare i nostri luoghi di villeggiatura attratti dalla debolezza della lira, e un flusso di investimenti  a favore del nostro paese. Tra i benefici, eventualmente,  potremmo anche considerare che a quel punto avremmo la Banca d’Italia che potrebbe battere moneta e farsi compratore di ultima istanza; ma non potrebbe comunque farlo illimitatamente e soprattutto nel farlo determinerebbe una superinflazione che sarebbe circoscritta al sistema Italia e non diluita su vasta scala nel contesto europeo. La superinflazione decurterà in maniera sistematica il potere di acquisto dei salari e delle pensioni, impoverendo ancora di più la popolazione e creando condizione favorevoli ad alimentare fenomeni sovversivi e destabilizzanti nelle grandi città.

Insomma, allo stato attuale, volendo analizzare i  costi-benefici derivanti dalla reintroduzione della lira, potremmo agevolmente affermare che questa eventualità avrebbe effetti catastrofici. Chi auspica un ritorno alla Lira, lo fa senza nessuna cognizione di causa e magari con l’intenzione di fare notizia con qualche uscita, cavalcando il malcontento popolare suscitato dalla crisi in atto che, a mio parere, non è una crisi di una valuta ma è la crisi di un sistema. E’ questo che dovrebbe essere curato. Come? Con una maggiore convergenza economica, fiscale e politica di tutti i Paesi europei. A meno che non si voglia porre le fondamenta per tornare a nuove forme  baratto il cui processo sembra quantomeno avviato, stando  agli eventi che si susseguono di giorno in giorno nel contesto europeo.

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Libro “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi” di Paolo Savona

“Quando questo pamphlet era già alle stampe in prime bozze non si conoscevano ancora i contenuti della manovra del Governo tecnico guidato dal prof. Mario Monti e delle decisioni prese dai Summit europei che si sono susseguiti tra l’8 e il 9 dicembre. Non fummo falsi profeti, anche se era facile esserlo dopo cinquant’anni di vicende italiane direttamente vissute e di altre solo meditate. Nulla di nuovo sotto il sole, come Giolitti e Prezzolini docent”.
Il lavoro di Paolo Savona “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia” esamina le decisioni di politica economica susseguitesi in Italia dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica in poi, definendole “eresie”, ossia dottrine contrarie ai dogmi della razionalità economica, le quali hanno dato vita a puri “esorcismi”, riti che hanno lasciato le cose come prima. Infatti, nonostante le promesse di tagli, la spesa pubblica è continuata a crescere imperterrita, come pure, ma meno, la pressione fiscale, facendo così lievitare l’indebitamento pubblico.
Lo Stato si è impossessato di metà del reddito annuo del Paese e non pare ancora soddisfatto, dato che va aggredendo in modo indistinto la ricchezza. L’autore individua nella “manovra” la madre di tutti i mali, una pratica di cui si avvale ora anche l’Unione Europea. La crisi che stiamo vivendo è il conto che gli italiani sono chiamati a pagare per gli errori commessi dagli Stati Uniti nel dopo Bretton Woods, non avendo adeguato le regole sul piano della moneta e dei cambi, e dall’Unione Europea nel dopo Trattato di Maastricht, per non aver attuato il disegno di unificazione politica che l’aveva indotta a creare l’euro. Egli ammette che l’Italia ha le sue colpe, ma esse sono solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di squilibri economici e di dissapori mondiali sul da farsi. Il lavoro indica anche le “scelte giuste” da prendere per riportare l’Italia sul sentiero della ripresa produttiva e dell’occupazione. Il lavoro si chiude con un esame critico della Manovra Monti e delle decisioni prese a Bruxelles il 9 dicembre scorso che sono la continuazione della concezione di una “vecchia” Europa.

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Aggiornamento del 9 ottobre 2012:

http://www.loccidentale.it/node/118247

“Se l’Italia tornasse alla Lira rimpiageremmo la benzina a 2 euro”

Intervista a Carlo Stagnaro di Edoardo Ferrazzani

29 Agosto 2012

[…] Sul passaggio impervio che vive l’Euro, Stagnaro fa notare che l’onda anti-euro di certi politici, anche italiani, è un gioco allo scarica barile delle classi dirigenti nazionali che non intendono assumere la responsabilità dei propri errori passati. E a chi chiede un ritorno alla Lire italiana, Stagnaro dice: “No faccio dell’euro un feticcio, ma sarebbe un modo di monetizzare il debito, una specie di default mascherato”. […]

Anche in Italia vi sono noti esponenti politici – Antonio Martino, solo per citarne uno – che si sono dichiarati a favore di un ritorno alla Lira. Lei ritiene che sia percorribile un ritorno alla valuta nazionale italiana? Quali sarebbero i costi che dovremmo sostenere per percorrere questa via?

Non credo sia possibile ma soprattutto non credo sia utile, in questo momento. Non faccio dell’euro un feticcio ma bisogna essere pragmatici: anche al di là delle intenzioni di chi sostiene queste tesi, abbandonare l’euro vorrebbe dire abbracciare svalutare e, realisticamente, adottare una politica monetaria più lassista e funzionale agli interessi politici del governo pro tempore (cioè monetizzare il debito ovvero andare attraverso una forma di default mascherato). Questo per un paese come il nostro avrebbe costi enormi: pensiamo al costo del debito che schizzerebbe alle stelle, o al costo dei beni importati (il petrolio per esempio, che ci farebbe rimpiangere la benzina a 2 euro).

La crisi del debito sovrano che ha funto da detonatore alla recessione in corso ha mostrato che in Europa v’è un significativo problema di mole di spesa pubblica, spesso inutile, inefficiente e dannosa, soprattutto quando un alto livello di pressione fiscale s’incrocia con un ciclo economico recessivo come quello in corso in molte zone dell’area euro. Secondo lei la crisi in corso ridarà vita alla cultura liberale classica del “meno Stato, meno tasse”? Se ciò non avverrà, cosa ci dobbiamo aspettare in futuro?

L’Europa per uscire dalla crisi ha un’unica strada, cioè ridurre la spesa pubblica. In questa fase non è tanto una questione di cultura quanto una questione di necessità. Le conseguenze dell’operazione dipendono molto da quanto e come si taglia, ma che si debba farlo almeno un po’ è, credo, indiscutibile e chiaro a tutti (inclusi quelli che opportunisticamente vi si oppongono). Sarebbe utile che questo intervento necessario fosse metabolizzato culturalmente, ma non è affatto detto e se accadrà dipende molto dalla maturità del dibattito politico nei vari paesi. […]

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Aggiornamento del 24 giugno 2013:

http://www.cronacamilano.it/approfondimenti/38954-uscire-dalleuro-e-tornare-alla-lira-le-conseguenze-tra-inflazione-esportazioni-debito-pubblico-e-stipendi.html

USCIRE DALL’EURO E TORNARE ALLA LIRA: LE CONSEGUENZE TRA INFLAZIONE, ESPORTAZIONI, DEBITO PUBBLICO E STIPENDI

[…]

USCIRE DALL’EURO: PERCHE’ NO – A queste motivazioni teoriche ne fanno da contraltare altre, decisamente più pratiche e concrete, che suggeriscono che la strategia di uscire dall’euro e tornare alla lira possa non rivelarsi la scelta migliore. Quattro, in questo caso, i motivi per rimanere nell’unione monetaria.

– Le importazioni: Iniziamo da qui. I fautori del ritorno alla moneta nazionale portano, come potenziale beneficio, quello di svalutare la moneta e rilanciare le proprie esportazioni. Certo, ma ci si dimentica di due fattori: l’export italiano non va affatto male e, quindi, non necessita di un pesante piano di risanamento; inoltre l’Italia non è solo una nazione esportatrice ma, anzi, è prevalentemente importatrice di materie prime (gas e petrolio su tutti) necessarie per soddisfare il deficit energetico e per garantire l’operatività a quel tessuto industriale e manifatturiero che eccelle nel nostro Paese.

– Fuga di capitali: La Repubblica Ceca e la Slovacchia, negli anni ’90, hanno realizzato un’operazione simile; i rischi associati sono da legare anche ad una possibile fuga di capitali. Per questo è necessaria un’operazione-lampo, per evitare che qualora la notizia raggiunga le sale finanziarie si possa scatenare una fuga di capitali verso nazioni con valute più forti e più sicure.

– Il debito: Attualmente il debito pubblico italiano è quotato in euro e vale, all’incirca, 2 mila miliardi. In caso di uscita dall’unione monetaria i possessori dei titoli di Stato (soprattutto le istituzioni finanziarie estere che detengono 1/3 del nostro indebitamento pubblico) difficilmente accetterebbero di convertire i loro crediti in una valuta che vale meno. E’ probabile, in questo caso, che il nostro Paese debba comunque provvedere alla restituzione dello stock in euro a fronte di un Pil espresso in lire, tra l’altro svalutate. Il rapporto deficit/Pil, ad oggi al 130% e principale indicatore macro-economico di stabilità di un Paese, rischierebbe di schizzare al rialzo al di sopra di quota 150%.

– Inflazione e tassi di interesse: e’ quanto si è già visto negli anni ’70 ed ‘80. Svalutazione di moneta significa, soprattutto, inflazione alle stelle a causa del maggior costo dei prodotti importati. Prezzi alle stelle significano, soprattutto, rendimenti più elevati sui titoli di Stato. Titoli di Stato alle stelle significano, soprattutto, aumento degli interessi che lo Stato dovrebbe pagare per finanziarsi e, quindi, maggiore indebitamento. […]

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